23 maggio 2012

1992-1993 Cose Nostre








Quando penso al giorno in cui morì Falcone mi immagino un'Italia ferma davanti alle televisioni, ad ascoltare le notizie, a guardare quelle immagini che ormai, giustamente, conosco anch'io che quel 23 maggio di vent'anni fa avevo solo un anno e mezzo. 
Ho l'impressione che sia stata una data fondamentale per il nostro Stato, una data triste, di sincero dolore, almeno da parte del popolo, forse non da parte di chi a proteggere Falcone poteva anche pensarci prima. 
Ho l'impressione che, un po' come è successo per l'11 settembre del 2001, tutti si ricordano che cosa stavano facendo quel 23 maggio di vent'anni fa, quando hanno visto quella strada fatta saltare in aria. Immagino il silenzio con cui si è cenato quella sera, immagino che aleggiava nell'aria la sensazione che qualcosa stava finendo.

Ieri sera ho visto il film sui 57 giorni che hanno separato le morti di Falcone e Borsellino. Ricordo di aver pianto a dirotto per un Paolo Borsellino mandato in onda qualche anno fa su Canale 5, con protagonista Giorgio Tirabassi. Ieri sera non sono stata da meno. Ho dovuto accantonare il mio uncinetto e asciugare le lacrime. Credo che il destino di Borsellino sia stato ancora più crudele, perché quei 57 giorni erano tutti potenziali giorni di morte e lui lo sapeva. Mentre sul volto truccato di Zingaretti scendeva una lacrima amara, sul mio ne scendevano non so quante. 






Provo sempre i brividi quando vedo documentari o film su quei due grandi magistrati, mi chiedo se ne è valsa la pena, se è servito a qualcosa, morire così. Perché non erano solo magistrati, erano uomini prima di tutto. Sono sicura che le loro idee continuano a camminare sulle gambe di molti, ma chissà quanti altri ignorano o pensano sia inutile non scendere a compromessi. 

Quello che segue è un brano di Fruttero e Gramellini tratto da La patria, bene o male - Almanacco essenziale dell'Italia unita (in 150 date).

Guerra...
Buoni contro cattivi. Ecco come vorremmo sempre immaginare la guerra fra lo Stato e la mafia. Ma talvolta i ruoli non sono così chiari. L'espressione livida del presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, appare la sera del 13 marzo 1992 nei TG già monopolizzati da Mani Pulite. L'uomo che abita al potere da oltre quarant'anni è a Palermo per i funerali del proconsole Salvo Lima, ucciso per strada dai Corleonesi come un cane. Ma Lima non è una vittima. È stato, a lungo, un complice. Il suo omicidio è un avvertimento per Andreotti, il quale, più che disperato, sembra spaventato.
I Corleonesi sono stati trascinati alla sbarra dai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: oltre alle indagini sui conti bancari, decisiva la testimonianza di un pentito d'eccezione, Tommaso Buscetta, boss della cosca perdente. Al maxiprocesso, il padrino Totò Riina si è preso l'ergastolo, sia pure in contumacia, e ora pretende l'ammorbidimento della pena. Altrimenti, dopo Lima, salterà in aria qualcun altro. Falcone è il primo della lista per tanti motivi, non ultimo la sua solitudine: è inviso ai colleghi, anche di sinistra, che con l'eccezione di Giancarlo Caselli hanno boicottato la sua nomina a capo della procura di Palermo, al cui interno un «corvo» scrive lettere anonime per diffamarlo. Subisce un attentato e le critiche di un sindaco fanatico, Leoluca Orlando,  che lo taccia di connivenza col nemico perché ha incriminato per calunnia un pentito che accusava Lima senza prove. «La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, ma del khomeinismo» si sfoga Falcone. Disgustato, accetta un'offerta del ministro della Giustizia, Claudio Martelli, e si trasferisce a Roma, finché a maggio viene nominato superprocuratore antimafia.
Il giorno successivo (23 maggio 1992) torna a Palermo per il weekend e percorre in auto la strada che collega l'aeroporto alla città. Cinque quintali di tritolo azionati col telecomando da un luogotenente di Riina, Giovanni Brusca, squarciano l'asfalto all'altezza dello svincolo di Capaci, proprio mentre Falcone sta rallentando per prendere un oggetto dal cruscotto. Lui e la moglie perdono la vita andando a sbattere contro la muraglia di cemento sollevata dall'esplosione.
La notizia giunge a Montecitorio durante le votazioni per il Presidente della Repubblica. La DC, impallinato Forlani, si accinge a candidare Andreotti, ma l'emozione per la strage rende inopportuna la scelta del capo di Salvo Lima. Così viene eletto Scalfaro. Il Movimento sociale vota compatto per Borsellino, uomo di destra, il quale rifiuta sdegnato la candidatura del governo a superprocuratore al posto dell'amico appena ucciso.
Ai funerali echeggia l'urlo straziante di Rosa Schifani, vedova ventiduenne di uno degli agenti della scorta. Nelle stesse ore un'altra donna, un magistrato dai capelli rossi, inveisce contro l'ipocrisia dei colleghi che piangono Falcone dopo averlo dileggiato in vita. Si chiama Ilda Boccassini.

...e pace?
Sull'assassinio di Falcone non può che indagare Borsellino, con la consapevolezza di essere la prossima vittima. Il 19 luglio 1992, una 126 imbottita di tritolo esplode al suo passaggio sotto casa della madre, in via D'Amelio. Dalla borsa del magistrato scompare l'agenda rossa degli appunti: il giornalista Marco Travaglio la definirà «la scatola nera della Seconda Repubblica». Gli stessi mafiosi che non hanno problemi a rivendicare la mattanza di Capaci definiscono quella di via D'Amelio «una strage di Stato». Affiora l'ipotesi che Borsellino avesse scoperto l'esistenza di una trattativa per giungere all'armistizio e sia stato tolto di mezzo come testimone scomodo.
Di questo genere di contatti si torna a parlare dopo l'arresto di Totò Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993. A sorprendere il capo dei capi a un semaforo è la squadra speciale di un carabiniere fuori dagli schemi e perciò inviso ai burocrati, il Capitano Ultimo, che blocca il Padrino stringendogli la propria sciarpa intorno al collo.
Ultimo respinge l'insinuazione che a propiziare la cattura sia stata la soffiata di un altro boss, Bernardo Provenzano. E la sentenza che lo assolve dall'accusa di favoreggiamento per non aver perquisito la villa di Riina (come se la possibilità di far scomparire prove compromettenti fosse stato il prezzo da pagare per la consegna del Padrino) gli riconosce il merito esclusivo dell'operazione. Ma anche lui, come Falcone, cambierà aria disgustato, andando a occuparsi di reati ambientali.
Dalla sua cella d'isolamento, che tanto isolata non deve essere, Riina scrive «papelli» allo Stato in cui chiede l'abolizione del carcere duro. Intanto la guerra continua. (...)
Il Presidente del Consiglio Ciampi teme addirittura un colpo di Stato e invece il colpo arriverà a colui che lo Stato incarna più di ogni altro: Andreotti, indagato a Palermo dal nuovo procuratore Giancarlo Caselli per concorso esterno in associazione mafiosa. (...) La sentenza definitiva assolve l'imputato per i fatti successivi alla primavera del 1980, ma lo considera responsabile fino a quella data, anche se il reato è estinto per prescrizione. (...)
Con l'avvento della cosiddetta Seconda Repubblica e di una nuova generazione di boss, la guerra guerreggiata fra mafia e Stato si interrompe. Ma, nonostante la cattura di molti latitanti, la Piovra continua ad avanzare, riciclando i suoi guadagni immensi nell'economia del Nord Italia. Ai cattivi, adesso, conviene di più fare i buoni.


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