31 dicembre 2012

Il turno di notte lo fanno le stelle, Erri De Luca


Ricordo di aver visto Erri De Luca in una puntata de Il senso della vita di Bonolis. Ricordo anche che mi era sembrato una persona affascinante. Mi ero ripromessa di leggere qualcosa di suo, avevo l'imbarazzo della scelta: di libri Erri De Luca ne scrive in quantità industriale. Chissà messi uno vicino all'altro quanto spazio occupano. Sono tutti così piccini.

Il turno di notte lo fanno le stelle è il primo ebook che ho letto, grazie a Serena che mi ha invitato
a provare. Ero un po' scettica, devo essere sincera, soprattutto perché non ho un ebook reader e avrei dovuto leggere dal computer. Per questo, come primo esperimento, ho scelto la storia più breve che avevo. È stato bello leggere un libro in mezz'ora, poco prima di andare a dormire. È stato bello arrivare alla fine di quelle poche pagine e scoprire che forse, in realtà, a quella storia non mancava proprio niente. Bisogna essere bravi per scrivere arrivando dritti al punto, senza descrizioni o giri di parole inutili. Un po' come in una poesia. Dev'essere bravo Erri De Luca. Immagino che questo sia solo il primo dei suoi libri che leggerò.

La storia è semplice e si scopre man mano che si va avanti nella lettura. All'inizio non è chiaro che cos'abbiano in comune quel Matthew e quella coppia di sposi, tre persone americane che escono dallo stesso ospedale e poi si ritrovano nello stesso rifugio sulle Dolomiti. Quello che è chiaro fin da subito è che non si tratta di un caso.
Sono lì per un voto di Matthew e della donna, entrambi hanno appena affrontato complessi interventi chirurgici: trapianto di cuore per lui e operazione a cuore aperto per lei. E lì, in quei giorni in cui si sono incontrati nella stessa stanza d'ospedale, hanno parlato dei loro desideri e più ne parlavano più diventavano forti, più diventavano veri, promesse, voti. In quella stanza d'ospedale si sono promessi che, una volta usciti da lì, avrebbero compiuto una scalata sulle Dolomiti, le montagne più belle del mondo secondo Matthew.
Ed è così che si trovano nello stesso rifugio, lui con il cuore di una giovane donna sfortunata, lei con una valvola mitralica nuova. Si arrampicano insieme mentre il marito di lei soffre di gelosia e ha paura per la salute dell'amata moglie.
E su, in cima alla montagna, rimasto ormai solo, Matthew si sdraia ad ammirare quel cielo che ha rischiato di non vedere più, quel cielo che non vedrà mai più la giovane donna che gli ha donato il cuore. 
E guarda le stelle, che illuminano ogni notte.

♥ Le frasi che ho sottolineato

28 dicembre 2012

I libri del 2012

L'ultima riga delle favole, Massimo Gramellini

Fai bei sogni aveva appena toccato le corde del mio cuore quando in libreria ho visto esposto il romanzo precedente, senza il quale, a detta dello stesso Gramellini, non ci sarebbe mai stato nemmeno quel meraviglioso libro autobiografico, uno dei libri più belli che ho letto quest'anno. Mi è sembrato naturale comprare L'ultima riga delle favole. Non avevo dubbi sul fatto che mi sarebbe piaciuto: aveva una bella copertina, un bel titolo e un autore che scrive in un modo pazzesco, per i miei gusti.
Ho letto il romanzo quest'estate e mi ha delusa. Non mi ha fatto completamente schifo, però non mi ha nemmeno conquistata. Ho sottolineato un sacco di frasi, ma alla fine della storia mi è rimasto poco in mente, a tratti l'ho trovata molto macchinosa e noiosa. Ho avuto la tentazione di chiudere il libro più volte, cosa che con Gramellini non mi succede mai.

Protagonista del romanzo è un Tòmas qualunque. Un uomo come mille altri che ha un'infinita paura di amare. Dopo un appuntamento mancato con quella che crede sia la sua anima gemella ha un brutto incidente dal quale si risveglia in uno strano posto chiamato Terme dell'anima, popolato da strani medici, da strane persone. Tòmas deve compiere un lungo percorso, per ritrovare se stesso, la fiducia in sé, per scoprire che per amare ed essere amati bisogna prima amarsi. Quella di Tòmas e Arianna è in fondo una favola moderna, dove all'ultima riga c'è il lieto fine, ma nel mezzo ci sono tre milioni di riflessioni che forse nessuna Cenerentola e nessun principe azzurro si sono mai fatti.
Quando (dopo molte peripezie) si giunge alla fine del romanzo si tira un sospiro di sollievo, L'ultima riga delle favole lascia una speranza: che ci sia del bello in ognuno di noi, che se ce l'ha fatta Tòmas a ritrovare se stesso e ad amare ce la possiamo fare tutti, perché non è il principe azzurro biondo e con gli occhi azzurri delle favole. Tòmas è un uomo qualunque, che non ha niente a che vedere con la perfezione. È uno che aveva mille paure, che conduceva un'esistenza squallida, che non aveva ancora scoperto di avere qualcosa di bello, di avere un talento. Alla fine però ce la fa, sfida la morte e comincia a vivere.
E possiamo farlo tutti, dipende solo da noi.
L'ultima riga delle favole aumenta la propria autostima.

♥ Le frasi che ho sottolineato

18 dicembre 2012

L'ultima riga delle favole [Massimo Gramellini], frasi


Ogni essere umano custodiva una buona ragione per non credere più ai sogni e sentirsi tradito dalla vita.

«Ciascun uomo si vede per come si considera. E tu ti consideri sempre troppo o troppo poco. Mai per quanto vali davvero.»

L'amore attraversa l'inguine per sfociare nel cuore.

«È impossibile che tu sia sprovvisto di talenti
«Si fidi, non ne ho.»
«Tutte le anime ne posseggono uno e vengono al mondo per farlo fruttare.»
«Evidentemente la mia aveva un difetto di fabbricazione.»
«La maggior parte degli uomini ignora di custodire il germe della propria fortuna. Lo cerca all'esterno, nelle sensazioni superficiali o in certe esperienze estreme. E, non trovandolo, finisce per condurre una vita infelice.»

Aveva imparato da qualche parte che quando un sogno ti resta incollato addosso per molto tempo significa che non è più un'illusione, ma un segnale che ti sta indicando la tua missione nella vita. Cucinare spaghetti. Fare calcoli. Riparare orologi. Ciascuno ha la sua e l'errore consiste nel credere che una sia più importante dell'altra, solo perché non tutte procurano fama e denaro.

Per sapere se un sogno è giusto bisogna prima rinnegarlo, affinché la vita te lo restituisca per sempre con una rivelazione improvvisa.

Il sesso e i soldi sono le scarpe che usiamo per camminare sulla vita... L'inganno sta nell'aver trasformato un paio di scarpe nella ragione del viaggio.

Per attrarre l'amore di un'altra persona, devi prima snidarlo dalle profondità di te stesso.

Puoi essere la storia di un vile o di un eroe, di uno che trema in fondo alla spelonca delle sue paure o che crede nell'amore capace di spostare le montagne. Scegli tu il destino che preferisci. Ma smetti di cercarlo fuori di te. [...] Tu ancora non puoi sapere dove approderai. Ma chi incomincia a cercare ciò che ama finirà sempre per amare ciò che trova. Ti metti in cammino verso Est e magari raggiungi l'Ovest. Non è importante, adesso. L'importante è mettersi in cammino. Altrimenti non arriverai da nessuna parte. E passerai il resto della tua vita a disprezzarti per ciò che avresti potuto essere e non sei stato. La meta iniziale del viaggio rappresenta solo lo stimolo per partire.

«Tu vivi chiuso in una scatola trasparente, costruita dalle tue paure. Rompila e scoprirai di essere molto più di ciò che credi. [...] Mai fidarti delle apparenze Tomàs. Il mondo che si trova al di là del vetro potrebbe arrivarti deformato. Le pareti della scatola le ha partorite la tua mente e il loro nome comincia sempre per NON. NON posso. NON ce la farò mai. NON dipende da me, la più estesa di tutte. Ma, se guardi in alto, troverai la quarta, che si chiama NON ci credere. [...] Non hai altri limiti di quelli che ti sei posto da solo.»

Per diventare libero fuori, dovrai prima imparare a esserlo dentro.

Un pensiero senza amore è un veliero senza vento. Puoi lucidarne la superficie, ammirarne le forme. Puoi persino spingerlo a fatica per qualche metro, ma non approderai da nessuna parte.

Finora sei stato un perdente. Sì, un perdente. Colui che sa soltanto ciò che non desidera. Il mondo è pieno di vivi che sembrano morti perché hanno smesso di desiderare. Ma tu puoi ancora cambiare.

Se desideri una cosa e pensi veramente di meritartela, smetti di chiederti perché gli altri non te la danno. Alzati e vai a prenderla.

«La vera scelta non è mai tra il fare una cosa e il non farla. Ma tra il farla o non farla per coraggio oppure per paura», disse ancora Noah.
Tomàs rimuginò le sue parole. Pensò a tutte le persone che stavano insieme senza amore, per paura della solitudine. E a quelle che si amavano senza stare insieme, per paura di sacrificare la libertà. Due scelte in apparenza opposte, ma che conducevano entrambe al fallimento perché generate dal medesimo impulso di vigliaccheria.

Se vuoi fare un passo in avanti, devi perdere l'equilibrio per un attimo.

Quando cerchi di diventare come ti vogliono loro, le donne non ti vogliono più.

Le disse che l'amore muore per strangolamento, ogni volta che Io soffoca Noi. [...] Le disse che l'amore muore di noia, ogni volta che Io si concentra soltanto sulle emozioni e non coltiva progetti per Noi.

Nella vita il talento è tutto...ma non conta nulla senza il carattere...pura potenzialità...se non c'è la tenacia a dargli una forma...ricorda...l'ossigeno che tiene in vita la tua anima è la volontà di realizzare i suoi sogni.

Attira la fortuna chi si rende conto di quella che ha già.

Sono grato alla mia timidezza che talvolta riesce a preservarmi dall'arroganza. Sono grato alla mia fantasia e ai libri che mi forniscono gli strumenti per allenarla.

Quando le forze dell'universo sembrano cospirare contro di noi, non lo fanno per dissuaderci dall'obiettivo, ma per renderci consapevoli della sua importanza.

Ho passato la vita a desiderare che fosse la persona giusta. Il guaio è che una persona non diventa giusta solo perché tu lo desideri.

Prima di iniziare a combattere, un guerriero deve sapere per cosa lotterà.

L'amore non condiviso evapora.

Le persone cambiano e col tempo non si corrispondono. Per rimanere insieme bisogna avere la forza e la pazienza di cambiare insieme. L'amore è una creatura. E come ogni creatura deperisce e muore, oppure evolve e si conserva.

Chi ama soltanto chi lo ama è un immaturo. Esattamente come chi ama chi non lo ama. In entrambi i casi, scappa dall'amore vero perché non ha imparato a conoscerlo dentro di .

Le azioni di un individuo producono sempre un risultato da qualche parte. E hanno un senso preciso anche quando chi le compie gliene dà un altro, oppure nessuno, dal momento che non gli è concesso di conoscere l'intero copione.

♥ I miei scarabocchi su "L'ultima riga delle favole", Massimo Gramellini

7 dicembre 2012

The help, Kathryn Stockett


È l'estate del 1962. Esattamente cinquant'anni fa una ragazza molto alta e molto intelligente, ma non particolarmente bella, torna a casa dopo essersi laureata. Lei è Skeeter Phelan e la sua casa è Jackson, in Mississipi. Lì vivono anche le amiche di una vita, quelle con cui credeva di condividere progetti e idee, amiche che, pur essendo partite insieme a lei per l'università, non si sono mai laureate perché il loro scopo era trovare un marito. E l'avevano trovato. Anche la madre di Skeeter non augura che questo a sua figlia: sposarsi. Lei però ha altri progetti, primo fra tutti quello di diventare una scrittrice.
Quando torna a Jackson, dopo aver tanto studiato, niente le sembra come prima. Non è cambiato nulla intorno a sé, forse semplicemente è cambiata lei e il suo modo di approcciarsi alla società in cui vive. Le sue amiche, Elizabeth e Hilly, sembrano non essere più le stesse. Adesso sono madri, più o meno presenti nelle vite dei figli, hanno una casa tutta loro in cui passare le giornate, hanno donne di servizio che sono mamme al posto loro.
Mae Mobley, figlia di Elizabeth, dice ad Aibileen che è lei la sua mamma. Mae Mobley è una bambina e non trova nessun motivo per cui quella donna così buona e materna non potrebbe essere sua mamma. Mae Mobley non dà importanza a un colore diverso della pelle.
Per i grandi invece quelli con la pelle nera sono di un'altra razza e per questo non hanno alcun diritto.
Ma gli anni Sessanta sono ormai arrivati, c'è Bob Dylan, c'è Martin Luther King. Sta iniziando a soffiare il vento della libertà e Skeeter ci si sente dentro. Si lascia travolgere da quell'uragano di idee giuste di integrazione e decide che il suo libro sarà di denuncia. Racconterà com'è la vita delle donne di colore che fanno le cameriere nelle case dei bianchi, allevando i loro figli. Lo racconterà non dalla prospettiva di una bianca, ma dalla prospettiva delle cameriere stesse. Per far questo però Skeeter ha bisogno di donne di colore disposte a collaborare con lei. Sa che è difficile per lei trovarle, perché è illegale anche solo che un bianco e un negro parlino per strada.
Eppure Skeeter ha la fortuna di incontrare una donna forte e coraggiosa quanto lei, Aibileen, la cameriera della sua (ex) amica Elizabeth. Aibileen è una donna ormai stanca e sola. Ha cresciuto diciassette bambini bianchi e il suo unico figlio nero è morto. Non ha più niente da perdere e forse per questo decide di ascoltare il suo cuore, di lasciarsi guidare dai suoi sogni di giustizia sociale.
Nel giro di pochi mesi Aibileen riesce a convincere anche altre cameriere a lavorare insieme a Skeeter, prima fra tutte la sua migliore amica Minny.
Ed è così, grazie a innumerevoli incontri segreti tra Skeeter e le cameriere di colore, che nasce questo libro, intitolato appunto The help, pubblicato anonimamente per non far capire che è Jackson la città di cui si parla. Le donne che hanno portato questo vento di libertà fino al Mississipi non vogliono nemmeno pensare che cosa potrebbe succedere loro se venissero scoperte. Per fortuna sono state furbe e hanno inserito la grande porcata compiuta da Minny ai danni di Hilly, grande porcata che Hilly fa di tutto per non far associare a se stessa. È la loro assicurazione sulla vita.
La vita delle donne che hanno contribuito a The help viene ugualmente stravolta dagli effetti del libro. Skeeter riceve un'importante offerta di lavoro a New York, la accetta spinta dalla stessa Aibileen e dalla sua famiglia, la accetta per lasciarsi alle spalle amiche sbagliate e un amore che non era tale. E per continuare a lottare per il suo sogno, scrivere.
Aibileen viene licenziata, Mae Mobley sarà la sua ultima bambina, perché non tornerà ad essere la cameriera di nessun'altra bianca. Anche lei realizzerà il sogno di suo figlio e verrà assunta da un giornale locale per dare consigli sulla vita domestica.
Minny finalmente trova la forza per lasciare suo marito e andare via con tutti i suoi figli. Né lei né loro prenderanno più botte da lui.

Mesi fa, in primavera, avevo visto il film tratto dal romanzo trovandolo davvero bello e toccante. Per questo poi avevo comprato il libro, lasciandolo però a lungo sulla mensola della libreria: prima di leggerlo volevo togliermi dalla testa le immagini del film.
Ho preso in mano The help per partecipare al gruppo di lettura di Una fragola al giorno e, settimana dopo settimana, mi sono proprio affezionata alle belle protagoniste femminili che, con coraggio, hanno lottato unite per la libertà. La storia è narrata in prima persona alternativamente da Skeeter, Aibileen e Minny. La cosa che davvero mi è piaciuta molto è l'aver saputo dare alle tre donne una forte caratterizzazione culturale. L'autrice cioè è stata brava nel far parlare le tre narratrici in modi completamente diversi in base al livello di cultura posseduta.
Credo che Skeeter sia uno di quei personaggi femminili che non dimenticherò mai. Me la terrò stretta stretta nel cuore per la sua capacità di non appiattirsi alla dominante mentalità borghese, per il suo modo silenzioso di coltivare i propri sogni, per il coraggio di inseguire un'uguaglianza reale, anche a discapito di tutte le certezze che aveva accumulato nel corso dei suoi ventitré anni.
Credo che mi porterò sempre nel cuore la forza e la simpatia di Minny, insieme al dolore composto di Aibileen, così sofferente eppure così attaccata alla vita. Mi ricorderò anche di Miss Celya, una bianca sopra le righe, capace di instaurare una vera amicizia con la sua domestica Minny. Perché l'amicizia non ha colore.
Fa una strana impressione pensare che solo cinquant'anni fa i neri erano trattati davvero così, senza riconoscere loro alcun diritto. Cinquant'anni dopo possiamo ben dire che quel vento della libertà che iniziava a soffiare in quegli anni Sessanta in cui è ambientato il romanzo ha portato i suoi frutti. I negri sono riusciti a passare dalla schiavitù alla Casa Bianca. Obama, secondo me, è un bel simbolo di rivincita per un popolo intero sfruttato per secoli.

♥ Le frasi che ho sottolineato

3 dicembre 2012

The Help, frasi

Quello è stato il giorno in cui tutto il mondo è diventato nero. L'aria era nera, il sole nero. Distesa nel letto guardavo i muri neri di casa mia. Minny veniva tutti i giorni per controllare che respirassi ancora. Mi portava da mangiare così non morivo. Poi dopo tre mesi ho messo il naso fuori dalla finestra, e il mondo era ancora lì. Che strano: non si era fermato perché l'aveva fatto mio figlio.

Scrivo tutte le mie preghiere dalla scuola media. Quando ho detto alla mia insegnante di seconda media che non andavo più a scuola perché dovevo aiutare la mamma, lei, Miss Ross, a momenti si è messa a piangere.
"Tu sei la più intelligente della classe, Aibileen" ha detto. "L'unico modo per mantenerti in gamba è leggere e scrivere ogni giorno."
Così, invece di dirle, ho cominciato a scriverle le preghiere. Ma nessuno me l'ha mai più detto che sono intelligente.

Non so cosa dirle: so soltanto che non glielo dico. E so che neanche lei dice quello che vuole dire, ed è strano perché nessuno dice niente eppure è come se ci parlassimo lo stesso.
[Aibileen]

Non potrò mai dire a mia madre che voglio fare la scrittrice. Per lei sarebbe solo un ulteriore elemento che mi separa dal mondo delle ragazze sposate. 

"Non si perda in banalità. Scriva cosa le dà particolarmente fastidio, soprattutto se non dà altrettanto fastidio agli altri.»
[Skeeter]

Ho voglia di gridare così forte che la piccolina riesca a sentirmi che sporco non è un colore, che le malattie non sono la parte nera della città. Voglio che non venga il giorno - e viene sempre nella vita di un bianco - in cui comincerà a pensare che quelli di colore non sono bravi come i bianchi.
[Aibileen]

Cosa succederebbe se un bianco scoprisse che io sono qui di sabato sera a parlare con Aibileen non in divisa? Chiamerebbe la polizia per denunciare un incontro sospetto? All'improvviso ne ho la certezza: ci arresterebbero, perché è così che fanno. Ci accuserebbero di aver violato la legge sull'integrazione, come si legge tutti i momenti sul giornale.

"Nessuno può richiedere a infermiere bianche di entrare in reparti o camere ove siano ricoverati maschi negri.
Per un bianco è contro la legge contrarre matrimonio con persone che non siano di razza bianca. I matrimoni che violano questa disposizione verranno annullati.
Ai parrucchieri di colore non è consentito servire donne o ragazze bianche.
L'addetto alle sepolture non può inumare persone di colore nello stesso terreno usato per persone bianche.
Scuole per bianchi e scuole per negri non possono scambiarsi i libri, che continueranno a essere usati solo dalla razza che per prima li ha avuti in dotazione."

[Skeeter]


«Siamo semplicemente due persone,e non sono molte le cose che ci separano. Molte meno di quanto si pensi.»

♥ I miei scarabocchi su The Help di Kathrin Stockett

27 novembre 2012

L'analfabeta politico, Bertold Brecht

Il peggiore analfabeta
è l’analfabeta politico.
Egli non sente, non parla,
né s’importa degli avvenimenti politici.
Egli non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina,
dell’affitto, delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.
L’analfabeta politico
è così somaro che si vanta
 e si gonfia il petto
 dicendo che odia la politica.
Non sa l’imbecille che dalla sua
ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato,
l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi,
che è il politico imbroglione,
il mafioso corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.
Bertold Brecht (1898/1956)


19 novembre 2012

Il corpo umano, frasi

Sapete come fare. Se un IED è esploso, è esploso. Se qualcuno è morto, è morto. Bisogna pensare a rimettere le cose a posto. Anche questo va ricordato. Quello che vi dimenticate è quello che vi ucciderà.

Se non sapete l'inglese, imparatelo. La sigla giusta al momento giusto vi salva la vita. Non è una guerra pulita, questa. Non è una guerra equilibrata. Voi siete i bersagli. Siete i topi in un pezzo di formaggio ammuffito. Non c'è neppure un nostro amico là fuori.

Come funziona? Arriva prima il rumore dello scoppio o la pallottola? Di sicuro l'intervallo non basta per levarsi dalla traiettoria. Ma magari è sufficiente al cervello per capire, per dire al resto del corpo è andata, sei morto.

Si perde nella disanima dei suoi pregi e difetti anatomici, come gli capitava già di fare all'epoca in cui stavano insieme, quasi l'attrazione si potesse decidere così, a tavolino, basandosi su una tabella a due colonne.

Ripensandoci, molto tempo dopo, Egitto si convincerà che il rinvenimento del primo IED fu l'istante chiave in cui i soldati videro evaporare l'illusione di una missione liscia e priva d'intoppi e si resero conto di essere finiti in un gran casino. Ovviamente, fintanto che sono lì, ognuno tiene quel pensiero per sé. Un conto è perdere d'un tratto l'ottimismo, accorgersi che non aveva alcun senso fin dall'inizio, ben altro è condividere quel presentimento. La sfiducia si propaga come un virus, nessun contingente militare può permettersela.

Volge lo sguardo fuori dal finestrino, ma non c'è nulla su cui possa posarlo, non un albero, una casa, un colore diverso da quello della roccia e della sabbia. Viene invaso da un senso di nostalgia per il paese dov'è cresciuto.

Perché ha sempre voglia di troppe cose e sempre di quelle che non può avere, di quelle passate o, peggio ancora, di quelle che non arriveranno mai? È una condanna, la sua? A vent'anni comincia a desiderare che tutte quelle voglie spariscano senza lasciare traccia. Deve pur giungere il momento in cui un uomo smette di essere diviso a metà, in cui un uomo si trova esattamente dove vuole stare.

L'esplosione che non senti è quella che ti ha già ammazzato.

Il vecchio dolore non si nasconde dietro quello nuovo. Quello nuovo sale sulle spalle del vecchio e da lì guarda più lontano.

Era davvero un amico? Di sicuro era quanto di più simile a un amico gli fosse capitato di trovare da molto tempo. Da adulti non si hanno più dei veri amici, questa è la schifosa verità. Gli anni più belli te li sei lasciati indietro e ti accontenti degli avanzi.

Dallo studio delle ossa, d'altronde, avrei imparato almeno una lezione: le fratture peggiori sono quelle che ci si procura da fermi, quando il corpo decide di andare in pezzi e lo fa, in una frazione di secondo si sbriciola in così tante schegge che dopo è impensabile ricomporlo.

♥ I miei scarabocchi su "Il corpo umano", Paolo Giordano

16 novembre 2012

Il corpo umano, Paolo Giordano

Il maresciallo René, il tenente Egitto, il colonnello Ballesio, il capitano Masiero, e poi Cederna, lo spaccone del gruppo, Ietri, quello giovane senza esperienza, Camporesi, che ha una moglie e un bimbo che l'aspettano a casa, Zampieri, l'unica donna del plotone, Mitrano, la vittima di tutti gli scherzi, Torsu, che si rifugia in un amore del tutto virtuale. Sono loro i protagonisti del nuovo romanzo di Paolo Giordano, sono loro alcuni militari del plotone destinato a una di quelle missioni di pace che tanto di pace non sono mai, sono loro che vengono spediti dallo Stato italiano nella regione afghana del Gulistan, una delle più pericolose.
Hanno la mia età quei ragazzi mandati a morire senza nemmeno un vero perché che faccia sembrare la loro morte meno ingiusta. Sono persone normali, con le loro forze, con le loro debolezze, con famiglie affettuose, con mamme invadenti, persone che per soldi, per crescere o per scappare, sono finiti lì, in mezzo al deserto, in quel posto in cui sognano di tornare un giorno con i figli, in vacanza. Perché senza guerra, senza talebani, quel posto sperduto in mezzo a una cartina geografica sarebbe anche bello, bellissimo.
Sono ragazzi come me, ragazzi qualunque che hanno scelto di indossare una divisa nella loro vita e che, per questo, magari la loro vita non ce l'avranno più. Loro lo sanno eppure non ci pensano, fanno finta di niente. Giocano, scherzano, si prendono in giro, si sfottono. Sono uomini loro, fingono di non avere paura, ma ce l'hanno. Sotto sotto temono di non rivedere l'Italia, la loro fidanzata, il loro figlio, la loro mamma.
Sanno che il rischio c'è, soprattutto durante una spedizione attraverso una valle desolata, spedizione che dovrebbe portare a casa dei camionisti afghani.
Tutti sanno che la loro vita è in pericolo, ma sono soldati e i soldati obbediscono, perciò partono a bordo dei loro lince, con calma aspettano che davanti a loro disinneschino ogni mina trovata lungo il percorso. È la prima mina, lasciata in bella vista, a far capire a René che i suoi sospetti sono fondati. Laggiù ci sono andati a morire, quella mina ne è la prova. È un avvertimento. Se continui sai che cosa succede. Loro però sono soldati, non possono tornare indietro, devono andare avanti.
L'imboscata sorprende il plotone protagonista del romanzo in una valle piena di pecore. Una camionetta salta in aria. Gli altri provano a difendersi come possono. È una carneficina. Davanti ai superstiti compaiono scene degne di un film horror, compaiono immagini che nessuno dimenticherà mai.
Alcuni tornano a casa, con pezzi propri e di altri mischiati, poiché irriconoscibili, tornano a casa avvolti da un tricolore e quello che il libro non racconta lo sappiamo già. Atterreranno a Ciampino, un pezzo importante dello Stato poggerà le mani sulle loro bare, qualcuno suonerà il silenzio. Ci saranno altri militari con gli occhi lucidi a guardare quei feretri pensando che magari la prossima volta, lì dentro, ci saranno loro. E condoglianze. E funerali di Stato. E medaglie per le mogli e i figli diventati all'improvviso vedove e orfani.
Ma lei che lo amava aspettava il ritorno / d'un soldato vivo, d'un eroe morto che ne farà / se accanto nel letto le è rimasta la gloria / d'una medaglia alla memoria. De Andrè qui ci stava bene.
Immagini già viste. Immagini che rivedremo.
Il corpo umano non si ferma qui. Prova a mandare avanti le vite degli altri, di quelli che hanno visto con i loro occhi come può andare in pezzi un uomo, e non in senso figurato. Prova a mandare avanti le vite di chi si sente in colpa per un errore e pensa che non dormirà più per il resto della sua vita, perché ogni volta che chiude gli occhi vede quei corpi umani ridotti a brandelli. Prova a mandare avanti la vita di chi è convinto che avrebbe dovuto morire al posto di un altro se solo il caso non si fosse messo in mezzo. Prova a mandare avanti la vita di chi dalla vita è sempre fuggito e forse continuerà a farlo, o forse no, dopo quello che è successo.
Le vite di quegli uomini del plotone non saranno più le stesse. Un pezzo di loro resterà per sempre inchiodato in quella valle della morte del Gulistan. Lo si capisce immediatamente, proprio dall'incipit:
Negli anni successivi alla missione, ognuno dei ragazzi s’impegnò a rendere la propria vita irriconoscibile, finché i ricordi di quell’altra, dell’esistenza di prima, non si macchiarono di una luce fasulla, artificiale, ed essi stessi non si convinsero che niente di quello che era accaduto fosse accaduto realmente, o per lo meno, non a loro.

All'inizio il romanzo mi sembrava piuttosto noioso, un po' ripetitivo, un po' scontato. Questa opinione è durata per la prima metà, durante la quale non ho fatto altro che aspettare il momento di svolta in cui qualcuno di quei ragazzi ci avrebbe lasciato le penne. Si capisce che succederà, cioè secondo me Paolo Giordano non avrebbe mai scritto un libro sulle missioni di pace (sempre tra virgolette) facendo tornare tutti sani e salvi a casa. Se questo libro doveva far riflettere, qualcuno doveva morire, magari proprio quelli che ti ispirano più dolcezza e simpatia.
Il momento di svolta del romanzo, che ho atteso per oltre cento pagine, non mi ha deluso, anzi ha bilanciato tutta la noia che avevo provato all'inizio. Paolo Giordano descrive la scena dell'imboscata in un modo pazzesco, è una descrizione vera e cruda, una descrizione che ho letto un po' a intervalli perché avevo troppi brividi e pelle d'oca.
In definitiva, un bel libro, meno bello de La solitudine dei numeri primi secondo me, ma pur sempre diverso dai soliti romanzi, perciò da leggere assolutamente.

♥ Le frasi che ho sottolineato

8 novembre 2012

Cime tempestose, Emily Bronte

Cime tempestose è uno di quei libri di cui ho sentito parlare da sempre, uno di quei libri da cui hanno tratto chissà quanti film, uno di quei libri che sapevo di dover leggere, prima o poi. L'anno scorso era con L'espresso, non mi sono fatta sfuggire l'occasione di averlo per pochi euro, non potevo perdermi un superclassico così chiacchierato e così bello, a detta di quasi tutti. Così quest'estate l'ho letto e sono stata io la prima a sorprendermi di quanto questa storia scritta quasi due secoli fa sia riuscita a prendermi completamente. Sono stata io la prima a rimanere stupita quando sono restata accartocciata sul divano fino alle due di notte per conoscere le sorti di Cathy.
Un romanzo per me bellissimo, uno dei migliori classici che ho letto.

Tutto comincia quando Mr Lockwood si trasferisce a Trushcross Grange, proprietà appartenente al misterioso signor Heathcliff, che vive in una tenuta poco distante, Wuthering Heights (Cime tempestose). Un giorno Mr Lockwood decide di andare a far visita al suo affittuario, un uomo schivo, arrogante e decisamente poco ospitale. Purtroppo c'è una forte bufera che lo costringe a passare anche la notte nella dimora del suo affittuario. È una pessima nottata la sua, popolata da sogni di fantasmi e da brutte sensazioni.
Una volta tornato a Trushcross Grange, Mr Lockwood si ammala e durante il suo periodo di riposo forzato ha la possibilità di ascoltare la storia di quel signor Heathcliff, grazie al lungo racconto di Ellen Dean, la governante.
Tutto ebbe inizio in un tempo ormai lontano, quando Wuthering Heights apparteneva al signor Earnshaw, padre di due figli: Hindley e Catherine. Sono entrambi dei bambini quando il padre, di ritorno da un viaggio a Liverpool, porta a casa un trovatello, Heathcliff appunto, che ben presto diventa il suo preferito. Hindley e Heathcliff non vanno affatto d'accordo, mentre Catherine passa tutto il tempo a giocare e a correre nei prati col nuovo arrivato, una sorta di mezzo fratellastro. Ben presto il signor Earnshaw muore e Hindley diventa il proprietario di Wuthering Heights, a quel punto costringe Heathcliff a lasciare la scuola e a lavorare come un qualunque garzone.
Nonostante le differenze tra Catherine e Heathcliff divengano sempre più radicali col passare del tempo, i due non smettono di volersi bene e di passare il proprio tempo insieme. I due sono spericolati, non hanno paura di niente, tanto che un giorno decidono di allontanarsi da casa fino ad arrivare a Trushcross Grange, qui Catherine viene morsa dal cane dei Linton, proprietari di quella tenuta. Per questo è costretta a passare lì un po' di tempo, fino alla guarigione. Durante quel periodo stringe una bella amicizia con Edgar Linton, che la ama sinceramente. Sono giorni intensi, in cui Catherine perde quell'aurea da maschiaccio che aveva avuto fino a quel momento. Quando torna a casa lei e Heathcliff non si riconoscono più. Il loro rapporto si è incrinato, forse definitivamente.
Hindley nel frattempo si sposa con Frances, che muore poco dopo la nascita del loro bimbo Hareton. Hindley è così sconvolto che inizia a bere, indebitandosi enormemente. Catherine si fidanza con Edgar Linton, anche se confessa alla governante di amare soltanto Heathcliff, che per caso si trova ad ascoltare una parte del discorso della sua amata compagna di giochi nella quale lei sembra disprezzarlo. Lui fraintende tutto e se ne va alla ricerca di fortuna.
Quando ritorna è davvero un uomo ricco, paga anche i debiti di Hindley. Catherine ormai si è sposata con Edgar e lui si consola sposando sua sorella, Isabella Linton, che non ama assolutamente. Heathcliff è arrabbiato col mondo che le ha portato via la sua Catherine e per questo diventa cattivo con tutti, con sua moglie e con Hareton soprattutto, fa crescere quest'ultimo come un animaletto, nell'ignoranza più assoluta.
Anche Catherine è molto triste, sempre più magra e malata. Muore dando alla luce una bambina, che Edgar chiamerà come lei, Cathy, prima del parto e della morte però Catherine e Heathcliff riescono a dichiararsi il loro amore, un amore viscerale, profondo, doloroso, che in fondo ha rovinato la vita di entrambi.
Dopo Catherine muore anche il fratello Hindley, Heatcliff diventa il padrone di Wuthering Heights e Hareton vive sulla sua pelle tutta la sua crudeltà. Nel frattempo la moglie Isabella, stufa dell'arroganza e della prepotenza del marito, fugge via, dando alla luce il loro bambino, che chiama Linton. Purtroppo, alla morte della madre, Linton è costretto a tornare a vivere dal padre che non lo ama affatto.
Passano gli anni, Heathcliff  ed Edgar invecchiano, mentre Hareton, Cathy e Linton crescono. Un giorno Cathy si allontana un po' troppo durante una delle sue passeggiate, arrivando a superare il limite che suo padre le aveva imposto di non oltrepassare. Spinta dalla curiosità arriva fino a Wuthering Heights, dove conosce Linton (sempre malaticcio, viziato e decisamente delicato), Hareton (un ragazzone forte e robusto, ma completamente ignorante) e il signor Heathcliff. Lei non sapeva della loro esistenza, perciò è curiosa di conoscere le storie di quei parenti che non sapeva di avere. Heathcliff fa di tutto per facilitare un matrimonio tra Cathy e Linton, matrimonio che deve avvenire prima della morte di Edgar in modo che Trushcross Grange possa essere ereditata da Linton e poi, dopo la sua morte, possa passare direttamente a lui. Cathy non ama Linton, lo trova simpatico, ma troppo debole e malato per i suoi gusti, eppure è costretta ad accettare quel matrimonio imposto da Heatcliff se vuole rivedere suo padre in fin di vita.
Tutto procede secondo i piani del perfido signor Heathcliff. Linton presto muore e lui si trova ad essere il padrone sia di Wuthering Heights sia di Trushcross Grange. Catherine vive infelicemente, rimasta ormai senza alcun affetto, trattata come una governante qualsiasi. Hareton è l'unico coetaneo che ha, ma lei ride di lui perché non ha cultura e non sa nemmeno leggere e scrivere.
Hareton prova un sincero affetto per la giovane Cathy, ne è segretamente innamorato e per lei inizia di nascosto a imparare a leggere. Quando lei lo scopre decide di aiutarlo. I due passano sempre più tempo insieme, anche Cathy scopre piacevole la compagnia di Hareton.
Heathcliff si accorge del feeling nascente, ma ormai è troppo vecchio e stanco per far del male ancora a qualcuno, così li lascia fare.
Dopo alcuni giorni passati a delirare e a dire di vedere il fantasma di Catherine camminare in casa loro, Heathcliff muore.
La leggenda narra che dopo la morte i fantasmi di quei due innamorati sfortunati passino il tempo insieme, a passeggiare per le brughiere inglesi. E finisce così: con Cathy e Hareton che si sposano e finalmente possono essere felici e i fantasmi di Heathcliff e Catherine di nuovo insieme, come da bambini, stavolta per sempre.
Mr Lockwood però ai fantasmi non ci crede mica.

6 novembre 2012

Cime tempestose, frasi

Le persone orgogliose si coltivano le proprie pene.

Non si dovrebbe rimanere a letto fino alle dieci. Già prima di quell'ora il meglio della mattinata è andato. Chi non ha fatto metà del proprio lavoro quotidiano entro le dieci corre il rischio di lasciare incompiuta anche l'altra metà.

Nella mia vita ho fatto sogni che poi sono rimasti sempre dentro di me, e hanno cambiato le mie idee; sono diventati tutt'uno con me, come il vino con l'acqua, e hanno alterato il colore della mia mente.

- Sarebbe un'umiliazione sposare Heathcliff adesso, quindi lui non saprà mai quanto lo amo; e non perché sia bello, Nelly, ma perché lui è me più di quanto lo sia io stessa. Quale che sia la sostanza delle nostre anime, la sua e la mia sono identiche, e quella di Linton è tanto diversa quanto un raggio di luna dal fulmine, o il gelo dal fuoco.

A che servirebbe essere stata creata se fossi tutta contenuta qui? Le mie grandi pene a questo mondo sono state le pene di Heathcliff, e io le ho osservate e provate tutte fin dall'inizio; il mio grande pensiero nella vita è lui. Se tutto il resto perisse, e lui rimanesse, io continuerei a esistere; e se tutto il resto rimanesse, e lui fosse annientato, l'universo mi diventerebbe totalmente estraneo. Io non sembrerei farne parte. Il mio amore per Linton è come le fronde di un bosco. Il tempo le cambierà, ne sono consapevole, come l'inverno cambia gli alberi...il mio amore per Heathcliff somiglia all'eterna roccia sottostante...fonte di scarsa gioia visibile, ma necessaria.

- Perché hai tradito il tuo cuore, Cathy? Non ho una sola parola di conforto per te, ti meriti tutto questo. Sei stata tu a uccidere te stessa. Sì, puoi anche baciarmi, e piangere, ed estorcermi baci e lacrime. Ti distruggeranno, saranno la tua dannazione. Tu mi amavi...dunque che diritto avevi di lasciarmi? Che diritto - rispondimi - per la misera infatuazione che provavi per Linton? Perché né la miseria, né il degrado, né la morte, né null'altro che Dio o Satana avesse potuto infliggerci ci avrebbe separati, ma tu, di tua volontà, l'hai fatto. Non ti ho spezzato io il cuore - te lo sei spezzato tu stessa - e così facendo hai spezzato il mio.

-Gli voglio bene più che a me stessa, Ellen; e ti dirò che cosa me ne dà la consapevolezza: ogni sera prego di sopravvivergli, perché preferirei essere infelice io piuttosto che lui. Questa è la dimostrazione che gli voglio bene più che a me stessa.

Ognuno di noi ha dovuto cominciare, incespicando e barcollando sulla soglia, e se i nostri insegnanti ci avessero scherniti anziché aiutarci, continueremmo ancora oggi a incespicare e a barcollare.


♥ I miei scarabocchi su "Cime tempestose", Emily Bronte

25 ottobre 2012

Indiscrete domande letterarie

Leggendo il blog di Noemi ho trovato un test letterario e, visto che non avevo molto da fare, ho deciso di rispondere anch'io a queste domande libresche.

1) Come scegli i libri da leggere? Ti fai influenzare dalle recensioni?
Le recensioni mi influenzano, sì, soprattutto da quando ho un blog e ne leggo tante. Mi piace l'idea che a parlare di libri siano persone normali come me, non pagate per farlo, pertanto libere di esprimere i loro giudizi. Appunto i titoli dei libri che mi colpiscono leggendo le recensioni, poi faccio un giro in libreria e magari esco con tutt'altro. Così la lista dei libri da leggere si allunga a dismisura.

2) Dove compri i libri: in libreria o online?
Mai online. Compro i libri principalmente in libreria, ma anche nei supermercati, dove sono leggermente scontati.

3) Aspetti di finire la lettura di un libro prima di acquistarne un altro oppure hai una scorta?
Questo è quello che dovrei fare e che puntualmente non faccio mai. Ho perso il conto dei libri che ho comprato e che aspettano di essere letti.

4) Di solito quando leggi?
Ci sono periodi in cui leggo in ogni momento che posso, anche due minuti dopo pranzo, fino a tardi la notte, al bagno, fuori. Ovunque. Il momento in cui preferisco leggere è senz'altro prima di dormire, quando nessuno mi disturba e c'è silenzio tutt'intorno. L'unico inconveniente è che se poi la storia mi piace fatico a spegnere la luce e ad addormentarmi.

5) Ti fai influenzare dal numero delle pagine quando compri un libro?
Purtroppo sì. È un problema che voglio superare però.

6) Genere preferito?
Mi piacciono i romanzi, soprattutto quelli che attraverso le vite di persone normali fanno conoscere un certo periodo storico.

7) Hai un autore preferito?
Non credo. Mi piacciono il modo di scrivere della Mazzantini, le storie di Khaled Hosseini, i pensieri di Pasolini. Mi piace variare per poi, magari, tornarci sopra in un secondo momento.

8) Quando è iniziata la tua passione per la lettura?
Da piccina leggevo molto, poi durante gli anni del liceo, complice una prof di italiano che proprio non riusciva a stuzzicare la mia attenzione, ho letto molto meno. Solo nell'ultimo anno ho davvero ripreso in mano i libri. Adesso la lettura è tornata a essere esclusivamente un piacere.

9) Presti libri?
Poco e solo a persone fidate.

10) Leggi un libro alla volta oppure riesci a leggerne diversi insieme?
Preferisco leggere un libro alla volta, più di due comunque non riesco a leggerne, anche perché c'è sempre uno dei due che mi prende di più e che voglio finire prima.

11) I tuoi amici/famigliari leggono?
Le mie due amiche leggono sì, i miei famigliari non molto. Il mio babbo non legge mai, la mia mamma legge i libri che le passo io, quelli che mi piacciono di più.

12) Quanto ci metti mediamente a leggere un libro?
Dipende. Se il libro mi piace lo leggo in fretta a costo di non fare altro ogni minuto libero che ho.

13) Quando vedi una persona che legge (ad esempio sui mezzi pubblici) ti metti immediatamente a sbirciare il titolo del suo libro?
Ovviamente sì! Sono curiosa!

14) Se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti e potessi salvarne uno soltanto quale sarebbe?
La domanda è complicata, non poco. Alla fine credo che terrei con me Se questo è un uomo, di Primo Levi. Perché non vorrei correre il rischio di dimenticare.

15) Perché ti piace leggere?
Non lo so. Forse perché leggendo posso vivere altre mille vite oltre all'unica vita reale che ho. Perché amo le parole. Perché ogni storia racchiude un pezzo di me. Perché ogni libro può darmi risposte improvvise.

16) Leggi libri in prestito (da amici o dalla biblioteca) o solo libri che possiedi?
Ultimamente i libri che leggo tendo a comprarli, perché mi piace vederli sui miei scaffali, sempre a portata di mano.

17) Qual è il libro che non sei mai riuscito a finire?
Il secolo breve di Eric Hobsbawm. L'ho iniziato quando andavo a scuola senza riuscire a superare la prima guerra mondiale.

18) Hai mai comprato un libro solo perché aveva una bella copertina, e cosa ti attrae nella copertina di un libro?
La copertina mi attrae, sì, però non basta da sola per farmi comprare un libro. Mi ha colpita molto quella di Bianca come il latte rossa come il sangue di Alessandro D'Avenia, mi sono innamorata di quella di Olivia ovvero la lista dei sogni possibili di Paola Calvetti. Quello che alla fine però mi resta dentro va ben oltre una bella copertina.

19) C'è una casa editrice che ami particolarmente, e perché?
Non saprei, non faccio caso alla casa editrice.

20) Porti i libri dappertutto (ad esempio in spiaggia o sui mezzi pubblici) o li tieni "al sicuro" dentro casa?
I miei libri sono assidui frequentatori delle mie borse. Sospetto che forse è anche per questa mia abitudine di portarmi sempre i libri dietro che non prendo mai quelli troppo grandi, che sarebbero costretti a stare a casa.

21) Qual è il libro che ti hanno regalato che hai gradito maggiormente?
Credo Il quaderno di Maya di Isabel Allende.

22) Come scegli un libro da regalare?
Se regalo un libro è perché magari è di un autore che so che il destinatario apprezza oppure perché io il libro l'ho già letto e penso sia adatto a una certa persona, a una certa situazione.

23) La tua libreria è ordinata secondo un criterio o tieni i libri in ordine sparso?
I miei libri sono ordinati per autore in ordine alfabetico.

24) Quando leggi un libro che ha delle note, le leggi o le salti?
Le salto se non sono indispensabili.

25) Leggi eventuali introduzioni, prefazioni e postfazioni dei libri o le salti?
Se il libro mi è piaciuto leggo tutto alla fine, se non mi è piaciuto non leggo niente.
post-it scarabocchiati

17 ottobre 2012

Un giorno questo dolore ti sarà utile, frasi

Purtroppo non sono mai stato bravo in matematica; i numeri non mi interessano, non mi sembrano reali quanto le parole.

«È che non voglio andare all'università».
«Ma perché?».
«Perché penso che sia una perdita di tempo».
«Una perdita di tempo! L'università?»
«Sì» ho detto. «Almeno per me. Sono sicuro di poter imparare tutto quello che voglio leggendo i libri che mi interessano. Non vedo perché devo passare quattro anni - quattro anni molto costosi - a imparare un mucchio di cose di cui non mi importa niente e che quindi dimenticherò presto, solo per conformarmi a una norma sociale. E poi non sopporto l'idea di passare quattro anni a stretto contatto con gli studenti universitari. Tremo solo all'idea.»

Il problema principale era che non mi piace la gente, e in particolare non mi piacciono i miei coetanei, cioè quelli che popolano l'università. Ci andrei volentieri se ci studiassero persone più grandi. Non sono uno psicopatico (anche se non credo che gli psicopatici si definiscano tali), è solo che non mi diverto a stare con gli altri. Le persone, almeno per quel che ho visto fino adesso, non si dicono granché di interessante. Parlano delle loro vite, e le loro vite non sono interessanti. Quindi mi secco. Secondo me bisognerebbe parlare solo se si ha da dire qualcosa di interessante o di necessario.

Io mi sento me stesso solamente quando sono solo. Il rapporto con gli altri non mi viene naturale: mi richiede uno sforzo.

Io odio la Cappella Sistina. Odio che Michelangelo abbia sprecato il suo talento per arruffianarsi la chiesa cattolica.

La gente pensa che se riesce a dimostrare di aver ragione l'altro cambierà idea, ma non è così.

«Perché non ci vuoi andare (all'università)?»
Era la terza persona in tre giorni che mi faceva la stessa domanda, e sapevo sempre meno cosa rispondere. La nonna ha aspettato pazientemente, fingendo che sul tavolo ci fossero delle briciole da togliere.
Dopo un po' ho detto: «È difficile spiegare perché non ci voglio andare, posso solo dire che non c'è niente che mi attiri. Non voglio ritrovarmi in quell'ambiente. Ho passato tutta la vita coi miei coetanei e non mi piacciono granché, o forse non mi pare di avere molto in comune con loro. Per imparare mi basta leggere, che in pratica è quello che si fa all'università, e penso di poterlo fare per conto mio, senza sprecare tutti quei soldi. Potrei spenderli meglio, per cose più adatte a me.»
«Ad esempio?» mi ha chiesto.
Non ho risposto perché per un istante mi è balenato che non volevo andare all'università anche per non affrontare i cambiamenti. (...)
«Cos'è che vorresti fare?» mi ha chiesto.
«Vorrei comprarmi una casa» ho detto «Una casetta nel Midwest» (...)
«E in quella casa, cosa faresti?»
«Leggerei. Leggerei tanto, tutti i libri che ho sempre voluto leggere ma non ho potuto perché dovevo andare a scuola, e poi mi troverei un lavoro, ad esempio in una biblioteca o come portiere di notte o roba del genere, e imparerei un mestiere - come il rilegatore, il falegname, il tessitore -, e creerei degli oggetti, degli oggetti belli, e mi occuperei della casa e del giardino».

Odio quando qualcuno dice «Capisco». Non significa nulla ed è vagamente aggressivo. Ogni volta che lo sento in realtà mi suona come un «Vaffanculo».

Le persone felici cucinano bene e creano cose eleganti. Chi è felice non ha voglia di mangiare carne in scatola e frattaglie tritate. Ha voglia di mettere un  vestito che gli doni, non scarpe vecchie e golfoni. Forse lo stato d'animo non influisce sul clima, ma non è detto.

Credo che nel mio cervello ci sia una specie di setaccio che impedisce un rapido (e tanto meno simultaneo) travaso dei pensieri in parole. Un po' come il filtro nello scarico della vasca da bagno; c'è qualcosa che trattiene i miei pensieri nel cervello, e così bisogna cavarli a forza, come quegli schifosi grovigli di capelli bagnati.

Sembrava che tutti fossero in grado di accoppiarsi, di unire le proprie parti in modi piacevoli e fecondi, ma nella mia anatomia e nella mia psiche c'era qualcosa di impercettibilmente diverso e che mi divideva in modo irrevocabile dagli altri.

Ecco un'altra ragione per cui non voglio andare all'università: non voglio essere uno appena laureato che si dà un sacco di arie per il suo primo «lavoro vero», sbandierando un potere che non ha e credendo che fra un anno o due dirigerà Vogue o Vanity Fair.

Abbiamo visto un uomo e una donna, giovani (...), camminavano un po' staccati (...). Tutti e due tenevano a freno lo stesso sorriso esulante e ero sicuro che il loro era un amore appena nato. Magari si erano innamorati cenando nel giardino di un ristorante o a un tavolino sul marciapiede, magari non si erano ancora dati il primo bacio e camminavano un po' staccati perché pensavano di avere tutta la vita davanti per camminare vicino, per toccarsi, e volevano gustare quel momento prima di toccarsi il più a lungo possibile.

Quasi tutti pensano che le cose non siano vere finché non sono state dette, che sia la comunicazione, non il pensiero a dargli legittimità. È per questo che la gente vuole sempre che gli si dica «Ti amo, ti voglio bene». Per me è il contrario: i pensieri sono più veri quando vengono pensati, esprimerli li distorce o li diluisce, la cosa migliore è che restino nell'hangar buio della mente, nel suo clima controllato, perché l'aria e la luce possono alterarli come una pellicola esposta accidentalmente.


Non ha senso entrare in contatto così con una persona e poi andare via. Non lo capisco. Lo strano è che io sono un asociale, ma quando entro in contatto con uno sconosciuto – anche se si tratta solo di un sorriso o di un cenno con la mano, che non credo sia considerato un vero contatto ma per me lo è – mi sembra che dopo non possiamo andarcene ognuno per la sua strada come se niente fosse. (...) Immagino la sua vita come una piramide, un iceberg di cui vedo solo la punta, la punta minuscola, ma sotto la superficie la piramide si allarga, si allarga verso il basso e nel passato, sempre più indietro, tutta la vita gli sta sotto, gli sta dentro, le mille cose che gli sono successe, e il risultato è quel momento, quel secondo in cui mi ha sorriso. (…) Credo che sia questo a farmi paura: la casualità di tutto. Persone che per te potrebbero essere importanti, ti passano accanto e se ne vanno. E tu fai altrettanto. Come si fa a saperlo? (…) Andandomene mi sembrava di abbandonarlo, di passar la vita, giorno dopo giorno, a abbandonare la gente.

«Sono sicura che troverai qualcosa di adatto a te, James. Le cose si metteranno a posto da sole, vedrai. (…) E se per te andare all'università fosse proprio uno sbaglio, se effettivamente non dovesse piacerti come temi, beh, Non sarà stata un'esperienza sprecata. A volte le brutte esperienze aiutano, servono a chiarire che cosa dobbiamo fare davvero. Forse ti sembro troppo ottimista, ma io penso che le persone che fanno solo belle esperienze non siano molto interessanti. Possono essere appagate, e magari a modo loro anche felici, ma non sono molto profonde. Ora la tua ti può sembrare una sciagura che ti complica la vita, ma sai... godersi i momenti felici è facile. Non che la felicità sia necessariamente semplice. Io non credo, però, che la tua vita sarà così, e sono convinta che proprio per questo tu sarai una persona migliore. Il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti. Devi considerarli un dono - un dono crudele, ma pur sempre un dono.»

Ho solo diciotto anni. Come faccio a sapere cosa vorrò nella vita?



16 ottobre 2012

Un giorno questo dolore ti sarà utile, Peter Cameron

Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane. Un giorno questo dolore ti sarà utile mi ha fatto tornare in mente questa citazione di Italo Calvino, tratta da Il visconte dimezzato. Me l'ha fatta tornare in mente perché così è James Sveck, protagonista del romanzo di Peter Cameron: giovane e incompleto. James è asociale, schivo, timoroso, confuso, indeciso, incompreso, incomprensibile, ma ha solo 18 anni. 

18 anni sono pochi, anche se sembrano tanti perché li si aspetta a lungo. 18 anni sono una meta e un punto da cui ripartire. A 18 anni si può scegliere che cosa fare da grandi. James pensa di sapere quello che vuole: non un posto alla Brown, ma una casa nel Midwest dove vivere in completa solitudine passando il tempo a leggere. James non ama la gente, lui si sente se stesso solo quando è solo. Odia i suoi coetanei, quei coetanei che riempiranno le università, anche la Brown. È perché ci sono loro che non vuole esserci lui, all'università. Sono superficiali, al contrario suo. Lui è un diciottenne colto, che ama perdersi tra le parole di Shakespeare e Trollope. Lui ama parlare bene, rispettare le regole linguistiche, usare il congiuntivo. Non come gli altri.
Vive con la sorella Gillian, lampante esempio di quello che James non apprezza nei suoi coetanei, con il cane Mirò e con la madre gallerista, che è appena tornata a casa dopo tre giorni di viaggio di nozze, terminato in anticipo con la separazione dei novelli sposi. I genitori di James sono divorziati, la madre ha già provato più di una volta a risposarsi, fallendo sempre, mentre il padre, un importante avvocato di New York, sta per operarsi per un intervento di lifting facciale, per eliminare le borse sotto agli occhi e cercare di ritrovare quella gioventù che se ne è andata.
Sono divorziati, ma sono ancora genitori e per quel loro figlio sono preoccupati. Lo vedono sempre triste, sempre arrabbiato, sempre solo, per questo lo mandano da una psichiatra, la dottoressa Adler che proverà a fargli tirare fuori i suoi malesseri e i suoi timori. 
A lei James riesce a raccontare quello che ha fatto mesi prima, quando ha fatto perdere le sue tracce per due giorni. Eppure non si fida. Non si lascia andare a confidenze, nemmeno con lei.
Oltre al cane ci sono solo due persone con cui James ama stare: la nonna e John, un giovane uomo omosessuale e di colore che lavora nella galleria della madre. È intelligente, interessante, James lo considera un amico, ma è sua nonna a usare, così senza preavviso, la parola giusta per il sentimento che James prova per John: amore. E l'amore fa fare stupidaggini. L'amore non fa capire a James che quello che per lui è uno scherzo innocente, per l'altro può diventare l'ennesima delusione. 
È gay James, ma non lo dice a suo padre quando glielo chiede durante un pranzo a bruciapelo, non lo dice a nessuno. Non c'è bisogno di dirlo. 
Così, mentre Gillian vive tra alti e bassi la sua storia d'amore clandestina con un professore universitario, mentre il padre si dedica al lifting, mentre la madre ritorna alla sua galleria deserta, mentre John lo perdona, James muove i primi passi alla Brown, con stretto nel cuore il ricordo della nonna che ha tanto amato. È ancora pieno di dubbi, di problemi, di chissà che ci faccio qui, ma forse tutto questo è assolutamente normale, perché James non è solo un disadattato, è anche un diciottenne. 

Un libro può inaspettatamente trasformarsi in una macchina del tempo, può capitarti tra le mani al supermercato senza che tu lo abbia cercato, può finire nel tuo cestino rosso della spesa insieme a mozzarelle e cioccolato, può catapultarsi nella tua borsa, farti compagnia sotto le coperte, fino a riportarti lì, in quegli anni confusi, di scelte prese senza l'appoggio di nessuno, di notti passate a pensare. Leggendo questo libro sono tornata indietro, fino ai miei diciotto anni, che fino a quando non li vivi pensi che saranno fantastici e vissuti da grandi, ma quando li hai superati e ti volti indietro capisci che grande non lo eri affatto. Capisci che, come James, avevi mille paure e una famiglia in cui non stavi bene e sogni irreali di mete lontane.
Ogni giorno che passa mi rendo più conto che il titolo di questo romanzo così carino, così intimo e sofferto, è sincero. Un giorno quel dolore ci sarà utile. Un giorno ci scopriremo più forti, più grandi, con un cuore rattoppato e lacrime asciugate al sole. Perché, ne sono sicura, per diventare grandi bisogna soffrire un po'.
Avrei tanto voluto che la giornata fosse tutta come la colazione, quando le persone sono ancora sintonizzate sui loro sogni e non è previsto che debbano affrontare il mondo esterno. Mi sono reso conto che io sono sempre così; per me non arriva mai il momento in cui, dopo una tazza di caffè o una doccia, mi sento improvvisamente pieno di vita, sveglio e in sintonia col mondo. Se si fosse sempre a colazione, io sarei a posto.

 ♥ Le frasi che ho sottolineato

9 ottobre 2012

Odio gli indifferenti, Antonio Gramsci

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani" . Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiareIndifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti.
Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia farelascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignoraperché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Antonio Gramsci (1891 - 1937)
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
   

4 ottobre 2012

Le ho mai raccontato del vento del Nord, frasi


Dove dovrebbe portarci tutto ciò? Là dove ci porterà. E se non dovesse portarci fin là, allora non doveva portarci fin là. Quindi ci porterà senz'altro là dove deve portarci.

Si cerca un'avventura quando non se ne vive una.

Penso spesso a lei, al mattino, a mezzodì, di sera, di notte, negli intermezzi, appena prima e appena dopo...e anche durante.

Scrivere è come baciare, solo senza labbra. Scrivere è baciare con la mente.

Capita sempre quello che si vuole che capiti.

Cara Emmi, per favore, quando intende riferirsi a ME non dica più "vostri". Sono troppo singolare per lasciarmi investire di una forma forfetaria, attribuita perlopiù con perfidia. Eviti di credere che quello che vale per gli altri vale anche per me!

Caro Leo, non posso più rinunciare a lei: lei mi accetta per quella che sono. A volte mi frena, alcune cose le ignora, altre non le manda giù. Ma la perseveranza con cui mi resta accanto è la dimostrazione che posso essere me stessa.

Non so se lei è come quello che scrive. Ma anche se ne fosse solo un pezzetto, sarebbe già un pezzetto molto speciale.

Quando non funziona né il con né il senza, non resta che una possibilità: l'invece! Leo, le serve un'altra. Deve innamorarsi di nuovo. Solo così saprà che cosa le è mancato tutto questo tempo. La vicinanza non è la sospensione della distanza, bensì il suo superamento.

Ogni volta che ricevo una sua e-mail, mi batte forte il cuore. Mi succede oggi come ieri, come sette mesi fa.

- Buona notte. Io sono molto innamorata di lei. Ho paura del nostro incontro. Non posso e non voglio pensare che poi la perderò. Con amore, Emmi.
- Non si dovrebbe pensare di "perdere" qualcosa. Se lo si pensa, lo si è perso già. Buona notte, amore mio.

Spesso, strada facendo spuntano possibilità escluse in partenza.

 I miei scarabocchi su "Le ho mai raccontato del vento del nord" di Daniel Glattauer.

3 ottobre 2012

Le ho mai raccontato del vento del Nord, Daniel Glattauer

Un errore e la vita di due persone cambia. Emmi aveva una felice vita coniugale quando, per disdire l'abbonamento a una rivista, sbaglia una lettera nell'indirizzo email del destinatario. E sbaglia una volta, due volte, tre volte. Alla fine il destinatario non voluto, un certo Leo Leike, le risponde facendole notare l'errore.
Quello sbaglio di Emmi è la scintilla che fa scattare una lunga corrispondenza tra i due, lunga un paio d'anni. Emmi e Leo si mandano un numero spropositato di email al giorno, parlano di tutto e di niente. I loro pensieri e le loro emozioni fluiscono attraverso le parole, ma in realtà non si conoscono. Emmi sa come scrive Leo, sa che se baciasse come scrive si farebbe baciare volentieri da lui. Sa che Leo studia come il linguaggio delle email si lega ai sentimenti. Sa che Leo è un uomo "solo", appena uscito da una storia d'amore piuttosto tormentata. Leo sa che Emmi è sposata e che lo è felicemente, come dice lei.
Emmi non sa che faccia ha Leo, non sa com'è il suo sorriso o come sono le sue mani. Leo non sa se Emmi è bionda o mora, se ha il seno grande oppure no.
La loro corrispondenza continua per mesi e anni, alternando fasi in cui uno dei due vorrebbe incontrare l'altro, ma l'altro, ovviamente, no. Perciò Emmi e Leo continuano a scriversi, senza mai vedersi. Col passare del tempo però quella che era una bella, e strana, amicizia diventa qualcosa di molto più simile a un amore forse, sicuramente a un'attrazione. Emmi è gelosa delle donne che incontra Leo e Leo continua a chiederle del suo matrimonio, se va ancora tutto bene oppure no. E perché se va tutto bene lei ha bisogno di scrivere continuamente a lui?
Passa il tempo, Emmi si rifugia in questa corrispondenza che le tiene la mente occupata e l'allontana da suo marito e dai suoi due figli ereditati, Leo vorrebbe di più da lei, ma dentro di sé sa che non ci sarà mai storia tra loro due, niente di reale. Niente di vero. Soprattutto niente di duraturo. È per questo, per staccarsi da lei, verso cui ormai prova una vera e propria dannosissima dipendenza, che decide di accettare un lavoro a Boston, al di là dell'oceano, e di chiudere la sua casella di posta elettronica. Per archiviare questa corrispondenza. Per dimenticare Emmi e il suo modo, così eccitante, di scrivere.
Decidono di darsi un'ultima possibilità. Un primo e ultimo incontro, per guardarsi in faccia e dirsi addio. Sono passate 190 pagine di email e finalmente Emmi e Leo si incontreranno. Quello che succederà è evidente. Emmi ha voglia di Leo e Leo ha palesemente voglia di Emmi. Sarà un addio passionale, il loro. Una notte insieme e poi neanche più un'email.
In realtà non ci sarà nessun incontro. Emmi sta per uscire di casa quando capisce che suo marito sa tutto di questo suo gioco, di tutte le email, di Leo. Emmi si sente gelare e decide di non andare. Leo elimina il suo indirizzo email.
Tra i due è finita.

Il romanzo è carino, scorre via in fretta, in un crescendo di emozioni che pagina dopo pagina, email dopo email, diventano sempre più intime e piene di attrazione reciproca, anche se talvolta negata e ignorata. L'unico tasto dolente, per il mio gusto personale, è il finale. Emmi e Leo non si incontrano mai. Io stavo aspettando da centinaia di pagine il momento in cui avrebbero incrociato gli sguardi, il momento in cui si sarebbero sorrisi e baciati e avrebbero dato sfogo a tutta la loro voglia di vedersi e stringersi. Invece niente. La storia termina con un punto messo da Leo che, giustamente, capisce che è sbagliato vivere ossessionato dal pensiero di una donna che non sa nemmeno che faccia ha.
Per quanto mi riguarda è un finale in sospeso. Possibile che si possa tagliare di punto in bianco il legame con una persona che abbiamo frequentato quotidianamente per anni, anche se solo virtualmente? Emmi davvero ha questa felice vita coniugale che dipinge? Non le manca forse qualcosa? Non le mancherà Leo ora che non c'è più nemmeno tra le sue email ricevute? E Leo saprà sul serio dimenticare Emmi e Vienna e ricominciare oltre l'Atlantico?

Per fortuna ho scoperto che, dopo il successo inaspettato di questo romanzo, Daniel Glattauer ne ha scritto il seguito, intitolato La settima onda. Devo trovarlo e leggerlo. Devo sapere che cosa succede oltre le 191 pagine di Le ho raccontato del vento del Nord.

30 settembre 2012

Olivia ovvero la lista dei sogni possibili, frasi

Quando piangi, piangi e non c'è verso di "pensare positivo", visualizzare un paesaggio di pace, improvvisare esercizi di training autogeno che, dopo un trauma, evidentemente non danno l'effetto promesso dai manuali e dalle maestre di yoga.

Ci sono storie dappertutto, basta saperle ascoltare. Forse non sono buone storie, ma sono vere. E non devono necessariamente avere il lieto fine.


È probabile che io debba un timido miglioramento dell'umore alla cioccolata che, prima di raggiungere lo stomaco, ha deviato verso sinistra inondando il mio cuore come una lava gentile.


Il CV (curriculum vitae).

Il CVD, Come Volevasi Dimostrare (sei un foglio inutile).
Lo tengo tra le dita come una reliquia, un memento, un "lei non sa chi sono io" e a dire il vero nemmeno io me lo ricordo, dunque questo foglio serve a rinvigorire la mia esile autostima. A scorrerlo con un filo d'onestà, è soltanto una radiografia imperfetta che tralascia ciò che conta davvero: gli incontri che mi hanno segnata, gli amori veri e quelli che credevo lo fossero, le persone che mi mancano, quelle che hanno smesso di mancarmi, gli amici, gli insensibili che ho incrociato senza rendermi conto di quanto fossero senza cuore, le persone che amo e non ho fatto in tempo ad abbracciare.

Il motto della nonna era: "Formula ogni giorno almeno un pensiero buono e, quando ti senti trascurata, mandati una cartolina".


«L'infelicità» sussurrava la nonna come a svelarmi uno dei suoi segreti «è non avere abbastanza desideri.»


Per quanto tentiamo di andare avanti, per quanto sia forte la tentazione di non guardare indietro, il passato torna sempre a morderci il sedere.


Quando non so che pesci pigliare o sono troppo confusa, chiudo gli occhi, faccio dei lunghi respiri, visualizzo un'immagine qualsiasi  mi addormento talmente in fretta che non ho tempo di accorgermi di com'è bello essere così stanca da non riuscire nemmeno a preoccuparmi per qualcosa a cui tengo troppo.


Nemmeno adesso che ho davanti uno sconfinato oceano di possibilità, saprei dire cosa esattamente vorrei fare da grande. Non ho mai avuto una vocazione precisa, né mi immaginavo nei panni di qualcuno in particolare, quindi, per quella pigrizia scambiata per duttile predisposizione caratteriale, dopo le scuole medie non ho fatto tante storie quando i miei genitori hanno deciso per me.


Non era tipo da branco, ma nemmeno da un asociale, rimaneva ai margini quanto bastava per non annegare nella rumorosa goliardia del gruppo. Solo quando riusciva a ritagliarsi degli spazi di silenzio, recuperava una certa stabilità.


Mi frullava in testa quella parola.

Serendipità.
Cercai di saperne di più, ma il Webster Dictionary le riservava poche righe, riducendola alla "sensazione di euforia che si prova quando si scopre una cosa non cercata mentre se ne sta cercando un'altra, ovvero l'essere disposti, mentre si cerca qualcosa di ben determinato, a trovare altro, ad accogliere mondi, visioni e riflessioni che non ci eravamo aspettati di incontrare".

«Hai notato che gli animali guardano verso il cielo, Olli? Anche voi bambini sognate rivolti al cielo. E poi le stelle sono quassù, persino gli dei li hanno sempre immaginati da queste parti, e se mai esiste il Paradiso non può che stare di casa qui. L'universo è così ricco di segreti inimmaginabili che, quando hai bisogno di una risposta, se guarderai questa grande lavagna azzurra prima o poi la troverai.»


Vorrei tanto dirgli che mi sento a pezzi e che il nostro presente è scritto nell'infanzia, che è quello il punto da cui partire.


E non ditemi che tanto non cambia niente, perché c'è sempre qualcuno che cambia il mondo a nostra insaputa e anche voi, se solo voleste, potreste farlo.


Non si può smettere di amare così di botto solo perché uno ti ha lasciata, cara, ci vuole tempo, l'amore richiede più attenzione del lavoro perciò dai una svolta alle tue giornate: mezz'ora di corsa tutte le mattine, meditazione e yoga, molti film d'avventura e amici, amici, amici. Prima o poi l'amore giusto arriva.


Le cose migliori ci succedono sempre quando ci rinunciamo.


Scrivendo mi innamoro delle parole e mi convinco di tutto.


«Quando hai paura e non c'è nessuno che a cui chiedere consiglio, allora siediti, fai un lungo respiro e parla  con lei. Dille "Paura, raccontami chi sei, come ti chiami, perché sei qui". Prendila delicatamente sul palmo della mano, poi chiudila senza stringere troppo, scava un buco nella terra e mettila lì sotto».


Quello che è capitato a te può capitare a tutti, non sta crollando il mondo, nulla è irreparabile, tu hai un potenziale diverso e unico, da oggi puoi rinascere e ciò che eri fino a stamattina non preclude la possibilità che tu diventi qualcuno di totalmente diverso domani.


Si può sopravvivere a tutto, le cose si aggiustano, mentre ne cerchi una ne trovi un'altra, e a ogni problema corrisponde una soluzione.


Non so esattamente perché sono single. A parte il fatto che

ho paura di impegnarmi
sono troppo timida
sono troppo controllata
lavoravo troppo
esco troppo poco
e nonostante l'opinione di Sarah («Sei single perché sei schizzinosa»), io sono single perché non l'ho ancora incontrato, perché il mio amore di questa vita e di quelle passate, quando ci siamo incontrati, non era pronto. E nemmeno io. Evidentemente.

In tutto questo tempo ho collezionato su un quadernetto le parole che avrei voluto dirvi quando eravate vivi. Ne ho cercata una che vi definisse. Perché quando una moglie perde un marito sulla carta d'identità ci scrivono: "Vedova". Ma non ho trovato la parola che definisce un padre e una madre quando gli succede di perdere un figlio. Forse quel tipo di dolore è talmente irragionevole che non si riesce nemmeno a dargli un nome. Ho scoperto che non c'è nemmeno la parola che definisce un fratello a cui muore un fratello.


Ci si può amare anche se non ci si vede, no? C'è chi ama Dio per tutta la vita senza averlo mai visto, e anche se credere nelle cose che non si vedono è complicato io ci sto provando.


Ci sono istanti nella vita in cui tutto cambia. Istanti in cui succede qualcosa che modifica radicalmente tutto quello che è esistito fino all'attimo che li ha preceduti.


Ed è quel momento, irripetibile, quando tutto è possibile e l'altro è una lavagna vuota tutta da scrivere e dietro questi occhi potrebbe esserci scritta qualsiasi trama. Intatta come un campo dove è scesa la neve. Lasciati andare, Olivia. Ma non lasciarlo andare.


♥ I miei scarabocchi su "Olivia ovvero la lista dei sogni possibili" di Paola Calvetti
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...