8 settembre 2012

Sulla strada, Jack Kerouac


L'importante è andare, non si sa dove né perché, ma l'importante è restare sulla strada, on the road.
Questa è la filosofia di Sal Paradise e Dean Moriarty, grandi amici che amano spassarsela senza alcun obiettivo o responsabilità. Sono beat e amano viaggiare, con ogni mezzo: dall'autostop all'autobus, fino a macchine trovate chissà come. Dean è l'anima del romanzo. Protagonista di varie storie d'amore, padre di più bambini di cui non si interessa, troppo preso ad inseguire i suoi sogni di sballo e libertà, è lui che decide dove andare, lui che guida, lui che lancia le idee. Sal è solo un passeggero, un giovane uomo troppo confuso e senza personalità, senza Dean sarebbe perduto, e lui lo sa.
Sal non sta bene in nessun posto, perché non sa quello che vuole, perciò continua ad andare avanti, on the road.
Tutto il romanzo descrive questo continuo andare avanti e indietro per le strade d'America, attraverso molte città, fino ad arrivare anche in Messico. Sal e Dean sono affamati di libertà, arte e creatività, cercano di fuggire dal conformismo del loro tempo attraverso le droghe e così il loro viaggio diventa anche un viaggio psichedelico, che non porta a niente.


"On the road" era uno di quei libri che volevo leggere da tempo, da quando ho scoperto della sua esistenza, in quinto liceo. "On the road", scritto da Jack Kerouac, è considerato il manifesto della beat generation, per questo volevo leggerlo, prima o poi, perché quel periodo storico mi ha sempre affascinata molto.
A primavera Strawberry mi ha dato l'occasione concreta per comprare questo libro, grazie al suo gruppo di lettura, così settimana dopo settimana, tappa dopo tappa, abbiamo letto insieme il romanzo, scambiandoci le nostre impressioni.
Le mie non erano affatto positive.
Ho trovato lo stile di Kerouac noioso, molto noioso. Ho faticato ad andare avanti con la lettura, anche perché ogni capitolo sembrava che promettesse di trovare, nel capitolo successivo, un colpo di scena o qualcosa di davvero interessante, qualcosa di interessante che io non ho trovato fino alla fine.  "Sulla strada" non mi è piaciuto. L'ho finito di leggere a giugno e adesso, dopo tre mesi, di tutti quei nomi di persone e città che Kerouac ha elencato ne sono rimasti pochi nella mia testa.
Soprattutto all'inizio era un continuo nominare città statunitensi che non avevo proprio idea di dove fossero, per non parlare poi di quante persone incontrano Sal (alter ego dell'autore del romanzo) e Dean (pseudonimo di Neal Cassady) nel loro percorso. Un'infinità.

Per fortuna, andando avanti nella lettura, Strawberry è venuta in mio soccorso con una mappa utilissima per vedere graficamente gli spostamenti di quei due pazzi on the road. La mappa si trova qui.
Inoltre, grazie al gruppo di lettura, ho conosciuto anche Pitichi, autrice di splendidi, e dettagliatissimi, riassunti   di ogni tappa. Lascio qui i link.



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Le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d'artificio.

Non c'era posto dove andare se non dappertutto, non c'era altro da fare che vagare sotto le stelle.

Oltre le strade sfavillanti c'era il buio e oltre il buio il West. Dovevo andare.

Avrei voluto salire sul suo autobus. Ebbi una fitta al cuore, come tutte le volte che vedevo una ragazza che amavo andare nella direzione opposta alla mia in questo mondo troppo grande.

Dissi a Terry che me ne andavo. Lei ci aveva pensato tutta la notte ed era rassegnata. Mi baciò senza emozione nel vigneto e si allontanò lungo un filare. Dopo una dozzina di passi ci girammo, perché l'amore è un duello, e ci guardammo per l'ultima volta.

E poi via verso la dolce vita, perché è arrivato il momento e noi sappiamo sempre quando è arrivato il momento, noi sentiamo il tempo!

Quando conoscevo ima ragazza nuova la prima cosa a cui pensavo era che tipo di moglie sarebbe stata. (...) «Voglio sposarmi» dissi a Dean e Marylou, «voglio sposare una ragazza con cui riposare l'anima e invecchiare dolcemente. Non si può andare avanti sempre così...con questa frenesia, questo correre avanti e indietro. Dobbiamo andare da qualche parte, trovare qualcosa.»

Restammo seduti senza sapere cosa dire; non c'era più niente di cui parlare. La sola cosa da fare era andare.

La sola cosa che ci fa spasimare nei giorni della vita, che ci fa sospirare e gemere e ci procura dolci nausee di tutti i tipi, è il ricordo di una felicità  perduta, probabilmente sperimentata nell'utero materno, che può riprodursi soltanto nella morte.

Ci sono troppe cose che mi piacciono e mi confondo e mi perdo a correre da una stella cadente all'altra fino allo sfinimento. (...) Non avevo niente da offrire a nessuno tranne la mia confusione.

Io non sapevo cosa mi stesse succedendo, e all'improvviso mi resi conto che si trattava solo dell'erba che stavamo fumando; Dean ne aveva comprata un po' a New York. Mi faceva credere che tutto stesse per succedere: il momento in cui si capisce che tutto, tutto è deciso per sempre.

Eravamo tutti felici, ci rendevamo conto che ci stavamo lasciando alle spalle confusione e assurdità per compiere l'unica e nobile funzione che avevamo a quel tempo, andare. E come andavamo!

Vedemmo l'intero Paese come un'ostrica sul punto di aprirsi per noi; e dentro c'era la perla, dentro c'era la perla.

Old Bull Lee faceva l'insegnante, e a buon diritto, si può dire, perché passava tutto il tempo a imparare; e le cose che imparava erano quelle che considerava e chiamava «i fatti della vita»; le imparava non solo per necessità, ma per scelta.

Cos'è quella sensazione che si prova quando ci si allontana in macchina dalle persone e le si vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi? - è il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l'addio. 

Marylou osservava Dean come aveva fatto per tutto il viaggio da un capo all'altro del continente e ritorno, con la coda dell'occhio, con un'aria triste, cupa, come se volesse staccargli la testa e nasconderla nell'armadio, un amore dolente e invidioso per uno che era così straordinariamente se stesso, tutto rabbia e sdegno e incoerenza, un sorriso di tenero affetto ma anche di sinistra invidia che mi spaventava, un amore che non avrebbe mai dato frutti, lo sapeva bene, perché quando guardava quella faccia scarna, la mascella inerte e l'espressione compiaciuta e noncurante da maschio, capiva che era assolutamente pazzo.

Dove andare? Cosa fare? E perché? (...) La banda di matti che eravamo continuava ad andare, sempre avanti.

Dovevamo ancora andare lontano. Ma che importava, la strada è la vita.

«Noi due insieme, Sal, potremmo girare il mondo intero con una macchina come questa perché è chiaro, amico mio, basta seguire la strada e prima o poi si fa il giro del mondo.»

«Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché arriviamo.»
«Finché arriviamo dove, amico?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare.»

Poi la terra finì, c'era solo l'Oceano Atlantico e fummo costretti a fermarci. Ci stringemmo la mano e decidemmo di essere amici per sempre.
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