4 novembre 2013

Elogio del moralismo, Stefano Rodotà

Non sapevo neanche che faccia avesse Stefano Rodotà quando, mesi fa, il suo nome veniva scandito dalla mattina alla sera sotto Montecitorio. In quei giorni, tanto per farmi un'idea del personaggio, tanto per capire se mi sarebbe piaciuto come Presidente della Repubblica, leggevo di lui su internet. E mi sembrava che in fondo potesse andare bene, quel Ro-do-tà per cui tutti, all'improvviso, facevano il tifo.
Mesi dopo, vedendo come sono andate le cose, conoscendo i piani di gran parte del Pd, avendo letto che cosa Rodotà ha scritto per vent'anni a proposito di Berlusconi e di tutta la corruzione in politica, penso che sia evidente che non sarebbe mai potuto diventare Capo dello Stato con i voti del più grande partito di sinistra (?) che in realtà col corruttore capo voleva allearsi. E si è alleato.
Penso anche che sia un gran peccato avere ancora Napolitano lì al Quirinale, invece di Rodotà.

Elogio del moralismo raccoglie numerosi articoli che Rodotà ha scritto nel corso degli anni, ce ne sono alcuni di vent'anni fa, addirittura. Il pensiero che segue, ad esempio, risale al 1991:
Il nostro ceto di governo [...] ha badato alla propria coesione interna, più che alla sua rispettabilità pubblica. E così ha fatto quadrato intorno ai propri ladri, malversatori, tangentari, procacciatori, finanziatoriHa rifiutato di accettare la distinzione, ovvia, tra accertamento giudiziario di un reato e comportamenti che, sia pure sfuggiti in qualche modo tra le maglie della giustizia, rimangono politicamente inaccettabili, ed ha così mantenuto al loro posto anche persone colpite da un paio di condanne, sia pure non definitive, o assolte in modi acrobatici. Ha trasformato in indebita persecuzione la sacrosanta richiesta di non affidare la gestione di pubbliche risorse a chi sia stato sospettato di attività illecite. Ha urlato contro le opposizioni che invocano pulizia. Ha presentato come disturbatore o irresponsabile chi adempiva all'ovvio dovere di denunciare i casi di corruzione. E così ha mantenuto al loro posto, o reintegrato allegramente o riciclato in maniera vantaggiosa, personaggi che qualsiasi sistema politico democratico avrebbe espulso senza esitare.
L'avreste mai indovinata la data in cui Rodotà scrisse queste cose se non ve l'avessi detta io? Già nel 1991 era convinto che la soluzione per rendere rispettabile la politica fosse riprendere in mano la questione morale di Berlinguer e trasformarla nel primo, immenso, problema della politica italiana. Nel 1991, ripeto. Che cosa sia successo nell'ultimo ventennio è cosa ben nota, certamente non ci siamo affidati a politici moralmente impeccabili. Tutto il contrario. Di passi avanti perciò non ne abbiamo compiuti. Solo all'indietro.
Per Rodotà, e mi sento di dire anche per me, la democrazia non è solo un governo del popolo, ma anche un governo in pubblico, perciò se tu decidi di dedicarti alla politica e di candidarti a rappresentare uno Stato, e lo decidi spontaneamente senza che qualcuno ti punti una pistola alla tempia, lo fai sapendo che questo comporterà una certa limitazione della privacy. In politica non ci dovrebbero essere menzogne e se tu scegli di essere un uomo pubblico non puoi non rendere conto dei tuoi comportamenti, che per forza di cose, devono (dovrebbero) essere comportamenti morali. Questo va al di là di un eventuale reato: molti comportamenti immorali non sono punibili per legge, ma comunque non sono (non dovrebbero essere) ammissibili in una democrazia. Perché democrazia è governo del popolo, ma anche governo in pubblico, appunto.
Pretendere che la politica sia rispettosa di se stessa e del popolo che rappresenta non è un bacchettamento moralista di chi si siede in cattedra e punta il dito ritenendosi migliore degli altri, è semplicemente il tentativo di provare a ridare alla politica un certo valore, una certa etica. Ormai siamo così abituati alla mancanza di etica pubblica che ci sentiamo noi stessi quasi autorizzati a compiere azioni illegali, dietro al "così fan tutti" ognuno ruba dove può. Lo fa la classe dirigente con i milioni di euro, lo facciamo noi con somme più basse, proporzionali al nostro tenore di vita. Che problema c'è? Tanto lo fanno tutti.
Il problema dell'assenza di etica pubblica è anche questo: chi dovrebbe dare un esempio positivo ne dà uno negativo, quasi a legittimare comportamenti immorali o illegali.
Come sosteneva Berlinguer in Italia è la questione morale la vera questione politica. Se risolviamo quella, tutto prenderà un'altra piega. Scriveva Rodotà nel 1997:
So che parlare di questione morale disturba. Ma è la grande questione politica aperta e irrisolta. Se davvero la politica vuole riprendere il sopravvento, deve rendersi conto che le sue regole devono essere assai più severe di quelle del codice penale.
Mentre andavo avanti con la lettura cresceva in me il disappunto verso questo stupido Pd che siede in Parlamento e che ha preferito uno squallido Napolitano bis a un Rodotà pieno di belle idee, sono sicura condivise da gran parte del popolo. Credo che un uomo del genere avrebbe fatto bene alla nostra Italia corrotta, derubata, rallegrata da festini e bunga bunga. Una prima carica dello Stato consapevole dell'importanza dell'etica pubblica avrebbe dato un'immagine migliore di tutti noi e dell'Italia. E forse, dico forse, avrebbe reso la politica più rispettabile. 
Mi dispiace davvero che sia andata così, di Re Giorgio ne potevamo fare a meno, credo. L'alternativa c'era e, dopo aver letto questo libro lo so, era validissima.

Voglio concludere questo post con un pensiero dell'altro giorno di Massimo Gramellini, tratto dal suo Buongiorno dedicato a Fellini. C'entra coi vent'anni che l'Italia ha buttato via, gli unici che ho vissuto io.
vent'anni dalla morte l’Italia ha dimenticato Fellini, uno dei pochi italiani contemporanei che il mondo ricorda ancora. Non sono stati i vent'anni migliori della nostra storia e neanche della nostra vita. Abbiamo perso colpi dappertutto. Abbiamo perso Fellini e il suo segreto, che poi era il nostro. Le nazioni sono come gli individui, hanno un’indole che non si può impunemente rinnegare troppo a lungo.  
Facciamocene una ragione: l’Italia che piace e che gode è quella di Fellini. L’Italia della provincia sterminata, degli artigiani che si lasciano invadere dalla pazzia del talento, l’Italia di Ferrero e di Ferrari, tanto per non cambiare lettera dell’alfabeto. Un’Italia un po’ ingenua, che guarda alla vita come se fosse un sogno e ai sogni come se fossero la vita, ma sa sublimare il suo autoinganno in una forma superiore d’espressione.  
Mi sento un po' come quell'Italia lì, alla ricerca di un talento e ingenua, ma così ingenua da credere che un giorno, in qualche modo, anche la politica riacquisterà un'etica tutta sua e noi non ci vergogneremo più di chi ci rappresenta e non ci sentiremo più autorizzati a rubare niente.

-- Frasi parte 1 
-- Frasi parte 2

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