25 ottobre 2012

Indiscrete domande letterarie

Leggendo il blog di Noemi ho trovato un test letterario e, visto che non avevo molto da fare, ho deciso di rispondere anch'io a queste domande libresche.

1) Come scegli i libri da leggere? Ti fai influenzare dalle recensioni?
Le recensioni mi influenzano, sì, soprattutto da quando ho un blog e ne leggo tante. Mi piace l'idea che a parlare di libri siano persone normali come me, non pagate per farlo, pertanto libere di esprimere i loro giudizi. Appunto i titoli dei libri che mi colpiscono leggendo le recensioni, poi faccio un giro in libreria e magari esco con tutt'altro. Così la lista dei libri da leggere si allunga a dismisura.

2) Dove compri i libri: in libreria o online?
Mai online. Compro i libri principalmente in libreria, ma anche nei supermercati, dove sono leggermente scontati.

3) Aspetti di finire la lettura di un libro prima di acquistarne un altro oppure hai una scorta?
Questo è quello che dovrei fare e che puntualmente non faccio mai. Ho perso il conto dei libri che ho comprato e che aspettano di essere letti.

4) Di solito quando leggi?
Ci sono periodi in cui leggo in ogni momento che posso, anche due minuti dopo pranzo, fino a tardi la notte, al bagno, fuori. Ovunque. Il momento in cui preferisco leggere è senz'altro prima di dormire, quando nessuno mi disturba e c'è silenzio tutt'intorno. L'unico inconveniente è che se poi la storia mi piace fatico a spegnere la luce e ad addormentarmi.

5) Ti fai influenzare dal numero delle pagine quando compri un libro?
Purtroppo sì. È un problema che voglio superare però.

6) Genere preferito?
Mi piacciono i romanzi, soprattutto quelli che attraverso le vite di persone normali fanno conoscere un certo periodo storico.

7) Hai un autore preferito?
Non credo. Mi piacciono il modo di scrivere della Mazzantini, le storie di Khaled Hosseini, i pensieri di Pasolini. Mi piace variare per poi, magari, tornarci sopra in un secondo momento.

8) Quando è iniziata la tua passione per la lettura?
Da piccina leggevo molto, poi durante gli anni del liceo, complice una prof di italiano che proprio non riusciva a stuzzicare la mia attenzione, ho letto molto meno. Solo nell'ultimo anno ho davvero ripreso in mano i libri. Adesso la lettura è tornata a essere esclusivamente un piacere.

9) Presti libri?
Poco e solo a persone fidate.

10) Leggi un libro alla volta oppure riesci a leggerne diversi insieme?
Preferisco leggere un libro alla volta, più di due comunque non riesco a leggerne, anche perché c'è sempre uno dei due che mi prende di più e che voglio finire prima.

11) I tuoi amici/famigliari leggono?
Le mie due amiche leggono sì, i miei famigliari non molto. Il mio babbo non legge mai, la mia mamma legge i libri che le passo io, quelli che mi piacciono di più.

12) Quanto ci metti mediamente a leggere un libro?
Dipende. Se il libro mi piace lo leggo in fretta a costo di non fare altro ogni minuto libero che ho.

13) Quando vedi una persona che legge (ad esempio sui mezzi pubblici) ti metti immediatamente a sbirciare il titolo del suo libro?
Ovviamente sì! Sono curiosa!

14) Se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti e potessi salvarne uno soltanto quale sarebbe?
La domanda è complicata, non poco. Alla fine credo che terrei con me Se questo è un uomo, di Primo Levi. Perché non vorrei correre il rischio di dimenticare.

15) Perché ti piace leggere?
Non lo so. Forse perché leggendo posso vivere altre mille vite oltre all'unica vita reale che ho. Perché amo le parole. Perché ogni storia racchiude un pezzo di me. Perché ogni libro può darmi risposte improvvise.

16) Leggi libri in prestito (da amici o dalla biblioteca) o solo libri che possiedi?
Ultimamente i libri che leggo tendo a comprarli, perché mi piace vederli sui miei scaffali, sempre a portata di mano.

17) Qual è il libro che non sei mai riuscito a finire?
Il secolo breve di Eric Hobsbawm. L'ho iniziato quando andavo a scuola senza riuscire a superare la prima guerra mondiale.

18) Hai mai comprato un libro solo perché aveva una bella copertina, e cosa ti attrae nella copertina di un libro?
La copertina mi attrae, sì, però non basta da sola per farmi comprare un libro. Mi ha colpita molto quella di Bianca come il latte rossa come il sangue di Alessandro D'Avenia, mi sono innamorata di quella di Olivia ovvero la lista dei sogni possibili di Paola Calvetti. Quello che alla fine però mi resta dentro va ben oltre una bella copertina.

19) C'è una casa editrice che ami particolarmente, e perché?
Non saprei, non faccio caso alla casa editrice.

20) Porti i libri dappertutto (ad esempio in spiaggia o sui mezzi pubblici) o li tieni "al sicuro" dentro casa?
I miei libri sono assidui frequentatori delle mie borse. Sospetto che forse è anche per questa mia abitudine di portarmi sempre i libri dietro che non prendo mai quelli troppo grandi, che sarebbero costretti a stare a casa.

21) Qual è il libro che ti hanno regalato che hai gradito maggiormente?
Credo Il quaderno di Maya di Isabel Allende.

22) Come scegli un libro da regalare?
Se regalo un libro è perché magari è di un autore che so che il destinatario apprezza oppure perché io il libro l'ho già letto e penso sia adatto a una certa persona, a una certa situazione.

23) La tua libreria è ordinata secondo un criterio o tieni i libri in ordine sparso?
I miei libri sono ordinati per autore in ordine alfabetico.

24) Quando leggi un libro che ha delle note, le leggi o le salti?
Le salto se non sono indispensabili.

25) Leggi eventuali introduzioni, prefazioni e postfazioni dei libri o le salti?
Se il libro mi è piaciuto leggo tutto alla fine, se non mi è piaciuto non leggo niente.
post-it scarabocchiati

17 ottobre 2012

Un giorno questo dolore ti sarà utile, frasi

Purtroppo non sono mai stato bravo in matematica; i numeri non mi interessano, non mi sembrano reali quanto le parole.

«È che non voglio andare all'università».
«Ma perché?».
«Perché penso che sia una perdita di tempo».
«Una perdita di tempo! L'università?»
«Sì» ho detto. «Almeno per me. Sono sicuro di poter imparare tutto quello che voglio leggendo i libri che mi interessano. Non vedo perché devo passare quattro anni - quattro anni molto costosi - a imparare un mucchio di cose di cui non mi importa niente e che quindi dimenticherò presto, solo per conformarmi a una norma sociale. E poi non sopporto l'idea di passare quattro anni a stretto contatto con gli studenti universitari. Tremo solo all'idea.»

Il problema principale era che non mi piace la gente, e in particolare non mi piacciono i miei coetanei, cioè quelli che popolano l'università. Ci andrei volentieri se ci studiassero persone più grandi. Non sono uno psicopatico (anche se non credo che gli psicopatici si definiscano tali), è solo che non mi diverto a stare con gli altri. Le persone, almeno per quel che ho visto fino adesso, non si dicono granché di interessante. Parlano delle loro vite, e le loro vite non sono interessanti. Quindi mi secco. Secondo me bisognerebbe parlare solo se si ha da dire qualcosa di interessante o di necessario.

Io mi sento me stesso solamente quando sono solo. Il rapporto con gli altri non mi viene naturale: mi richiede uno sforzo.

Io odio la Cappella Sistina. Odio che Michelangelo abbia sprecato il suo talento per arruffianarsi la chiesa cattolica.

La gente pensa che se riesce a dimostrare di aver ragione l'altro cambierà idea, ma non è così.

«Perché non ci vuoi andare (all'università)?»
Era la terza persona in tre giorni che mi faceva la stessa domanda, e sapevo sempre meno cosa rispondere. La nonna ha aspettato pazientemente, fingendo che sul tavolo ci fossero delle briciole da togliere.
Dopo un po' ho detto: «È difficile spiegare perché non ci voglio andare, posso solo dire che non c'è niente che mi attiri. Non voglio ritrovarmi in quell'ambiente. Ho passato tutta la vita coi miei coetanei e non mi piacciono granché, o forse non mi pare di avere molto in comune con loro. Per imparare mi basta leggere, che in pratica è quello che si fa all'università, e penso di poterlo fare per conto mio, senza sprecare tutti quei soldi. Potrei spenderli meglio, per cose più adatte a me.»
«Ad esempio?» mi ha chiesto.
Non ho risposto perché per un istante mi è balenato che non volevo andare all'università anche per non affrontare i cambiamenti. (...)
«Cos'è che vorresti fare?» mi ha chiesto.
«Vorrei comprarmi una casa» ho detto «Una casetta nel Midwest» (...)
«E in quella casa, cosa faresti?»
«Leggerei. Leggerei tanto, tutti i libri che ho sempre voluto leggere ma non ho potuto perché dovevo andare a scuola, e poi mi troverei un lavoro, ad esempio in una biblioteca o come portiere di notte o roba del genere, e imparerei un mestiere - come il rilegatore, il falegname, il tessitore -, e creerei degli oggetti, degli oggetti belli, e mi occuperei della casa e del giardino».

Odio quando qualcuno dice «Capisco». Non significa nulla ed è vagamente aggressivo. Ogni volta che lo sento in realtà mi suona come un «Vaffanculo».

Le persone felici cucinano bene e creano cose eleganti. Chi è felice non ha voglia di mangiare carne in scatola e frattaglie tritate. Ha voglia di mettere un  vestito che gli doni, non scarpe vecchie e golfoni. Forse lo stato d'animo non influisce sul clima, ma non è detto.

Credo che nel mio cervello ci sia una specie di setaccio che impedisce un rapido (e tanto meno simultaneo) travaso dei pensieri in parole. Un po' come il filtro nello scarico della vasca da bagno; c'è qualcosa che trattiene i miei pensieri nel cervello, e così bisogna cavarli a forza, come quegli schifosi grovigli di capelli bagnati.

Sembrava che tutti fossero in grado di accoppiarsi, di unire le proprie parti in modi piacevoli e fecondi, ma nella mia anatomia e nella mia psiche c'era qualcosa di impercettibilmente diverso e che mi divideva in modo irrevocabile dagli altri.

Ecco un'altra ragione per cui non voglio andare all'università: non voglio essere uno appena laureato che si dà un sacco di arie per il suo primo «lavoro vero», sbandierando un potere che non ha e credendo che fra un anno o due dirigerà Vogue o Vanity Fair.

Abbiamo visto un uomo e una donna, giovani (...), camminavano un po' staccati (...). Tutti e due tenevano a freno lo stesso sorriso esulante e ero sicuro che il loro era un amore appena nato. Magari si erano innamorati cenando nel giardino di un ristorante o a un tavolino sul marciapiede, magari non si erano ancora dati il primo bacio e camminavano un po' staccati perché pensavano di avere tutta la vita davanti per camminare vicino, per toccarsi, e volevano gustare quel momento prima di toccarsi il più a lungo possibile.

Quasi tutti pensano che le cose non siano vere finché non sono state dette, che sia la comunicazione, non il pensiero a dargli legittimità. È per questo che la gente vuole sempre che gli si dica «Ti amo, ti voglio bene». Per me è il contrario: i pensieri sono più veri quando vengono pensati, esprimerli li distorce o li diluisce, la cosa migliore è che restino nell'hangar buio della mente, nel suo clima controllato, perché l'aria e la luce possono alterarli come una pellicola esposta accidentalmente.


Non ha senso entrare in contatto così con una persona e poi andare via. Non lo capisco. Lo strano è che io sono un asociale, ma quando entro in contatto con uno sconosciuto – anche se si tratta solo di un sorriso o di un cenno con la mano, che non credo sia considerato un vero contatto ma per me lo è – mi sembra che dopo non possiamo andarcene ognuno per la sua strada come se niente fosse. (...) Immagino la sua vita come una piramide, un iceberg di cui vedo solo la punta, la punta minuscola, ma sotto la superficie la piramide si allarga, si allarga verso il basso e nel passato, sempre più indietro, tutta la vita gli sta sotto, gli sta dentro, le mille cose che gli sono successe, e il risultato è quel momento, quel secondo in cui mi ha sorriso. (…) Credo che sia questo a farmi paura: la casualità di tutto. Persone che per te potrebbero essere importanti, ti passano accanto e se ne vanno. E tu fai altrettanto. Come si fa a saperlo? (…) Andandomene mi sembrava di abbandonarlo, di passar la vita, giorno dopo giorno, a abbandonare la gente.

«Sono sicura che troverai qualcosa di adatto a te, James. Le cose si metteranno a posto da sole, vedrai. (…) E se per te andare all'università fosse proprio uno sbaglio, se effettivamente non dovesse piacerti come temi, beh, Non sarà stata un'esperienza sprecata. A volte le brutte esperienze aiutano, servono a chiarire che cosa dobbiamo fare davvero. Forse ti sembro troppo ottimista, ma io penso che le persone che fanno solo belle esperienze non siano molto interessanti. Possono essere appagate, e magari a modo loro anche felici, ma non sono molto profonde. Ora la tua ti può sembrare una sciagura che ti complica la vita, ma sai... godersi i momenti felici è facile. Non che la felicità sia necessariamente semplice. Io non credo, però, che la tua vita sarà così, e sono convinta che proprio per questo tu sarai una persona migliore. Il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti. Devi considerarli un dono - un dono crudele, ma pur sempre un dono.»

Ho solo diciotto anni. Come faccio a sapere cosa vorrò nella vita?



16 ottobre 2012

Un giorno questo dolore ti sarà utile, Peter Cameron

Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane. Un giorno questo dolore ti sarà utile mi ha fatto tornare in mente questa citazione di Italo Calvino, tratta da Il visconte dimezzato. Me l'ha fatta tornare in mente perché così è James Sveck, protagonista del romanzo di Peter Cameron: giovane e incompleto. James è asociale, schivo, timoroso, confuso, indeciso, incompreso, incomprensibile, ma ha solo 18 anni. 

18 anni sono pochi, anche se sembrano tanti perché li si aspetta a lungo. 18 anni sono una meta e un punto da cui ripartire. A 18 anni si può scegliere che cosa fare da grandi. James pensa di sapere quello che vuole: non un posto alla Brown, ma una casa nel Midwest dove vivere in completa solitudine passando il tempo a leggere. James non ama la gente, lui si sente se stesso solo quando è solo. Odia i suoi coetanei, quei coetanei che riempiranno le università, anche la Brown. È perché ci sono loro che non vuole esserci lui, all'università. Sono superficiali, al contrario suo. Lui è un diciottenne colto, che ama perdersi tra le parole di Shakespeare e Trollope. Lui ama parlare bene, rispettare le regole linguistiche, usare il congiuntivo. Non come gli altri.
Vive con la sorella Gillian, lampante esempio di quello che James non apprezza nei suoi coetanei, con il cane Mirò e con la madre gallerista, che è appena tornata a casa dopo tre giorni di viaggio di nozze, terminato in anticipo con la separazione dei novelli sposi. I genitori di James sono divorziati, la madre ha già provato più di una volta a risposarsi, fallendo sempre, mentre il padre, un importante avvocato di New York, sta per operarsi per un intervento di lifting facciale, per eliminare le borse sotto agli occhi e cercare di ritrovare quella gioventù che se ne è andata.
Sono divorziati, ma sono ancora genitori e per quel loro figlio sono preoccupati. Lo vedono sempre triste, sempre arrabbiato, sempre solo, per questo lo mandano da una psichiatra, la dottoressa Adler che proverà a fargli tirare fuori i suoi malesseri e i suoi timori. 
A lei James riesce a raccontare quello che ha fatto mesi prima, quando ha fatto perdere le sue tracce per due giorni. Eppure non si fida. Non si lascia andare a confidenze, nemmeno con lei.
Oltre al cane ci sono solo due persone con cui James ama stare: la nonna e John, un giovane uomo omosessuale e di colore che lavora nella galleria della madre. È intelligente, interessante, James lo considera un amico, ma è sua nonna a usare, così senza preavviso, la parola giusta per il sentimento che James prova per John: amore. E l'amore fa fare stupidaggini. L'amore non fa capire a James che quello che per lui è uno scherzo innocente, per l'altro può diventare l'ennesima delusione. 
È gay James, ma non lo dice a suo padre quando glielo chiede durante un pranzo a bruciapelo, non lo dice a nessuno. Non c'è bisogno di dirlo. 
Così, mentre Gillian vive tra alti e bassi la sua storia d'amore clandestina con un professore universitario, mentre il padre si dedica al lifting, mentre la madre ritorna alla sua galleria deserta, mentre John lo perdona, James muove i primi passi alla Brown, con stretto nel cuore il ricordo della nonna che ha tanto amato. È ancora pieno di dubbi, di problemi, di chissà che ci faccio qui, ma forse tutto questo è assolutamente normale, perché James non è solo un disadattato, è anche un diciottenne. 

Un libro può inaspettatamente trasformarsi in una macchina del tempo, può capitarti tra le mani al supermercato senza che tu lo abbia cercato, può finire nel tuo cestino rosso della spesa insieme a mozzarelle e cioccolato, può catapultarsi nella tua borsa, farti compagnia sotto le coperte, fino a riportarti lì, in quegli anni confusi, di scelte prese senza l'appoggio di nessuno, di notti passate a pensare. Leggendo questo libro sono tornata indietro, fino ai miei diciotto anni, che fino a quando non li vivi pensi che saranno fantastici e vissuti da grandi, ma quando li hai superati e ti volti indietro capisci che grande non lo eri affatto. Capisci che, come James, avevi mille paure e una famiglia in cui non stavi bene e sogni irreali di mete lontane.
Ogni giorno che passa mi rendo più conto che il titolo di questo romanzo così carino, così intimo e sofferto, è sincero. Un giorno quel dolore ci sarà utile. Un giorno ci scopriremo più forti, più grandi, con un cuore rattoppato e lacrime asciugate al sole. Perché, ne sono sicura, per diventare grandi bisogna soffrire un po'.
Avrei tanto voluto che la giornata fosse tutta come la colazione, quando le persone sono ancora sintonizzate sui loro sogni e non è previsto che debbano affrontare il mondo esterno. Mi sono reso conto che io sono sempre così; per me non arriva mai il momento in cui, dopo una tazza di caffè o una doccia, mi sento improvvisamente pieno di vita, sveglio e in sintonia col mondo. Se si fosse sempre a colazione, io sarei a posto.

 ♥ Le frasi che ho sottolineato

9 ottobre 2012

Odio gli indifferenti, Antonio Gramsci

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani" . Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiareIndifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti.
Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia farelascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignoraperché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Antonio Gramsci (1891 - 1937)
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
   

4 ottobre 2012

Le ho mai raccontato del vento del Nord, frasi


Dove dovrebbe portarci tutto ciò? Là dove ci porterà. E se non dovesse portarci fin là, allora non doveva portarci fin là. Quindi ci porterà senz'altro là dove deve portarci.

Si cerca un'avventura quando non se ne vive una.

Penso spesso a lei, al mattino, a mezzodì, di sera, di notte, negli intermezzi, appena prima e appena dopo...e anche durante.

Scrivere è come baciare, solo senza labbra. Scrivere è baciare con la mente.

Capita sempre quello che si vuole che capiti.

Cara Emmi, per favore, quando intende riferirsi a ME non dica più "vostri". Sono troppo singolare per lasciarmi investire di una forma forfetaria, attribuita perlopiù con perfidia. Eviti di credere che quello che vale per gli altri vale anche per me!

Caro Leo, non posso più rinunciare a lei: lei mi accetta per quella che sono. A volte mi frena, alcune cose le ignora, altre non le manda giù. Ma la perseveranza con cui mi resta accanto è la dimostrazione che posso essere me stessa.

Non so se lei è come quello che scrive. Ma anche se ne fosse solo un pezzetto, sarebbe già un pezzetto molto speciale.

Quando non funziona né il con né il senza, non resta che una possibilità: l'invece! Leo, le serve un'altra. Deve innamorarsi di nuovo. Solo così saprà che cosa le è mancato tutto questo tempo. La vicinanza non è la sospensione della distanza, bensì il suo superamento.

Ogni volta che ricevo una sua e-mail, mi batte forte il cuore. Mi succede oggi come ieri, come sette mesi fa.

- Buona notte. Io sono molto innamorata di lei. Ho paura del nostro incontro. Non posso e non voglio pensare che poi la perderò. Con amore, Emmi.
- Non si dovrebbe pensare di "perdere" qualcosa. Se lo si pensa, lo si è perso già. Buona notte, amore mio.

Spesso, strada facendo spuntano possibilità escluse in partenza.

 I miei scarabocchi su "Le ho mai raccontato del vento del nord" di Daniel Glattauer.

3 ottobre 2012

Le ho mai raccontato del vento del Nord, Daniel Glattauer

Un errore e la vita di due persone cambia. Emmi aveva una felice vita coniugale quando, per disdire l'abbonamento a una rivista, sbaglia una lettera nell'indirizzo email del destinatario. E sbaglia una volta, due volte, tre volte. Alla fine il destinatario non voluto, un certo Leo Leike, le risponde facendole notare l'errore.
Quello sbaglio di Emmi è la scintilla che fa scattare una lunga corrispondenza tra i due, lunga un paio d'anni. Emmi e Leo si mandano un numero spropositato di email al giorno, parlano di tutto e di niente. I loro pensieri e le loro emozioni fluiscono attraverso le parole, ma in realtà non si conoscono. Emmi sa come scrive Leo, sa che se baciasse come scrive si farebbe baciare volentieri da lui. Sa che Leo studia come il linguaggio delle email si lega ai sentimenti. Sa che Leo è un uomo "solo", appena uscito da una storia d'amore piuttosto tormentata. Leo sa che Emmi è sposata e che lo è felicemente, come dice lei.
Emmi non sa che faccia ha Leo, non sa com'è il suo sorriso o come sono le sue mani. Leo non sa se Emmi è bionda o mora, se ha il seno grande oppure no.
La loro corrispondenza continua per mesi e anni, alternando fasi in cui uno dei due vorrebbe incontrare l'altro, ma l'altro, ovviamente, no. Perciò Emmi e Leo continuano a scriversi, senza mai vedersi. Col passare del tempo però quella che era una bella, e strana, amicizia diventa qualcosa di molto più simile a un amore forse, sicuramente a un'attrazione. Emmi è gelosa delle donne che incontra Leo e Leo continua a chiederle del suo matrimonio, se va ancora tutto bene oppure no. E perché se va tutto bene lei ha bisogno di scrivere continuamente a lui?
Passa il tempo, Emmi si rifugia in questa corrispondenza che le tiene la mente occupata e l'allontana da suo marito e dai suoi due figli ereditati, Leo vorrebbe di più da lei, ma dentro di sé sa che non ci sarà mai storia tra loro due, niente di reale. Niente di vero. Soprattutto niente di duraturo. È per questo, per staccarsi da lei, verso cui ormai prova una vera e propria dannosissima dipendenza, che decide di accettare un lavoro a Boston, al di là dell'oceano, e di chiudere la sua casella di posta elettronica. Per archiviare questa corrispondenza. Per dimenticare Emmi e il suo modo, così eccitante, di scrivere.
Decidono di darsi un'ultima possibilità. Un primo e ultimo incontro, per guardarsi in faccia e dirsi addio. Sono passate 190 pagine di email e finalmente Emmi e Leo si incontreranno. Quello che succederà è evidente. Emmi ha voglia di Leo e Leo ha palesemente voglia di Emmi. Sarà un addio passionale, il loro. Una notte insieme e poi neanche più un'email.
In realtà non ci sarà nessun incontro. Emmi sta per uscire di casa quando capisce che suo marito sa tutto di questo suo gioco, di tutte le email, di Leo. Emmi si sente gelare e decide di non andare. Leo elimina il suo indirizzo email.
Tra i due è finita.

Il romanzo è carino, scorre via in fretta, in un crescendo di emozioni che pagina dopo pagina, email dopo email, diventano sempre più intime e piene di attrazione reciproca, anche se talvolta negata e ignorata. L'unico tasto dolente, per il mio gusto personale, è il finale. Emmi e Leo non si incontrano mai. Io stavo aspettando da centinaia di pagine il momento in cui avrebbero incrociato gli sguardi, il momento in cui si sarebbero sorrisi e baciati e avrebbero dato sfogo a tutta la loro voglia di vedersi e stringersi. Invece niente. La storia termina con un punto messo da Leo che, giustamente, capisce che è sbagliato vivere ossessionato dal pensiero di una donna che non sa nemmeno che faccia ha.
Per quanto mi riguarda è un finale in sospeso. Possibile che si possa tagliare di punto in bianco il legame con una persona che abbiamo frequentato quotidianamente per anni, anche se solo virtualmente? Emmi davvero ha questa felice vita coniugale che dipinge? Non le manca forse qualcosa? Non le mancherà Leo ora che non c'è più nemmeno tra le sue email ricevute? E Leo saprà sul serio dimenticare Emmi e Vienna e ricominciare oltre l'Atlantico?

Per fortuna ho scoperto che, dopo il successo inaspettato di questo romanzo, Daniel Glattauer ne ha scritto il seguito, intitolato La settima onda. Devo trovarlo e leggerlo. Devo sapere che cosa succede oltre le 191 pagine di Le ho raccontato del vento del Nord.

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