11 settembre 2013

E l'eco rispose, Khaled Hosseini

Dunque ce l'ho fatta a voltare l'ultima pagina. Detta in questo modo mi rendo conto che sembra che la lettura dell'ultimo romanzo di Khaled Hosseini sia stata per me una maratona, ma non è così, non completamente almeno.
Ho amato a dismisura Il cacciatore di aquiloni prima e Mille splendidi soli poi, li ho amati così tanto che mi sono trovata sempre in difficoltà quando qualcuno mi ha chiesto quale dei due mi era piaciuto di più. Temevo, e speravo, che, con l'arrivo del terzo romanzo di Khaled Hosseini, sarebbe stato ancora più complicato scegliere il mio preferito tra i suoi libri. Invece no. E l'eco rispose, per me, non ha la stessa bellezza degli altri due. Non la sfiora neanche. Forse per questo, perché un po' mi ha delusa, ho faticato molto per finirlo. E pensare che, presa dall'entusiasmo, l'ho comprato o il giorno stesso o il giorno dopo che è uscito in Italia, a giugno insomma. Sono passati quasi tre mesi, per un libro che, credevo, avrei divorato in tre giorni. A mia discolpa posso solo dire che c'è stata un'estate un po' strana nel mezzo (è solo un'inutile scusa, lo so...).

Non mi risulta facile scrivere di questo romanzo.
Sono 450 pagine di continui flashback, di continui spostamenti anche spaziali, oltre che temporali. Si parte dall'Afghanistan per arrivare in Pakistan, a Parigi, su un'isola greca, perfino in America. Il filo conduttore dovrebbe essere la separazione forzata di due fratelli rimasti orfani di madre, Abdullah e Pari, profondamente legati da bambini. Per Abdullah (il fratello maggiore) è uno strazio vedere la sorellina venduta dal padre a una ricca famiglia di Kabul, è un dolore che resta piantato nel suo cuore per sempre. Pari, invece, che ha appena due-tre anni quando viene ceduta a Nila Wahdati, non ricorda il fratello. Per gran parte della sua vita crede di essere il frutto di quella famiglia che invece l'ha solo adottata, pur percependo, dentro di sé, chissà per quale misterioso meccanismo della memoria umana, una forte sensazione di vuoto. Spesso sente di essere incompleta, è come se le mancasse un pezzo. Ma è solo una sensazione, una vaga impressione, nient'altro. Non ha la più pallida idea di che cosa si tratti. Lo scopre solo da adulta, dopo essere cresciuta a Parigi, dopo anni vissuti da occidentale, dopo aver studiato matematica, dopo essere diventata addirittura un docente universitario, dopo essersi sposata, dopo aver avuto dei figli, dopo essere andata forzatamente in pensione per una malattia. Scopre la verità solo grazie all'intreccio di vite profondamente diverse dalla sua e diverse tra loro, vite che per caso si intersecano in alcuni momenti, in spazi lontani, riportando a galla quella verità nascosta che Pari aveva in fondo sempre percepito. Un giorno un'eco risponde, lì, dentro quel vuoto che l'ha accompagnata per tutta la vita. Ed è un'eco di occasioni sprecate, di momenti non vissuti, di distanze immense mai neppure sospettate. È un'eco che tampona quella sensazione di vuoto e incompletezza, anche se ormai Abdullah e Pari non sono più quei bambini inseparabili che erano un tempo. Anche se è finita la loro infanzia, anche se è finita la loro adolescenza, anche se hanno già preso le loro decisioni e vissuto le loro vite. L'eco risponde alla fine e se risponde è grazie al fortuito intreccio delle vite di tante persone, in particolare quelle di Nabi, fratello della nuova moglie del padre di Abdullah e Pari, e Markus, medico senza frontiere di origine greca, ormai stanziato a Kabul. È soprattutto grazie a loro se quelle piume che Abdullah raccoglieva da bambino per far contenta sua sorella tornano, decenni dopo, nelle mani a cui erano destinate.
Quella piuma sulla copertina del libro, insieme a quelle per Pari che aprono e chiudono il romanzo, mi hanno fatto venire in mente la piuma bianca di Forrest Gump. Forse quello che ci dicono, Forrest Gump da un lato e Pari e Abdullah dall'altro, è che la vita di ognuno di noi è trasportata da un vento leggero e chissà dove andrà a posarsi, basta un niente per allontanarsi, per volare via e poi, forse, anche per ritrovarsi. Destino, tutto qui. Per chi ci crede, ovviamente. Io no, non vorrei crederci, ma questo è un altro discorso.

Stranamente (ahahah!) mi sto dilungando anche su questa storia. Parlare di storia, al singolare, per l'ultimo romanzo di Hosseini è del tutto fuori luogo. La storia di Pari e Abdullah, che a grandi linee ho raccontato, è solo un filo conduttore, è una sorta di contenitore che tiene insieme tutte le altre. Ci sarebbero decine di personaggi da nominare. Decine di storie in cui scavare: quelle di Sabur, Parwana, Masuma, Gholam, Adel, Iqbal, Madeline, Odie, Thalia, Timur, Idris, Amra, Roshi, Suleiman Wahdati. Avrò sicuramente dimenticato qualcuno. Questo libro è tante storie, che mi aspettavo fossero secondarie e invece non lo sono state poi così tanto. È come se Pari e Abdullah fossero al centro di una mappa e da loro partissero tante frecce con tutti i nomi delle persone che hanno avuto un ruolo nella loro separazione e nel loro ritrovarsi, nomi che non restano "vuoti", ma che poi si riempiono delle storie che ci sono dietro. Non so se mi spiego. È come se fosse una matrioska: la storia di Pari e Abdullah contiene tutte le altre, altrettanto belle, altrettanto interessanti. Spesso ho avuto proprio la sensazione che ce ne fossero troppe, di storie. Troppi nomi, troppe divagazioni, troppi intrecci, troppe cose da ricordare. A volte mi sembrava quasi che Khaled Hosseini andasse, come dire, fuori tema. È come se c'avesse voluto mettere dentro troppe cose, non so. Avrei preferito che si tenesse qualche storia per il prossimo romanzo, anche perché sono tutte molto belle e in alcuni casi avrebbero meritato più di un capitolo. Personalmente avrei preferito che fosse raccontata in modo più approfondito la vita di Abdullah, che cosa ha fatto dopo la separazione da Pari, la fuga dall'Afghanistan, l'arrivo in America, il matrimonio. Avrei preferito che avesse più spazio la sua vita di ragazzo e uomo, senza che si passasse dall'infanzia alla vecchiaia lasciando qualche punto interrogativo di troppo su quello che c'è stato nel mezzo. Avrei preferito la sua storia ad altre, seppur intense e commoventi.

Il libro comunque è bello, non so se si era capito, ma mi è piaciuto eh. Non come i due precedenti, questo no, ma comunque è un romanzo che consiglierei e regalerei.
Khaled Hosseini ha sempre un posticino speciale nel mio cuore.
Ben oltre le idee
di giusto e di sbagliato
c'è un campo.

Ti aspetterò laggiù.

[Jalaladdin Rumi, XIII secolo]
♥ Le frasi che ho sottolineato

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