26 settembre 2011

Acciaio, Silvia Avallone

Il mare e i muri di quei casermoni, sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlano contro. Non c'era niente da fare: via Stalingrado, per chi non ci viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria.


Ho finito di leggere “Acciaio” qualche giorno fa. È un romanzo di Silvia Avallone, una ragazza giovane, laureata in Filosofia, con i capelli ricci simili ai miei. Parla di un'amicizia, che forse è anche qualcosa in più. Un'amicizia tra due ragazzine che vivono in un palazzo popolare, in via Stalingrado, vicino al mare toscano di Piombino.
Le loro giovani vite di quattordicenni sono tutt'altro che semplici, entrambe hanno pessimi padri e madri sottomesse.
Ecco, le donne di “Acciaio” sono fragili, sole, senza sogni, capaci solo di accontentarsi. La madre di Anna distribuisce volantini per Rifondazione Comunista, partecipa alle feste, legge Liberazione, ma in fondo anche lei è succube di un marito che non è poi tanto onesto. Per la figlia quattordicenne però sogna un futuro radioso, lo stesso futuro che sogna la stessa Anna: andare via e diventare qualcosa di importante. Un ministro. Un presidente. Presidente della Repubblica. Lottare per gli operai come suo fratello, Alessio, che, come molti altri giovani di Piombino, produce l'acciaio. È un lavoro duro, pesante, ma è pur sempre un lavoro onesto. Per Alessio è meglio fare l'operaio siderurgico piuttosto che il ladro come suo padre. I suoi stipendi li butta in strisce di cocaina che gli fanno apparire la vita meno dura, una volta non era dura la sua vita, una volta c'era Elena, che amava studiare. Per andare all'università aveva perso l'amore. Alessio, dopo tre anni, ancora pensa a lei, all'unica donna che abbia davvero amato.
Francesca è figlia unica ed è bellissima, bionda, alta, magra. Anche lei, come Anna, in un certo senso vorrebbe andare via, ma senza studiare, Francesca vorrebbe solo vincere Miss Italia. Dal mare di Piompino si vede l'isola d'Elba in cui né Anna né Francesca sono mai state. Per loro l'Elba, a un passo da casa, è un sogno.
La storia si snoda tra corpi scoperti, gambe lunghe, gelosie, incomprensioni, orgoglio, paure, amori. Amori vissuti, amori rifiutati, amori rimasti in sospeso. Di tanto in tanto si affaccia la storia: il crollo delle torri gemelle che sembrava fosse un film all'inizio, tutti guardano la tv senza capire, poi si rimettono a giocare a carte come prima; la crisi che significa taglio del personale, licenziamenti; le morti bianche sul lavoro.

Questo libro mi è piaciuto molto, mi è sembrata una bella storia, a tratti leggera e disinibita, a tratti dura, a tratti addirittura commovente. Magari nel 2001 Scamarcio non era ancora un idolo delle ragazzine come dice la Avallone, ma chi se ne importa, è solo un dettaglio insignificante ai fini del romanzo.
Mi è piaciuto il modo in cui sono descritti i luoghi e le persone, mi è piaciuto il non descrivere una gioventù romanzata alla Federico Moccia, mi sono piaciuti i ritratti pieni di difetti dei miei coetanei. Ragazzi di vent'anni che si drogano, consumano il loro tempo nei locali a luci rosse, diventano padri ma non vogliono fare i padri, si mettono nei guai con la giustizia, scappano, tornano, provano a migliorare, amano o vorrebbero farlo, sbagliano.
Insomma, un bellissimo libro, bellissimo anche se non ho potuto immedesimarmi né in Anna né in Francesca. A quattordici anni, infatti, non ero disinibita come loro, ero più come Lisa, una secchiona che sognava di scrivere un libro e che alle feste se ne stava in un angolo a guardare le altre ballare. E a volte, come Lisa, sono stata superficiale nel pensare che chi aveva la taglia giusta e l'altezza giusta per spiccare in mezzo alle altre non poteva avere alcun motivo per lamentarsi.

16 settembre 2011

Dietro un velo d'ignoranza, Rawls


Mentre pensavo ai nostri onorevoli che fanno di tutto per non togliersi un centesimino mi è venuto in mente un filosofo politico che avevo studiato in quinto liceo, John Rawls, morto solo qualche anno fa. Ho pensato che magari aveva ragione. Per costruire una società giusta chi legifera dovrebbe fingere di non sapere che si trova in una posizione privilegiata rispetto alla maggioranza del popolo. Si, un velo d'ignoranza dovrebbe avvolgere i legislatori per farli sentire, almeno per un attimo, potenziali operai precari a rischio licenziamento con una famiglia da mantenere e un mutuo da pagare. Chissà, forse le leggi sarebbero un po' più giuste davvero.

L'idea della posizione originaria è quella di stabilire una procedura equa di modo che, quualunque siano i prncipi su cui ci si accorda, essi siano giusti. L'obiettivo è usare la nozione di giustizia procedurale pure come base della teoria. Dobbiamo in qualche modo azzerare gli effetti delle contingenze particolari che mettono in difficoltà gli uomini e li spingono a sfruttare a proprio vantaggio le circostanze naturali e sociali. A questo scopo, assumo che le parti siano situate dietro un velo di ignoranza. Le parti non sanno in che modo le deliberazioni alternative influiranno sul loro caso particolare, e sono quindi obbligate a valutare i principi di giustizia soltanto in base a considerazioni generali. (…)
Nessuno conosce il proprio posto nella società, la sua posizione di classe o il suo status sociale; lo stesso vale per la sua fortuna nella distribuzione delle doti e delle capacità naturali, la sua forza, intelligenza e simili. Inoltre, nessuno conosce la propria concezione del bene, né i particolari dei propri piani razionali di vita e neppure le proprie caratteristiche psicologiche particolar, come l'avversione al rischio o la tendenza al pessimismo o all'ottimismo. Oltre a ciò, assumo che le parti non conoscono le circostanze specifiche della loro società. Le parti sono all'oscuro anche della situazione politica ed economica, o del livello di civilizzazione o cultura che la società è stata in grado di raggiungere. Le persone nella posizione originaria non hanno informazione riguardo alla generazione cui appartengono. Queste restrizioni più ampie sulla conoscenza sono importanti soprattutto perché sorgono problemi di giustizia sociale sia tra generazioni diverse, sia all'interno di una di stessa, come ad esempio la questione (…) della conservazione dell'ambiente e delle risorse naturali.

Di J .Rawls, filosofo politico del Novecento, brano tratto da “Una teoria della giustizia”, pubblicato nel 1973.

La società è giusta dunque quando ognuno si muove senza opportunismo.
Senza etica non può esistere una vera politica né una reale giustizia: non bisogna fare scelte legate al proprio utile economico. Bisogna agire fingendo di non sapere se le nostre azioni ci porteranno delle convenienze.
Nella posizione originaria, un'ipotetica situazione in cui i partecipanti si accordano per stabilire i principi di giustizia alla base di una società giusta, le parti devono deliberare dietro un VELO D'IGNORANZA, ignorando appunto qual è il posto che ognuno avrà nella società, le proprie doti, le proprie capacità, la propria intelligenza. In questo modo si garantisce l'imparzialità delle scelte, non dettate dall'opportunismo e dagli interessi dei singoli.
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