23 marzo 2012

Il fasciocomunista, frasi


Lì erano antiamericani tutti quanti, pure il Federale e Livio Nastri: «È per gli americani che abbiamo perso la guerra».
«E perché noi, allora, stiamo dalla parte loro?» chiedevamo qualche volta.
«Perché la politica è così. Noi stiamo contro i comunisti e quindi dobbiamo stare a favore degli americani anche se, in fondo in fondo, noi come ideologia siamo più vicini ai comunisti. Dovremmo stare dalla parte loro, ma mi sa che sono pure loro che non ci vogliono.»
Lupo qualche volta diceva: «Io non capisco bene». Pure io certe volte non capivo. Però quello che avevamo imparato lì sopra oramai ci si era ficcato bene in mente. I comunisti erano i primi nemici, questo era fuori discussione: nemici proprio nel Dna; i comunisti e i partigiani, che avevano trucidato migliaia di repubblichini dopo il 25 aprile. Ma erano nemici, forse, perché erano concorrenti. Eravamo noi i veri difensori delle masse proletarie, non l'aveva detto il Duce: «Italia proletaria e fascista»? Ma sul piano del rispetto, dell'etica e della morale non c'era paragone: meglio i comunisti dei democristiani. Questi erano solo corrotti. Borghesi e corrotti. Quelli avevano in testa un ideale, collettivista quanto ti pare ma sempre un ideale. Questi, i democristiani, conoscevano solo gli scandali e il malaffare. Lo vedevi pure a livello nostro, giovanile: i comunisti sognavano un mondo che a noi faceva ribrezzo, tutto uguale, massificato, collettivizzato, ma che a loro sembrava perfetto, ideale. Quelli che frequentavano la Dc, invece, glielo leggevi in faccia che ci andavano pensando ai soldi e agli affari che avrebbero fatto da grandi: andavano lì per occupare il posto, mica come noi e i comunisti che volevamo fare la rivoluzione.

I Volontari – gli amici miei, miei camerati, la mia famiglia – loro non avevano un dubbio: Michelini era il Duce, il Duce d'adesso, e il Duce ha sempre ragione, non sbaglia mai, per definizione. Ma per me no. Per me il fascismo era quello di Bompressi, di Livio Nastri e del Federale nonostante non ci andassi d'accordo: il popolo, i lavoratori, lo Stato nazionale del lavoro, l'anticapitalismo, la socializzazione, la rivoluzione. E qualche dubbio – su Almirante e Michelini – oramai ce lo avevo pure io, mica stavo ad aspettare i politologi di cinquant'anni dopo. Anche col Vietnam: sì, m'ero fatto tutte le manifestazioni e il Ridotto dell'Eliseo, ma qualche perplessità ogni tanto mi veniva: «Ma se sti vietnamiti vogliono essere comunisti, chi ti dà il diritto a te di andare a rompere i coglioni a casa loro? Restatene a casa tua» ci dicevamo nel Gruppo giovanile, specie con Lupo e Piermario: «E a favore degli americani, poi, che ci abbiamo perso una guerra contro?».

Dopo m'ha raccontato che i primi tempi, alle prime occuazioni delle facoltà universitarie, c'erano anche i fascisti insieme a loro: occupavano assieme e discutevano nelle assemblee. Ognuno diceva la sua ma stavano assieme, era – come dire – una lotta generazionale, erano i giovani contro i vecchi. La “contestazione globale del sistema” era nata così, perché quello era un paese in cui non si poteva vivere: non potevi dire niente, non potevi fare niente, non avevi nessun diritto; se non eri qualcuno contavi meno di zero, i professori ti potevano cacciare solo perché gli girava, ti mettevano un brutto voto e ti buttavano pure il libretto fuori dalla finestra, te lo dovevi andare a raccogliere in giardino e all'università ci potevano andare solo i figli dei ricchi. La carriera di profesore la facevi solo se eri figlio di qualcuno di loro, se no niente. La verità è che il fascismo non era caduto il 25 luglio e nemmeno dopo la Resistenza. Era caduto di nome, ma non di fatto. La società era ancora fascista – avevano ragione al Centro sociale – e purtroppo non nel senso del fascismo della Rsi, socialrivoluzionario, popolare, forse populista; ma di quello d'ordine, dell'ordine costituito, inamovibile, gerarchico-autoritario, staraciano: il fascismo della Demcrazia cristiana, che rubava a rotta di collo. Altro che «politica come servizio», la gente faceva politica per farsi gli affari suoi: scandali ogni giorno, dai tabacchi alle banane, nel senso che facevano la cresta pure su quelle. E tu non potevi nemmeno parlare, se ti riunivi in più di tre persone sulla pubblica via era «riunione sediziosa» e la polizia ti scioglieva. Non potevi parlare e loro rubavano. Dice: «Vabbè, ma perché, pure adesso...». Che c'entra: la gente adesso s'è abituata, prima no. Ai giovani gli sembrava che non dovesse essere così ed erano scesi in piazza. Tutti quanti. Pure i fasci. E all'inizio sembrava tutto bello: tutti insieme, a discutere, a festeggiare, «la fantasia al potere», e le ragazze che stavano fuori la notte fino a tardi. Mai visto prima.

Altro che il fascismo della Repubblica sociale, loro (Almirante e Michelini) erano i difensori dello Stato, dello statu quo, dello Stato democristiano.

Che ce ne fregava che erano di più? Non era coraggio il nostro, era tigna. Ci fregava assai, a noi, di prendere le botte, ma la figura di scappare no. La figura di abbandonare la sede? Con le botte ci convivi, dopo un po' ti passano, guarisci. Ma la vergogna no. La vergogna ti rimane per tutta la vita.

Noi abbiamo continuato come prima a fare il nostro lavoro politico: tu non è che t'accorgi, sul momento, che la storia è improvvisamente cambiata. Nessuno, nel 476 dopo Cristo, s'è svegliato una mattina e ha detto «È caduto l'Impero romano d'occidente». Quelli non se ne sono accorti per niente, ogni giorno era uguale all'altro: morivi, nascevi e pascevi le pecore. Solo chissà quanti anni dopo qualcuno ha detto: «Sai che c'è? Ti ricordi il 476, quando è successo questo e quest'altro? Be', mi sa che quella volta dev'essere caduto l'Impero romano», e così è stato per noi. Noi non ci siamo accorti che era cambiata la Storia, che la bomba di Milano era una svolta. Per noi era un fatto grave – sì – ma che non cambiava di molto i termini della questione e già dal giorno dopo abbiamo ricominciato a lavorare, «pesci nell'oceano delle masse», esattamente come tutti i lavoratori, esattamente come il contadino che .pure se durante la notte gli è morta tutta la famiglia – la mattina presto si alza e va in stalla, a mungere e dar da mangiare alle bestie.

16 marzo 2012

Il fasciocomunista, Antonio Pennacchi

 Accio Benassi, protagonista del romanzo di Antonio Pennacchi, inizialmente è solo un bambino, un bambino che, per vocazione o necessità famigliare, vive la sua infanzia chiuso in un seminario. Quelli sono gli anni del dopoguerra, gli anni della tensione tra Stati Uniti e URSS, gli anni della guerra fredda, Accio ne ha paura e spesso si punisce e prega dio affinché faccia convertire Kruscev e tutti i comunisti. Quello che Accio sogna di fare è prendere i voti e andare via, in Congo magari, ad aiutare gli ultimi.
Il tempo però passa e, con l'arrivo dell'adolescenza, Accio sente crescere in lui impulsi nuovi e sconosciuti, impulsi che certo non sono quanto richiede la castità sacerdotale, per questo abbandona il seminario e torna a casa, dalla sua famiglia che l'accoglie tra l'indifferenza e l'insoddisfazione. A casa, oltre che con il padre operaio e la madre casalinga, Accio vive con due fratelli maggiori e due sorelle, mentre altre due sono già sposate.
È la pecora nera della famiglia: c'è il padre convinto democristiano e ci sono i suoi fratelli comunisti, lui no, è fascista. Fascista “in buona fede”, quando prende la tessera del MSI è poco più di un bambino e la prende per lo stesso motivo per cui era in seminario: perché vuole aiutare gli ultimi ed è convinto che solo il fascismo ha davvero questo obiettivo. Il suo essere fascista, come dice lui stesso, forse è dovuto al luogo di nascita: Latina, costruita dal Duce. Dice Accio che magari se invece che a Latina fosse nato e cresciuto a Parma, probabilmente avrebbe in mano un'altra tessera.
Accio è un ragazzino pieno di rabbia, voglioso di cambiare il mondo, con un'unica grande passione: il latino. In seminario era il primo in latino, perciò vuole fare il classico, ma chiaramente a casa non l'appoggiano. Suo padre pretende che faccia geometri, così poi quando uscirà troverà subito un lavoro. Quello che a lui viene negato, il liceo classico, è stato però già concesso sia a Manrico che a Violetta, due dei suoi fratelli. E che c'entra? Si sente rispondere dalla madre Accio. Violetta è una donna e poi si sposa e la mantiene il marito e Manrico è così bravo, poi andrà anche all'università. Manrico, bello e bravo, socievole, solare, il figlio perfetto, quello che piace a tutti e a tutte. Accio, tutto il contrario, il solito combina guai, il solito attacca brighe.
Accio Benassi viene così iscritto al geometri, per lui è una palese ingiustizia, la stessa ingiustizia che lo perseguita da sempre in famiglia e che per sempre lo perseguiterà. Lui sì e io no. A Manrico tutto, ad Accio niente.
Visto che la famiglia di sangue non lo ascolta e lo ostacola, con le parole, le decisioni e le botte, Accio cerca e trova un'altra dimensione in cui sfogarsi, la politica. Diventa segretario giovanile del Msi, lotta per le sue idee, organizza scioperi, attacca volantini, riempie i muri di “Viva il duce” e “A morte i comunisti”. Ogni giorno è una nuova lotta, una nuova scazzottata, un nuovo regolamento di conti. Accio non ha paura delle botte, gli fa più paura la vergogna.
Di donne nella sua vita non ce ne sono, a parte una prostituta che fa tutto da sola senza lasciargli il tempo di capire niente; a parte Johan, un'inglese in vacanza, incontrata per caso su un pullman, Johan che gli regalerà una breve, ma intensa, avventura indimenticabile; a parte, soprattutto, Francesca. Francesca è una ragazza bellissima, che Accio incontra durante l'estate nell'albergo in cui lavora da quando è piccino. Se ne innamora subito, ma lei puntualizza sempre che tra loro c'è una bellissima amicizia. E basta. Passano mesi, anni, a scriversi lettere, poi Accio inizia ad andarla a trovare a Milano tutti i fine settimana, facendo l'autostop, pian piano anche lei ammette che prova qualcosa di diverso, Accio è euforico per la notizia, ma la sua è solo una breve, brevissima, illusione, perché lei lo molla dicendogli che non può impegnarsi con lui a causa di un presunto problema sessuale.
Quando arriva il 68, a Latina non succede niente, perciò Accio, che non può restare a guardare gli eventi da fuori, va a Roma, dove all'inizio le facoltà sono occupate da tutti i giovani, sia da quelli di destra sia da quelli di sinistra. È in quel periodo di contestazione generale che Accio, sempre più confuso sulle sue idee, sempre più deluso dai dirigenti del Movimento sociale italiano che non sono altro che democristiani, manifesta insieme a Manrico contro la guerra nel Vietnam. Ovviamente la cosa non passa inosservata e Accio viene espulso dal partito.
In quel momento mette a fuoco che ad aiutare gli ultimi sono i comunisti, perciò inizia a far parte di gruppi di estrema sinistra, insieme a Manrico e alle sue sorelle, fin quando suo fratello inizia a comportarsi in modo strano e si trasferisce a Milano, per fare la rivoluzione. Qui a Milano Manrico e Francesca si incontrano e lei, probabilmente si intuisce, guarirà il presunto problema sessuale che le impediva di stare con Accio. Passano gli anni, Accio frequenta saltuariamente l'università, mentre di Manrico non ha più molte notizie. Dopo Piazza Fontana, dopo che i pugni e i bastoni hanno lasciato il posto alle pistole, Accio si allontana da quel tipo di politica. Manrico invece no, Manrico quelle pistole le maneggia, è diventato un terrorista. E proprio davanti agli occhi di Accio, un giorno a Milano, Manrico viene ucciso dalla polizia, forse dopo una soffiata di Francesca, che Accio aveva contattato.
Lo scriteriato Accio Benassi finalmente torna a casa, dopo essere passato a trovare il prete del seminario, con cui ritrova una certa pace interiore che forse non ha mai avuto.


Leggendo la biografia di Pennacchi è facile immaginare che Accio sia il suo alter ego, un personaggio strano e sopra le righe, arrabbiato e ribelle, che passa da un contesto all'altro (la chiesa, l'Msi, Servire il popolo) senza mai cambiare idea veramente. Ha sempre avuto il pallino degli ultimi, del popolo, e ha sempre agito in nome di un ideale di giustizia sociale e libertà che sembravano promettere tutte le fazioni politiche, questa almeno era la sua impressione. Lo sguardo giovane e ingenuo del protagonista mette in parallelo le realtà politiche di quegli anni e mostra come fascisti e comunisti fossero, in fin dei conti, animati dagli stessi principi e dalle stesse speranze, almeno a livello popolare. I dirigenti, come al solito, erano troppo attenti al tintinnare dei soldi nei loro conti piuttosto che al battito del cuore del popolo. 
Accio non è un intellettuale politologo, Accio è uno che segue l'istinto e il cuore e il suo cuore l'ha portato a fare a botte frequentemente, ma gli ha anche fatto capire quando era il momento di fermarsi, ché finché si parla di pugni è una cosa, ma quando si prendono le pistole in mano è un'altra. E Accio pistole non ne ha mai impugnate. 


Quando, alcuni anni fa, ho visto per la prima volta Mio fratello è figlio unico, film del 2009 di Daniele Luchetti, con Scamarcio, Zingaretti ed Elio Germano, avevo pensato di prendere il libro da cui era stato tratto, poi però, come spesso succede, mi era passato di mente. È stata Giulia a farmi tornare in mente "Il fasciocomunista", un po' di tempo fa. Finalmente sono riuscita a leggerlo, trovando ben poco in comune con il film che mi era tanto piaciuto. Certo un film, per forza, deve sintetizzare, ma qui non si tratta solo di sintesi, è stata proprio cambiata la storia, soprattutto nella seconda parte. Il ruolo di Francesca è stato completamente stravolto, ad esempio, lei non è la quasi-fidanzata di Accio, ma la ragazza di Manrico, una sua compagna di sezione, che affascina non poco Accio. Avranno anche un figlio, Manrico e Francesca, ed è proprio la crescita di questo bambino che mostra il passare del tempo, degli anni. 
Ah, comunque, sono e resterò sempre pazza di questo film, anche se non segue poi tanto il libro, forse è meglio così.

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Lì erano antiamericani tutti quanti, pure il Federale e Livio Nastri: «È per gli americani che abbiamo perso la guerra».
«E perché noi, allora, stiamo dalla parte loro?» chiedevamo qualche volta.
«Perché la politica è così. Noi stiamo contro i comunisti e quindi dobbiamo stare a favore degli americani anche se, in fondo in fondo, noi come ideologia siamo più vicini ai comunisti. Dovremmo stare dalla parte loro, ma mi sa che sono pure loro che non ci vogliono.»
Lupo qualche volta diceva: «Io non capisco bene». Pure io certe volte non capivo. Però quello che avevamo imparato lì sopra oramai ci si era ficcato bene in mente. I comunisti erano i primi nemici, questo era fuori discussione: nemici proprio nel Dna; i comunisti e i partigiani, che avevano trucidato migliaia di repubblichini dopo il 25 aprile. Ma erano nemici, forse, perché erano concorrenti. Eravamo noi i veri difensori delle masse proletarie, non l'aveva detto il Duce: «Italia proletaria e fascista»? Ma sul piano del rispetto, dell'etica e della morale non c'era paragone: meglio i comunisti dei democristiani. Questi erano solo corrotti. Borghesi e corrotti. Quelli avevano in testa un ideale, collettivista quanto ti pare ma sempre un ideale. Questi, i democristiani, conoscevano solo gli scandali e il malaffare. Lo vedevi pure a livello nostro, giovanile: i comunisti sognavano un mondo che a noi faceva ribrezzo, tutto uguale, massificato, collettivizzato, ma che a loro sembrava perfetto, ideale. Quelli che frequentavano la Dc, invece, glielo leggevi in faccia che ci andavano pensando ai soldi e agli affari che avrebbero fatto da grandi: andavano lì per occupare il posto, mica come noi e i comunisti che volevamo fare la rivoluzione.

I Volontari – gli amici miei, miei camerati, la mia famiglia – loro non avevano un dubbio: Michelini era il Duce, il Duce d'adesso, e il Duce ha sempre ragione, non sbaglia mai, per definizione. Ma per me no. Per me il fascismo era quello di Bompressi, di Livio Nastri e del Federale nonostante non ci andassi d'accordo: il popolo, i lavoratori, lo Stato nazionale del lavoro, l'anticapitalismo, la socializzazione, la rivoluzione. E qualche dubbio – su Almirante e Michelini – oramai ce lo avevo pure io, mica stavo ad aspettare i politologi di cinquant'anni dopo. Anche col Vietnam: sì, m'ero fatto tutte le manifestazioni e il Ridotto dell'Eliseo, ma qualche perplessità ogni tanto mi veniva: «Ma se sti vietnamiti vogliono essere comunisti, chi ti dà il diritto a te di andare a rompere i coglioni a casa loro? Restatene a casa tua» ci dicevamo nel Gruppo giovanile, specie con Lupo e Piermario: «E a favore degli americani, poi, che ci abbiamo perso una guerra contro?».

Dopo m'ha raccontato che i primi tempi, alle prime occuazioni delle facoltà universitarie, c'erano anche i fascisti insieme a loro: occupavano assieme e discutevano nelle assemblee. Ognuno diceva la sua ma stavano assieme, era – come dire – una lotta generazionale, erano i giovani contro i vecchi. La “contestazione globale del sistema” era nata così, perché quello era un paese in cui non si poteva vivere: non potevi dire niente, non potevi fare niente, non avevi nessun diritto; se non eri qualcuno contavi meno di zero, i professori ti potevano cacciare solo perché gli girava, ti mettevano un brutto voto e ti buttavano pure il libretto fuori dalla finestra, te lo dovevi andare a raccogliere in giardino e all'università ci potevano andare solo i figli dei ricchi. La carriera di profesore la facevi solo se eri figlio di qualcuno di loro, se no niente. La verità è che il fascismo non era caduto il 25 luglio e nemmeno dopo la Resistenza. Era caduto di nome, ma non di fatto. La società era ancora fascista – avevano ragione al Centro sociale – e purtroppo non nel senso del fascismo della Rsi, socialrivoluzionario, popolare, forse populista; ma di quello d'ordine, dell'ordine costituito, inamovibile, gerarchico-autoritario, staraciano: il fascismo della Demcrazia cristiana, che rubava a rotta di collo. Altro che «politica come servizio», la gente faceva politica per farsi gli affari suoi: scandali ogni giorno, dai tabacchi alle banane, nel senso che facevano la cresta pure su quelle. E tu non potevi nemmeno parlare, se ti riunivi in più di tre persone sulla pubblica via era «riunione sediziosa» e la polizia ti scioglieva. Non potevi parlare e loro rubavano. Dice: «Vabbè, ma perché, pure adesso...». Che c'entra: la gente adesso s'è abituata, prima no. Ai giovani gli sembrava che non dovesse essere così ed erano scesi in piazza. Tutti quanti. Pure i fasci. E all'inizio sembrava tutto bello: tutti insieme, a discutere, a festeggiare, «la fantasia al potere», e le ragazze che stavano fuori la notte fino a tardi. Mai visto prima.

Altro che il fascismo della Repubblica sociale, loro (Almirante e Michelini) erano i difensori dello Stato, dello statu quo, dello Stato democristiano.

Che ce ne fregava che erano di più? Non era coraggio il nostro, era tigna. Ci fregava assai, a noi, di prendere le botte, ma la figura di scappare no. La figura di abbandonare la sede? Con le botte ci convivi, dopo un po' ti passano, guarisci. Ma la vergogna no. La vergogna ti rimane per tutta la vita.

Noi abbiamo continuato come prima a fare il nostro lavoro politico: tu non è che t'accorgi, sul momento, che la storia è improvvisamente cambiata. Nessuno, nel 476 dopo Cristo, s'è svegliato una mattina e ha detto «È caduto l'Impero romano d'occidente». Quelli non se ne sono accorti per niente, ogni giorno era uguale all'altro: morivi, nascevi e pascevi le pecore. Solo chissà quanti anni dopo qualcuno ha detto: «Sai che c'è? Ti ricordi il 476, quando è successo questo e quest'altro? Be', mi sa che quella volta dev'essere caduto l'Impero romano», e così è stato per noi. Noi non ci siamo accorti che era cambiata la Storia, che la bomba di Milano era una svolta. Per noi era un fatto grave – sì – ma che non cambiava di molto i termini della questione e già dal giorno dopo abbiamo ricominciato a lavorare, «pesci nell'oceano delle masse», esattamente come tutti i lavoratori, esattamente come il contadino che .pure se durante la notte gli è morta tutta la famiglia – la mattina presto si alza e va in stalla, a mungere e dar da mangiare alle bestie.


6 marzo 2012

evviva la libertà, con amore

Ieri su Twitter si rincorrevano citazioni di Pasolini, cosa che all'inizio mi ha lasciata un bel po' stupita. Non c'è voluto molto per capire il motivo: ieri sarebbe stato il suo compleanno.
Anche la Rai, ho notato, l'ha un pochino celebrato. Ieri mattina, mentre mi alzavo dal letto, dopo il tg1 o il tg2 hanno aperto la solita parentesi storica e hanno parlato dei Comizi d'amore di Pasolini, che, per la prima volta, aveva condotto in Italia un'inchiesta sulla sessualità, su tutti gli aspetti della sessualità, anche sull'omosessualità. Ieri notte inoltre, l'ho scoperto per caso, su RaiMovie davano La rabbia di Pasolini, io giuro mi sono impegnata per cercare di guardare il documentario, ma è iniziato a mezzanotte e quaranta e tempo mezz'ora al massimo già dormivo. 
Mi è rimasta impressa una parte recitata da Pasolini prima che mi addormentassi completamente, la riscrivo qui, perché è una riflessione che mi è piaciuta.

Voi, figli dei figli
gridate con disprezzo
con rabbia, con odio
evviva la libertà.
Perciò non gridate
evviva la libertà.

Se non si grida viva la libertà
umilmente
non si grida evviva la libertà.
Se non si grida viva la libertà
ridendo
non si grida evviva la libertà.
Se non si grida viva la libertà
con amore
non si grida evviva la libertà.


Ave Mary, frasi


Sono sempre stata convinta che l’educazione cattolica abbia ancora un ruolo fondamentale nel fornire chiavi di lettura al nostro mondo, e anche quando crescendo molti abbandonano le convinzioni di fede o quando non le hanno mai avute, quell’imprinting culturale non viene meno, anzi continua a condizionare il nostro stare insieme da uomini e donne con tanta efficacia quanto meno viene compreso e criticato. In Italia le persone che ricevono questo tipo di educazione continuano a essere la schiacciante maggioranza, e quelli che non la ricevono comunque la assorbono. Quindi nessuno può considerare irrilevanti gli effetti o evitare di fare i conti con le sue conseguenze sulla vita di tutti e tutte.

Non si è vittime per il solo fatto di esistere come femmine invece che come maschi, ma lo si è sempre di qualcosa o di qualcuno.

Il buon senso popolare è convinto nel profondo del fatto che sì, Adamo sarà stato anche ingenuo e sciocco a cascarci, ma alla fine dei conti il tutto è partito dalla donna. (…) Eva è l’unico nome biblico – insieme a quello di Giuda – che bestemmiare è considerato veniale. Se nessuno ha mai pensato di imprecare con il nome di Adamo, qualcosa vorrà pur dire.

Tratto da uno scritto di Tertulliano: Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che deriva da Eva, l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione. Non sai che anche tu sei Eva? La condanna di Dio verso il tuo sesso permane ancora oggi; la tua colpa rimane ancora.

Non erano i tempi dell’ottimismo. Se non c’era speranza di miglioramento in questa terra, se sottrarsi al dolore e alla morte non sembrava proprio possibile, il cristianesimo nascente offriva una strada per dare alla sofferenza comune un senso nobilissimo: aggiungerla per empatia a quelle vissute da Cristo in croce.

Laddove Cristo ancora oggi muore simbolicamente mille volte al giorno su tutti i muri delle nostre scuole, nell’intimità delle nostre case di credenti, dietro i banchi dei tribunali e sui petti siliconati delle soubrette, la morte di Maria è stata cancellata e sottratta alla rappresentazione.

Il dolore delle donne, che sia fisico oppure dell’animo, che derivi dalla morte di un figlio oppure dalla sua nascita, non ha nessun significato in sé, non redime e non spiega perché soltanto soffrendo un interposto dolore le donne possono sperare di ottenere un diritto alla consolazione.

La donna che per natura non può saldare il debito di Eva si ritrova nella stessa condizione in cui per secoli nelle società antiche si sono ritrovati coloro che non riuscivano a restituire i debiti contratti: quella di venire ridotti in schiavitù, talvolta insieme ai propri congiunti, a servizio del proprio creditore.

Nessun uomo è mai stato beatificato per aver accettato di essere padre fino alle estreme conseguenze; al contrario, le beatificazioni laicali maschili sembravano dire agli uomini che potevano diventare santi anche fondando cristianamente banche o partiti politici o facendo bene il proprio lavoro; attraverso la canonizzazione della Molla si mostrava invece alle donne che per arrivare a vedere Dio senza passare per il convento l’unica altra strada era il matrimonio e fare figli. Un dato ulteriore era che la gravidanza di Gianna Beretta Molla non era come tutte le altre: c’era di mezzo una patologia che entrava direttamente in conflitto con il prosieguo della gestazione.

Madre Teresa di Calcutta: “È questo il destino di noi donne, per questo siamo state create: per essere il cuore del focolare o il cuore della madre Chiesa”. (…) Nella piccola suora di Calcutta c’era già tutto: era la prova  provata che nell’ordine naturale del mondo le donne sono il cuore che serve e gli uomini la testa che ordina.

Di un’adolescente che giunta ai suoi sedici anni appaia o si comporti come ne avesse dieci si penserebbe che ha un blocco dello sviluppo fisico, cognitivo o relazionale, brutalmente detto “ritardo”. I genitori la porterebbero senz’altro da uno specialista. Se invece è una donna di sessant’anni a volerne dimostrare quarantacinque, il suo contesto tenderà a esserne compiaciuto e invidioso.

Nessun uomo nel mondo dei pubblicitari ha mai problemi di vescica. O di intestino pigro. O di prurito intimo. Ma neanche di emorroidi o di diarrea: sono sempre donne le protagoniste dei messaggi pubblicitari collegati alle disfunzioni corporali, e spesso sono donne non più giovani, il cui decadimento fisico è un appetibile terreno di marketing.

Se nell’avanzare dell’età la prospettiva per le donne è quella di perdere lo status appagante di seduttrici senza però guadagnare quello rispettabile di figure sapienti dotate di intelligenza critica, affidarsi a un chirurgo per farsi devastare i connotati prima che sia troppo tardi potrebbe sembrare persino una scelta obbligata.

Viviamo tempi in cui il seno nudo della Verità di Gianbattista Tiepolo viene fatto velare da un pudico Silvio Berlusconi, affinché non lo si veda in tv alle spalle dei ministri durante le conferenze stampa istituzionali. Tempi nei quali i piissimi Giovani industriali per non imbarazzare il cardinal Bagnasco in visita sbianchettano i genitali dell’uomo di Leonardo che faceva da loro convegno annuale.

Immaginare oggi Maria abbigliata in un sobrio abito da sera o in una veste casalinga come jeans e camicia sembra blasfemia, ma era esattamente ciò che gli artisti si sono presi la confidenza di realizzare fino al XIX secolo, interpretando una teologia capace di offrire alle donne cristiane un modello raggiungibile, senza che questo intaccasse minimamente la santità assoluta di Maria.

Viviamo nel Paese dei crocifissi, la terra in cui è in corso da diversi anni una guerra per fare restare Cristo inchiodato ai muri di ogni singolo edificio pubblico, scuola, ospedale o tribunale, in contrasto aperto con il principio di laicità dello Stato, il rispetto per le differenti sensibilità religiose e anche quello per il Crocifisso, ridotto a servire da corpo contundente nello scontro tra ideologie e culture.


5 marzo 2012

Ave Mary, Michela Murgia

Devo fare i conti con Maria, anche se questo non è un libro sulla Madonna. È un libro su di me, su mia madre, sulle mie amiche e le loro figlie, sulla mia panettiera, la mia maestra e la mia postina. Su tutte le donne che conosco e riconosco. Dentro ci sono le storie di cui siamo figlie e di cui sono figli i nostri uomini: quelli che ci vorrebbero belle e silenti, ma soprattutto gli altri. Questo libro è anche per loro, e l’ho scritto con la consapevolezza che da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme.
Queste parole di Michela Murgia, sulla quarta di copertina, mi hanno convinta a comprare il libro. Soprattutto mi ha convinta il suo sottotitolo: E la chiesa inventò la donna.
imagesSarà che ho cominciato a leggere “Ave Mary” quando fuori c’era la neve, ma andare avanti nella lettura, all’inizio, è stato piuttosto complicato. Per inizio intendo le prime sessanta pagine più o meno, nelle quali tutto mi sembrava tranne che non si parlasse della Madonna. Dal terzo capitolo però, complice la neve che nel frattempo si era sciolta, la lettura mi è sembrata molto più scorrevole e interessante, perché in effetti, poi, sono diventate protagoniste le donne, è diventato protagonista il loro ruolo sociale marginale.

Michela Murgia, credente, trova la radice della relegazione delle donne ad angeli del focolare nella pessima interpretazione che è stata data della Bibbia, pessima interpretazione basata su omissioni e superficialità, che reggono l’impianto maschilista della chiesa.

Se chiudiamo gli occhi e pensiamo alla Madonna è probabile che ci venga in mente una bella statuina con lo sguardo basso, il viso velato, con un abito bianco o celeste, con le mani giunte e il capo chino. Questa è l’immagine che prevale della Madonna dalla metà dell’Ottocento, un’immagine che si pone come modello di perfezione cui nessuna donna potrà mai arrivare, anche volendo. La Madonna di oggi è una Madonna sofferente, che ha smesso anche di essere madre. Non c’è più con lei il bambino con cui era stata sempre raffigurata nel Rinascimento e nei secoli successivi.images (1) Se chiudiamo gli occhi e pensiamo alla Madonna sicuramente non ci verrà mai in mente l’immagine di una donna che gira per casa coi jeans e i bigodini in testa, anzi, se domani un’artista decidesse di rappresentarla così, probabilmente sarebbe accusato di blasfemia. Eppure, prima delle apparizioni di Fatima e Lourdes, la Madonna era spesso rappresentata come una donna quasi normale. Caravaggio, ne la Madonna dei pellegrini, la dipinge come una popolana qualsiasi, carnale, che con un abito scollato, tenendo in braccio il suo bambino, si affaccia curiosa in strada. 
Michela Murgia fa riflettere su quanto oggi l’immagine che viene imposta della Madonna sia completamente diversa. Oggi è solo una Mater Dolorosa.

Se chiudiamo gli occhi e immaginiamo il temperamento di Maria probabilmente ci viene in mente una ragazza, una donna, triste e passiva, che fa quello che le viene ordinato, senza alcuna libertà di scelta. Ebbene, la Murgia, che conosce quello in cui crede, afferma che non c’è idea più sbagliata. Scrive infatti che Maria di Nazareth è la persona che ha subito il torto più grande nel dipanarsi di questa colossale struttura di dominio. È stata strumentalmente trasformata in icona della più passiva docilità, in muta testimonial del silenzio-assenso, e ha finito in modo paradossale per essere proposta come esempio luminoso di donna funzionale ai piani altrui, lei che i piani altrui li aveva sovvertiti tutti senza pensarci su neanche un istante. La Murgia afferma che il sì all’annunciazione di Maria è quanto ci sia di più distante dall’ordine patriarcale. Insomma, Maria di Nazareth aveva sedici anni, un padre e un promesso sposo. Un giorno arriva un angelo che le dice che avrà un figlio e lo dice a lei, non al padre che aveva ancora la potestà. Lo comunica a lei e non è un ordine, ma una richiesta. Maria è protagonista attiva di quella decisione, cosa del tutto inusuale all’epoca dei fatti. Scrive la Murgia: Una fanciulla per bene davanti alla proposta sconcertante di restare incinta senza conoscere uomo avrebbe dovuto nel migliore dei casi rifiutare, nel peggiore chiedere tempo. Dire qualcosa di molto assennato e prudente, tipo “ne parlo con mio padre”. Oppure con qualcuno di più grande, più esperto, più potente. Poteva parlarne con il suo promesso sposo, per esempio. (…) Maria si guarda bene dal fare tutto questo. Se l’angelo è un anticonformista, lei lo è di più. Accetta, ma non comunica a nessuno la sua decisione. Parte e va dalla cugina, torna tre mesi dopo quando la pancia è ben evidente. Solo un sogno convincerà Giuseppe della buona fede della sua sposa, della sua purezza, e solo così Maria si salverà dalla lapidazione. Vista così, insomma, Maria non appare certo come lo stampino perfetto di tutte le donne per bene.

Questo “nuovo” ritratto della Madonna che, confidenzialmente, la Murgia chiama Mary, è stato l’argomento che più mi ha colpito e interessato. Ecco io non ho mai letto la Bibbia, non penso nemmeno di credere in dio, però capire la religione mi interessa, sono convinta che, come si legge nel libro, anche chi non crede inevitabilmente è impregnato di quell’educazione cattolica impartita per millenni che, per forza di cose, influenza la società in cui viviamo.

Alla fine, quando ho chiuso il libro, avevo un’immagine nuova della Mary e avevo anche una nuova concezione dell’immagine della donna che dà la Bibbia. 
L’altra parte che mi ha molto colpito è infatti quella in cui Michela Murgia analizza quella che lei stessa definisce la scomoda parabola, per me assolutamente sconosciuta finora. Praticamente ho scoperto che insieme alle più note parabole della pecorella smarrita e del figliol prodigo ce n’è un’altra, quella della dramma perduta. Io non l’avevo mai sentita. Ha per protagonista una donna che ha perso una dramma, una moneta, e per cercarla mette a soqquadro casa. Alla fine la ritrova e per festeggiare invita le amiche. Nel libro si afferma che le tre parabole sono raccontate nello stesso momento da Gesù, quindi sono tra loro molto legate da un evidente filo logico: dio, come il pastore della prima parabola, festeggia più per la conversione di un peccatore che per la fede di novantanove giusti che camminavano già sulla retta via; dio è misericordioso come il padre della seconda parabola che festeggia il ritorno di un figlio che certo non si era comportato troppo bene. Continuando su questo filo logico è evidente, afferma la Murgia, che allegoricamente la parabola della dramma perduta mostra dio come una donna distratta. Sarebbe scomodo, per il maschilismo che caratterizza la chiesa, ammettere che dio possa avere anche la voce di donna. Si legge infatti che l’allegoria che suggerisce è inaccettabile per la sensibilità tutta maschilista dell’educazione cattolica tradizionale, che può anche ammettere un Cristo descritto come pecoraro sbadato con il suo gregge, e arrivare ad accettare un Dio padre privo del più elementare senso della disciplina; ma non può consentire che l’identità divina venga rappresentata da una figura femminile, meno che mai da una casalinga disperata perché non trova la sua moneta. La Murgia definisce questa parabola dotata di un potenziale sovversivo, non solo per quanto già spiegato, ma anche perché mostra un’immagine rivoluzionaria della donna: c’è una donna che vive da sola, non c’è traccia di una presenza maschile, c’è una donna che è autonoma, probabilmente lavora perché quella moneta è la sua, c’è una donna “moderna” che invita le amiche per festeggiare. Una donna sola e padrona dei mezzi quindi, non proprio quell’angelo del focolare che per secoli la chiesa ha cercato di imporre come modello femminile.

A partire dalle considerazioni religiose, Michela Murgia analizza la situazione concreta, il modo in cui per secoli hanno vissuto, e forse vivono ancora, le donne, costrette a vivere per espiare quel peccato originale della Eva tentatrice senza minima speranza di riuscirci, avendo come modello di perfezione una Madonna distante che non invecchia mai. Invece le donne invecchiano, eccome, non diventano nemmeno affascinanti come gli uomini brizzolati, no, hanno problemi di tutti i tipi, come mostrano le pubblicità, non resta loro altro che il ritocco estetico. 
È interessante scoprire la disparità di trattamento dei sessi anche nella beatificazione, è interessante scoprire come ha giustificato la chiesa il matrimonio: uomo e donna sono come Cristo e chiesa. Esisterebbe la chiesa senza Cristo? Ecco qua servita la ricetta di una donna dipendente dal marito. 
È interessante scoprire come abbia fatto comodo a Giovanni Paolo II una donna caritatevole come Madre Teresa di Calcutta, è lei stessa che dice: “È questo il destino di noi donne, per questo siamo state create: per essere il cuore del focolare o il cuore della madre Chiesa, dando la zappa sui piedi a tutte le altre donne che magari aspiravano ad altro.

Dalla lettura di questo libro che, come si è capito, è un po’ una specie di saggio, ho scoperto insomma un bel po’ di cose che ignoravo completamente, non essendomi mai interessata all’argomento. L’esperimento mi è piaciuto, quindi forse riproverò con qualcosa di simile. Il tutto comunque non cambia il mio rapporto con la fede e, soprattutto, con la chiesa. Anzi, se possibile, quello con la chiesa è anche peggiorato, insomma questo saggio di una credente convinta mi dà ragione: la chiesa è pura ipocrisia. Ovviamente non voglio generalizzare e non dico che tutti i preti sono uguali, anzi, però in linea di massima credo ci sia una diffusa ipocrisia proporzionale al potere che si ha nelle proprie mani.
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Sono sempre stata convinta che l’educazione cattolica abbia ancora un ruolo fondamentale nel fornire chiavi di lettura al nostro mondo, e anche quando crescendo molti abbandonano le convinzioni di fede o quando non le hanno mai avute, quell’imprinting culturale non viene meno, anzi continua a condizionare il nostro stare insieme da uomini e donne con tanta efficacia quanto meno viene compreso e criticato. In Italia le persone che ricevono questo tipo di educazione continuano a essere la schiacciante maggioranza, e quelli che non la ricevono comunque la assorbono. Quindi nessuno può considerare irrilevanti gli effetti o evitare di fare i conti con le sue conseguenze sulla vita di tutti e tutte.

Non si è vittime per il solo fatto di esistere come femmine invece che come maschi, ma lo si è sempre di qualcosa o di qualcuno.

Il buon senso popolare è convinto nel profondo del fatto che sì, Adamo sarà stato anche ingenuo e sciocco a cascarci, ma alla fine dei conti il tutto è partito dalla donna. (…) Eva è l’unico nome biblico – insieme a quello di Giuda – che bestemmiare è considerato veniale. Se nessuno ha mai pensato di imprecare con il nome di Adamo, qualcosa vorrà pur dire.

Tratto da uno scritto di Tertulliano: Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che deriva da Eva, l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione. Non sai che anche tu sei Eva? La condanna di Dio verso il tuo sesso permane ancora oggi; la tua colpa rimane ancora.

Non erano i tempi dell’ottimismo. Se non c’era speranza di miglioramento in questa terra, se sottrarsi al dolore e alla morte non sembrava proprio possibile, il cristianesimo nascente offriva una strada per dare alla sofferenza comune un senso nobilissimo: aggiungerla per empatia a quelle vissute da Cristo in croce.

Laddove Cristo ancora oggi muore simbolicamente mille volte al giorno su tutti i muri delle nostre scuole, nell’intimità delle nostre case di credenti, dietro i banchi dei tribunali e sui petti siliconati delle soubrette, la morte di Maria è stata cancellata e sottratta alla rappresentazione.

Il dolore delle donne, che sia fisico oppure dell’animo, che derivi dalla morte di un figlio oppure dalla sua nascita, non ha nessun significato in sé, non redime e non spiega perché soltanto soffrendo un interposto dolore le donne possono sperare di ottenere un diritto alla consolazione.

La donna che per natura non può saldare il debito di Eva si ritrova nella stessa condizione in cui per secoli nelle società antiche si sono ritrovati coloro che non riuscivano a restituire i debiti contratti: quella di venire ridotti in schiavitù, talvolta insieme ai propri congiunti, a servizio del proprio creditore.

Nessun uomo è mai stato beatificato per aver accettato di essere padre fino alle estreme conseguenze; al contrario, le beatificazioni laicali maschili sembravano dire agli uomini che potevano diventare santi anche fondando cristianamente banche o partiti politici o facendo bene il proprio lavoro; attraverso la canonizzazione della Molla si mostrava invece alle donne che per arrivare a vedere Dio senza passare per il convento l’unica altra strada era il matrimonio e fare figli. Un dato ulteriore era che la gravidanza di Gianna Beretta Molla non era come tutte le altre: c’era di mezzo una patologia che entrava direttamente in conflitto con il prosieguo della gestazione.

Madre Teresa di Calcutta: “È questo il destino di noi donne, per questo siamo state create: per essere il cuore del focolare o il cuore della madre Chiesa”. (…) Nella piccola suora di Calcutta c’era già tutto: era la prova  provata che nell’ordine naturale del mondo le donne sono il cuore che serve e gli uomini la testa che ordina.

Di un’adolescente che giunta ai suoi sedici anni appaia o si comporti come ne avesse dieci si penserebbe che ha un blocco dello sviluppo fisico, cognitivo o relazionale, brutalmente detto “ritardo”. I genitori la porterebbero senz’altro da uno specialista. Se invece è una donna di sessant’anni a volerne dimostrare quarantacinque, il suo contesto tenderà a esserne compiaciuto e invidioso.

Nessun uomo nel mondo dei pubblicitari ha mai problemi di vescica. O di intestino pigro. O di prurito intimo. Ma neanche di emorroidi o di diarrea: sono sempre donne le protagoniste dei messaggi pubblicitari collegati alle disfunzioni corporali, e spesso sono donne non più giovani, il cui decadimento fisico è un appetibile terreno di marketing.

Se nell’avanzare dell’età la prospettiva per le donne è quella di perdere lo status appagante di seduttrici senza però guadagnare quello rispettabile di figure sapienti dotate di intelligenza critica, affidarsi a un chirurgo per farsi devastare i connotati prima che sia troppo tardi potrebbe sembrare persino una scelta obbligata.

Viviamo tempi in cui il seno nudo della Verità di Gianbattista Tiepolo viene fatto velare da un pudico Silvio Berlusconi, affinché non lo si veda in tv alle spalle dei ministri durante le conferenze stampa istituzionali. Tempi nei quali i piissimi Giovani industriali per non imbarazzare il cardinal Bagnasco in visita sbianchettano i genitali dell’uomo di Leonardo che faceva da loro convegno annuale.

Immaginare oggi Maria abbigliata in un sobrio abito da sera o in una veste casalinga come jeans e camicia sembra blasfemia, ma era esattamente ciò che gli artisti si sono presi la confidenza di realizzare fino al XIX secolo, interpretando una teologia capace di offrire alle donne cristiane un modello raggiungibile, senza che questo intaccasse minimamente la santità assoluta di Maria.

Viviamo nel Paese dei crocifissi, la terra in cui è in corso da diversi anni una guerra per fare restare Cristo inchiodato ai muri di ogni singolo edificio pubblico, scuola, ospedale o tribunale, in contrasto aperto con il principio di laicità dello Stato, il rispetto per le differenti sensibilità religiose e anche quello per il Crocifisso, ridotto a servire da corpo contundente nello scontro tra ideologie e culture.


3 marzo 2012

Million dollar baby

Ieri sera su Rai Movie c'era Million dollar baby, film del 2004, diretto e interpretato da Clint Eastwood. Ricordo ancora la prima volta che l'ho visto: lo davano in tv, mi sono messa lì davanti pensando che se aveva vinto quattro premi Oscar (miglior film, migliore regia, migliore attrice protagonista e miglior attore non protagonista) doveva per forza essere bello. Ricordo che l'inizio non mi aveva entusiasmato per niente e, dopo tutti quei combattimenti, stavo per cambiare canale. Per fortuna non l'ho fatto. Se per oltre un'ora il film mi aveva lasciata abbastanza indifferente, forse a causa anche del mio odio per la boxe, l'ultima parte mi aveva fatto piangere, ma non in senso metaforico, ho pianto davvero. E piango puntualmente tutte le volte che vedo il film, anche ieri sera. 

Million Dollar Baby.png
Million dollar baby è uno di quei film che guarderei all'infinito. 

Il film inizia con una voce narrante: ho conosciuto solo un uomo contro il quale non avrei mai combattuto. Quando lo conobbi era il più grande cut man dell’ambiente, cominciò come allenatore manager negli anni ’60, ma non perse mai il suo tocco magico.
Quell'uomo contro il quale quella voce non avrebbe mai combattuto è Frankie, un ex pugile, che ora gestisce una palestra insieme a quello che sembra essere l'unico amico che ha, Scrap, interpretato da Morgan Freeman. Frankie è un uomo solo, con una figlia lontana, che non vede da tempo, con la quale ha rotto tutti i rapporti. Ogni giorno le scrive una lettera che lei rimanda indietro senza nemmeno leggerla, ma lui continua. Ogni giorno va in chiesa, il parroco sospetta che lui abbia qualcosa di grave da farsi perdonare, perché solo chi ha da farsi perdonare qualcosa di grave va a messa tutti i giorni. Frankie è un uomo solo, ama leggere Yeats e soprattutto ama la boxe. 
La sua vita cambia quando si affaccia in palestra una ragazza, trentenne, Maggie Fitzgerald, che lavora come cameriera, ma sogna di combattere e di diventare importante. Vuole che sia Frankie ad allenarla, ma lui non ha nessuna intenzione di farlo, perché lui non allena ragazze, perciò la invita a cercare un altro allenatore, ma Maggie ha le idee chiare e, senza pensarci, gli risponde "io non voglio un allenatore, voglio lei". Frankie non ha alcuna intenzione di cambiare opinione e continua ad ignorarla. Scrap invece trova che Maggie sia piena di grinta, con un grande cuore, le manca solo la tecnica, ma a quella potrebbe provvedere Frankie. Maggie è sempre lì, in quell'angolo, a dare pugni scomposti al sacco veloce che ha comprato mettendo da parte i soldi. 
Spinto da Scrap e colpito dalla grinta di Maggie, Frankie decide di allenarla, glielo comunica il giorno del suo compleanno. 
Maggie è entusiasta. Si allena con passione.
Quando Frankie inizia a procurarle degli incontri lei stende tutte al primo round, è così forte che nessun allenatore vuole far combattere la propria pugile con Maggie. Frankie deve arrivare a corrompere gli altri allenatori per procurare degli incontri alla sua Maggie a cui ormai si è affezionato un bel po'. Le ha preso una vestaglia verde con su scritto il soprannome gaelico con cui affettuosamente la chiama, soprannome con cui Maggie viene inneggiata dalla folla che assiste agli incontri, soprannome gaelico di cui non conosce il significato. 
Dopo un anno e mezzo dall'inizio della collaborazione tra Frankie e Maggie lei arriva a combattere per il titolo mondiale dei pesi Welter, contro la campionessa del mondo, un ex prostituta potenziale assassina che combatte senza seguire le regole, molto scorretta. 
Frankie promette a Maggie che, in caso di vittoria, le svelerà il significato del suo soprannome gaelico.
L'incontro ha inizio, Maggie inizialmente è in difficoltà, poi si riprende, quando l'arbitro suona la fine di un round si gira per andare a posto e, in quel momento, l'avversaria la colpisce alle spalle. Maggie è colta di sorpresa, cade e batte la testa sullo sgabello.
La prognosi non lascia speranze: rimarrà paralizzata per sempre, non potrà mai nemmeno respirare autonomamente. 
Frankie è sconvolto quanto lei, si sente in colpa, accusa Scrap di essere stato lui la causa di tutto questo. Maggie è completamente sola, con una famiglia che è attenta solo al risvolto economico della situazione. Frankie è l'unico che le sta vicino. La lava, la pulisce, le legge le poesie. 
I medici sono costretti ad amputarle anche una gamba. Maggie non sopporta più di vivere in quelle condizioni. Chiede a Frankie di porre fine a quella condizione: Non posso vivere così, Frankie. Non dopo quello che ho fatto. Ho girato il mondo. Il pubblico ha inneggiato al mio nome, beh, più che al mio nome al soprannome che mi ha dato lei, però tifavano per me. Sono apparsa sui giornali. Chi avrebbe mai potuto immaginarlo.. Quando sono nata pesavo un chilo e cento scarsi, mio padre diceva sempre che avevo lottato per venire al mondo e che avrei lottato fino alla morte. È quello che voglio fare, ma non voglio lottare contro di lei. Ho avuto quello che volevo. Ho avuto tutto. Non permetta che mi venga portato via. Non mi lasci sdraiata qui finché non sentirò più la voce dei miei tifosi. 
Frankie rifiuta di staccarle la spina, ma lei, sempre pronta a combattere, trova un modo per uccidersi da sola, mordendosi la lingua. I medici riescono a salvarla per un pelo, quando stava per morire dissanguata. Le imbottiscono anche la bocca per evitare che ci possa riprovare. 
Frankie decide di aiutarla a morire, prima di staccarle la spina però le rivela finalmente il significato del suo soprannome: mio tesoro. Le dà un bacio, lei accenna un sorriso, mentre una lacrima le riga il viso. Frankie fa quello che lei gli ha chiesto di fare, poi esce dall'ospedale. 
Non tornerà mai più in palestra.
Il film finisce con la stessa voce narrante che ha tenuto compagnia per tutto il film, è quella di Scrap e le sue parole non sono altro che una lettera indirizzata alla figlia di Frankie: non ha lasciato neanche un messaggio, nessuno ha mai saputo che fine abbia fatto. Ho sperato che fosse venuto a cercare te, a chiederti per l’ennesima volta di perdonarlo, ma forse non c’era rimasto più niente nel suo cuore. Spero solo che abbia trovato un posto dove vivere in pace, un posto in mezzo ai cedri alle querce,  sperduto tra il nulla e l’addio. Ma forse è soltanto un’illusione. Ovunque si trovi adesso, ho pensato fosse giusto farti sapere chi era veramente tuo padre.

A volte, per tirare un colpo vincente, bisogna arretrare. Ma se arretri troppo, non combatti più.


Bellissimo film, dal tema ancora scottante, almeno qui in Italia. Io ho visto solo una bellissima storia d'amore tra un uomo che non ha più rapporti con la figlia e una ragazza che ha perso troppo presto suo padre, unico membro della  famiglia in grado di volerle bene. Quella di Maggie e Frankie è una storia di profondo amore, di una figlia e un padre che si sono scelti. E d'amore, secondo me, è fatto anche quell'ultimo, tristissimo, gesto.



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