23 dicembre 2011

buon Natale!

Buon Natale.
Buon Natale a tutti quelli che leggono questo mio diario non tanto segreto.
Vorrei mandare un bigliettino brilluccicoso ad ognuno di voi, perché mi avete ascoltato, cioè letto, molto più di tante persone di cui conosco la faccia e il sorriso ma a cui spesso non so dire quello che scrivo di me.
Ecco, vorrei mandarvi un cartoncino pieno di brillantini rossi o dorati e scrivervi un pensierino con la mia calligrafia. Vorrei scrivervi "auguri" e farvi vedere come sono brutte le mie "r".
Vorrei scrivervi con la penna pigiata su un foglietto celeste, pieno di fiocchi di neve, che vorrei che il vostro Natale fosse bellissimo, pieno di luci, porporine, cioccolatini e pacchetti da scartare. Vorrei che fosse pieno di canzoncine imparate a memoria dai bambini, pieno di risate, di partite a carte e a tombola, pieno di torroni, panettoni o pandori, meglio se farciti.
Vorrei che fosse un Natale senza parenti odiosi tra i piedi, senza ipocrisia, senza telegiornali. Un Natale silenzioso, perché la neve quando cade non fa rumore. E vorrei che in quel silenzio si sentissero soltanto i campanelli delle basi delle canzoni natalizie, le note degli zampognari, lo schiocco di baci sinceri, le urla dei bambini. Vorrei che si sentisse nell'aria il profumo dei mandarini e dell'arrosto. Vorrei vedere bocche sporche di sugo, carezze, sorrisi complici, case piene di gente che si vuole bene tutto l'anno e non solo un giorno rosso sul calendario.
E vorrei alzare gli occhi verso il cielo e, come nella scena finale di "Peter Pan", vedere una sagoma nera in contrasto con la luna. No, non la sagoma di una nave, ma quella di una slitta trainata dalle renne. Vorrei augurarvi un Natale pieno di quella stessa speranza e magia che avevate quando eravate piccini e aspettavate Babbo Natale.
Buon Natale a tutti voi che con le vostre parole avete riempito questi ultimi mesi e mi avete fatto scoprire tante cose che non sapevo. Vorrei che il vostro Natale fosse proprio come lo desiderate voi.
Vi mando virtualmente il mio bigliettino brilluccicoso. E che sia il primo di tanti Natali da "passare" insieme. Tanto si sa che la storia dei Maya è una cavolata. Buon Natale.

22 dicembre 2011

Cose che nessuno sa, frasi


A 14 anni si piange spesso , di gioia o di dolore, non importa. Le lacrime non si distinguono e la vita è talmente tenera da sciogliersi come cera al fuoco che sbuccia una bambina e scopre la donna.

Tu sei così giovane, così al di qua di ogni inizio, e io ti vorrei pregare quanto posso di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel tuo cuore, e tentare di avere care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercare ora risposte che non possono venirti da te perché non le potresti vivere. E di questo si tratta: di vivere tutto. Vivi ora le domande. Forse ti avvicinerai così, a poco a poco, senza avvertirlo, a vivere un giorno lontano, la risposta.

“Non avete più l'età per fare le cose semplicemente perché ve le dicono i vostri genitori. Fino a oggi hanno deciso tutto loro. Ora è venuto il momento di prendere le vostre decisioni. A questo servono i cinque anni di liceo. (…) È un tempo magico, in cui potrete dedicarvi a cose che probabilmente non farete più nella vostra vita. Un tempo per scoprire chi siete e che storia siete venuti a raccontare su questa terra. Non sopporto di vedere ragazzi che finiscono la scuola e non sanno se andare a lavorare o scegliere una facoltà universitaria o quale scegliere. Significa che hanno buttato quelle cinquemila ore, quei mille giorni. L'unico modo che abbiamo per scoprire la nostra storia è conoscere quelle degli altri: reali e inventate. E noi faremo questo con la letteratura. Solo chi legge e ascolta storie trova la sua.”

Una vita che non attraversa la paura non esiste, è una maschera, è finta. 

Prima di addormentarsi e trasformarsi in sogni i pensieri subiscono la forza di gravità, che i poeti chiamano amore, che tutto attira a sé, silenziosamente. 

Non c'è altro modo di trovare la propria storia, se non perdi il respiro, costi quel che costi. Voleva che tutti i suoi sogni non volassero via come coriandoli, prima ancora di diventare progetti. Si sarebbe sentita in colpa, ne avrebbe avuto nostalgia e non c'è nostalgia maggiore di ciò che non è mai stato. La nostalgia del futuro.ù

21 dicembre 2011

Cose che nessuno sa, Alessandro D'avenia

Il primo libro di Alessandro D'Avenia l'avevo letteralmente divorato. "Bianca come il latte rossa come il sangue" aveva colpito la mia attenzione, la mia testa, il mio cuore. Pensare che all'inizio, quando era uscito, mi rifiutavo di comprarlo, perché la ragazza coi capelli rossi in copertina mi faceva impressione. Mi metteva un po' d'ansia. Alla fine però non ho resistito più. Quando è uscita l'edizione più economica l'ho comprato e letto, tutto subito.

Entusiasta mi sono fiondata in libreria (fiondata è un pochino esagerato) per comprare il secondo libro dell'autore. A pensarci bene, più che in libreria mi sono fiondata al supermercato, dove c'era il 15% di sconto. Insomma, ho comprato "Cose che nessuno sa" e l'ho letto, decisamente in modo molto più lento rispetto all'altro. Carino comunque.

Protagonista è Margherita, una ragazzina di 14 anni, con i capelli neri e gli occhi scuri, non più bambina e non ancora donna. Proprio quando sta per iniziare la sua avventura liceale il padre se ne va, senza dare spiegazioni. Scompare. Margherita non capisce, incolpa la madre con cui non ha un bel rapporto. All'improvviso si ritrova ad essere una ragazza difficile, schiva, un po' scontrosa. Per fortuna ha una nonna meravigliosa, per fortuna ha trovato un'amica che è un vulcano di energia, per fortuna ha incrociato lo sguardo misterioso e triste di Giulio che la attira, per fortuna ha un insegnante di lettere che ha davvero qualcosa da insegnare. È proprio lui che lancia l'idea a Margherita. Lei farà come Telemaco che all'inizio dell'Odissea inizia un viaggio difficile per ritrovare il padre, Ulisse. Anche lei deve partire per capire che cosa è successo alla sua famiglia, dov'è finito suo padre, perché ha mollato tutto e tutti senza dire niente.
Deve compiere quel viaggio per riattaccare i tasselli del suo puzzle.
E non viaggerà da sola.

D'Avenia ha di nuovo messo al centro della storia un'adolescente e un professore giovane e in gamba, almeno con gli studenti. Magari è così davvero. Magari quando siamo seduti dietro un banco idealizziamo una persona, ci sembra piena di risposte, di certezze, di curiosità e non vediamo, o non sappiamo, che fuori da quelle mura, senza quella cattedra, senza quei libri e quei gessi, quel professore è solo un uomo come tutti gli altri, con dei dubbi e dei difetti, magari molti.
D'Avenia parla di giovani e, secondo me, parla anche ai giovani. Mia cugina di 14 anni odia leggere, dice che l'annoia, dopo le favole non ha letto più niente. Un po' di giorni fa invece l'ho beccata con un libro in mano. Era "Bianca come il latte rossa come il sangue". Mi ha detto che gliel'aveva prestato un suo compagno di classe e che in due giorni aveva letto 120 pagine. Eli, 120 pagine, io!!! IO!!! Bello, no? Quando avevamo 14 anni noi leggevamo tutti Moccia, adesso leggono D'Avenia. Il salto, per i miei gusti, è notevole. Magari questo giovane autore, che è davvero un professore, riuscirà, con le sue storie, a far piacere di più la lettura ai ragazzi.

Comunque, il primo libro mi era piaciuto molto di più, al limite della commozione.
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A 14 anni si piange spesso , di gioia o di dolore, non importa. Le lacrime non si distinguono e la vita è talmente tenera da sciogliersi come cera al fuoco che sbuccia una bambina e scopre la donna.

Tu sei così giovane, così al di qua di ogni inizio, e io ti vorrei pregare quanto posso di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel tuo cuore, e tentare di avere care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercare ora risposte che non possono venirti da te perché non le potresti vivere. E di questo si tratta: di vivere tutto. Vivi ora le domande. Forse ti avvicinerai così, a poco a poco, senza avvertirlo, a vivere un giorno lontano, la risposta.

Non avete più l'età per fare le cose semplicemente perché ve le dicono i vostri genitori. Fino a oggi hanno deciso tutto loro. Ora è venuto il momento di prendere le vostre decisioni. A questo servono i cinque anni di liceo. (…) È un tempo magico, in cui potrete dedicarvi a cose che probabilmente non farete più nella vostra vita. Un tempo per scoprire chi siete e che storia siete venuti a raccontare su questa terra. Non sopporto di vedere ragazzi che finiscono la scuola e non sanno se andare a lavorare o scegliere una facoltà universitaria o quale scegliere. Significa che hanno buttato quelle cinquemila ore, quei mille giorni. L'unico modo che abbiamo per scoprire la nostra storia è conoscere quelle degli altri: reali e inventate. E noi faremo questo con la letteratura. Solo chi legge e ascolta storie trova la sua.”

Una vita che non attraversa la paura non esiste, è una maschera, è finta.

Prima di addormentarsi e trasformarsi in sogni i pensieri subiscono la forza di gravità, che i poeti chiamano amore, che tutto attira a sé, silenziosamente.

Non c'è altro modo di trovare la propria storia, se non perdi il respiro, costi quel che costi. Voleva che tutti i suoi sogni non volassero via come coriandoli, prima ancora di diventare progetti. Si sarebbe sentita in colpa, ne avrebbe avuto nostalgia e non c'è nostalgia maggiore di ciò che non è mai stato. La nostalgia del futuro.

29 novembre 2011

Ho sognato la cioccolata per anni, frasi

Mi ricordavo con gioia quella cioccolata calda, e la sognavo notte dopo notte.la prima cosa che mi sarei concessa dopo la fine della guerra sarebbe stata una bella tazza di cioccolata calda.


Quasi tutte tenevano gli occhi bassi, fissi sulla terra battuta che, prima di loro, era stata calpestata da anonime schiere, vite umane ridotte a grumi di paura e di rassegnazione. Aspettavamo che ci annunciassero la nostra sorte, una sorte definitiva: o la vita o la morte. La guerra durava già da anni e tutte noi avevamo imparato a conoscere i nazisti.

“Mamma”, gridai di nuovo.
“Non sono tua madre”, disse. Voleva morire da sola. Ma io le sfilai la calza dal collo.
“Bambina mia”, disse, ammettendo infine la mia presenza e parlando con la vecchia, elegante formalità ricercata che ricordavo così bene, “sei venuta tra i morti.” Lo sapevo. Ma non importava. Senza di lei, ero morta comunque.
“Se non possiamo vivere insieme, moriremo insieme”, le dissi. Era ciò che avevo giurato a me stessa sul treno.

Capivo la gravità della nostra situazione? Credo di si, come una persona giovane può capire quello che esula dalla sua esperienza. Ma ciò che capivo erano le espressioni ansiose sui volti dei miei genitori.

Per me l'Olocausto cominciò nella cella frigorifera di Jonas. Quel luogo rappresentò la fine di una vita apparentemente normale.

Non mi sono mai vergognata di portare la stella ebraica. I nazisti non sono mai riusciti ad inculcarmi l'idea che essere ebreo è un peccato.

Qua e là i muri di Slobodka erano cosparsi di macchie rosso vivo, e guardandoli mi rallegrai perché il rosso era il mio colore preferito. Ricordo di aver cercato di tirare su di morale i miei genitori dicendo: “Guardate che belle pitture”. Non ebbero il coraggio di dirmi che era sangue umano.

Potevamo uscire di casa, ma era pericoloso avventurarsi per le strade. Non sapevi mai se sarebbe toccato a te o a qualcuno dei tuoi cari essere arrestato o fucilato.

Nessuno si occupava di noi, nessuno ci proteggeva dai crimini che venivano commessi quotidianamente, nessuno protestava per ciò che veniva perpetrato contro di noi. Eravamo stati dimenticati.

Le madri avevano dovuto affrontare una scelta atroce. Avrebbero voluto andare con i loro bambini per cercare di salvarli, ma d'altro canto volevano restare in vita. Avevano altri cari da proteggere, altri figli, mariti, genitori. Così subirono impotenti la separazione dai loro piccoli. Cercarono di decidere lì per lì, senza potersi consigliare con nessuno, sforzandosi di compiere la scelta più giusta. Ma cos'era “giusto”?

Ovunque girassi lo sguardo c'erano emaciati corpi nudi, così raggrinziti dalla prolungata denutrizione da non sembrare più nemmeno donne. Quegli esseri che una volta avevano fatto l'amore, partorito e nutrito figli erano adesso ridotti a una parodia di umanità. Solo gli occhi che chiedevano pietà, che esprimevano il desiderio muto di poter morire in pace.

A volte mi chiedo perché si prendessero la briga di mantenere quel simulacro di ospedale. Lo scopo del campo di concentramento era quello di uccidere gli ebrei, perché allora fare qualcosa per tenerli in vita? Sono convinta che fosse solo per prolungare la nostra sofferenza. Non solo ci volevano morti, volevano torturarci, spezzarci nell'anima. Glielo leggevi in faccia che si divertivano a vederci soffrire. Facevano tutto il possibile per renderci le cose penose. Ecco perché ci affamavano ma non completamente, perché continuassimo a vivere fino allo stremo.

Avevo sognato la cioccolata calda per anni, da quando ero stata rinchiusa nel ghetto di Kovno. Ma adesso non potevo berla. Il mio apparato digerente era troppo delicato, come quello di un bambino.

Quando ci trasferimmo dalla chiatta tedesca che stava affondando alla nave da guerra inglese, passammo di colpo dalla condizione di schiavi a quella di esseri umani che meritavano cure e trattamento medico. Ci vennero restituiti d'un tratto i basilari diritti umani che ci erano strappati dai nazisti nel 1941. ma occorsero mesi, perfino anni, prima che assimilassimo completamente quel ritorno nel mondo degli uomini.

Dovemmo ricominciare dall'inizio, perché non avevamo più niente da cui continuare.

Ancor oggi una parte di me dice: “cancella quei cinque anni dalla tua vita! Non parlarne. Vivi nel presente, per il futuro”. Quella parte di me vuole scrollarsi di dosso i ricordi. Ma io non fuggo, perché un'altra parte in me dice che cancellare il passato è un'offesa alla memoria di chi ha sofferto e all'immensa moltitudine che non è sopravvissuta. Per questa ragione ho spesso parlato a gruppi di scolari israeliani nella giornata commemorativa dell'Olocausto. Trovo penoso e spossante stare di fronte a un gruppo di persone ed esporre le mie sventure. Mentre parlo, non vedo più i giovani davanti a me. Vedo il ghetto e i campi. Vedo le vittime e i loro cadaveri. E tutta la paura di quegli anni ha di nuovo il sopravvento. Eppure, per quanto sia estenuante, continuo a farlo. Mi sento in dovere di trasmettere la storia dell'Olocausto alla nuova generazione, ed è giusto che sia così visto che c'è ancora chi la può raccontare.

Questi ricordi sono così intensi e oppressivi che a volte mi chiedo: a che serve parlarne? Chi non li ha vissuti può riuscire a capire? (…) Comunque sia, anche dopo che il lettore avrà chiuso e riposto questo libro, io resterò con la mia pena. Quando accade qualcosa a qualcun altro, è terribile. Ma quando accade a te, il dolore non ti abbandona. Tu sei solo con la tua sofferenza.

27 novembre 2011

ho sognato la cioccolata per anni, Trudi Birger



Mi ricordavo con gioia quella cioccolata calda, e la sognavo notte dopo notte.la prima cosa che mi sarei concessa dopo la fine della guerra sarebbe stata una bella tazza di cioccolata calda.

Un po' di tempo fa, mentre vagabondavo tra i banconi della libreria senza un'idea precisa riguardo al libro da comprare, sono stata attratta dal titolo di un libricino, anzi da una delle parole del titolo: CIOCCOLATA (strano eh?).
Ho preso il libro in mano. Autrice Trudi Birger. Sulla copertina il volto in bianco e nero di una bambina.
Quel titolo che apparentemente poteva sembrare ironico e divertente (Ho sognato la cioccolata per anni) nascondeva in realtà una storia tragica, la storia vera dell'autrice che racconta in prima persona la sua esperienza in un campo di concentramento, avvenuta quando era ancora una ragazzina.

Trudi apparteneva a una famiglia borghese ebrea, era ricca e passava i suoi pomeriggi a ballare nei salotti di Francoforte. Una vita da privilegiata la sua, una vita che all'improvviso venne spazzata via dall'avvento del nazismo, insieme a tante altre vite normali e innocenti, che altri libri, con altre parole, hanno testimoniato. La storia di Trudi parte da Francoforte, attraversa il ghetto di Kovno e poi il campo di concentramento di Stutthof.

La storia e la crudeltà senza senso dei lager la conosciamo tutti, abbiamo letto libri, abbiamo visto film, in televisione abbiamo incrociato gli occhi di chi in quell'orrore c'è stato e, per un puro caso, ne è uscito vivo.
La storia di Trudi è un nuovo tassello in questo oceano di dolore, un tassello giovane di una ragazzina che non ha mai smesso di sognare un futuro fuori da quel posto tremendo, un tassello fatto di finti sorrisi rivolti ai tedeschi per farsi gettare un pezzo di pane mangiucchiato, prezioso più dell'oro. Quello di Trudi è un tassello che parla d'amore, di un amore forte e sconfinato per la sua famiglia, soprattutto per la madre con cui condivideva anche il lager. Quell'amore che l'ha tenuta in vita, giorno dopo giorno, dolore dopo dolore, atrocità dopo atrocità, miracolo dopo miracolo. Perché, Trudi ne è certa, la sua salvezza è un miracolo, anche se non sa a quale dio attribuirlo, poiché non sa dove potrebbe essere quel dio che da un lato l'ha salvata, ma dall'altro ha permesso che milioni di persone come lei morissero senza un perché.
Frasi Ho mangiato la cioccolata pPhotobucketer anni, Trudi Birger
Quasi tutte tenevano gli occhi bassi, fissi sulla terra battuta che, prima di loro, era stata calpestata da anonime schiere, vite umane ridotte a grumi di paura e di rassegnazione. Aspettavamo che ci annunciassero la nostra sorte, una sorte definitiva: o la vita o la morte. La guerra durava già da anni e tutte noi avevamo imparato a conoscere i nazisti.

Mamma”, gridai di nuovo.
Non sono tua madre”, disse. Voleva morire da sola. Ma io le sfilai la calza dal collo.
Bambina mia”, disse, ammettendo infine la mia presenza e parlando con la vecchia, elegante formalità ricercata che ricordavo così bene, “sei venuta tra i morti.” Lo sapevo. Ma non importava. Senza di lei, ero morta comunque.
Se non possiamo vivere insieme, moriremo insieme”, le dissi. Era ciò che avevo giurato a me stessa sul treno.

Capivo la gravità della nostra situazione? Credo di si, come una persona giovane può capire quello che esula dalla sua esperienza. Ma ciò che capivo erano le espressioni ansiose sui volti dei miei genitori.

Per me l'Olocausto cominciò nella cella frigorifera di Jonas. Quel luogo rappresentò la fine di una vita apparentemente normale.

Non mi sono mai vergognata di portare la stella ebraica. I nazisti non sono mai riusciti ad inculcarmi l'idea che essere ebreo è un peccato.

Qua e là i muri di Slobodka erano cosparsi di macchie rosso vivo, e guardandoli mi rallegrai perché il rosso era il mio colore preferito. Ricordo di aver cercato di tirare su di morale i miei genitori dicendo: “Guardate che belle pitture”. Non ebbero il coraggio di dirmi che era sangue umano.

Potevamo uscire di casa, ma era pericoloso avventurarsi per le strade. Non sapevi mai se sarebbe toccato a te o a qualcuno dei tuoi cari essere arrestato o fucilato.

Nessuno si occupava di noi, nessuno ci proteggeva dai crimini che venivano commessi quotidianamente, nessuno protestava per ciò che veniva perpetrato contro di noi. Eravamo stati dimenticati.

Le madri avevano dovuto affrontare una scelta atroce. Avrebbero voluto andare con i loro bambini per cercare di salvarli, ma d'altro canto volevano restare in vita. Avevano altri cari da proteggere, altri figli, mariti, genitori. Così subirono impotenti la separazione dai loro piccoli. Cercarono di decidere lì per lì, senza potersi consigliare con nessuno, sforzandosi di compiere la scelta più giusta. Ma cos'era “giusto”?

Ovunque girassi lo sguardo c'erano emaciati corpi nudi, così raggrinziti dalla prolungata denutrizione da non sembrare più nemmeno donne. Quegli esseri che una volta avevano fatto l'amore, partorito e nutrito figli erano adesso ridotti a una parodia di umanità. Solo gli occhi che chiedevano pietà, che esprimevano il desiderio muto di poter morire in pace.

A volte mi chiedo perché si prendessero la briga di mantenere quel simulacro di ospedale. Lo scopo del campo di concentramento era quello di uccidere gli ebrei, perché allora fare qualcosa per tenerli in vita? Sono convinta che fosse solo per prolungare la nostra sofferenza. Non solo ci volevano morti, volevano torturarci, spezzarci nell'anima. Glielo leggevi in faccia che si divertivano a vederci soffrire. Facevano tutto il possibile per renderci le cose penose. Ecco perché ci affamavano ma non completamente, perché continuassimo a vivere fino allo stremo.

Avevo sognato la cioccolata calda per anni, da quando ero stata rinchiusa nel ghetto di Kovno. Ma adesso non potevo berla. Il mio apparato digerente era troppo delicato, come quello di un bambino.

Quando ci trasferimmo dalla chiatta tedesca che stava affondando alla nave da guerra inglese, passammo di colpo dalla condizione di schiavi a quella di esseri umani che meritavano cure e trattamento medico. Ci vennero restituiti d'un tratto i basilari diritti umani che ci erano strappati dai nazisti nel 1941. ma occorsero mesi, perfino anni, prima che assimilassimo completamente quel ritorno nel mondo degli uomini.

Dovemmo ricominciare dall'inizio, perché non avevamo più niente da cui continuare.

Ancor oggi una parte di me dice: “cancella quei cinque anni dalla tua vita! Non parlarne. Vivi nel presente, per il futuro”. Quella parte di me vuole scrollarsi di dosso i ricordi. Ma io non fuggo, perché un'altra parte in me dice che cancellare il passato è un'offesa alla memoria di chi ha sofferto e all'immensa moltitudine che non è sopravvissuta. Per questa ragione ho spesso parlato a gruppi di scolari israeliani nella giornata commemorativa dell'Olocausto. Trovo penoso e spossante stare di fronte a un gruppo di persone ed esporre le mie sventure. Mentre parlo, non vedo più i giovani davanti a me. Vedo il ghetto e i campi. Vedo le vittime e i loro cadaveri. E tutta la paura di quegli anni ha di nuovo il sopravvento. Eppure, per quanto sia estenuante, continuo a farlo. Mi sento in dovere di trasmettere la storia dell'Olocausto alla nuova generazione, ed è giusto che sia così visto che c'è ancora chi la può raccontare.

Questi ricordi sono così intensi e oppressivi che a volte mi chiedo: a che serve parlarne? Chi non li ha vissuti può riuscire a capire? (…) Comunque sia, anche dopo che il lettore avrà chiuso e riposto questo libro, io resterò con la mia pena. Quando accade qualcosa a qualcun altro, è terribile. Ma quando accade a te, il dolore non ti abbandona. Tu sei solo con la tua sofferenza.




10 novembre 2011

La casa in collina, frasi


Faceva strano vedere i soldati. Quando passavano in pattuglie, con la pala e il sottogola, si capiva che andavano a sterrare rifugi, a estrarre cadaveri e vivi, e si sarebbe voluto incitarli, gridargli di correre, far presto perbacco.
Non servivano ad altro, si diceva tra noi. Tanto la guerra era perduta, si sapeva.
Ma i soldati marciavano adagio, aggiravano buche, si voltavano anche loro a sogguardare le case. Passava una donna belloccia e la salutavano in coro.
Erano gli unici, i soldati, ad accorgersi che le donne esistevano ancora.
Nella città disordinata e sempre all'erta, più nessuno osservava le donne di un tempo, nessuno le seguiva, nemmeno vestite da estate, nemmeno se ridevano. Anche in questo io la guerra l'avevo prevista. Per me questo rischio era cessato da un pezzo. Se avevo ancora desideri, non avevo più illusioni.

La luna cadeva dietro le piante. Tra poche notti era piena e avrebbe inondato cielo e terra, scoperchiato Torino, portato altre bombe.

- Non sei mica fascista? - mi disse.
Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. - Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s'accontenta, è già un fascista.

Questo governo, - continuava il vecchio, - non può mica durare.
-Ma è per questo che dura. Tutti dicono “È morto” e nessuno fa niente

-Prendi me, - le dissi. - Anch'io da ragazzo studiavo le scienze. E non sono diventato nessuno.-
-Cosa dici? Tu hai la laurea, sei professore. Vorrei saper io le cose che sai.
-Esser qualcuno è un'altra cosa, - dissi piano – Non te l'immagini nemmeno. Ci vuole fortuna, coraggio, volontà. Soprattutto coraggio. Il coraggio di starsene soli come se gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai. Non spaventarsi se la gente se ne infischia. Bisogna aspettare degli anni, bisogna morire. Poi dopo morto, se hai fortuna, diventi qualcuno.

Noi eravamo ricaduti, e questa volta senza scampo, nelle mani di prima, fatte adesso più esperte e più sporche di sangue. Gli allegri padroni di ieri inferocivano, difendevano la pelle e le ultime speranze. Per noi lo scampo era soltanto nel disordine, nel crollo stesso di ogni legge. Essere preso e individuato era la morte. La pace, una pace qualsiasi, che nell'estate c'era parsa augurabile, adesso appariva una beffa.

    -Era meglio la guerra, - dicevano. Ma tutti sapevamo che la guerra era questa.

In quei giorni non moriva soltanto l'autunno.

È non pensare a questa guerra che vorresti, - disse lei. - Ma non puoi. Andammo un tratto in silenzio. Dino trottava sulla strada accanto a me. -Vorrei soltanto che finisse, - dissi. Cate alzò il capo vivamente. Non disse parola. - Si, lo so, - brontolai, - l'unico modo è non pensarci e lavorare. Come Fonso, come gli altri. Buttarsi nell'acqua per non sentire il freddo. Ma se nuotare non ti piace? Se non t'interessa arrivare di là? Tua nonna ne ha detta una giusta: chi ha la pagnotta non si muove.

Nessuno parlò della fine. Nessuno faceva più i conti col tempo. Nemmeno la vecchia. Dicevano “un altr'anno” o “l'estate ventura” come se nulla fosse stato, come se ormai la fuga, il sangue e la morte in agguato fosse il vivere normale.

Tutti vivevamo così, dietro pareti, in paura e in attesa, e ogni passo, ogni voce, ogni gesto inatteso ci prendeva alla gola.

    Mi vergognavo dei miei giorni tranquilli.

Quando una cosa comincia davvero spaventa meno perché toglie un'incertezza.

L'esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto di esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l'inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.

Quest'inverno, lo dicono tutti, nessuno avrà voglia di combattere, sarà già duro essere al mondo e aspettasi di morire in primavera.

Questa è davvero la vita dei boschi come si sogna da ragazzi. E a volte penso che soltanto l'incoscienza dei ragazzi, un'autentica, non mentita incoscienza, può consentire di vedere quel che succede e non picchiarsi il petto. Del resto gli eroi di queste valli sono tutti ragazzi, hanno lo sguardo diritto e cocciuto dei ragazzi. E se non fosse che la guerra ce la siamo covata nel cuore noialtri - noi non più giovani, noi che abbiamo detto «Venga dunque se deve venire» - anche la guerra, questa guerra, sembrerebbe una cosa pulita. Del resto, chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra - né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace.

Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo avesse sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vedere, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce - si tocca con gli occhi - che al posto dei morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

♥ I miei scarabocchi su "La casa in collina" di Cesare Pavese

9 novembre 2011

la casa in collina, Cesare Pavese

Cesare Pavese è uno di quegli scrittori italiani che non sono mai arrivata a studiare a scuola. La mia prof di storia ci consigliava di leggerlo, perché secondo lei aveva scritto belle pagine sulla Resistenza italiana, così ho comprato due suoi libri, per curiosità: "La casa in collina" e "La luna e i falò", che non ho ancora letto. Protagonista de "La casa in collina" è Corrado, un uomo solo che guarda la guerra da spettatore, rifugiandosi in una tranquilla collina nei dintorni di Torino. È qui, alle Fontane, che rincontra una donna che ha amato in passato, Cate. Lei, al contrario di Corrado, non è spettatrice passiva, lei parla, ascolta, cerca di impegnarsi come può. Ha anche un figlio, Dino, che Corrado sospetta sia suo. Quando arriva l'8 settembre  nessuno capisce che cosa sta succedendo in Italia. Quella data che sembrava essere l'inizio della pace all'improvviso determina l'inizio della vera guerra, una guerra che non risparmia nemmeno la tranquilla collina. Una guerra che non risparmia nessuno. Anche Cate viene arrestata. Anche Dino si arruola con i partigiani. Solo Corrado non sa che fare, alla fine scappa e torna nella sua casa d'infanzia, ma il ritorno a casa non fa che acuire la sua crisi esistenziale.
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  Faceva strano vedere i soldati. Quando passavano in pattuglie, con la pala e il sottogola, si capiva che andavano a sterrare rifugi, a estrarre cadaveri e vivi, e si sarebbe voluto incitarli, gridargli di correre, far presto perbacco.
Non servivano ad altro, si diceva tra noi. Tanto la guerra era perduta, si sapeva.
Ma i soldati marciavano adagio, aggiravano buche, si voltavano anche loro a sogguardare le case. Passava una donna belloccia e la salutavano in coro.
Erano gli unici, i soldati, ad accorgersi che le donne esistevano ancora.
Nella città disordinata e sempre all'erta, più nessuno osservava le donne di un tempo, nessuno le seguiva, nemmeno vestite da estate, nemmeno se ridevano. Anche in questo io la guerra l'avevo prevista. Per me questo rischio era cessato da un pezzo. Se avevo ancora desideri, non avevo più illusioni.

La luna cadeva dietro le piante. Tra poche notti era piena e avrebbe inondato cielo e terra, scoperchiato Torino, portato altre bombe.

- Non sei mica fascista? - mi disse.
Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. - Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s'accontenta, è già un fascista.

Questo governo, - continuava il vecchio, - non può mica durare.
-Ma è per questo che dura. Tutti dicono “È morto” e nessuno fa niente

-Prendi me, - le dissi. - Anch'io da ragazzo studiavo le scienze. E non sono diventato nessuno.-
-Cosa dici? Tu hai la laurea, sei professore. Vorrei saper io le cose che sai.
-Esser qualcuno è un'altra cosa, - dissi piano – Non te l'immagini nemmeno. Ci vuole fortuna, coraggio, volontà. Soprattutto coraggio. Il coraggio di starsene soli come se gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai. Non spaventarsi se la gente se ne infischia. Bisogna aspettare degli anni, bisogna morire. Poi dopo morto, se hai fortuna, diventi qualcuno.

Noi eravamo ricaduti, e questa volta senza scampo, nelle mani di prima, fatte adesso più esperte e più sporche di sangue. Gli allegri padroni di ieri inferocivano, difendevano la pelle e le ultime speranze. Per noi lo scampo era soltanto nel disordine, nel crollo stesso di ogni legge. Essere preso e individuato era la morte. La pace, una pace qualsiasi, che nell'estate c'era parsa augurabile, adesso appariva una beffa.

    -Era meglio la guerra, - dicevano. Ma tutti sapevamo che la guerra era questa.

In quei giorni non moriva soltanto l'autunno.

È non pensare a questa guerra che vorresti, - disse lei. - Ma non puoi. Andammo un tratto in silenzio. Dino trottava sulla strada accanto a me. -Vorrei soltanto che finisse, - dissi. Cate alzò il capo vivamente. Non disse parola. - Si, lo so, - brontolai, - l'unico modo è non pensarci e lavorare. Come Fonso, come gli altri. Buttarsi nell'acqua per non sentire il freddo. Ma se nuotare non ti piace? Se non t'interessa arrivare di là? Tua nonna ne ha detta una giusta: chi ha la pagnotta non si muove.

Nessuno parlò della fine. Nessuno faceva più i conti col tempo. Nemmeno la vecchia. Dicevano “un altr'anno” o “l'estate ventura” come se nulla fosse stato, come se ormai la fuga, il sangue e la morte in agguato fosse il vivere normale.

Tutti vivevamo così, dietro pareti, in paura e in attesa, e ogni passo, ogni voce, ogni gesto inatteso ci prendeva alla gola.

    Mi vergognavo dei miei giorni tranquilli.

Quando una cosa comincia davvero spaventa meno perché toglie un'incertezza.

L'esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto di esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l'inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.

Quest'inverno, lo dicono tutti, nessuno avrà voglia di combattere, sarà già duro essere al mondo e aspettasi di morire in primavera.

Questa è davvero la vita dei boschi come si sogna da ragazzi. E a volte penso che soltanto l'incoscienza dei ragazzi, un'autentica, non mentita incoscienza, può consentire di vedere quel che succede e non picchiarsi il petto. Del resto gli eroi di queste valli sono tutti ragazzi, hanno lo sguardo diritto e cocciuto dei ragazzi. E se non fosse che la guerra ce la siamo covata nel cuore noialtri - noi non più giovani, noi che abbiamo detto «Venga dunque se deve venire» - anche la guerra, questa guerra, sembrerebbe una cosa pulita. Del resto, chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra - né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace.

Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo avesse sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vedere, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce - si tocca con gli occhi - che al posto dei morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.


2 novembre 2011

Alla bandiera rossa [Pier Paolo Pasolini]

 
  
Il 2 novembre del 1975 fu ucciso Pier Paolo Pasolini. Ho già scritto di lui alcune volte in questo blog perché ogni volta che leggo qualcosa di suo mi sembra talmente attuale che non capisco come possa essere quasi ignorato nelle scuole. Io l'ho conosciuto per caso, perché cercavo un autore di italiano che parlasse di società di massa e omologazione, argomenti della mia tesina della maturità. Cercando tra i libri e internet ho trovato lui, che era stato ignorato dal programma della mia prof. Così ho comprato il mio primo (e per ora ultimo) libro di poesie: "La religione del mio tempo", pubblicato nel 1961.
Quella stessa estate alla pesca di una piccola festa di paese ho vinto un vecchio libro usato, con le pagine ingiallite e la copertina piena di pieghe. C'era anche una firma illeggibile sulla prima pagina. Quel libro era "Scritti corsari", che ho lentamente letto subito dopo.
Leggendo Pasolini, pian piano, tra discorsi complessi che a volte non capisco, mi accorgo che chi dice che in fondo è stato un incompreso profeta ha ragione. Quarant'anni fa era già così lucido da capire quello che sarebbe successo nel tempo. Quando nei suoi scritti parla della DC ho l'impressione che potrebbero benissimo essere cose dette oggi riferite ai partiti attuali, che di diverso da quella DC sembrano avere soltanto i simboli. Gli articoli in cui parla della televisione di massa sembrano essere stati scritti proprio adesso. Invece Pasolini è stato ucciso quasi quarant'anni fa.
Io non lo conosco bene, però sono straconvinta che valga assolutamente la pena conoscerlo di più. Sono fermamente convinta che dovrebbe essere insegnato, anche se il programma è lungo e non c'è tempo.
Pasolini merita di essere insegnato per bene a scuola, perché non può non essere per niente conosciuto o conosciuto per caso, come è successo a me.

20 ottobre 2011

il linguaggio segreto dei fiori, Vanessa Diffenbaugh

Victoria Jones ha 18 anni appena compiuti, non ha una casa, non ha una famiglia, non ha nessuno cui telefonare o scrivere una lettera. Niente. Nei suoi primi 18 anni di vita non ha fatto altro che passare da una famiglia all'altra, senza essere mai riuscita a farsi amare fino in fondo, senza essere mai riuscita ad amare davvero qualcuno.
Victoria diventa maggiorenne e non sa dove andare, non sa che cosa fare. Trova un angolo abbandonato in un parco di San Francisco e lì inizia a vivere come una barbona, avvolta da una coperta marrone che è una delle poche cose che le appartengono. È sua quella coperta, sono suoi quei libri di botanica che le ha comprato Elizabeth, l'unica madre adottiva che rimpiange di non aver saputo amare come meritava. È stata lei, Elizabeth, a insegnarle il linguaggio segreto dei fiori, molto di moda all'epoca vittoriana, ma ormai completamente in disuso. Con i fiori Victoria sa comunicare. Grida il suo odio con i cardi e non ha mai regalato a nessuno rose rosse, né mai lo farà, è pronta a giurarlo. Nessuno comprende il significato di un'acacia o di un giacinto. Victoria è protetta da questo modo di esprimersi che è soltanto suo, o almeno crede che sia solo suo.
Solo una cosa ama Victoria dunque: i fiori. Ed è proprio una strana fioraia, Renata, a darle prima lavoro e poi anche affetto. In breve tempo Victoria diventa famosa, i suoi mazzi di fiori sembrano essere quasi una pozione magica. Donne da tempo in pena d'amore incontrano all'improvviso l'uomo della loro vita, mogli troppo fredde coi mariti ritrovano il gusto di lasciarsi andare alla passione. Il linguaggio segreto di Victoria dà risultati impressionanti. Tutti vogliono lei e i suoi fiori miracolosi.
Al mercato dei fiori, una mattina, gli occhi di un giovane uomo, Grant, si posano su di lei. Victoria odia essere guardata in quel modo, non le piacciono i contatti umani, tantomeno quelli fisici. Quel ragazzo la fa arrossire e questo non può sopportarlo. Ha la soluzione però: un rametto di rododendro.
"Rododendro" dissi. Posai il ramo reciso sul banco di compensato. Le infiorescenze a grappolo color porpora non erano ancora aperte e i boccioli erano girati verso di lui, avvolti in una stretta spirale velenosa. "Stai attento." Studiò la pianta, poi l'avvertimento nei miei occhi. Quando distolse lo sguardo aveva capito che il fiore non era un regalo.
Già, Grant aveva capito, perché, incredibilmente, conosceva il linguaggio di Victoria. Al chiaro messaggio di lei, lui risponde con un ramo di vischio e poi ancora bocca di leone, pioppo bianco.
"Rododendro?", chiesi come aveva fatto una volta con me Elizabeth.
“Stai attento”, rispose.
“Vischio?”
“Supero tutti gli ostacoli”
Annuii. “Bocca di leone?”
“Presunzione”
“Pioppo bianco?”
“Tempo”. Annuii di nuovo e sparsi sul tavolo i cardi che avevo raccolto nella mia passeggiata per la città. “Cardo campestre”, disse. “Misantropia”.
Victoria si nasconde dietro la sua barriera di cardi e di odio. Non può accettare la dolcezza di Grant, non può accettare il suo incondizionato amore, perché non si sente all'altezza. Rovinerà tutto, come ha sempre fatto con chi ha provato a volerle sinceramente bene, come con Elizabeth, ad esempio. Grant potrebbe essere un portone spalancato su un futuro diverso, ma allo stesso tempo è anche un ponte che riporta indietro nel tempo, a quel passato che Victoria ha cercato, inutilmente, di dimenticare.
Eppure dev'esserci un modo per ricominciare, dev'esserci un modo per imparare ad amare, anche se in 18 anni le uniche piante ad essere state regalate sono cardi, odio. Anche il musco, amore materno, cresce senza radici. L'amore non deve necessariamente avere radici, può nascere da sé, all'improvviso, può nascere anche in chi non ha mai amato, anche in chi non ha mai ricevuto amore.
Dopo un'infanzia difficile e un'adolescenza vissuta tra la rabbia e la solitudine, Victoria ha la forza per cambiare tutto, per cominciare da zero una vita che può e deve darle tanto.
Quando diventa maggiorenne a tutte le ragazze orfane che avevano diviso con lei l'istituto, Victoria regala una dalia, come augurio per un futuro migliore e diverso. Dalia, dignità. Victoria ha avuto il coraggio di andarsela a conquistare, quella dignità.

16 ottobre 2011

"Il sentiero dei nidi di ragno", Calvino

 I vent'anni di Italo Calvino sono segnati dalla seconda guerra mondiale, è a quell'età che aderisce alla Resistenza, combattendo in Liguria.
Nel 1947 pubblica "Il sentiero dei nidi di ragno", in cui narra proprio l'avventura partigiana, che lui stesso ha appunto vissuto in prima persona.

Il protagonista della storia è Pin, un bimbo che soffre perché non si sente amato: la mamma è morta, il padre si è fatto una nuova famiglia e la sorella, prostituta, è assente. Finge di essere grande, ma i grandi lo tengono fuori dai loro discorsi e lui non li capisce: non capisce perché hanno voglia di uccidere e di amare, perché cambiano idea continuamente. Pin è un bambino di Carrugio Lungo cui piace stare coi grandi, che prende in giro e fa ridere. Da loro sente nominare strane parole, come "gap" e "sim", che lui finge di conoscere, ma di cui in realtà ignora il significato. Per una di quelle strane parole i suoi amici dell'osteria gli fanno rubare la pistola del tedesco di sua sorella. Per quella pistola, che Pin nasconde nel sentiero dei nidi di ragno, un luogo per gli altri sconosciuto, viene arrestato, ma riesce ad evadere con Lupo Rosso. Rimasto solo, Pin torna dai nidi di ragno e piange perché, come ogni bambino, ha paura. È così che incontra il Cugino, che lo prende semplicemente per mano portandolo con sé, in un comando partigiano. Qui la storia importante dei libri si intreccia con le vicende di Pin, con il suo desiderio di essere grande, con la sua voglia di avere un amico cui poter far vedere il sentiero dei nidi di ragno, che solo lui conosce. Trova quest'amico solo nel Cugino, che tuttavia è un uomo e come tale ha quei vizi che Pin, bambino non può capire.
Photobucket
I sogni dei partigiani sono rari e corti, sogni nati dalle notti di fame, legati alla storia del cibo sempre poco e da dividere in tanti: sogni di pezzi di pane morsicati e poi chiusi in un cassetto. I cani randagi devono fare sogni simili, d’ossa rosicchiate nascoste sotto terra. Solo quando lo stomaco pieno, il fuoco  acceso, e non se camminato troppo durante il giorno, ci si può permettere di sognare una donna nuda e ci si sveglia al mattino sgombri e spumanti, con una letizia come d'ancore salpate.

Poi c'è qualche intellettuale o studente, ma pochi, qua e là, con delle idee in testa, vaghe e spesso storte. Hanno una patria fatta di parole, o tutt'al più di qualche libro. Ma combattendo troveranno che le parole non hanno più nessun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno cosi senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate.
 
Tutti abbiamo una ferita per riscattare la quale combattiamo.

Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano. Certo io potrei adesso invece di fantasticare come facevo da bambino, studiare mentalmente i particolari dell’attacco, la disposizione delle armi e delle squadre. Ma mi piace troppo continuare a pensare a quegli uomini, a studiarli, a fare delle scoperte su di loro. Cosa faranno «dopo», per esempio? Riconosceranno nell’Italia del dopoguerra qualcosa fatta da loro? Capiranno il sistema che si dovrà usare allora per continuare la nostra lotta, la lunga lotta sempre diversa del riscatto umano? Lupo Rosso lo capirà, io dico: chissà come farà a metterlo in pratica, lui cosi avventuroso e ingegnoso, senza più possibilità di colpi di mano ed evasioni? Dovrebbero essere tutti come Lupo Rosso. Dovremmo essere tutti come Lupo Rosso. Ci sarà invece chi continuerà col suo furore anonimo, ritornato individualista, e perciò sterile: cadrà nella delinquenza, la grande macchina dai furori perduti, dimenticherà che la storia gli ha camminato al fianco, un giorno, ha respirato attraverso i suoi denti serrati. Gli ex fascisti diranno: i partigiani! Ve lo dicevo io! Io l’ho capito subito! E non avranno capito niente, né prima, né dopo.


Ispirata a questo primo romanzo di Italo Calvino.
"Il sentiero", Modena City Ramblers.


Lungo il sentiero dei nidi di ragno
passa la storia di un giovane uomo
passa la scelta di chi se n'è andato
sui monti per la resistenza


Erano i mesi del dopo settembre
quando il re fuggì sulla nave
furono anni di lutti e dolore
di coraggio e di patimenti


Quante sono le strade
che partono dai nidi di ragno
qual'è stato il prezzo pagato
per chi ha scelto di andare lontano
portami ancora là
dove il vento è pronto a soffiare
a trovare ogni passo perduto
lungo il senitero dei nidi di ragno


Uomo contro uomo
il furore che cresce nel cuore
il mondo si divide e la guerra
non lascia parole
Italo sogna un futuro
dove non si dovrà più sparare
ma intanto seduto al divano
coi compagni pulisce il fucile


Quante sono le strade
che partono dai nidi di ragno
qual è stato il prezzo pagato
per chi ha scelto di andare lontano
portami ancora là
dove il vento è pronto a soffiare
a trovare ogni passo perduto
lungo il senitero dei nidi di ragno


Lungo il sentiero dei nidi di ragno
nasce la storia di questo paese
nasce dal fuoco della rivolta
dal sogno di chi non si è arreso.

12 ottobre 2011

da "Lettere luterane"


"Mi sono molte volte domandato: da dove nasce in un uomo la vocazione a governare? Che modalità ha, che necessità ha, tale vocazione? Assomiglia per caso a quella del recitare, dell’inventare, dello scrivere, del giocare al calcio ecc.? Non sono riuscito a darmi alcuna risposta. La vocazione al governare resta, di per sé, un enigma. Almeno per quanto riguarda la mia esperienza pratica e storica in Italia. Ma il governare è un fenomeno strettamente legato, anzi, incorporato, con un altro fenomeno: quello del detenere il potere. A mio avviso, dunque, la pura e semplice vocazione al governare, in Italia, almeno, non esiste: ogni vocazione infatti presuppone una qualità, un talento, senza il quale essa semplicemente non ci sarebbe se non come puro velleitarismo, subito vanificato al primo contatto con la realtà. Una vocazione che invece esiste indubbiamente in Italia, è la vocazione a detenere il potere. Cosa purtroppo resa attendibile e verificabile da tutti i vantaggi che dal detenere il potere derivano (manipolazione di molto denaro; clientele; sicari). Quindi, a quanto pare, in Italia il governare altro non sarebbe che una noiosa, sgradevole incombenza che deve assumersi chi vuole detenere il potere."

Pier Paolo Pasolini,  "Lettere Luterane", 1975



26 settembre 2011

Acciaio, Silvia Avallone

Il mare e i muri di quei casermoni, sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlano contro. Non c'era niente da fare: via Stalingrado, per chi non ci viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria.


Ho finito di leggere “Acciaio” qualche giorno fa. È un romanzo di Silvia Avallone, una ragazza giovane, laureata in Filosofia, con i capelli ricci simili ai miei. Parla di un'amicizia, che forse è anche qualcosa in più. Un'amicizia tra due ragazzine che vivono in un palazzo popolare, in via Stalingrado, vicino al mare toscano di Piombino.
Le loro giovani vite di quattordicenni sono tutt'altro che semplici, entrambe hanno pessimi padri e madri sottomesse.
Ecco, le donne di “Acciaio” sono fragili, sole, senza sogni, capaci solo di accontentarsi. La madre di Anna distribuisce volantini per Rifondazione Comunista, partecipa alle feste, legge Liberazione, ma in fondo anche lei è succube di un marito che non è poi tanto onesto. Per la figlia quattordicenne però sogna un futuro radioso, lo stesso futuro che sogna la stessa Anna: andare via e diventare qualcosa di importante. Un ministro. Un presidente. Presidente della Repubblica. Lottare per gli operai come suo fratello, Alessio, che, come molti altri giovani di Piombino, produce l'acciaio. È un lavoro duro, pesante, ma è pur sempre un lavoro onesto. Per Alessio è meglio fare l'operaio siderurgico piuttosto che il ladro come suo padre. I suoi stipendi li butta in strisce di cocaina che gli fanno apparire la vita meno dura, una volta non era dura la sua vita, una volta c'era Elena, che amava studiare. Per andare all'università aveva perso l'amore. Alessio, dopo tre anni, ancora pensa a lei, all'unica donna che abbia davvero amato.
Francesca è figlia unica ed è bellissima, bionda, alta, magra. Anche lei, come Anna, in un certo senso vorrebbe andare via, ma senza studiare, Francesca vorrebbe solo vincere Miss Italia. Dal mare di Piompino si vede l'isola d'Elba in cui né Anna né Francesca sono mai state. Per loro l'Elba, a un passo da casa, è un sogno.
La storia si snoda tra corpi scoperti, gambe lunghe, gelosie, incomprensioni, orgoglio, paure, amori. Amori vissuti, amori rifiutati, amori rimasti in sospeso. Di tanto in tanto si affaccia la storia: il crollo delle torri gemelle che sembrava fosse un film all'inizio, tutti guardano la tv senza capire, poi si rimettono a giocare a carte come prima; la crisi che significa taglio del personale, licenziamenti; le morti bianche sul lavoro.

Questo libro mi è piaciuto molto, mi è sembrata una bella storia, a tratti leggera e disinibita, a tratti dura, a tratti addirittura commovente. Magari nel 2001 Scamarcio non era ancora un idolo delle ragazzine come dice la Avallone, ma chi se ne importa, è solo un dettaglio insignificante ai fini del romanzo.
Mi è piaciuto il modo in cui sono descritti i luoghi e le persone, mi è piaciuto il non descrivere una gioventù romanzata alla Federico Moccia, mi sono piaciuti i ritratti pieni di difetti dei miei coetanei. Ragazzi di vent'anni che si drogano, consumano il loro tempo nei locali a luci rosse, diventano padri ma non vogliono fare i padri, si mettono nei guai con la giustizia, scappano, tornano, provano a migliorare, amano o vorrebbero farlo, sbagliano.
Insomma, un bellissimo libro, bellissimo anche se non ho potuto immedesimarmi né in Anna né in Francesca. A quattordici anni, infatti, non ero disinibita come loro, ero più come Lisa, una secchiona che sognava di scrivere un libro e che alle feste se ne stava in un angolo a guardare le altre ballare. E a volte, come Lisa, sono stata superficiale nel pensare che chi aveva la taglia giusta e l'altezza giusta per spiccare in mezzo alle altre non poteva avere alcun motivo per lamentarsi.

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