31 gennaio 2012

Dai un appuntamento a una ragazza che legge


“Dai un appuntamento ad una ragazza che legge. Dai un appuntamento ad una ragazza che spende il suo  denaro in libri anziché in vestiti. Lei ha problemi di spazio nell’armadio perché ha troppi libri. Dai un appuntamento ad una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca da quando aveva dodici anni.
Trova una ragazza che legge. Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro ancora da leggere nella sua borsa. E’ quella che guarda amorevolmente sugli scaffali di una libreria, quella che tranquillamente emette un gridolino quando trova il libro che vuole. La vedi odorare stranamente le pagine di un vecchio libro in un negozio di libri di seconda mano? Questo è il lettore. Non può resistere dall’odorare le pagine, specialmente quando sono gialle.

Lei è la ragazza che legge mentre aspetta in quel caffè sulla strada. Se dai una sbirciatina alla sua tazza, la sua panna non proprio fresca galleggia in superficie perché lei è già assorta. Persa nel mondo dell’autore. Siediti. Potrebbe darti un’occhiataccia, poichè la maggior parte delle ragazze che leggono non amano essere interrotte. Chiedile se le piace il libro.

Offrile un’altra tazza di caffè.

Falle sapere ciò che tu davvero pensi di Murakami. Vedi se sta leggendo il primo capitolo di Fellowship. Cerca di capire che se dice che ha compreso l’Ulisse di Joyce, lo sta solo dicendo perché suona intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere Alice.
E’ semplice dare un appuntamento ad una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e gli anniversari. Falle il dono delle parole, in poesia, in musica. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che tu comprendi che le parole sono amore.Capisci che lei sa la differenza che c’è fra i libri e la realtà ma che per dio, lei sta cercando di rendere la sua vita un poco simile al suo libro preferito. Se lo fa, non sarà mai colpa tua.
Ha bisogno di essere stuzzicata in qualche modo.

Mentile. Se comprende la sintassi, capirà che hai la necessità di mentirle. Oltre le parole, ci sono altre cose: motivazione, valore, sfumature, dialogo.Non sarà la fine del mondo.

Deludila. Perchè una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine. Perché le ragazze come lei sanno che tutto è destinato a finire. Che tu puoi sempre scrivere un seguito. Che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe. Che nella vita si possono incontrare una o più persone negative.

Perché essere spaventati da tutto ciò che tu non sei? Le ragazze che leggono comprendono che le persone, come i caratteri, si evolvono. Eccetto che nella serie di Twilight.

Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta. Quando la trovi alle due di notte stringere un libro al petto e piangere, falle una tazza di the e abbracciala. Potresti perderla per un paio d’ore ma tornerà sempre da te. Lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre.
Chiedile la mano su una mongolfiera. O durante un concerto rock. O molto casualmente la prossima volta che lei sarà malata. Mentre guardate Skype.

Le sorriderai apertamente e ti domanderai perché il tuo cuore ancora nonsi sia infiammato ed esploso nel petto. Scriverete la storia delle vostre vite, avrete bambini con strani nomi e gusti persino più bizzarri. Lei insegnerà ai bimbi ad amare Il Gatto e il Cappello Matto e Aslan, forse nello stesso giorno. Camminerete insieme attraverso gli inverni della vostra vecchiaia e lei reciterà Keats sottovoce , mentre tu scrollerai la neve dai tuoi stivali.

Dai un appuntamento ad una ragazza che legge perché te lo meriti. Ti meriti una ragazza che possa darti la più variopinta vita immaginabile. Se tu puoi solo darle monotonia, e ore stantie e proposte a metà, allora è meglio tu stia da solo. Se vuoi il mondo e i mondi oltre ad esso, dai un appuntamento ad una ragazza che legge.
O, ancora meglio, dai un appuntamento ad una ragazza che scrive”.

Rosemarie Urquico
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Grazie a Rossella che mi ha fatto conoscere questo pezzo bellissimo, che non poteva mancare tra i miei scarabocchi.

17 gennaio 2012

Il quaderno di Maya, frasi


Mi risulta complicato scrivere della mia vita, perché non distinguo tra i ricordi e ciò che è frutto della mia immaginazione; la pura verità può risultare tediosa e per questa ragione, senza rendermene conto, la modifico o la enfatizzo, anche se mi sono riproposta di correggere questo difetto e di mentire il meno possibile in futuro.

(La nonna) ritiene che i viaggi in aereo abbiano degli inconvenienti perché l'anima viaggia più lentamente del corpo e a volte si perde per strada; è questa la ragione per cui i piloti, come mio padre, non sono mai del tutto presenti: stanno aspettando l'anima che vaga tra le nuvole.

“Promettimi che ti vorrai sempre bene come te ne voglio io, Maya”.

“Che cosa ci sarà dall'altra parte, Popo? Pensi che ci sia vita dopo la morte?”
“È una possibilità, ma non è dimostrato.”
“Non è nemmeno dimostrata l'esistenza del tuo pianeta eppure tu ci credi” replicai e lui scoppiò a ridere compiaciuto.
“Hai ragione, Maya. È assurdo credere solamente in ciò che si può dimostrare.”

Passa per tonto perché parla il minimo indispensabile, ma è molto sveglio: si è reso conto in fretta che a nessuno importa quello che dicono gli altri, e per questo non dice niente.

La felicità è saponosa, scivola via tra le dita e invece ai problemi ci si può attaccare, offrono un appiglio, sono ruvidi, duri.

Dove si nascondevano le ore? Mi scivolavano via come sabbia tra le dita, vivevo nel ritmo dell'attesa, ma non c'era niente da aspettare, solo un altro giorno identico a quello precedente, assopita davanti alla televisione con Freddy.

Mentre ero sotto terra, come un seme o un tubero, un'altra Maya Vidal spingeva per emergere; mi sono poi spuntati sottili filamenti in cerca dell'umidità, poi le radici come dita a caccia di cibo e alla fine un germoglio tenace e foglie in cerca di luce. In questo momento probabilmente sto fiorendo ed è per questo che posso riconoscere l'amore. Qui, nel Sud del mondo, la pioggia fa diventare tutto fertile.

Mi doleva tutto il corpo. Odiavo questo corpo di merda, odiavo questa vita di merda, odiavo essere priva di quella merdosa volontà di salvarmi, odiavo la mia anima di merda, il mio destino di merda.

Appena conobbi Daniel, cercai di fargli una buona impressione, di cancellare il mio passato e di cominciare di nuovo su una pagina bianca, di inventare una versione migliore di me stessa, ma nell'intimità dell'amore condiviso capii che ciò non era possibile, né opportuno. La persona che sono ora è il risultato delle mie esperienze precedenti, compresi gli errori più estremi. Confessarmi con lui è stata un'esperienza positiva; mi ha permesso di verificare che è vero ciò che sostiene Mike O'Kelly, che i demoni perdono il loro potere quando li tiriamo fuori dalle profondità in cui si nascondono e li guardiamo in faccia in piena luce, ma ora non so se ho fatto bene.

Come mi spiegava, veniamo al mondo con in mano certe carte e facciamo il nostro gioco; con carte simili c'è chi può sprofondare e chi riesce a superare se stesso. “È la legge della compensazione, Maya. Se il tuo destino è di nascere cieca, non sei obbligata a sederti sotto il metrò a suonare il flauto; puoi sviluppare l'olfatto e diventare sommelier.”

Se non si tratta di donare un organo o di ereditare una fortuna non conta nulla chi sia il mio antenato biologico, importa solo l'affetto, che fortunatamente ci lega.

16 gennaio 2012

Il quaderno di Maya, Isabel Allende

Non avevo mai veramente letto nessun libro di Isabel Allende. Si, quando ero piccola, dopo che a scuola ci fecero vedere il film, avevo letto “La casa degli spiriti” rubandola nella libreria di mia sorella, però ero troppo piccina. Non mi ricordo molto.
Questo quaderno di Maya è stato il primo vero contatto con una delle più note scrittrici sudamericane. Che dire...se il buongiorno si vede dal mattino credo che mi impossesserò di tutti i libri della Allende che mia sorella ha ancora nella sua libreria.

Il quaderno di Maya” è la storia di una ragazza di vent'anni, Maya Vidal, che nella sua breve vita è già sprofondata nell'abisso, adesso sta tentando la risalita. È una storia di dolore, passività, amore e riscatto. Perché Maya trova la forza per riscattarsi, per reinventarsi, per ridarsi una possibilità.
Maya è cresciuta con i nonni paterni: la sua Nini e il suo Popo. La sua Nini, cilena, lascia il suo paese insieme al figlio, ancora bambino, quando prende il potere Pinochet. Da allora non ha mai messo più piede in Cile. In Canada Nini conosce il suo Popo, i due si innamorano e restano insieme per tutta la vita. Il figlio di Nini ha a sua volta una figlia con una donna danese, che però non ha intenzione di prendersi cura di Maya, perciò la lascia coi nonni. La sua è un'infanzia bellissima, piena di viaggi, di stravaganze, piena di libri, di storie, di quaderni riempiti con le sue parole. Un'infanzia serena passata a cercare un pianeta non ancora trovato insieme al suo Popo, che è per lei il più grande punto di riferimento. Quando lui muore lei ha appena 16 anni e la sua vita viene stravolta. Maya non sa gestire un dolore così grande e si lascia andare, va alla deriva. Frequenta strane amiche problematiche, inizia a bere, poi a fumare. Quando la sua Nini se ne accorge è già troppo tardi. Da lì in poi sarà tutta una discesa. Destinazione la strada di Las Vegas. I giri loschi in cui si è cacciata faranno di lei una vera e propria ricercata, in fuga sia da pericolosi criminali, sia dall'FBI. Risalire l'abisso è difficile, ma Maya ha accanto una nonna vulcanica e sopra le righe e, anche se sempre in giro per lavoro, ha anche un padre. Ovviamente poi c'è il Popo, Maya continua a vederlo, è sicura che sia stato lui a salvarle la vita, in più di un'occasione.
Per sfuggire ai suoi aguzzini Maya viene spedita dalla sua Nini a Chiloé, un'isola nel sud del Cile. È qui, immersa nella natura, che scrive il suo quaderno. Il quaderno di Maya è un continuo andare avanti e indietro nel tempo, un continuo parallelo tra l'abisso dell'anno precedente e la tranquillità e la forza d'animo dell'anno dopo. A Chiloé vive con Manuel Arias, un uomo taciturno incapace di lasciarsi andare alle emozioni, non vuole porte in casa sua e Maya non sa spiegarsi perché. A tratti il libro diventa quasi un romanzo corale, dove protagonisti non sono altro che questo sperduto angolo di mondo e la gente che lo abita, con tutte le sue arretratezze culturali, con il suo far appello continuamente alla magia più che alla medicina.
Maya riscopre se stessa, scopre l'amore per un Daniel venuto da lontano, ma soprattutto per sé.

“Il quaderno di Maya” mi è piaciuto tantissimo. Davvero un bel po'. È una storia che fa ridere, fa arrabbiare, fa venire i brividi, fa emozionare. È una storia d'amore in fondo. Di un amore lungo una vita. Di un amore di pochi giorni. Di un amore sconfinato per chi non c'è più. Di un amore per se stessi, che rinasce.
Non manca il riferimento alle violenze avvenute in Cile sotto la dittatura di Pinochet. Da brivido certe descrizioni.
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Mi risulta complicato scrivere della mia vita, perché non distinguo tra i ricordi e ciò che è frutto della mia immaginazione; la pura verità può risultare tediosa e per questa ragione, senza rendermene conto, la modifico o la enfatizzo, anche se mi sono riproposta di correggere questo difetto e di mentire il meno possibile in futuro.

(La nonna) ritiene che i viaggi in aereo abbiano degli inconvenienti perché l'anima viaggia più lentamente del corpo e a volte si perde per strada; è questa la ragione per cui i piloti, come mio padre, non sono mai del tutto presenti: stanno aspettando l'anima che vaga tra le nuvole.

“Promettimi che ti vorrai sempre bene come te ne voglio io, Maya”.

“Che cosa ci sarà dall'altra parte, Popo? Pensi che ci sia vita dopo la morte?”
“È una possibilità, ma non è dimostrato.”
“Non è nemmeno dimostrata l'esistenza del tuo pianeta eppure tu ci credi” replicai e lui scoppiò a ridere compiaciuto.
“Hai ragione, Maya. È assurdo credere solamente in ciò che si può dimostrare.”

Passa per tonto perché parla il minimo indispensabile, ma è molto sveglio: si è reso conto in fretta che a nessuno importa quello che dicono gli altri, e per questo non dice niente.

La felicità è saponosa, scivola via tra le dita e invece ai problemi ci si può attaccare, offrono un appiglio, sono ruvidi, duri.

Dove si nascondevano le ore? Mi scivolavano via come sabbia tra le dita, vivevo nel ritmo dell'attesa, ma non c'era niente da aspettare, solo un altro giorno identico a quello precedente, assopita davanti alla televisione con Freddy.

Mentre ero sotto terra, come un seme o un tubero, un'altra Maya Vidal spingeva per emergere; mi sono poi spuntati sottili filamenti in cerca dell'umidità, poi le radici come dita a caccia di cibo e alla fine un germoglio tenace e foglie in cerca di luce. In questo momento probabilmente sto fiorendo ed è per questo che posso riconoscere l'amore. Qui, nel Sud del mondo, la pioggia fa diventare tutto fertile.

Mi doleva tutto il corpo. Odiavo questo corpo di merda, odiavo questa vita di merda, odiavo essere priva di quella merdosa volontà di salvarmi, odiavo la mia anima di merda, il mio destino di merda.

Appena conobbi Daniel, cercai di fargli una buona impressione, di cancellare il mio passato e di cominciare di nuovo su una pagina bianca, di inventare una versione migliore di me stessa, ma nell'intimità dell'amore condiviso capii che ciò non era possibile, né opportuno. La persona che sono ora è il risultato delle mie esperienze precedenti, compresi gli errori più estremi. Confessarmi con lui è stata un'esperienza positiva; mi ha permesso di verificare che è vero ciò che sostiene Mike O'Kelly, che i demoni perdono il loro potere quando li tiriamo fuori dalle profondità in cui si nascondono e li guardiamo in faccia in piena luce, ma ora non so se ho fatto bene.

Come mi spiegava, veniamo al mondo con in mano certe carte e facciamo il nostro gioco; con carte simili c'è chi può sprofondare e chi riesce a superare se stesso. “È la legge della compensazione, Maya. Se il tuo destino è di nascere cieca, non sei obbligata a sederti sotto il metrò a suonare il flauto; puoi sviluppare l'olfatto e diventare sommelier.”

Se non si tratta di donare un organo o di ereditare una fortuna non conta nulla chi sia il mio antenato biologico, importa solo l'affetto, che fortunatamente ci lega.



14 gennaio 2012

i tormentoni di quando sono nata io

Strawberry mi ha invitato a partecipare a un gioco molto curioso, davvero. Non siete forse curiosi di sapere quali erano le canzoni ai vertici della classifica quando siete nati? Bhè, io si, anche perché del 1990 so soltanto che a Sanremo vinse la canzone dei Pooh "Uomini soli", nient'altro.
 Questo sito raccoglie le classifiche di tutte le settimane a partire dal 1959, è stato molto semplice scoprire le dieci canzoni che tutti canticchiavano quando sono nata io.
Era un giorno del settembre di ventuno anni fa. Io assaporavo per la prima volta una boccata d'aria che mi faceva strillare e la radio magari passava "un'ottimistica" canzone di Masini, al decimo posto della classifica del 29 settembre 1990. Quando sei disperato come me senza te quando sai di essere sbagliato...spero che la radio passasse altro, sinceramente. Cominciare la vita all'insegna di Disperato non mi sembrerebbe di buon auspicio. Comunque Masini in generale non mi dispiace e questa canzone è diventata un classico, a volte l'ho cantata anche col karaoke.

Al contrario non conoscevo affatto la canzone che accupava il nono posto della hit parade, una sconosciuta canzone di Tullio De Piscopo, Jastaò. Ora che l'ho ascoltata su you tube non credo di essermi persa molto. Mi sembra solo una canzoncina estiva, forse un tormentone, non lo so.

All'ottavo posto un'altra canzone che non è mai arrivata alle mie orecchie, I say Yeah di Secchi feat Orlando Jhonson. Al primo ascolto, avvenuto due secondi fa, direi che non fa proprio per me.

Finalmente al settimo posto della classifica una canzone che, non solo conosco, ma mi piace e a volte canticchio. Mi piace molto la versione di Laura Pausini contenuta nell'album "Io canto", ma l'originale ha sempre il suo fascino. Se potessi scegliere la canzone che passava la radio nel mio primo viaggio in macchina dall'ospedale a casa, sceglierei questa. Scrivimi, Nino Buonocore. Scrivimi, servirà a sentirti meno fragile quando nella gente troverai solamente indifferenza tu non ti dimenticare mai di me. Bella, si, questa mi piace.

Al sesto posto una canzone dei Duran Duran, Violence of summer. Può darsi che questa l'abbia già sentita altre volte, ma non ne sono poi così sicura. Non mi ha colpito.

Al quinto posto un'altra canzone made in Italy, direi storica quasi. La canzone colonna sonora di quei mondiali di calcio. Italia 90. Le radio, a settembre, passavano ancora Un'estate italiana, Nannini e Bennato. Notti magiche inseguendo un goal sotto il cielo di un'estate italiana...Mi piace. Questa canzone, pensandoci, ha avuto per me un altro momento di gloria, nel 2006, dopo il cielo azzurro sopra Berlino. In quell'estate lì, quella di quasi sei anni fa, alle feste paesane tutti i gruppi ricantavano il tormentone della Nannini e Bennato. Ed è in quell'estate da campioni del mondo che l'ho conosciuta e cantata insieme al poppoppopopopo (sul numero dei popopo mi sono persa, ma il concetto è chiaro...).

Il quarto posto della hit parade italiana è occupato da una canzone tanto sconosciuta (per me) quanto bruttissima, sempre secondo me: I can't stand it dei Twenty 4 seven. Mah...

Sul gradino più basso del podio, al terzo posto, di George Micheal: Praying for time. Non conoscevo nemmeno questa. Bene.

Medaglia d'argento ancora a Gianna Nannini con Scandalo. Incredibile, quasi, ma...si, indovinato! Mai sentito nemmeno questa che è della Nannini, che mi piace. Wow...quante scoperte! Sinceramente penso che abbia fatto di meglio. Voleva uno scandalo però...

Rullo di tamburi....al primo posto della classifica del 29 settembre 1990...un po' di suspance...Sotto questo sole, Francesco Baccini e i Ladri di biciclette. Un classico ormai, no? Considerando quanto amo pedalare (per niente) credo proprio che la radio non passasse questa canzone. No no.

Ricapitolando:
1°) Sotto questo sole, Baccini e Ladri di biciclette
2°) Scandalo, Gianna Nannini
3°) Praying for time, George Micheal
4°) I can't stand it, Twenti 4 seven
5°) Un'estate italiana, Nannini e Bennato
6°) Violence of summer, Duran Duran
7°) Scrivimi, Nino Buonocore
8°) I say yeah, Secchi feat Orlando Johnson
9°) Jastaò, Tullio De Piscopo
10°) Disperato, Masini

Mi è piaciuto un sacco questo giochino, grazie Strawberry.
Vi assicuro che è divertente scoprire i tormentoni che passava la radio mentre a casa nostra si (ci) cantavano solo ninna nanne. Correte al sito che ho linkato all'inizio!!!




 

12 gennaio 2012

Baarìa

Lunedì sera, per la prima volta, ho visto Baarìa, film del 2009 scritto e diretto da Giuseppe Tornatore.

Mi è piaciuto un sacco, anche se non ho capito quasi una parola dei dialoghi iniziali, in siciliano stretto.
A dire la verità, a parte il dialetto siculo, ci sono altre cose che mi sono sfuggite, perciò voglio rivederlo presto, intanto però ve lo racconto lo stesso.
Ah, se il film non l'avete ancora visto e vi piace l'effetto sorpresa, come piace a me, non leggete, mi raccomando. Io vi ho avvisato, eh...

Il film è ambientato a Bagheria, comune palermitano, è proprio la città nel suo insieme, secondo me, la vera protagonista, la città che si traforma nel tempo, insieme a chi la abita.
 La prima scena vede un gruppo di bambini giocare con le trottole, uno di questi, un certo Pietro, viene chiamato da un adulto, che poco più in là sta giocando a carte, per andare a comprargli le sigarette. Il bambino deve fare in fretta per avere qualche lira in cambio e corre velocissimo in mezzo alla strada sterrata, tra muli, polveri e carretti.
Nella corsa è come se volasse sopra la sua Baarìa, lasciando il posto al volto di un altro bambino, Peppino Torrenuova, che sarà il vero e proprio protagonista del film. L'infanzia di Peppino scorre sotto il regime fascista, va a scuola e non partecipa ai canti fascisti che si ripetono ogni giorno. Non ha nemmeno più il libro perché gliel'ha mangiato una capra. La maestra, fedele ovviamente al duce, lo accusa di essere un sovversivo e lo punisce mandandolo dietro la lavagna, dove non riesce a tenere gli occhi aperti.

Ben presto Peppino, di povera famiglia, è costretto a lasciare quel banco. Il padre lo manda per qualche mese ad aiutare un pastore, in cambio di un po' di sale e formaggio. È un tempo duro, fatto di padroni che non esitano a picchiare nemmeno un semplice bambino, anche solo a causa di una manciata d'olive in meno.
Finalmente arrivano gli Alleati, sbarcano in Sicilia, cadono bombe su Bagheria, ben presto liberata. Il popolo si riversa in massa nei palazzi fascisti, ormai vuoti, ognuno cerca di portare via qualunque cosa possa farlo arricchire o anche, semplicemente, ricordare.
Anche Peppino è lì, tra quegli uomini che staccano porte e si litigano soprammobili. È in prima fila quando un uomo trova un piccolo varco nel muro. La sua mano non ci passa. Serve la mano piccina di un bambino. Peppino dice di non aver paura nemmeno delle bombe, figurarsi di un buco nel muro. Infila la sua manina e tira fuori una montagna di monete. Ne riesce a intascare un po' di nascosto e con quelle monete, nel dopoguerra, comprerà dei buoi riscattando l'economia della sua povera famiglia.
È ancora un ragazzo quando decide di prendere la tessera del Partito Comunista, perché crede in quei valori di onestà e ugualianza. Crede in una politica pulita, semplice, fatta dal popolo e per il popolo. Si innamora di Mannina, ma i suoi genitori la fidanzano con un altro di estrazione sociale migliore. Mannina però ama Peppino, così lo convince a "rapirla", prima che venga data in sposa a quell'altro che non ha affatto voglia di sposare. Anche la loro fuitina d'amore è una fuitina da poveri. Lui non ha i soldi per portarla da qualche parte, perciò si chiudono a chiave nella casa di lei, quando non c'è nessuno.
Ben presto si sposano, perfino in chiesa, anche se il parroco non è molto convinto di sposare "Peppino il comunista". La loro diventa una bella famiglia, piena di bambini e d'amore.
Anche i figli di Peppino e Mannina amano giocare con le trottole. A Bagheria c'è uno strano uomo che le costruisce, mettendoci dentro anche una mosca, per renderle più veloci e leggere, dice.
"E la mosca non muore?", chiede ingenuamente il più piccolo dei bambini di Peppino che, se non sbaglio, ha lo stesso volto del Pietro che corre all'inizio del film.
Il tempo passa, i figli crescono e Peppino è sempre più convinto dei valori della sua politica, compie anche un viaggio in Russia per il suo partito, ma rimane sconvolto da quello che vede. Cose terrificanti, inimmaginabili, dice. E il suo sguardo mi è sembrato diverso, come se tutti i suoi buoni propositi, la sua reale onestà e pulizia di idee non valessero più niente. Peppino è un uomo semplice, puro d'animo e non ha niente a che vedere con le mazzette che iniziano a circolare nei palazzi del potere, lui è uno del popolo ed è per quelli come lui che fa politica, per riscattarli, per far valere i loro diritti.
Se la sua visione politica, sempre secondo me, si fa un po' più amareggiata nel finale, come lui se sapesse prevedere la discesa che subirà la politica dopo quegli anni '80, la sua famiglia e il suo amore non conoscono crisi.


Il finale, come in un saggio breve di scuola, come un cerchio, ritorna all'inizio. L'immagine del Peppino in giacca e cravatta, coi capelli bianchi, che saluta il figlio grande alla stazione, lascia il posto al volto scuro del bambino "sovversivo" che si risveglia dal sonno in cui era caduto dietro la lavagna. Si sveglia e trova la classe tutta vuota, allora esce e incontra un mondo nuovo. Niente più carretti, animali, niente più polveri e bambini scalzi per strada, solo palazzi, macchine, motorini. Camminando va verso casa sua, trova un palazzo in ristrutturazione, entra. Non c'è più niente. A terra però brilla qualcosa. Peppino si accuccia e trova l'orecchino che, nel suo sogno, aveva perso la figlia dopo un suo schiaffo. Spaventato, con ancora la vecchia giacca marrone, inizia a correre per strada schivando quei motori che non conosce. Corre fortissimo, senza guardare la nuova Bagheria. Nella sua corsa si incontra con un altro bambino, che non è altro che Pietro, di ritorno dopo aver comprato le sigarette. Pietro corre ancora più forte, per riuscire a conquistare quelle poche lire. Corre corre corre e sullo sfondo spariscono nuovamente le macchine e i palazzi ordinati, mentre ricompare la vecchia Bagheria, quella di panni stesi in mezzo a strade polverose piene di bambini scalzi.
Pietro conquista le sue lire e torna alla sua occupazione, il gioco delle trottole. La sua viene colpita da un'altra e si spacca. Incredibilmente esce fuori la mosca, viva.
E così Baarìa finisce con il mega sorriso sdentato di un bambino. Ingenuo e pieno di speranza.

Baarìa mi ha lasciato un bel po' di punti di domanda, legati più che altro a una sfera quasi magica. Il finale credo che cambi nettamente il punto di vista da cui si guarda il film, non più storia, ma sogno, forse. A me non piace interpretare tutto come un sogno, sinceramente. Se mi chiedessero di dire qual è il senso di "Baarìa" non saprei rispondere. Che cos'è la corsa di Pietro? Una fuga o una speranza? Visto il sorrisone finale sono più propensa alla visione ottimistica.
Su internet ho cercato informazioni, ma non ho trovato un'interpretazione univoca. Forse semplicemente non c'è. Da qualche parte ho letto che quella mosca che esce viva dalla trottola potrebbe rappresentare il popolo siciliano che solo adesso si risveglia da un letargo che dura da decenni e generazioni. E magari, aggiungo io, potrebbe non trattarsi solo del popolo siciliano, ma proprio di tutto il popolo italiano.
Non avevo capito il perché delle apparizioni dei serpenti, poi ho scoperto che sognare serpenti neri è un presagio negativo. In effetti in tutto il film si incontrano elementi magici e oscuri, dai serpenti alle tre pietre che nascondono un tesoro, fino a una strana donna che entra all'improvviso nella vita di Mannina e che sembra avere poteri non molto normali.
Ho letto anche che il bambino che Peppino porta al cinema potrebbe rappresentare proprio Tornatore, da piccolo.

L'incontro, lo scontro, la fusione tra passato, presente e futuro mi ha emozionato, qualunque sia il suo significato, qualunque sia la sua interpretazione. Mi sono piaciuti i riferimenti storici, solo sfiorati, come il fascismo, lo sbarco degli Alleati, la liberazione, la mafia, il referendum del 2 giugno '46, la riforma agraria, il partito comunista che era davvero una speranza forte per il popolo.
E forse non serve nemmeno stare lì a chiedersi il perché o a cercare la spiegazione razionale, il cinema è arte e quando emoziona ha raggiunto il suo scopo, secondo me. Baarìa mi ha emozionato. Punto.


5 gennaio 2012

I libri che ho letto nel 2011


Quanti libri hai letto nel 2011?
20

Quanti scrittori e quante scrittrici?
Quattro donne e tredici uomini.

Il miglior libro letto?
In questo momento direi "Venuto al mondo" di Margaret Mazzantini. Mi ha proprio conquistata.

E il più brutto?
"È una vita che ti aspetto", di Fabio Volo.

Il libro più vecchio?
Le lettere dal carcere di Antonio Gramsci.

E il più recente?
"Cose che nessuno sa", di Alessandro D'Avenia.

Il libro con il titolo più lungo?
Titoli particolarmente lunghi non mi vengono in mente. Forse "L'insostenibile leggerezza dell'essere", Milan Kundera.

Quello con il titolo più corto?
"Io e te", Niccolò Ammaniti.

Quanti libri hai riletto?
Nessuno.

Quali vorresti rileggere?
Quelli che sono stata obbligata a leggere quando andavo a scuola.

I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Incredibilmente Fabio Volo. Almeno ho capito che non mi piace.

Quanti sono stati scritti da autori italiani?
Quattordici.

Quanti sono stati presi in biblioteca?
Quest'anno nessuno. Quelli di Fabio Volo però me li hanno prestati.

Quanti ebook?
Nessuno, voglio sentire il profumo dei libri.

L'idea per questo post l'ha lanciata Chiara nel suo blog, grazie a lei ho fatto un rapido resoconto dei libri che mi hanno tenuto compagnia, sull'amaca d'estate, al calduccio, sotto il piumone, d'inverno.


Dove eravate tutti, frasi


Ho undici anni. È il mio esame di quinta elementare. Sto per cominciae una penosa esibizione musicale: Yesterday con una pianola. Sudo freddo. Mi blocco. Sol-Fa-Fa. Sento gli occhi di tutti addosso. Al governo c'è Berlusconi.
Sono maggiorenne, finalmente tutto può cambiare, o forse niente. Sdraiato sulla spiaggia di Sabaudia, la mia testa è sulle gambe di una ragazza, è già notte fonda, è da poco estate, forse ci prendiamo un malanno. Al governo c'è Berlusconi.
È un pomeriggio di dicembre, la signora-commissario mi dice: torniamo alla scuola guida. Faccio per prendere una strada, però è quella sbagliata. Ma che fa, va contromano?, chiede stizzita la signora-commissario. Penso di essermi giocato la patente.
Al governo c'è Berlusconi.
La prima volta? L'esame di maturità? La visita di leva (un attimo prima che fosse abolita)? La laurea cosiddetta triennale? Governi Berlusconi II, III, IV.
Mi sento costretto a concludere che niente di decisivo nella mia vita fin qui è accaduto senza che ci fosse, da qualche parte, Silvio Berlusconi. Questa non è una cosa bella, né brutta. È una cosa vera.
Potrà sembrare strano, ma l'Italia prima di lui, o senza di lui, per me non è mai esistita. La giovinezza di una generazione ha coinciso con lui. E non c'è più tempo. Il primo bacio, ricordo di averlo dato alla fine degli anni novanta, sotto un governo Prodi. Ma per il resto, Berlusconi: quando ho compiuto diciott'anni, per esempio, e così i venti e i venticinque. (…) I governi di sinistra, durante la mia vita cosciente, cadevano così in fretta da non lasciare il tempo di fare esperienze significative. La vita privata restava la stessa all'inizio e alla fine delle legislature.

Gli storici trascurano, nelle loro valutazioni, i mal di stomaco, il vento, gli sbalzi d'umore, le decisioni improvvise, le previsioni del tempo, i sogni e parecchie altre cose. Perfino l'amore, a volte. Sembra che tutto accada su un piano di battaglia: frecce, frecce, frecce. Tutti ne abbiamo disegnate, ai tempi di scuola, quando il pomeriggio prima dell'interrogazione stava per finire e il pennarello correva sul quaderno. Da una cosa discendeva sempre un'altra: poteva trattarsi delle fasi della Guerra dei Trent'anni o del magone di Napoleone a Waterloo, non cambiava molto.

Mi piaceva quest'idea: il distacco dello storico. Una qualità che avrei voluto, che vorrei avere nella vita. Mi piacerebbe sempre riconoscere le forze in campo, nelle vicende che mi toccano. Distinguere, tra conflitti interiori, guerre lampoe guerre d'usura, insurrezioni e rivoluzioni. Monitorare le svolte e le crisi, con l'aria gelida di chi sa parlare di milioni di morti senza esserne turbato. Da dopo e dall'alto. Uno storico parla così.

Bastava essere nati dieci anni dopo di me (…) per essere ostaggio di un'idea di politica che coincideva perfettamente con l'esistenza al mondo di Silvio Berlusconi. (…) Se il televisore era acceso, lui c'era. Appariva. Sorrideva. Si imbufaliva. Stringeva le mandibole, mostrando un'espressione nervosa e uno strano colorito terreo. Se il televisore era spento, sarebbe arrivato un istante in cui, senza rimedio, qualcosa o qualcuno avrebbe evocato la sua presenza. Anche solo per una battuta, senza indignazione: una stupidissima battuta stanca e svogliata.

L'adolescenza, un giorno, finiva. Non ci eravamo svegliati vecchi, meno impetuosi sì. E va bene, è normale. Anche un po' arresi, però. Avevamo fatto l'amore, dato esami, lasciato indietro qualche ambizione spropositata e cretina. Le cose potevano andare via leggere o disperate. Non c'era il tempo di accorgersi che in realtà non avevamo creduto mai a niente. Mai a niente fino in fondo. Era stato un bene, non avere sperimentato la cecità pura e violenta dell'ideologia? Forse.

L'Italia non esiste. Esiste solo quando dicono “in Italia”, per dire qualcosa che altrove va meglio che qui.

Studente a vita. Poteva capitare di alzare la testa dalle pagine di un libro sottolineato riga per riga, in modo da non capire più cosa fosse davvero importante, tutto, anzi niente, poteva capitare di guardarsi intorno e toh, sono ancora nella solita stanza della mia infanzia, che ci faccio qui, dov'è l'uscita? Non la vedo, e ancora spuntano poster, pupazzi, diari, cose che non voglio più vedere, con madri che sono le stesse ma più vecchie di allora, che lavano i calzini, stirano, chiedono se resti a cena, a che ora torni, quanti esami pensi di dare in questa sessione, quando pensi di finire, come se finire significasse qualcosa, come se portasse davvero a qualcosa.

Quando una persona si avvicina a un'altra, se si avvicina sul serio, racconta molte cose di sé che non ha raccontato mai a nessuno. Altre gliele lascia vedere. Quando esce dalla doccia senza infilarsi l'accappatoio. Quando dice mi fa male qui, ma secondo te che cosa ho. Quando mostra uno strano segno sul polpaccio e spiega che storia c'è dietro. Oppure un minuscolo difetto anatomico di cui si vergogna a morte. Ma non è niente, dice l'altra persona, che nel frattempo ha già visto molte altre cose mai mostrate. Però questi si chiamano segreti, sono le cose segrete che uno affida all'altro senza pensarci troppo: l'odore della pelle, il modo come fa l'amore, quella volta che è scoppiato a piangere e poi ha chiesto scusa mille volte in un'ora. Per tutto il tempo che si vogliono bene, due persone hanno in ostaggio molte cose l'una dell'altra. Molte cose che non sono oggetti.

Il mondo sarebbe per noi irriconoscibile se mancassero sei, sette persone. Solo sei, sette, sui miliardi che siamo. Senza le insofferenze che generano, senza il semplice e inspiegabile fatto che ci vivono accanto.

Dichiaro di essere allergico ai romanzi di fantascienza. Solo per lei faccio un'eccezione. Se non è fantascienza averla ripescata da un'altra epoca per farla riapparire qui, cos'altro lo è? Non è fantascienza la semplice ipotesi di avere qualcuno nel proprio futuro? Immaginarlo, dico. Volerlo. Il futuro e quella persona. Con, quella persona. Un azzardo irrazionale e infinitamente pericoloso.

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