4 gennaio 2012

Dove eravate tutti, Paolo Di Paolo


Alcuni mesi fa sfogliando un Vanity Fair, stranamente finito a casa mia, ho letto un'intervista al giovane autore di un libro appena uscito, "Dove eravate tutti". Immediatamente ho provato un'istintiva simpatia per lo scrittore, per cui i genitori, sapendo che di cognome avrebbe fatto Di Paolo, hanno pensato bene di scegliere, tra i miliardi di miliardi di nomi maschili che esistono, bhè...Paolo. Paolo Di Paolo. Che fantasia.
A parte il nome, mi aveva colpito la trama del suo nuovo romanzo: la storia privata di una famiglia italiana che si mischia alla storia di tutti, quella fatta di date e nomi, quella che, in Italia, negli ultimi vent'anni, era fatta da date che cambiavano al contrario del nome, che rimaneva sempre solo uno, quello di Berlusconi.

Dove eravate tutti. Dov'erano i padri, soprattutto. Dentro il declino civile di un paese, così risuona l'essere giovani contro l'età adulta, contro l'assenza, contro il silenzio. Così si legge nella quarta di copertina.
E in effetti quell'Italo Tramontana, protagonista del libro, nato nel 1983, come l'autore, potrebbe rappresentare in parte lo smarrimento di una generazione che forse non ha mai davvero creduto in niente fino in fondo. Italo vive con i suoi, sta per laurearsi, ma non sa trovare un argomento interessante per la sua tesi in Storia Contemporanea. A complicare le cose poi arriva anche un terremoto in famiglia, il padre che investe il peggior ex alunno che abbia mai avuto, la madre che se ne va sospettando il tradimento del marito, la sorella che si innamora proprio di quel terribile ex alunno del padre. Italo invece non è innamorato, le sue sono state tutte Ragazze Sbagliate.

Non ho personalmente trovato molto avvincente la storia "privata" della famiglia Tramontana, una storia sospesa, senza nemmeno un vero finale preciso.
Ho invece molto apprezzato i riferimenti alla realtà politica italiana e mondiale. Mi è piaciuto ripercorrere gli anni senza nome insieme a quell'Italo che li avrebbe voluti al centro della sua tesi. Mi sono molto piaciute le immagini delle prime pagine dei quotidiani che sono state mischiate alle parole e ai ricordi personali del protagonista, immagini e ricordi che hanno avuto il potere di farmi stringere gli occhi e di farmi concentrare per farmi tornare in mente quello che stavo facendo io durante la notte del Millennium bug o in quei giorni del G8 di Genova. Dov'ero io l'11 settembre del 2001 o il giorno della strage di Nassiriya. Dov'ero quando è morto Alberto Sordi, quando c'è stato l'attentato a Londra, nel luglio del 2005, che cosa pensavo quando è stato eletto Obama alla Casa Bianca, quando a Berlusconi è arrivata in faccia una statuetta del duomo di Milano.
È incredibile, ma saprei dire quasi sempre che cosa stavo facendo in quei momenti, credo che sia il potere della storia che siamo un po' anche noi.
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Ho undici anni. È il mio esame di quinta elementare. Sto per cominciae una penosa esibizione musicale: Yesterday con una pianola. Sudo freddo. Mi blocco. Sol-Fa-Fa. Sento gli occhi di tutti addosso. Al governo c'è Berlusconi.
Sono maggiorenne, finalmente tutto può cambiare, o forse niente. Sdraiato sulla spiaggia di Sabaudia, la mia testa è sulle gambe di una ragazza, è già notte fonda, è da poco estate, forse ci prendiamo un malanno. Al governo c'è Berlusconi.
È un pomeriggio di dicembre, la signora-commissario mi dice: torniamo alla scuola guida. Faccio per prendere una strada, però è quella sbagliata. Ma che fa, va contromano?, chiede stizzita la signora-commissario. Penso di essermi giocato la patente.
Al governo c'è Berlusconi.
La prima volta? L'esame di maturità? La visita di leva (un attimo prima che fosse abolita)? La laurea cosiddetta triennale? Governi Berlusconi II, III, IV.
Mi sento costretto a concludere che niente di decisivo nella mia vita fin qui è accaduto senza che ci fosse, da qualche parte, Silvio Berlusconi. Questa non è una cosa bella, né brutta. È una cosa vera.
Potrà sembrare strano, ma l'Italia prima di lui, o senza di lui, per me non è mai esistita. La giovinezza di una generazione ha coinciso con lui. E non c'è più tempo. Il primo bacio, ricordo di averlo dato alla fine degli anni novanta, sotto un governo Prodi. Ma per il resto, Berlusconi: quando ho compiuto diciott'anni, per esempio, e così i venti e i venticinque. (…) I governi di sinistra, durante la mia vita cosciente, cadevano così in fretta da non lasciare il tempo di fare esperienze significative. La vita privata restava la stessa all'inizio e alla fine delle legislature.

Gli storici trascurano, nelle loro valutazioni, i mal di stomaco, il vento, gli sbalzi d'umore, le decisioni improvvise, le previsioni del tempo, i sogni e parecchie altre cose. Perfino l'amore, a volte. Sembra che tutto accada su un piano di battaglia: frecce, frecce, frecce. Tutti ne abbiamo disegnate, ai tempi di scuola, quando il pomeriggio prima dell'interrogazione stava per finire e il pennarello correva sul quaderno. Da una cosa discendeva sempre un'altra: poteva trattarsi delle fasi della Guerra dei Trent'anni o del magone di Napoleone a Waterloo, non cambiava molto.

Mi piaceva quest'idea: il distacco dello storico. Una qualità che avrei voluto, che vorrei avere nella vita. Mi piacerebbe sempre riconoscere le forze in campo, nelle vicende che mi toccano. Distinguere, tra conflitti interiori, guerre lampoe guerre d'usura, insurrezioni e rivoluzioni. Monitorare le svolte e le crisi, con l'aria gelida di chi sa parlare di milioni di morti senza esserne turbato. Da dopo e dall'alto. Uno storico parla così.

Bastava essere nati dieci anni dopo di me (…) per essere ostaggio di un'idea di politica che coincideva perfettamente con l'esistenza al mondo di Silvio Berlusconi. (…) Se il televisore era acceso, lui c'era. Appariva. Sorrideva. Si imbufaliva. Stringeva le mandibole, mostrando un'espressione nervosa e uno strano colorito terreo. Se il televisore era spento, sarebbe arrivato un istante in cui, senza rimedio, qualcosa o qualcuno avrebbe evocato la sua presenza. Anche solo per una battuta, senza indignazione: una stupidissima battuta stanca e svogliata.

L'adolescenza, un giorno, finiva. Non ci eravamo svegliati vecchi, meno impetuosi sì. E va bene, è normale. Anche un po' arresi, però. Avevamo fatto l'amore, dato esami, lasciato indietro qualche ambizione spropositata e cretina. Le cose potevano andare via leggere o disperate. Non c'era il tempo di accorgersi che in realtà non avevamo creduto mai a niente. Mai a niente fino in fondo. Era stato un bene, non avere sperimentato la cecità pura e violenta dell'ideologia? Forse.

L'Italia non esiste. Esiste solo quando dicono “in Italia”, per dire qualcosa che altrove va meglio che qui.

Studente a vita. Poteva capitare di alzare la testa dalle pagine di un libro sottolineato riga per riga, in modo da non capire più cosa fosse davvero importante, tutto, anzi niente, poteva capitare di guardarsi intorno e toh, sono ancora nella solita stanza della mia infanzia, che ci faccio qui, dov'è l'uscita? Non la vedo, e ancora spuntano poster, pupazzi, diari, cose che non voglio più vedere, con madri che sono le stesse ma più vecchie di allora, che lavano i calzini, stirano, chiedono se resti a cena, a che ora torni, quanti esami pensi di dare in questa sessione, quando pensi di finire, come se finire significasse qualcosa, come se portasse davvero a qualcosa.

Quando una persona si avvicina a un'altra, se si avvicina sul serio, racconta molte cose di sé che non ha raccontato mai a nessuno. Altre gliele lascia vedere. Quando esce dalla doccia senza infilarsi l'accappatoio. Quando dice mi fa male qui, ma secondo te che cosa ho. Quando mostra uno strano segno sul polpaccio e spiega che storia c'è dietro. Oppure un minuscolo difetto anatomico di cui si vergogna a morte. Ma non è niente, dice l'altra persona, che nel frattempo ha già visto molte altre cose mai mostrate. Però questi si chiamano segreti, sono le cose segrete che uno affida all'altro senza pensarci troppo: l'odore della pelle, il modo come fa l'amore, quella volta che è scoppiato a piangere e poi ha chiesto scusa mille volte in un'ora. Per tutto il tempo che si vogliono bene, due persone hanno in ostaggio molte cose l'una dell'altra. Molte cose che non sono oggetti.

Il mondo sarebbe per noi irriconoscibile se mancassero sei, sette persone. Solo sei, sette, sui miliardi che siamo. Senza le insofferenze che generano, senza il semplice e inspiegabile fatto che ci vivono accanto.

Dichiaro di essere allergico ai romanzi di fantascienza. Solo per lei faccio un'eccezione. Se non è fantascienza averla ripescata da un'altra epoca per farla riapparire qui, cos'altro lo è? Non è fantascienza la semplice ipotesi di avere qualcuno nel proprio futuro? Immaginarlo, dico. Volerlo. Il futuro e quella persona. Con, quella persona. Un azzardo irrazionale e infinitamente pericoloso.
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