16 marzo 2012

Il fasciocomunista, Antonio Pennacchi

 Accio Benassi, protagonista del romanzo di Antonio Pennacchi, inizialmente è solo un bambino, un bambino che, per vocazione o necessità famigliare, vive la sua infanzia chiuso in un seminario. Quelli sono gli anni del dopoguerra, gli anni della tensione tra Stati Uniti e URSS, gli anni della guerra fredda, Accio ne ha paura e spesso si punisce e prega dio affinché faccia convertire Kruscev e tutti i comunisti. Quello che Accio sogna di fare è prendere i voti e andare via, in Congo magari, ad aiutare gli ultimi.
Il tempo però passa e, con l'arrivo dell'adolescenza, Accio sente crescere in lui impulsi nuovi e sconosciuti, impulsi che certo non sono quanto richiede la castità sacerdotale, per questo abbandona il seminario e torna a casa, dalla sua famiglia che l'accoglie tra l'indifferenza e l'insoddisfazione. A casa, oltre che con il padre operaio e la madre casalinga, Accio vive con due fratelli maggiori e due sorelle, mentre altre due sono già sposate.
È la pecora nera della famiglia: c'è il padre convinto democristiano e ci sono i suoi fratelli comunisti, lui no, è fascista. Fascista “in buona fede”, quando prende la tessera del MSI è poco più di un bambino e la prende per lo stesso motivo per cui era in seminario: perché vuole aiutare gli ultimi ed è convinto che solo il fascismo ha davvero questo obiettivo. Il suo essere fascista, come dice lui stesso, forse è dovuto al luogo di nascita: Latina, costruita dal Duce. Dice Accio che magari se invece che a Latina fosse nato e cresciuto a Parma, probabilmente avrebbe in mano un'altra tessera.
Accio è un ragazzino pieno di rabbia, voglioso di cambiare il mondo, con un'unica grande passione: il latino. In seminario era il primo in latino, perciò vuole fare il classico, ma chiaramente a casa non l'appoggiano. Suo padre pretende che faccia geometri, così poi quando uscirà troverà subito un lavoro. Quello che a lui viene negato, il liceo classico, è stato però già concesso sia a Manrico che a Violetta, due dei suoi fratelli. E che c'entra? Si sente rispondere dalla madre Accio. Violetta è una donna e poi si sposa e la mantiene il marito e Manrico è così bravo, poi andrà anche all'università. Manrico, bello e bravo, socievole, solare, il figlio perfetto, quello che piace a tutti e a tutte. Accio, tutto il contrario, il solito combina guai, il solito attacca brighe.
Accio Benassi viene così iscritto al geometri, per lui è una palese ingiustizia, la stessa ingiustizia che lo perseguita da sempre in famiglia e che per sempre lo perseguiterà. Lui sì e io no. A Manrico tutto, ad Accio niente.
Visto che la famiglia di sangue non lo ascolta e lo ostacola, con le parole, le decisioni e le botte, Accio cerca e trova un'altra dimensione in cui sfogarsi, la politica. Diventa segretario giovanile del Msi, lotta per le sue idee, organizza scioperi, attacca volantini, riempie i muri di “Viva il duce” e “A morte i comunisti”. Ogni giorno è una nuova lotta, una nuova scazzottata, un nuovo regolamento di conti. Accio non ha paura delle botte, gli fa più paura la vergogna.
Di donne nella sua vita non ce ne sono, a parte una prostituta che fa tutto da sola senza lasciargli il tempo di capire niente; a parte Johan, un'inglese in vacanza, incontrata per caso su un pullman, Johan che gli regalerà una breve, ma intensa, avventura indimenticabile; a parte, soprattutto, Francesca. Francesca è una ragazza bellissima, che Accio incontra durante l'estate nell'albergo in cui lavora da quando è piccino. Se ne innamora subito, ma lei puntualizza sempre che tra loro c'è una bellissima amicizia. E basta. Passano mesi, anni, a scriversi lettere, poi Accio inizia ad andarla a trovare a Milano tutti i fine settimana, facendo l'autostop, pian piano anche lei ammette che prova qualcosa di diverso, Accio è euforico per la notizia, ma la sua è solo una breve, brevissima, illusione, perché lei lo molla dicendogli che non può impegnarsi con lui a causa di un presunto problema sessuale.
Quando arriva il 68, a Latina non succede niente, perciò Accio, che non può restare a guardare gli eventi da fuori, va a Roma, dove all'inizio le facoltà sono occupate da tutti i giovani, sia da quelli di destra sia da quelli di sinistra. È in quel periodo di contestazione generale che Accio, sempre più confuso sulle sue idee, sempre più deluso dai dirigenti del Movimento sociale italiano che non sono altro che democristiani, manifesta insieme a Manrico contro la guerra nel Vietnam. Ovviamente la cosa non passa inosservata e Accio viene espulso dal partito.
In quel momento mette a fuoco che ad aiutare gli ultimi sono i comunisti, perciò inizia a far parte di gruppi di estrema sinistra, insieme a Manrico e alle sue sorelle, fin quando suo fratello inizia a comportarsi in modo strano e si trasferisce a Milano, per fare la rivoluzione. Qui a Milano Manrico e Francesca si incontrano e lei, probabilmente si intuisce, guarirà il presunto problema sessuale che le impediva di stare con Accio. Passano gli anni, Accio frequenta saltuariamente l'università, mentre di Manrico non ha più molte notizie. Dopo Piazza Fontana, dopo che i pugni e i bastoni hanno lasciato il posto alle pistole, Accio si allontana da quel tipo di politica. Manrico invece no, Manrico quelle pistole le maneggia, è diventato un terrorista. E proprio davanti agli occhi di Accio, un giorno a Milano, Manrico viene ucciso dalla polizia, forse dopo una soffiata di Francesca, che Accio aveva contattato.
Lo scriteriato Accio Benassi finalmente torna a casa, dopo essere passato a trovare il prete del seminario, con cui ritrova una certa pace interiore che forse non ha mai avuto.


Leggendo la biografia di Pennacchi è facile immaginare che Accio sia il suo alter ego, un personaggio strano e sopra le righe, arrabbiato e ribelle, che passa da un contesto all'altro (la chiesa, l'Msi, Servire il popolo) senza mai cambiare idea veramente. Ha sempre avuto il pallino degli ultimi, del popolo, e ha sempre agito in nome di un ideale di giustizia sociale e libertà che sembravano promettere tutte le fazioni politiche, questa almeno era la sua impressione. Lo sguardo giovane e ingenuo del protagonista mette in parallelo le realtà politiche di quegli anni e mostra come fascisti e comunisti fossero, in fin dei conti, animati dagli stessi principi e dalle stesse speranze, almeno a livello popolare. I dirigenti, come al solito, erano troppo attenti al tintinnare dei soldi nei loro conti piuttosto che al battito del cuore del popolo. 
Accio non è un intellettuale politologo, Accio è uno che segue l'istinto e il cuore e il suo cuore l'ha portato a fare a botte frequentemente, ma gli ha anche fatto capire quando era il momento di fermarsi, ché finché si parla di pugni è una cosa, ma quando si prendono le pistole in mano è un'altra. E Accio pistole non ne ha mai impugnate. 


Quando, alcuni anni fa, ho visto per la prima volta Mio fratello è figlio unico, film del 2009 di Daniele Luchetti, con Scamarcio, Zingaretti ed Elio Germano, avevo pensato di prendere il libro da cui era stato tratto, poi però, come spesso succede, mi era passato di mente. È stata Giulia a farmi tornare in mente "Il fasciocomunista", un po' di tempo fa. Finalmente sono riuscita a leggerlo, trovando ben poco in comune con il film che mi era tanto piaciuto. Certo un film, per forza, deve sintetizzare, ma qui non si tratta solo di sintesi, è stata proprio cambiata la storia, soprattutto nella seconda parte. Il ruolo di Francesca è stato completamente stravolto, ad esempio, lei non è la quasi-fidanzata di Accio, ma la ragazza di Manrico, una sua compagna di sezione, che affascina non poco Accio. Avranno anche un figlio, Manrico e Francesca, ed è proprio la crescita di questo bambino che mostra il passare del tempo, degli anni. 
Ah, comunque, sono e resterò sempre pazza di questo film, anche se non segue poi tanto il libro, forse è meglio così.

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Lì erano antiamericani tutti quanti, pure il Federale e Livio Nastri: «È per gli americani che abbiamo perso la guerra».
«E perché noi, allora, stiamo dalla parte loro?» chiedevamo qualche volta.
«Perché la politica è così. Noi stiamo contro i comunisti e quindi dobbiamo stare a favore degli americani anche se, in fondo in fondo, noi come ideologia siamo più vicini ai comunisti. Dovremmo stare dalla parte loro, ma mi sa che sono pure loro che non ci vogliono.»
Lupo qualche volta diceva: «Io non capisco bene». Pure io certe volte non capivo. Però quello che avevamo imparato lì sopra oramai ci si era ficcato bene in mente. I comunisti erano i primi nemici, questo era fuori discussione: nemici proprio nel Dna; i comunisti e i partigiani, che avevano trucidato migliaia di repubblichini dopo il 25 aprile. Ma erano nemici, forse, perché erano concorrenti. Eravamo noi i veri difensori delle masse proletarie, non l'aveva detto il Duce: «Italia proletaria e fascista»? Ma sul piano del rispetto, dell'etica e della morale non c'era paragone: meglio i comunisti dei democristiani. Questi erano solo corrotti. Borghesi e corrotti. Quelli avevano in testa un ideale, collettivista quanto ti pare ma sempre un ideale. Questi, i democristiani, conoscevano solo gli scandali e il malaffare. Lo vedevi pure a livello nostro, giovanile: i comunisti sognavano un mondo che a noi faceva ribrezzo, tutto uguale, massificato, collettivizzato, ma che a loro sembrava perfetto, ideale. Quelli che frequentavano la Dc, invece, glielo leggevi in faccia che ci andavano pensando ai soldi e agli affari che avrebbero fatto da grandi: andavano lì per occupare il posto, mica come noi e i comunisti che volevamo fare la rivoluzione.

I Volontari – gli amici miei, miei camerati, la mia famiglia – loro non avevano un dubbio: Michelini era il Duce, il Duce d'adesso, e il Duce ha sempre ragione, non sbaglia mai, per definizione. Ma per me no. Per me il fascismo era quello di Bompressi, di Livio Nastri e del Federale nonostante non ci andassi d'accordo: il popolo, i lavoratori, lo Stato nazionale del lavoro, l'anticapitalismo, la socializzazione, la rivoluzione. E qualche dubbio – su Almirante e Michelini – oramai ce lo avevo pure io, mica stavo ad aspettare i politologi di cinquant'anni dopo. Anche col Vietnam: sì, m'ero fatto tutte le manifestazioni e il Ridotto dell'Eliseo, ma qualche perplessità ogni tanto mi veniva: «Ma se sti vietnamiti vogliono essere comunisti, chi ti dà il diritto a te di andare a rompere i coglioni a casa loro? Restatene a casa tua» ci dicevamo nel Gruppo giovanile, specie con Lupo e Piermario: «E a favore degli americani, poi, che ci abbiamo perso una guerra contro?».

Dopo m'ha raccontato che i primi tempi, alle prime occuazioni delle facoltà universitarie, c'erano anche i fascisti insieme a loro: occupavano assieme e discutevano nelle assemblee. Ognuno diceva la sua ma stavano assieme, era – come dire – una lotta generazionale, erano i giovani contro i vecchi. La “contestazione globale del sistema” era nata così, perché quello era un paese in cui non si poteva vivere: non potevi dire niente, non potevi fare niente, non avevi nessun diritto; se non eri qualcuno contavi meno di zero, i professori ti potevano cacciare solo perché gli girava, ti mettevano un brutto voto e ti buttavano pure il libretto fuori dalla finestra, te lo dovevi andare a raccogliere in giardino e all'università ci potevano andare solo i figli dei ricchi. La carriera di profesore la facevi solo se eri figlio di qualcuno di loro, se no niente. La verità è che il fascismo non era caduto il 25 luglio e nemmeno dopo la Resistenza. Era caduto di nome, ma non di fatto. La società era ancora fascista – avevano ragione al Centro sociale – e purtroppo non nel senso del fascismo della Rsi, socialrivoluzionario, popolare, forse populista; ma di quello d'ordine, dell'ordine costituito, inamovibile, gerarchico-autoritario, staraciano: il fascismo della Demcrazia cristiana, che rubava a rotta di collo. Altro che «politica come servizio», la gente faceva politica per farsi gli affari suoi: scandali ogni giorno, dai tabacchi alle banane, nel senso che facevano la cresta pure su quelle. E tu non potevi nemmeno parlare, se ti riunivi in più di tre persone sulla pubblica via era «riunione sediziosa» e la polizia ti scioglieva. Non potevi parlare e loro rubavano. Dice: «Vabbè, ma perché, pure adesso...». Che c'entra: la gente adesso s'è abituata, prima no. Ai giovani gli sembrava che non dovesse essere così ed erano scesi in piazza. Tutti quanti. Pure i fasci. E all'inizio sembrava tutto bello: tutti insieme, a discutere, a festeggiare, «la fantasia al potere», e le ragazze che stavano fuori la notte fino a tardi. Mai visto prima.

Altro che il fascismo della Repubblica sociale, loro (Almirante e Michelini) erano i difensori dello Stato, dello statu quo, dello Stato democristiano.

Che ce ne fregava che erano di più? Non era coraggio il nostro, era tigna. Ci fregava assai, a noi, di prendere le botte, ma la figura di scappare no. La figura di abbandonare la sede? Con le botte ci convivi, dopo un po' ti passano, guarisci. Ma la vergogna no. La vergogna ti rimane per tutta la vita.

Noi abbiamo continuato come prima a fare il nostro lavoro politico: tu non è che t'accorgi, sul momento, che la storia è improvvisamente cambiata. Nessuno, nel 476 dopo Cristo, s'è svegliato una mattina e ha detto «È caduto l'Impero romano d'occidente». Quelli non se ne sono accorti per niente, ogni giorno era uguale all'altro: morivi, nascevi e pascevi le pecore. Solo chissà quanti anni dopo qualcuno ha detto: «Sai che c'è? Ti ricordi il 476, quando è successo questo e quest'altro? Be', mi sa che quella volta dev'essere caduto l'Impero romano», e così è stato per noi. Noi non ci siamo accorti che era cambiata la Storia, che la bomba di Milano era una svolta. Per noi era un fatto grave – sì – ma che non cambiava di molto i termini della questione e già dal giorno dopo abbiamo ricominciato a lavorare, «pesci nell'oceano delle masse», esattamente come tutti i lavoratori, esattamente come il contadino che .pure se durante la notte gli è morta tutta la famiglia – la mattina presto si alza e va in stalla, a mungere e dar da mangiare alle bestie.


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