29 aprile 2012

Novecento, frasi

Questo me l'ha insegnato Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, il più grande pianista che abbia mai suonato sull'Oceano. Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto. Così, diceva: quello che vedranno.

«Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla».

Aveva otto anni e si era già fatto avanti e indietro dall'Europa all'America una cinquantina di volte. L'Oceano era casa sua. E quanto alla terra, bè, non ci aveva mai messo piede. L'aveva vista, dai porti, certo. Ma sceso, mai.

Laggiù, in sala macchine, quella notte, Novecento e io diventammo amici. Per la pelle. E per sempre. Passammo tutto il tempo a contare quanto poteva fare in dollari tutto quello che avevamo rotto. E più il conto saliva, più ridevamo. E se io ci ripenso, mi sembra che era quella cosa lì, essere felici.

Potevi pensare che era matto. Ma on era così semplice. Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c'è in Bertham Street, d'estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui, non c'è mai stato. Negli occhi di qualcuno, nelle parole di qualcuno, lui, quell'aria, l'aveva respirata davvero. A modo suo: ma davvero. Il mondo, magari, non l'aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave lo spiava. E gli rubava l'anima. In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia... Tutta scritta, addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava... Ogni giorno aggiungeva un piccolo pezzo a quella immensa mappa che stava disegnandosi nella testa, immensa, la mappa del mondo, del mondo intero, da un capo all'altro, città enormi e angoli di bar, lunghi fiumi, pozzanghere, aerei, leoni, una mappa meravigliosa.

A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'é una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'é che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buonanotte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. quando, in mezzo all'Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave". Ci rimasi secco. Fran.

Ci lasciarono andare avanti per un bel po', la mia tromba e il suo pianoforte, per l'ultima volta, lì a dirci tutte le cose che mica puoi dirti, con le parole.

Andavo di fantasia, e di ricordi, è quello che ti rimane da fare, alle volte, per salvarti, non c'è più nient'altro. Un trucco da poveri, ma funziona sempre.

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare. Loro sono 88, tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu, ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa è la verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita... Se quella tastiera è infinita, allora su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Tu sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio. Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade. Ce n'è a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n'è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla?

♥ I miei scarabocchi su "Novecento" di Alessandro Baricco

27 aprile 2012

Novecento, Alessandro Baricco

«Non è possibile che conoscete Alfieri e non conoscete gli scrittori italiani contemporanei. Conoscete Baricco ad esempio?»
Il prof di matematica dell'altra sezione aveva questa idea: l'idea che Baricco fosse uno scrittore geniale, uno scrittore da non perdere per nessun motivo al mondo. Io non lo conoscevo, non lo conosco nemmeno adesso, però ho letto un libro, un libricino, e no, non ho avuto l'impressione di quel prof. 

È l'inizio del secolo scorso quando sul Virginiam, una nave che attraversa l'Atlantico, Danny Boodman trova un bambino in una scatola di limoni dove compare la sigla TD Lemon. Non ha esitazione: decide immediatamente che quel bambino abbandonato diventerà il suo bambino. Decide di dargli il suo nome, Danny Boodman, aggiungendoci la dicitura che aveva letto sulla scatola in cui lo aveva trovato, TD Lemon sostenendo che la sigla TD stesse ad indicare che quel bambino non poteva che essere allevato da lui, sostiene infatti che TD sta per Thanks Danny. Eppure manca ancora qualcosa al nome. Lo completa con Novecento, il secolo appena cominciato. Danny Boodman TD Lemon Novecento, noto in seguito semplicemente come Novecento.
Quando è ancora un bambino Novecento rimane orfano dopo la morte sul lavoro di Danny Boodman. All'improvviso scompare. Nessuno riesce a trovarlo. Gli amici di Danny si mettono l'anima in pace, pensando sia sceso dalla nave. Invece no. Molto tempo dopo Novecento riappare, accanto a un pianoforte, con le sue mani che accarezzano i tasti producendo una musica mai sentita prima. Come per magia, all'improvviso, Novecento si è svegliato pianista. Un pianista eccezionale. Pian piano diventa il pianista della nave, suona per i passeggeri, per non farli pensare all'immensità dell'oceano in cui sono immersi.
Un giorno sale sulla nave un trombettista, Max Tooney, il narratore della storia. Max diventa l'unico amico di Novecento, a lui confida la sua strana storia, una storia che per il mondo non esiste. Novecento è nato su quella nava, la sua nascita non è mai stata registrata. Esiste solo per il Virginiam, per il mondo non è mai nemmeno nato.
Max e Novecento suonano insieme ogni sera, fin quando Novecento decide che il giorno dopo, quando la nave arriverà in America, scenderà per la prima volta in vita sua. Scenderà per vedere l'oceano da fuori, per ascoltare la sua voce. All'indomani però, mentre indossa la giacca di Max e si avvia giù per la scaletta che lo condurrà sulla terra ferma, Novecento guarda davanti a sé e torna indietro.
Anni dopo è Max a scendere dal Virginiam, abbraccia il suo talentuoso amico pensando sia un addio.
Molto tempo dopo però Max viene a sapere che il Virginiam sarà fatto esplodere con un carico di dinamite, visto che ormai si tratta di una nave molto vecchia . Capisce al volo che Novecento è ancora lì dentro e che nessuno lo cercherà mai, perché nessuno sa che esiste. Torna sulla nave, lo cerca, alla fine lo trova, Novecento gli racconta il motivo per cui quel giorno, dopo aver guardato il mondo che si apriva davanti a lui, non è sceso dalla nave: Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade. Ce n'è a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n'è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla?
Non scenderà mai dal Virginiam, nemmeno adesso. Salterà in aria con l'unico posto in cui è davvero esistito. Per il mondo resterà sempre una leggenda.

"Novecento" non è un romanzo da cui è stato tratto un film, è un testo scritto per essere interpretato e la differenza è evidente. Non mi sono piaciuti tutti quei commenti tra parentesi ad indicare che gli attori entravano o uscivano dalla scena.
È un libro davvero piccolino, che si legge in una serata tranquillamente. È la prima volta che mi succede di impiegare meno tempo per leggere un libro piuttosto che per guardare il film che ne hanno tratto.
Mi sono ripetutamente addormentata per più di una sera mentre cercavo, inutilmente, di guardare "La leggenda del pianista sull'oceano", film diretto da Tornatore. 
Ho avuto l'impressione che fosse infinito come la città che aveva visto Novecento dalla scaletta dalla nave. La fine però è stata toccante.

Oggi ho scoperto che nel 2008 la storia di Novecento è stata trasformata in un carinissimo fumetto per Topolino, fumetto che si può sfogliare e leggere qui

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Questo me l'ha insegnato Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, il più grande pianista che abbia mai suonato sull'Oceano. Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto. Così, diceva: quello che vedranno.

«Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla».

Aveva otto anni e si era già fatto avanti e indietro dall'Europa all'America una cinquantina di volte. L'Oceano era casa sua. E quanto alla terra, bè, non ci aveva mai messo piede. L'aveva vista, dai porti, certo. Ma sceso, mai.

Laggiù, in sala macchine, quella notte, Novecento e io diventammo amici. Per la pelle. E per sempre. Passammo tutto il tempo a contare quanto poteva fare in dollari tutto quello che avevamo rotto. E più il conto saliva, più ridevamo. E se io ci ripenso, mi sembra che era quella cosa lì, essere felici.

Potevi pensare che era matto. Ma on era così semplice. Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c'è in Bertham Street, d'estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui, non c'è mai stato. Negli occhi di qualcuno, nelle parole di qualcuno, lui, quell'aria, l'aveva respirata davvero. A modo suo: ma davvero. Il mondo, magari, non l'aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave lo spiava. E gli rubava l'anima. In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia... Tutta scritta, addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava... Ogni giorno aggiungeva un piccolo pezzo a quella immensa mappa che stava disegnandosi nella testa, immensa, la mappa del mondo, del mondo intero, da un capo all'altro, città enormi e angoli di bar, lunghi fiumi, pozzanghere, aerei, leoni, una mappa meravigliosa.

A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'é una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'é che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buonanotte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. quando, in mezzo all'Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave". Ci rimasi secco. Fran.

Ci lasciarono andare avanti per un bel po', la mia tromba e il suo pianoforte, per l'ultima volta, lì a dirci tutte le cose che mica puoi dirti, con le parole.

Andavo di fantasia, e di ricordi, è quello che ti rimane da fare, alle volte, per salvarti, non c'è più nient'altro. Un trucco da poveri, ma funziona sempre.

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare. Loro sono 88, tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu, ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa è la verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita... Se quella tastiera è infinita, allora su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Tu sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio. Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade. Ce n'è a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n'è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla?

25 aprile 2012

Ora e sempre resistenza, Piero Calamandrei


Lo avrai
camerata Kesserling
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi
non con i sassi affumicati dei borghi inermi
straziati dal tuo sterminio
non con la terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non con la neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non con la primavera di queste valli
che ti vide fuggire
ma soltanto con il silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono
per dignità non per odio
decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo
su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi con lo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama ora e sempre
Resistenza.
Piero Calamandrei
Piero Calamandrei

18 aprile 2012

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, frasi

«Sei una gabbiana. Su questo lo scimpanzè ha ragione, ma solo su questo. Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Non abbiamo potuto aiutare tua madre, ma te sì. Ti abbiamo protetta fin quando sei uscita dall'uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l'affetto tra esseri completamente diversi».

«Sono una buona a nulla! Sono una buona a nulla!» ripeteva sconsolata.
«Non si vola mai al primo tentativo , ma ci riuscirai. Te lo prometto» miagolò Zorba leccandole la testa.

«Sì, sull'orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba.
«Ah sì? E cosa ha capito?» chiese l'umano.

15 aprile 2012

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Luis Sepúlveda

Quando uscì il cartone animato della gabbianella e il gatto ero una bambina e rimasi completamente rapita dalla storia di quel gatto nero grande e grosso, Zorba, che, incredibilmente, insegnò a volare ad una cucciola di gabbiano rimasta orfana. Quel cartone mi era piaciuto talmente tanto che poi, quando la maestra ci portò un pomeriggio in biblioteca, scelsi di prendere proprio il libro da cui era stato tratto il cartone.

Qualche tempo fa mi sono resa conto che in realtà non ricordavo più, effettivamente, la storia e così quando ho beccato il libro in superofferta non ho esitato e l'ho comprato. 
Nonostante oggi io sia cresciuta l'effetto che hanno prodotto in me quelle parole non è stato diverso da quello di dieci anni fa: semplicemente mi è sembrata ancora una storia bellissima, una favola, certo, che come tale ha anche la sua morale da tenere stretta stretta dentro di noi.

Zorba è un gatto ciccione, grande e grosso, sarebbe tutto nero se non avesse una macchia bianca sul collo. Vive ad Amburgo, in una famiglia affettuosa dove c'è anche un bambino che lo riempie di attenzioni. Si sta già pregustando il totale relax che lo avvolgerà mentre la sua famiglia sarà in vacanza, quando, all'improvviso, piomba sul balcone di casa sua un oggetto inizialmente non identificato. È una cosa tutta nera e puzzolente, una cosa che parla e vola, è Kengah, una gabbiana finita ad Amburgo perché stava migrando insieme ai suoi simili alla ricerca di cibo. Sorvolando il mare il suo gruppo si era imbattuto in un banco di squisite aringhe, così Kengah, insieme agli altri, si era immersa per acchiapparle, mentre era sott'acqua gli altri gabbiani si erano accorti del pericolo ed erano volati via, ma Kengah no, così quando emerse dal mare si trovò tutta appiccicata e al buio. Aveva capito subito di che cosa si trattava: la maledizione dei mari, un'onda di petrolio. In qualche angolo remoto di sé, la giovane gabbiana era riuscita a trovare la forza per alzarsi in volo, per un'ultima volta. Quel volo scomposto e disordinato la fa atterrare proprio sul balcone di Zorba, casualmente. 
Zorba, dopo lo schifo iniziale, prova a ripulirla, leccandole le piume, ma Kengah sa che non servirà a niente, sa che morirà comunque, perché la maledizione dei mari non perdona. Dice a Zorba che con le poche forze che le rimangono ha intenzione di provare a deporre il primo, e ultimo, uovo della sua vita. Prima di farlo però strappa a Zorba tre promesse: non mangerà l'uovo, se ne prenderà cura finché non nascerà la gabbianella e poi le insegnerà a volare. 
Zorba promette frettolosamente, poi va alla ricerca di aiuto. Riunisce i suoi amici, gatti del porto come lui: Colonello, Segretario, Diderot. È quest'ultimo che, consultando l'enciclopedia, scopre che il petrolio può essere smacchiato solo con la benzina. Dopo che Segretario ha intinto la sua coda nella benzina i gatti del porto tornano a casa di Zorba, dove però Kengah è già morta. Mentre le chiudono le ali Zorba si accorge che è riuscita davvero a deporre l'uovo. A quel punto è costretto a confessare le sue promesse e tutti, a loro volta, promettono di aiutarlo, perché la promessa di Zorba impegna di fatto tutti i gatti del porto.
Zorba si trasforma in una chioccia, per venti giorni cova quell'uovo di gabbiano come fosse un tesoro, lo cova fin quando sente beccare e vede uscire una gabbianella che lo scambia per la sua mamma. Dovrà accudirla, nutrirla, difenderla dai topi dai gatti del palazzo di fronte che la vedono come un ottimo spuntino. Soprattutto dovrà insegnarle a spiccare il volo.

E sull'orlo del baratro, quel volo Fortunata saprà spiccarlo, perché è così che funziona: vola solo chi osa farlo e certo non al primo tentativo.
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«Sei una gabbiana. Su questo lo scimpanzè ha ragione, ma solo su questo. Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Non abbiamo potuto aiutare tua madre, ma te sì. Ti abbiamo protetta fin quando sei uscita dall'uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l'affetto tra esseri completamente diversi».

«Sono una buona a nulla! Sono una buona a nulla!» ripeteva sconsolata.
«Non si vola mai al primo tentativo , ma ci riuscirai. Te lo prometto» miagolò Zorba leccandole la testa.

«Sì, sull'orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba.
«Ah sì? E cosa ha capito?» chiese l'umano.
«Che vola solo chi osa farlo» miagolò Zorba.

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