15 aprile 2012

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Luis Sepúlveda

Quando uscì il cartone animato della gabbianella e il gatto ero una bambina e rimasi completamente rapita dalla storia di quel gatto nero grande e grosso, Zorba, che, incredibilmente, insegnò a volare ad una cucciola di gabbiano rimasta orfana. Quel cartone mi era piaciuto talmente tanto che poi, quando la maestra ci portò un pomeriggio in biblioteca, scelsi di prendere proprio il libro da cui era stato tratto il cartone.

Qualche tempo fa mi sono resa conto che in realtà non ricordavo più, effettivamente, la storia e così quando ho beccato il libro in superofferta non ho esitato e l'ho comprato. 
Nonostante oggi io sia cresciuta l'effetto che hanno prodotto in me quelle parole non è stato diverso da quello di dieci anni fa: semplicemente mi è sembrata ancora una storia bellissima, una favola, certo, che come tale ha anche la sua morale da tenere stretta stretta dentro di noi.

Zorba è un gatto ciccione, grande e grosso, sarebbe tutto nero se non avesse una macchia bianca sul collo. Vive ad Amburgo, in una famiglia affettuosa dove c'è anche un bambino che lo riempie di attenzioni. Si sta già pregustando il totale relax che lo avvolgerà mentre la sua famiglia sarà in vacanza, quando, all'improvviso, piomba sul balcone di casa sua un oggetto inizialmente non identificato. È una cosa tutta nera e puzzolente, una cosa che parla e vola, è Kengah, una gabbiana finita ad Amburgo perché stava migrando insieme ai suoi simili alla ricerca di cibo. Sorvolando il mare il suo gruppo si era imbattuto in un banco di squisite aringhe, così Kengah, insieme agli altri, si era immersa per acchiapparle, mentre era sott'acqua gli altri gabbiani si erano accorti del pericolo ed erano volati via, ma Kengah no, così quando emerse dal mare si trovò tutta appiccicata e al buio. Aveva capito subito di che cosa si trattava: la maledizione dei mari, un'onda di petrolio. In qualche angolo remoto di sé, la giovane gabbiana era riuscita a trovare la forza per alzarsi in volo, per un'ultima volta. Quel volo scomposto e disordinato la fa atterrare proprio sul balcone di Zorba, casualmente. 
Zorba, dopo lo schifo iniziale, prova a ripulirla, leccandole le piume, ma Kengah sa che non servirà a niente, sa che morirà comunque, perché la maledizione dei mari non perdona. Dice a Zorba che con le poche forze che le rimangono ha intenzione di provare a deporre il primo, e ultimo, uovo della sua vita. Prima di farlo però strappa a Zorba tre promesse: non mangerà l'uovo, se ne prenderà cura finché non nascerà la gabbianella e poi le insegnerà a volare. 
Zorba promette frettolosamente, poi va alla ricerca di aiuto. Riunisce i suoi amici, gatti del porto come lui: Colonello, Segretario, Diderot. È quest'ultimo che, consultando l'enciclopedia, scopre che il petrolio può essere smacchiato solo con la benzina. Dopo che Segretario ha intinto la sua coda nella benzina i gatti del porto tornano a casa di Zorba, dove però Kengah è già morta. Mentre le chiudono le ali Zorba si accorge che è riuscita davvero a deporre l'uovo. A quel punto è costretto a confessare le sue promesse e tutti, a loro volta, promettono di aiutarlo, perché la promessa di Zorba impegna di fatto tutti i gatti del porto.
Zorba si trasforma in una chioccia, per venti giorni cova quell'uovo di gabbiano come fosse un tesoro, lo cova fin quando sente beccare e vede uscire una gabbianella che lo scambia per la sua mamma. Dovrà accudirla, nutrirla, difenderla dai topi dai gatti del palazzo di fronte che la vedono come un ottimo spuntino. Soprattutto dovrà insegnarle a spiccare il volo.

E sull'orlo del baratro, quel volo Fortunata saprà spiccarlo, perché è così che funziona: vola solo chi osa farlo e certo non al primo tentativo.
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«Sei una gabbiana. Su questo lo scimpanzè ha ragione, ma solo su questo. Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Non abbiamo potuto aiutare tua madre, ma te sì. Ti abbiamo protetta fin quando sei uscita dall'uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l'affetto tra esseri completamente diversi».

«Sono una buona a nulla! Sono una buona a nulla!» ripeteva sconsolata.
«Non si vola mai al primo tentativo , ma ci riuscirai. Te lo prometto» miagolò Zorba leccandole la testa.

«Sì, sull'orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba.
«Ah sì? E cosa ha capito?» chiese l'umano.
«Che vola solo chi osa farlo» miagolò Zorba.

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