12 gennaio 2012

Baarìa

Lunedì sera, per la prima volta, ho visto Baarìa, film del 2009 scritto e diretto da Giuseppe Tornatore.

Mi è piaciuto un sacco, anche se non ho capito quasi una parola dei dialoghi iniziali, in siciliano stretto.
A dire la verità, a parte il dialetto siculo, ci sono altre cose che mi sono sfuggite, perciò voglio rivederlo presto, intanto però ve lo racconto lo stesso.
Ah, se il film non l'avete ancora visto e vi piace l'effetto sorpresa, come piace a me, non leggete, mi raccomando. Io vi ho avvisato, eh...

Il film è ambientato a Bagheria, comune palermitano, è proprio la città nel suo insieme, secondo me, la vera protagonista, la città che si traforma nel tempo, insieme a chi la abita.
 La prima scena vede un gruppo di bambini giocare con le trottole, uno di questi, un certo Pietro, viene chiamato da un adulto, che poco più in là sta giocando a carte, per andare a comprargli le sigarette. Il bambino deve fare in fretta per avere qualche lira in cambio e corre velocissimo in mezzo alla strada sterrata, tra muli, polveri e carretti.
Nella corsa è come se volasse sopra la sua Baarìa, lasciando il posto al volto di un altro bambino, Peppino Torrenuova, che sarà il vero e proprio protagonista del film. L'infanzia di Peppino scorre sotto il regime fascista, va a scuola e non partecipa ai canti fascisti che si ripetono ogni giorno. Non ha nemmeno più il libro perché gliel'ha mangiato una capra. La maestra, fedele ovviamente al duce, lo accusa di essere un sovversivo e lo punisce mandandolo dietro la lavagna, dove non riesce a tenere gli occhi aperti.

Ben presto Peppino, di povera famiglia, è costretto a lasciare quel banco. Il padre lo manda per qualche mese ad aiutare un pastore, in cambio di un po' di sale e formaggio. È un tempo duro, fatto di padroni che non esitano a picchiare nemmeno un semplice bambino, anche solo a causa di una manciata d'olive in meno.
Finalmente arrivano gli Alleati, sbarcano in Sicilia, cadono bombe su Bagheria, ben presto liberata. Il popolo si riversa in massa nei palazzi fascisti, ormai vuoti, ognuno cerca di portare via qualunque cosa possa farlo arricchire o anche, semplicemente, ricordare.
Anche Peppino è lì, tra quegli uomini che staccano porte e si litigano soprammobili. È in prima fila quando un uomo trova un piccolo varco nel muro. La sua mano non ci passa. Serve la mano piccina di un bambino. Peppino dice di non aver paura nemmeno delle bombe, figurarsi di un buco nel muro. Infila la sua manina e tira fuori una montagna di monete. Ne riesce a intascare un po' di nascosto e con quelle monete, nel dopoguerra, comprerà dei buoi riscattando l'economia della sua povera famiglia.
È ancora un ragazzo quando decide di prendere la tessera del Partito Comunista, perché crede in quei valori di onestà e ugualianza. Crede in una politica pulita, semplice, fatta dal popolo e per il popolo. Si innamora di Mannina, ma i suoi genitori la fidanzano con un altro di estrazione sociale migliore. Mannina però ama Peppino, così lo convince a "rapirla", prima che venga data in sposa a quell'altro che non ha affatto voglia di sposare. Anche la loro fuitina d'amore è una fuitina da poveri. Lui non ha i soldi per portarla da qualche parte, perciò si chiudono a chiave nella casa di lei, quando non c'è nessuno.
Ben presto si sposano, perfino in chiesa, anche se il parroco non è molto convinto di sposare "Peppino il comunista". La loro diventa una bella famiglia, piena di bambini e d'amore.
Anche i figli di Peppino e Mannina amano giocare con le trottole. A Bagheria c'è uno strano uomo che le costruisce, mettendoci dentro anche una mosca, per renderle più veloci e leggere, dice.
"E la mosca non muore?", chiede ingenuamente il più piccolo dei bambini di Peppino che, se non sbaglio, ha lo stesso volto del Pietro che corre all'inizio del film.
Il tempo passa, i figli crescono e Peppino è sempre più convinto dei valori della sua politica, compie anche un viaggio in Russia per il suo partito, ma rimane sconvolto da quello che vede. Cose terrificanti, inimmaginabili, dice. E il suo sguardo mi è sembrato diverso, come se tutti i suoi buoni propositi, la sua reale onestà e pulizia di idee non valessero più niente. Peppino è un uomo semplice, puro d'animo e non ha niente a che vedere con le mazzette che iniziano a circolare nei palazzi del potere, lui è uno del popolo ed è per quelli come lui che fa politica, per riscattarli, per far valere i loro diritti.
Se la sua visione politica, sempre secondo me, si fa un po' più amareggiata nel finale, come lui se sapesse prevedere la discesa che subirà la politica dopo quegli anni '80, la sua famiglia e il suo amore non conoscono crisi.


Il finale, come in un saggio breve di scuola, come un cerchio, ritorna all'inizio. L'immagine del Peppino in giacca e cravatta, coi capelli bianchi, che saluta il figlio grande alla stazione, lascia il posto al volto scuro del bambino "sovversivo" che si risveglia dal sonno in cui era caduto dietro la lavagna. Si sveglia e trova la classe tutta vuota, allora esce e incontra un mondo nuovo. Niente più carretti, animali, niente più polveri e bambini scalzi per strada, solo palazzi, macchine, motorini. Camminando va verso casa sua, trova un palazzo in ristrutturazione, entra. Non c'è più niente. A terra però brilla qualcosa. Peppino si accuccia e trova l'orecchino che, nel suo sogno, aveva perso la figlia dopo un suo schiaffo. Spaventato, con ancora la vecchia giacca marrone, inizia a correre per strada schivando quei motori che non conosce. Corre fortissimo, senza guardare la nuova Bagheria. Nella sua corsa si incontra con un altro bambino, che non è altro che Pietro, di ritorno dopo aver comprato le sigarette. Pietro corre ancora più forte, per riuscire a conquistare quelle poche lire. Corre corre corre e sullo sfondo spariscono nuovamente le macchine e i palazzi ordinati, mentre ricompare la vecchia Bagheria, quella di panni stesi in mezzo a strade polverose piene di bambini scalzi.
Pietro conquista le sue lire e torna alla sua occupazione, il gioco delle trottole. La sua viene colpita da un'altra e si spacca. Incredibilmente esce fuori la mosca, viva.
E così Baarìa finisce con il mega sorriso sdentato di un bambino. Ingenuo e pieno di speranza.

Baarìa mi ha lasciato un bel po' di punti di domanda, legati più che altro a una sfera quasi magica. Il finale credo che cambi nettamente il punto di vista da cui si guarda il film, non più storia, ma sogno, forse. A me non piace interpretare tutto come un sogno, sinceramente. Se mi chiedessero di dire qual è il senso di "Baarìa" non saprei rispondere. Che cos'è la corsa di Pietro? Una fuga o una speranza? Visto il sorrisone finale sono più propensa alla visione ottimistica.
Su internet ho cercato informazioni, ma non ho trovato un'interpretazione univoca. Forse semplicemente non c'è. Da qualche parte ho letto che quella mosca che esce viva dalla trottola potrebbe rappresentare il popolo siciliano che solo adesso si risveglia da un letargo che dura da decenni e generazioni. E magari, aggiungo io, potrebbe non trattarsi solo del popolo siciliano, ma proprio di tutto il popolo italiano.
Non avevo capito il perché delle apparizioni dei serpenti, poi ho scoperto che sognare serpenti neri è un presagio negativo. In effetti in tutto il film si incontrano elementi magici e oscuri, dai serpenti alle tre pietre che nascondono un tesoro, fino a una strana donna che entra all'improvviso nella vita di Mannina e che sembra avere poteri non molto normali.
Ho letto anche che il bambino che Peppino porta al cinema potrebbe rappresentare proprio Tornatore, da piccolo.

L'incontro, lo scontro, la fusione tra passato, presente e futuro mi ha emozionato, qualunque sia il suo significato, qualunque sia la sua interpretazione. Mi sono piaciuti i riferimenti storici, solo sfiorati, come il fascismo, lo sbarco degli Alleati, la liberazione, la mafia, il referendum del 2 giugno '46, la riforma agraria, il partito comunista che era davvero una speranza forte per il popolo.
E forse non serve nemmeno stare lì a chiedersi il perché o a cercare la spiegazione razionale, il cinema è arte e quando emoziona ha raggiunto il suo scopo, secondo me. Baarìa mi ha emozionato. Punto.


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