9 novembre 2011

la casa in collina, Cesare Pavese

Cesare Pavese è uno di quegli scrittori italiani che non sono mai arrivata a studiare a scuola. La mia prof di storia ci consigliava di leggerlo, perché secondo lei aveva scritto belle pagine sulla Resistenza italiana, così ho comprato due suoi libri, per curiosità: "La casa in collina" e "La luna e i falò", che non ho ancora letto. Protagonista de "La casa in collina" è Corrado, un uomo solo che guarda la guerra da spettatore, rifugiandosi in una tranquilla collina nei dintorni di Torino. È qui, alle Fontane, che rincontra una donna che ha amato in passato, Cate. Lei, al contrario di Corrado, non è spettatrice passiva, lei parla, ascolta, cerca di impegnarsi come può. Ha anche un figlio, Dino, che Corrado sospetta sia suo. Quando arriva l'8 settembre  nessuno capisce che cosa sta succedendo in Italia. Quella data che sembrava essere l'inizio della pace all'improvviso determina l'inizio della vera guerra, una guerra che non risparmia nemmeno la tranquilla collina. Una guerra che non risparmia nessuno. Anche Cate viene arrestata. Anche Dino si arruola con i partigiani. Solo Corrado non sa che fare, alla fine scappa e torna nella sua casa d'infanzia, ma il ritorno a casa non fa che acuire la sua crisi esistenziale.
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  Faceva strano vedere i soldati. Quando passavano in pattuglie, con la pala e il sottogola, si capiva che andavano a sterrare rifugi, a estrarre cadaveri e vivi, e si sarebbe voluto incitarli, gridargli di correre, far presto perbacco.
Non servivano ad altro, si diceva tra noi. Tanto la guerra era perduta, si sapeva.
Ma i soldati marciavano adagio, aggiravano buche, si voltavano anche loro a sogguardare le case. Passava una donna belloccia e la salutavano in coro.
Erano gli unici, i soldati, ad accorgersi che le donne esistevano ancora.
Nella città disordinata e sempre all'erta, più nessuno osservava le donne di un tempo, nessuno le seguiva, nemmeno vestite da estate, nemmeno se ridevano. Anche in questo io la guerra l'avevo prevista. Per me questo rischio era cessato da un pezzo. Se avevo ancora desideri, non avevo più illusioni.

La luna cadeva dietro le piante. Tra poche notti era piena e avrebbe inondato cielo e terra, scoperchiato Torino, portato altre bombe.

- Non sei mica fascista? - mi disse.
Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. - Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s'accontenta, è già un fascista.

Questo governo, - continuava il vecchio, - non può mica durare.
-Ma è per questo che dura. Tutti dicono “È morto” e nessuno fa niente

-Prendi me, - le dissi. - Anch'io da ragazzo studiavo le scienze. E non sono diventato nessuno.-
-Cosa dici? Tu hai la laurea, sei professore. Vorrei saper io le cose che sai.
-Esser qualcuno è un'altra cosa, - dissi piano – Non te l'immagini nemmeno. Ci vuole fortuna, coraggio, volontà. Soprattutto coraggio. Il coraggio di starsene soli come se gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai. Non spaventarsi se la gente se ne infischia. Bisogna aspettare degli anni, bisogna morire. Poi dopo morto, se hai fortuna, diventi qualcuno.

Noi eravamo ricaduti, e questa volta senza scampo, nelle mani di prima, fatte adesso più esperte e più sporche di sangue. Gli allegri padroni di ieri inferocivano, difendevano la pelle e le ultime speranze. Per noi lo scampo era soltanto nel disordine, nel crollo stesso di ogni legge. Essere preso e individuato era la morte. La pace, una pace qualsiasi, che nell'estate c'era parsa augurabile, adesso appariva una beffa.

    -Era meglio la guerra, - dicevano. Ma tutti sapevamo che la guerra era questa.

In quei giorni non moriva soltanto l'autunno.

È non pensare a questa guerra che vorresti, - disse lei. - Ma non puoi. Andammo un tratto in silenzio. Dino trottava sulla strada accanto a me. -Vorrei soltanto che finisse, - dissi. Cate alzò il capo vivamente. Non disse parola. - Si, lo so, - brontolai, - l'unico modo è non pensarci e lavorare. Come Fonso, come gli altri. Buttarsi nell'acqua per non sentire il freddo. Ma se nuotare non ti piace? Se non t'interessa arrivare di là? Tua nonna ne ha detta una giusta: chi ha la pagnotta non si muove.

Nessuno parlò della fine. Nessuno faceva più i conti col tempo. Nemmeno la vecchia. Dicevano “un altr'anno” o “l'estate ventura” come se nulla fosse stato, come se ormai la fuga, il sangue e la morte in agguato fosse il vivere normale.

Tutti vivevamo così, dietro pareti, in paura e in attesa, e ogni passo, ogni voce, ogni gesto inatteso ci prendeva alla gola.

    Mi vergognavo dei miei giorni tranquilli.

Quando una cosa comincia davvero spaventa meno perché toglie un'incertezza.

L'esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto di esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l'inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.

Quest'inverno, lo dicono tutti, nessuno avrà voglia di combattere, sarà già duro essere al mondo e aspettasi di morire in primavera.

Questa è davvero la vita dei boschi come si sogna da ragazzi. E a volte penso che soltanto l'incoscienza dei ragazzi, un'autentica, non mentita incoscienza, può consentire di vedere quel che succede e non picchiarsi il petto. Del resto gli eroi di queste valli sono tutti ragazzi, hanno lo sguardo diritto e cocciuto dei ragazzi. E se non fosse che la guerra ce la siamo covata nel cuore noialtri - noi non più giovani, noi che abbiamo detto «Venga dunque se deve venire» - anche la guerra, questa guerra, sembrerebbe una cosa pulita. Del resto, chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra - né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace.

Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo avesse sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vedere, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce - si tocca con gli occhi - che al posto dei morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.


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