11 giugno 2013

Il ballo, Irène Némirovsky

Adoro questi libricini a 99 centesimi: costano così poco che non si possono non comprare, stanno dentro la borsa che è una meraviglia e mi fanno scoprire brevi storie che magari, senza quei 99 centesimi, non avrei mai comprato, letto e conosciuto.
Per il momento ne ho letti solo un paio, tra cui Il ballo di Irène Némirovsky.
Avevo sentito nominare tante volte l'autrice, ma ero così ignorante da non conoscere minimamente la sua biografia. Per fortuna, direi quasi eccezionalmente rispetto a quanto faccio di solito, ho letto tutta l'introduzione di questo breve racconto e lì c'ho trovato dentro una vita finita troppo presto, insieme a milioni di altre, nel campo di concentramento di Auschwitz. Era un'ebrea atipica Irène Némirovsky, tale solo nella sua genetica, nei fatti si era già spontaneamente convertita al cattolicesimo perché da sempre si sentiva pienamente francese. Ovviamente ciò non le offrì protezione di fronte al progetto nazista. Doveva essere sterminata come gli altri.
Proveniva da una famiglia molto ricca, che purtroppo non sapeva offrirle niente oltre ai soldi. Regnavano sovrane l'indifferenza e la carenza d'affetto nella sua casa, un'indifferenza e una carenza d'affetto che la fecero soffrire molto da piccola e da adolescente.
Il ballo è pieno zeppo di tutto questo malessere tra le mura domestiche di una famiglia borghese. In questo breve racconto la protagonista è la famiglia Kampft, ma è chiaro andando avanti con la lettura che al nome Kampft si potrebbe sostituire tranquillamente il nome Némirovsky. Sì, questa è una storia ricca di elementi autobiografici.

Forse anche Irène da adolescente è stata una sorta di Antoinette. Arrabbiata col mondo, con la sua famiglia, con i suoi soli quattordici anni. Forse anche lei ha passato notti insonni a piangere contro il cuscino imprecando contro genitori brutti e cattivi che non ascoltavano i suoi desideri e comunque non li prendevano mai in considerazione. Forse anche lei ha augurato loro le peggiori cose, meditando vendette, escogitando piani diabolici per regalare al padre e alla madre un pizzico di quella sofferenza che loro ogni giorno, senza nemmeno rendersene conto, regalavano a lei.
Anch'io sono stata un'Antoinette a quattordici anni. Anch'io mi sono sentita stretta in una famiglia che mi sembrava non sapesse prendermi per il verso giusto e anch'io ho pianto bagnando il cuscino di notte, ho urlato brutte parole, minacciato fughe e brutti voti. A differenza sua però non ho mai messo in pratica niente di tutto questo, nessun piano diabolico. Tutto per me è restato puramente teorico, come mi succede spesso.
Antoinette invece si è dimostrata decisamente più pratica.
Non è sempre stata ricca la sua famiglia, lo è diventata all'improvviso dopo un colpo di fortuna in banca. Così adesso i suoi genitori, specialmente la madre Rosine, non vedono l'ora di dare un fastoso ballo nella loro nuova lussuosa casa di Parigi. Un ballo per farsi accettare dall'alta società, un ballo a cui invitare chiunque conti qualcosa o abbia un titolo. Antoinette è euforica al pensiero di questo ballo. Già sogna il suo debutto in società, già immagina qualche uomo che si soffermerà sulla sua candida pelle. Già si vede protagonista di baci mozzafiato, come quelli che ha visto ricevere dalla governante Miss Betty, invidiandola un po'. Ecco, è questo il momento. Il momento in cui smetterà di essere una bambina agli occhi di tutti, il momento in cui diventerà una donna. Succederà al ballo. Purtroppo la sua euforia è immediatamente smontata dalla madre, che ha aspettato di diventare ricca per tutta la vita e adesso certo non può farsi togliere spazio da sua figlia. No. Rosine vieta ad Antoinette di partecipare al ballo e Antoinette non ci vede più dalla rabbia. Finge di consegnare gli inviti che invece getta nella Senna e se la gode mentre i genitori attendono gli invitati la sera del ballo, circondati da pietanze abbondanti, ottima musica e fiumi di champagne. Quel ballo è un fiasco, nessuno si presenta. Rosine è disperata, Antoinette finge disperazione, ma in realtà sorride soddisfatta della sua vendetta mentre asciuga le lacrime della madre.

All'inizio provavo simpatia per Antoinette. Mi sembrava fosse un po' come ogni adolescente: arrabbiata, sognante, vogliosa di diventare grande, ribelle, innamorata dell'amore. Mi sembrava fosse almeno un po' come ero io, alla sua età. Andando avanti con la lettura però quell'istintiva simpatia per lei è sfumata. Alla fine in questo centinaio di pagine non ho trovato un personaggio positivo, tutti nella famiglia Kampft sono egoisti e se ne fregano dei sentimenti. Sono freddi macchinatori dei destini altrui, prima Rosine che pensa solo ai soldi e alle apparenze e non presta attenzione alle richieste e alle lamentele della figlia e poi anche lei, la figlia Antoinette, che non si mostra migliore di sua madre. La mia impressione è che alla fine, in quell'abbraccio tra una figlia che diventa donna e una madre che inizia il suo declino, sia scritto che cosa ne sarà di quella quattordicenne arrabbiata e vendicatrice: diventerà come la madre che tanto detesta, niente di meglio. Solo la stessa smania di arrivare da qualche parte, di essere circondata di cose belle, di essere importante, al centro di ricevimenti e balli lussuosi.


♥ Le frasi che ho sottolineato

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...