16 novembre 2012

Il corpo umano, Paolo Giordano

Il maresciallo René, il tenente Egitto, il colonnello Ballesio, il capitano Masiero, e poi Cederna, lo spaccone del gruppo, Ietri, quello giovane senza esperienza, Camporesi, che ha una moglie e un bimbo che l'aspettano a casa, Zampieri, l'unica donna del plotone, Mitrano, la vittima di tutti gli scherzi, Torsu, che si rifugia in un amore del tutto virtuale. Sono loro i protagonisti del nuovo romanzo di Paolo Giordano, sono loro alcuni militari del plotone destinato a una di quelle missioni di pace che tanto di pace non sono mai, sono loro che vengono spediti dallo Stato italiano nella regione afghana del Gulistan, una delle più pericolose.
Hanno la mia età quei ragazzi mandati a morire senza nemmeno un vero perché che faccia sembrare la loro morte meno ingiusta. Sono persone normali, con le loro forze, con le loro debolezze, con famiglie affettuose, con mamme invadenti, persone che per soldi, per crescere o per scappare, sono finiti lì, in mezzo al deserto, in quel posto in cui sognano di tornare un giorno con i figli, in vacanza. Perché senza guerra, senza talebani, quel posto sperduto in mezzo a una cartina geografica sarebbe anche bello, bellissimo.
Sono ragazzi come me, ragazzi qualunque che hanno scelto di indossare una divisa nella loro vita e che, per questo, magari la loro vita non ce l'avranno più. Loro lo sanno eppure non ci pensano, fanno finta di niente. Giocano, scherzano, si prendono in giro, si sfottono. Sono uomini loro, fingono di non avere paura, ma ce l'hanno. Sotto sotto temono di non rivedere l'Italia, la loro fidanzata, il loro figlio, la loro mamma.
Sanno che il rischio c'è, soprattutto durante una spedizione attraverso una valle desolata, spedizione che dovrebbe portare a casa dei camionisti afghani.
Tutti sanno che la loro vita è in pericolo, ma sono soldati e i soldati obbediscono, perciò partono a bordo dei loro lince, con calma aspettano che davanti a loro disinneschino ogni mina trovata lungo il percorso. È la prima mina, lasciata in bella vista, a far capire a René che i suoi sospetti sono fondati. Laggiù ci sono andati a morire, quella mina ne è la prova. È un avvertimento. Se continui sai che cosa succede. Loro però sono soldati, non possono tornare indietro, devono andare avanti.
L'imboscata sorprende il plotone protagonista del romanzo in una valle piena di pecore. Una camionetta salta in aria. Gli altri provano a difendersi come possono. È una carneficina. Davanti ai superstiti compaiono scene degne di un film horror, compaiono immagini che nessuno dimenticherà mai.
Alcuni tornano a casa, con pezzi propri e di altri mischiati, poiché irriconoscibili, tornano a casa avvolti da un tricolore e quello che il libro non racconta lo sappiamo già. Atterreranno a Ciampino, un pezzo importante dello Stato poggerà le mani sulle loro bare, qualcuno suonerà il silenzio. Ci saranno altri militari con gli occhi lucidi a guardare quei feretri pensando che magari la prossima volta, lì dentro, ci saranno loro. E condoglianze. E funerali di Stato. E medaglie per le mogli e i figli diventati all'improvviso vedove e orfani.
Ma lei che lo amava aspettava il ritorno / d'un soldato vivo, d'un eroe morto che ne farà / se accanto nel letto le è rimasta la gloria / d'una medaglia alla memoria. De Andrè qui ci stava bene.
Immagini già viste. Immagini che rivedremo.
Il corpo umano non si ferma qui. Prova a mandare avanti le vite degli altri, di quelli che hanno visto con i loro occhi come può andare in pezzi un uomo, e non in senso figurato. Prova a mandare avanti le vite di chi si sente in colpa per un errore e pensa che non dormirà più per il resto della sua vita, perché ogni volta che chiude gli occhi vede quei corpi umani ridotti a brandelli. Prova a mandare avanti la vita di chi è convinto che avrebbe dovuto morire al posto di un altro se solo il caso non si fosse messo in mezzo. Prova a mandare avanti la vita di chi dalla vita è sempre fuggito e forse continuerà a farlo, o forse no, dopo quello che è successo.
Le vite di quegli uomini del plotone non saranno più le stesse. Un pezzo di loro resterà per sempre inchiodato in quella valle della morte del Gulistan. Lo si capisce immediatamente, proprio dall'incipit:
Negli anni successivi alla missione, ognuno dei ragazzi s’impegnò a rendere la propria vita irriconoscibile, finché i ricordi di quell’altra, dell’esistenza di prima, non si macchiarono di una luce fasulla, artificiale, ed essi stessi non si convinsero che niente di quello che era accaduto fosse accaduto realmente, o per lo meno, non a loro.

All'inizio il romanzo mi sembrava piuttosto noioso, un po' ripetitivo, un po' scontato. Questa opinione è durata per la prima metà, durante la quale non ho fatto altro che aspettare il momento di svolta in cui qualcuno di quei ragazzi ci avrebbe lasciato le penne. Si capisce che succederà, cioè secondo me Paolo Giordano non avrebbe mai scritto un libro sulle missioni di pace (sempre tra virgolette) facendo tornare tutti sani e salvi a casa. Se questo libro doveva far riflettere, qualcuno doveva morire, magari proprio quelli che ti ispirano più dolcezza e simpatia.
Il momento di svolta del romanzo, che ho atteso per oltre cento pagine, non mi ha deluso, anzi ha bilanciato tutta la noia che avevo provato all'inizio. Paolo Giordano descrive la scena dell'imboscata in un modo pazzesco, è una descrizione vera e cruda, una descrizione che ho letto un po' a intervalli perché avevo troppi brividi e pelle d'oca.
In definitiva, un bel libro, meno bello de La solitudine dei numeri primi secondo me, ma pur sempre diverso dai soliti romanzi, perciò da leggere assolutamente.

♥ Le frasi che ho sottolineato
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