19 marzo 2013

Il postino di Neruda, Antonio Skàrmeta

È il 1969 e in un anonimo e triste paesino di pescatori dell'Isla Negra, in Cile, vive un giovanotto che non ha alcuna intenzione di fare il pescatore come suo padre e come tutti gli altri uomini del posto. Si chiama Mario Jiménez e, spinto da un padre analfabeta e silenzioso che non fa altro che ripetergli di trovarsi un lavoro, accetta un impiego provvisorio come postino. La paga è minima e minimo è anche lo sforzo, visto che a Isla Negra c'è solo una persona che scrive e riceve la posta: è il Vate, il Poeta, nient'altro che Pablo Neruda.
Mario diventa così, all'improvviso, il postino di Neruda.
È uno dei pochi nel suo paesino di pescatori che non è analfabeta, legge e scrive, anche se molto lentamente. Nella sua povera casa c'è solo un libro ed è un libro di poesie di Neruda. Mario non l'ha mai letto, ma all'improvviso ha voglia di aprirlo.
All'inizio Neruda si mostra molto freddo e distaccato col postino che, al contrario, vorrebbe costruire un rapporto, qualcosa di simile a un'amicizia, curioso e affascinato com'è dall'imponente figura del poeta cileno, che aspetta notizie dalla Svezia riguardanti il premio Nobel.
Pian piano il ghiaccio di Neruda nei confronti dell'ingenuo e semplice Mario si scioglie, un giorno gli nomina addirittura una strana parola: metafore. Mario non ne ha mai sentito parlare, ma, una volta capito di che si tratta, è deciso nel cercare di crearne anche lui qualcuna.
Passeggia lungo il mare cileno, aspettando che l'infrangersi delle onde sulla spiaggia gliene faccia venire in mente almeno una, di metafora, ma niente.
Non sa fare metafore Mario, ma la poesia ormai gli è entrata nel sangue rendendolo un uomo atipico rispetto alla gente del posto. Adesso legge le poesie del suo Neruda comunista e, proprio per colpa della poesia, si innamora.
Quando Mario vede per la prima volta Beatriz si sente gelare, non riesce a spiccicare una parola. Se fosse poeta saprebbe dire tante cose, ma non lo è e tutto rimane chiuso nel suo cuore. Neruda gli ha messo in testa la storia della poesia, è colpa sua se si è innamorato, adesso deve aiutarlo a uscirne fuori: ha bisogno che lui scriva a Beatriz una poesia, quella che scriverebbe Mario se fosse capace. Il Vate cileno è irremovibile: non conosce la ragazza e non può scrivere una poesia per qualcuno che non conosce.
Mario però non si arrende. A Beatriz non può donare una sua poesia perché non sa scriverla, così gliene regala una che Pablo Neruda ha scritto per la sua Matilde, con la convinzione che la poesia non sia di chi la scrive, ma di chi la usa. «Nuda sei semplice come una delle tue mani, liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente, hai linee di luna, sentieri di mela, nuda sei delicata come il grano nudo. Nuda sei azzurra come la notte a Cuba, hai rampicanti e stelle fra i capelli. Nuda sei enorme e gialla come l'estate in una chiesa d'oro». Quando la madre di Beatriz trova questa poesia nel reggiseno di sua figlia impazzisce. Guai che un uomo si rivolga alla sua bambina sedicenne in questo modo! Preferisce un uomo che le tocchi il culo al bar piuttosto che uno che la tocchi così con le parole.
La frittata però ormai è fatta. Nonostante tutte le minacce di Rosa vedova Gonzàlez volte a evitare qualsiasi rapporto tra sua figlia e quel povero postino, i due ragazzi si amano. Neruda è il loro testimone di nozze e al bimbo che nasce Mario decide di dare il nome di PablitoPablo Neftalì Jiménez Gonzàles. 
Sullo sfondo delle vicende personali del postino si intravede la storia cilena, in quegli anni turbolenta. Neruda è il candidato presidente del partito comunista, poi viene sostituito da Salvador Allende, che esce vittorioso dalle elezioni. Il Vate è costretto a lasciare Isla Negra, perché il governo l'ha nominato ambasciatore in Francia. Da Parigi manda a Mario un registratore chiedendogli di incidere per lui tutti i suoni della sua isola, così Mario registra il rumore del mare, i versi degli uccelli, il pianto di suo figlio.
Passano gli anni e un giorno il Vate torna alla sua isola cilena, ma è molto malato. Mario riesce a rivederlo con fatica un'ultima volta, mentre intorno a loro la storia degenera e Pinochet sale al potere con un colpo di stato uccidendo lo stesso presidente Allende.
Anche Mario, in qualche modo, resta intrigato nelle questioni politiche, ma ne esce fuori.
Resta da vivere una vita amara, con la poesia di Neruda nel cuore e la sua che non è mai nata.

L'ultimo film di Massimo Troisi, Il postino, si ispira a questa storia, senza ricalcare completamente il breve romanzo. Film e libro hanno ambientazioni diverse, per questo anche il clima politico sullo sfondo non è lo stesso: da un lato c'è la storia cilena, dall'altro quella italiana. Per non parlare dei finali, niente di più diverso.
Il finale del libro è l'unica parte che non mi ha pienamente convinta, mi è sembrato eccessivamente veloce e poco chiaro. Avrei preferito un maggiore approfondimento del coinvolgimento politico imputato al postino di Neruda, invece gli eventi sono scivolati via in fretta, in modo un po' confuso, secondo me. Il finale del film, seppur anch'esso amaro, anche più amaro di quello del romanzo di Antonio Skàrmeta, è molto più nelle mie corde.
Bellissimi entrambi, comunque: libro e film.



♥ Le frasi che ho sottolineato
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