18 ottobre 2013

Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf

Nell'ottobre di quasi un secolo fa Virginia Woolf elaborava questi pensieri, passeggiando in mezzo a strade inglesi dai colori autunnali. Nell'ottobre di quasi un secolo dopo le sue riflessioni sono finite tra le mie mani, racchiuse in un libricino dalla copertina molto, molto rosa. L'ho letto nel mese giusto.
Virginia Woolf era una donna molto fortunata all'epoca, fortunata come lo sarebbe oggi chiunque vincesse alla lotteria. Un'eredità di una ricca zia le garantiva a vita vitto, alloggio e indumenti. Cinquecento sterline all'anno erano sufficienti per la sua indipendenza economica, perciò non aveva bisogno né di un marito né di un lavoro: poteva tranquillamente dedicarsi alla scrittura.
Il titolo di questo breve, e intenso, saggio non è altro che la tesi dell'autrice:
Una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé, se vuole scrivere romanzi.
Sfido chiunque a dire che non abbia ragione la Woolf, una volta arrivati alla fine del saggio. Praticamente ho sottolineato tutto il libro, stupita di quanto pensieri di un secolo fa potessero essere, non solo veri, ma anche, talvolta, attuali.
Dunque, la Woolf era fortunata, l'ho già detto. Ed era fortunata non solo per i soldi caduteli addosso ma anche perché stava vivendo un tempo migliore per le donne, un tempo di svolta. Lei, dal suo punto di vista privilegiato, di donna dotata di indipendenza economica e, quindi, di libertà intellettuale, si guarda indietro e si pone una domanda: che cosa sarebbe successo se ad avere l'indiscusso talento di Shakespeare fosse stata una sua ipotetica sorella? La risposta è semplice: non sarebbe successo niente. Quella sorella avrebbe vissuto male la sua femminilità, avrebbe invidiato gli uomini e represso con dolore e lacrime il suo talento letterario. Nel Cinquecento non era proprio possibile, né concepibile, che una donna scrivesse.
Sarei capace di scommettere che Anonimo, il quale scrisse tante poesie senza firmarle, spesso era una donna.

Virginia Woolf racconta come si è evoluto il rapporto tra donne e letteratura nel corso dei secoli, passando per Jane Austen e le sorelle Bronte, ad esempio. Ci spiega qual è il rapporto tra povertà, ricchezza e possibilità di fare letteratura, il tutto ovviamente a sostegno della sua tesi che dà il titolo al libro.
È una lettura veloce, interessante, intelligente. Un'analisi curata e perfetta di quello che le donne sono state nella letteratura e nella realtà. Da leggere quindi, assolutamente.
Le donne hanno illuminato come fiaccole le opere di tutti i poeti dal principio dei tempi. [...] I nomi si affollano alla mente, e non richiamano l'idea di donne mancanti "di personalità e di carattere". Infatti, se la donna non avesse altra esistenza che nella letteratura maschile, la si immaginerebbe una persona di estrema importanza, molto varia; eroica e meschina, splendida e sordida; infinitamente bella ed estremamente odiosa, grande come l'uomo, e, pensano alcuni, anche più grande. 
Ma questa è la donna nella letteratura. Nella realtà, come osserva il professor Trevelyan, veniva rinchiusa, picchiata e malmenata.
Ne emerge un essere un essere molto strano e composito. Immaginativamente, ha un'importanza enorme; praticamente, è del tutto insignificante. Pervade la poesia, da una copertina all'altra; è quasi assente dalla storia. Nella letteratura, domina la vita dei re e dei conquistatori; nella realtà, era la schiava di qualunque ragazzo i cui genitori le avessero messo a forza un anello al dito. Dalle sue labbra escono alcune tra le parole più ispirate, alcuni tra i pensieri più profondi della letteratura; nella vita reale non sapeva quasi leggere, scriveva a malapena, ed era proprietà del marito.

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