2 ottobre 2013

La cosa, Nanni Moretti [1990]

Ero ancora nella pancia della mamma quando Nanni Moretti girò questo film. La cosa non è propriamente un film in realtà, è un documentario in cui il regista non si vede mai, resta sempre dietro la macchina da presa. Non ci sono copioni. Niente è artificiale o costruito. Quello che i "protagonisti" dicono è soltanto ciò che avevano voglia di dire in quel momento. È un documentario politico, che ritrae una fase convulsa della sinistra italiana, forse quella che ha determinato tutte le altre, chissà.
In seguito all'annunciata svolta della Bolognina, promossa dall'allora segretario del PCI, Achille Occhetto, Nanni Moretti ha l'intuizione di girare alcune sezioni di partito, per rendersi conto dell'umore dei militanti, molto frastornati e sgomenti di fronte all'idea di quello che poi sarà l'ultimo segretario del PCI. Dietro la macchina da presa Nanni Moretti ci mostra sezioni, sparse in tutta Italia, animate da un forte dibattito tra chi è favorevole e chi è contrario al cambio del nome e del simbolo dello storico Partito Comunista Italiano, nato nel 1921 in un teatro di Livorno, in cui pioveva addirittura dentro.
Per decenni il PCI era stato la voce di chi voce non ne aveva, aveva condotto lotte e contribuito alla costruzione di uno Stato sociale, in cui tutti potessero avere gli stessi diritti. Il PCI aveva fatto sognare gli operai. Aveva fatto credere loro di valere qualcosa, di poter essere una pedina importante per la costruzione di un'Italia migliore.
Mio padre, sull'onda di quel sogno che lo accomunava a molti altri, ha preso la tessera quando aveva quattordici anni, l'ha tenuta fino a che è esistito il Partito Comunista. Berlinguer resta tuttora scolpito nel suo cuore, ad esempio ricorda esattamente che cosa stava facendo nel momento in cui ha saputo della sua morte. Io ricordo dov'ero l'11 settembre quando ho sentito delle torri gemelle e lui ricorda Berlinguer. Il mio babbo era tra i contrari alla svolta della Bolognina. Ancora oggi ricorda la falce e il martello con una certa nostalgia, incredulo di fronte alla politica di questi anni.
Se Nanni Moretti fosse entrato nella sua sezione avrebbe ripreso certamente un uomo ancorato al passato, a una bandiera rossa, alla sua ideologia radicale che per forza di cose doveva passare attraverso quel nome lì. Se per settant'anni il Partito Comunista si era chiamato così, che bisogno c'era di cambiare? Mio padre non l'ha capita quella svolta, non l'ha accettata e, ancora oggi, lo rimpiange eccome il suo PCI. Per lui quel momento è stato la chiave di tutto. L'esatto istante in cui le cose sono iniziate a peggiorare. Da allora, più di vent'anni fa, le facce sono sempre le stesse. I nomi del partito sono cambiati eh, la svolta della Bolognina è stata solo la prima, ma le facce no. D'Alema era un giovane prodigio politico e oggi è il re dell'inciucio, ha messo anche i capelli bianchi. Occhetto mi sembra sia passato a Sel, ma insomma, sono tutti lì.

A un certo punto, nel documentario, c'è un uomo che esprime un concetto che io mi sentirei di condividere, col senno del poi, ovviamente. Lui dice che non ha problemi nell'accettare un altro nome e un altro simbolo se le idee resteranno quelle, se le sezioni saranno sempre piene come in quei giorni lì. Dice ancora però che non vorrebbe mai che il cambiare nome al PCI fosse solo il primo passo verso un totale svuotamento di quell'identità politica in cui per anni si era riconosciuto. Dice esattamente: «Non vorrei che un giorno ci dovessimo vergognare se qualcuno ci chiamasse comunisti». Ecco, quell'uomo lì aveva capito che fine avrebbe fatto la sinistra italiana. Se nel 1990 Berlusconi avesse già compiuto la sua discesa in campo forse quell'uomo avrebbe tradotto così il suo pensiero: «Non vorrei che un giorno dovessimo festeggiare per la sua fiducia al nostro governo, non vorrei che ci facesse troppo schifo uno di sinistra come Rodotà, non vorrei che dessimo soldi alle scuole private, che ci trovassimo un leader che appoggia Marchionne e parla con Briatore. Non vorrei che anche per noi la politica diventasse solo un giro di soldi o una battaglia per chi si tiene una poltrona più a lungo».

Secondo me la realtà ha superato di molto anche la peggiore fantasia di chi era contrario alla svolta della Bolognina. Non so se ci sia un limite al peggio, sinceramente. Insomma, se "noi di sinistra" ci siamo ritrovati a tifare Cicchitto (!!!) non è che siamo messi male, di più.
La cosa è inquietante. Personalmente era da tanto tempo che non mi sentivo così demoralizzata dalla politica. Demoralizzata, disgustata, incazzata. Tutto. Da tutti. Non lo dico in senso grillino però, anche loro sono nel mucchio di chi non tollero più.
Sto aspettando il mio Berlinguer e un partito che mi faccia venir voglia di prendere una tessera, perché anche se sono tentata dallo spegnere tutto, non posso diventare una persona apolitica. Mi piace la politica, nonostante tutto, e poi credo che sarebbe da stupidi fregarsene. La politica determina le nostre vite.

• Per informazioni sulla svolta della Bolognina qui c'è una puntata de La storia siamo noi che mi ha fatto capire meglio come era l'umore di quegli anni.
• Qui sotto l'intero documentario di Nanni Moretti.




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