29 maggio 2013

Il Vangelo di un utopista, Don Andrea Gallo

Ho iniziato a leggere Il vangelo di un utopista prima che il Don morisse, essendo però questo un libro diviso in capitoli che non bisogna secondo me leggere necessariamente in ordine, ammetto di averlo iniziato quasi dalla fine, dal capitolo che più mi interessava, così a naso, quello che ho ricopiato qui qualche giorno fa: il quinto Vangelo del Don, dedicato alla Costituzione. Il mio naso aveva sentito bene, quel quinto vangelo di Don Gallo è senza dubbio il mio preferito, posso dirlo con cognizione di causa ora che li ho letti tutti.
Il Don scrive qui i suoi sei vangeli, dedicati a sentimenti davvero nobili, condivisibili sia dai veri credenti come lui sia da quelli che magari non credono in dio, come me, ma credono nelle persone, nella speranza, nella solidarietà, nella libertà. Concetti bellissimi quelli di Don Andrea Gallo, molto più laici dei concetti espressi dai politici, spesso prostrati senza alcuna dignità ai piedi del Vaticano, lontani anni luce dai veri valori cristiani.
Quello di questo utopista dal volto segnato dal tempo è stato il primo vangelo che ho letto nella mia vita, forse avrò letto qualche brano dei vangeli di Luca, Matteo, Marco e Giovanni, ma per intero ho letto solo il Vangelo di Don Gallo. E forse è il più adatto a me, utopista un po' anch'io, come lui.
Nel portare da oltre cinquant'anni il messaggio di Gesù, sempre sulla strada, sul marciapiede, sempre in mezzo agli ultimi, ho messo insieme i miei cinque Vangeli. Che cos'è il Vangelo? Il Vangelo è vita, è liberazione, è il gusto e il rischio della vita .
Ma il Vangelo è anche vigna e vino, che nondimeno sono necessari per vivere: è bello, infatti, che le donne e gli uomini della terra, specialmente i giovani, possano godere della gioia e della festa della vita. 

Il messaggio evangelico viene da una vite forte, Gesù, e produce un vino ottimo. Non vuole proibire: la soluzione non sta nel divieto.
Ecco i sei capitoli in cui è diviso il libro, sei capitoli per sei vangeli raccolti per strada, dove il Don amava stare:
Primo Vangelo: Un'unica famiglia umana
Secondo Vangelo: La Pace
Terzo Vangelo: L'utopia
Quarto Vangelo: La sobrietà
Quinto Vangelo: La Costituzione
Sesto Vangelo: De André e Balducci
Oltre al quinto vangelo, di cui non parlerò ancora, tanto si può leggere per intero direttamente qui, ci sono molte riflessioni del Don che condivido completamente. Spesso mi sono ritrovata a sorridere bonariamente, pensando che è proprio il colmo che, ad esempio, sulla questione del crocifisso negli edifici pubblici mi trovo d'accordo con un prete e non con persone che dovrebbero essere più laiche. Ecco cosa scrive il Don a questo proposito nel suo primo vangelo:
Ricordate il dibattito sulla questione del crocifisso nelle scuole? Qualche anno fa il movimento universitario leghista ha chiesto al rettore dell'Università di Bergamo l'urgente acquisto di crocifissi da appendere alle pareti delle aule dell'ateneo statale.Si strepitava con orgoglio padano: «Il crocifisso è simbolo di valori cristiani, ultimo baluardo di fronte al fondamentalismo», come se fossimo alla vigilia di una guerra di religione, come se si stesse per partire per una battaglia di Lepanto. Ma il crocifisso bisogna portarlo nel cuore, o appenderlo ai muri di uno spazio pubblico, anche quando la sua presenza non esprime un sentimento condiviso? La fede è forse salva, in questo modo? Gesù, umile e mite di cuore, non si è mai imposto a nessuno, mentre noi abbiamo la pretesa di appenderlo sul muro delle classi e degli edifici pubblici.Mi domando ancora: se in questi luoghi non c'è il crocifisso, un cattolico viene meno alla sua fede e forse è esentato dal praticare quotidianamente, tra i fratelli, i consigli evangelici? C'è vera relazione tra il crocifisso "ostentato", magari con sentenza del magistrato, e la testimonianza cristiana? 
[...] Dal famoso "caso del crocifisso" emerge in modo chiaro una politica - non solo leghista - incolta, arrogante e accomodante, pronta a riconoscere per il proprio tornaconto elettorale l'utilità sociale della religione.
Io la penso esattamente così.

Mi ha particolarmente colpito anche la parte in cui Don Gallo parla direttamente dell'utopia, spiegando che cos'è, all'inizio del terzo vangelo:
Mio fratello mi diceva che ero un utopista. Eppure era una persona saggia! L'utopia, nella concezione generale, indica qualcosa che non si potrà mai raggiungere, non si potrà mai realizzare. Ma lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano ce ne spiega il senso: Lei è all'orizzonte. [...] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare. L'utopia è questo: quando sei convinto che a trecento metri ci sia quello che vuoi raggiungere, li percorri e ti rendi conto che l'utopia è trecento metri più in là, e così via. Per questo ti dici:«Allora è veramente irrealizzabile». Invece no, perché c'è un aspetto positivo: che si sta camminando, e quindi l'utopia si realizza strada facendo.
La trovo una definizione meravigliosa, di una semplicità disarmante eppure estremamente vera. L'ho letta e ho pensato: cavolo, ha ragione, è quello che sento io, dentro di me, solo che non l'avevo mai pensato e detto così bene. Da oggi mi terrò piantate nel cuore queste parole, orgogliosa di essere troppo utopista per molte persone.

Infine mi ha conquistata anche il sesto, e ultimo, vangelo che Don Gallo dedica a due persone da lui definite miti ribelli: De André ed Ernesto Balducci. Non sapevo chi fosse Balducci fino a ieri, ora so che era un sacerdote che piaceva al Don, un sacerdote nato sull'Amiata, a Santa Fiora precisamente, il paese dei minatori. Balducci veniva da una famiglia semplice, povera, al contrario di De André che invece aveva alle spalle l'ambiente borghese di Genova. Non era facile, scrive il Don alla fine, scegliere la barricata per questi due miti ribelli, suoi punti di riferimento importanti. Non era facile per Balducci, che era un religioso. E non era facile per De André, che era un borghese. Invece entrambi hanno preferito mettersi in cammino lungo percorsi inesplorati, perché entrambi erano degli utopisti. Come il Don.
Questo Vangelo, così come tutto il libro, profuma di cose belle, di persone belle, che non si sono mai messe su un piedistallo, che non sono mai salite in cattedra a proclamare la propria verità.
Né Ernesto, né Faber ci hanno mai detto: «È così», ma tutt'al più: «Io la vedo così». È troppo poco? Secondo me è tantissimo, dato che quello che vedevano e ci mostravano è ciò che veniva e viene ancora nascosto da tutti: dal governo, dallo Stato, dalla Chiesa, dalla televisione, dai partiti, dai padroni. Non indicavano la strada, ma ci hanno convinti nella nostra capacità di scegliere gli ultimi.
Già, gli ultimi. Quelli che anche se non sono gigli sono comunque figli vittime di questo mondo. Quelli considerati letame dalla società, quel letame da cui, la natura e De André insegnano, nascono i fiori. Questo sesto capitolo profuma di parole che non potrò mai ascoltare dal vivo. Di smisurate preghiere, di un Gesù dalle grandi virtù, ma al tempo stesso umano, di un Gesù che muore come tutti gli uomini cambiando colore. Di un buon Dio nel cui regno non può esistere l'inferno.
Lo cantava De André, in Preghiera in gennaio, lo ribadisce ancora Don Gallo in uno dei suoi vangeli: l'inferno non c'è. Non ci credete.

Concludo la lunga parentesi dedicata a questo libro, anche piuttosto piccino, con una frase che sintetizza alla grande, secondo me, la grandezza del pensiero di quest'uomo, religiosamente laico, che sicuramente ci mancherà moltissimo:
 Il messaggio di Gesù è che prima della fede viene l'etica, cioè il comportamento di ciascuno.

♥ Le frasi che ho sottolineato
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