8 novembre 2013

Marina Bellezza, frasi [Silvia Avallone]

La trattava come una bambina, e lei faceva di tutto per essere trattata in quel modo. A ventidue anni suonati, cercava ancora di riscuotere gli arretrati della sua infanzia.

Ci sono cose a cui non si può rimediare. Cose che spaccano la vita in due, e dopo non si può più tornare indietro.

C'era chi si spingeva a Parigi o a Berlino per realizzare i propri desideri, chi aveva bisogno di sentirsi nel cuore affollato del mondo, e chi invece, come lei, si accoccolava presso la sua radice, nella sua provincia abbandonata, in un punto così lontano a nord-ovest, così malservito dai trasporti e dalle comunicazioni da sembrare quasi una frontiera inesplorata.
E in effetti lo era stata: una terra di spaccapietre, di cercatori d'oro, di migranti. Una frontiera al contrario, non da conquistare ma da cui allontanarsi. Nell'Ottocento, e fino alla metà del Novecento, gli uomini partivano per l'America, per l'Australia. Era una prassi collaudata: si sposavano, e s'imbarcavano il giorno dopo alla ricerca di una fortuna che brillava sempre e soltanto in continenti lontani.
Le donne invece no. Le donne non si muovevano mai, come le radici interrate dei castagni, come i tuberi e i massi. Aspettavano. Che i mariti tornassero a metterle incinte, che i figli crescessero, che i mariti tornassero là a morire. Anche lei sentiva di avere qualcosa di quelle donne. Qualcosa che avrebbe voluto combattere, ma arrendersi era un istinto troppo forte.

A lei non interessava quello che le accadeva intorno. Era nata nel 1990, ignorava come fosse il mondo prima di Berlusconi e degli sms. 

Ci sono cose che si trascinano in silenzio per decenni, senza che nessuno possa neppure sospettarne l'esistenza.

Avrebbe anche potuto piangere adesso. Avrebbe potuto dirle cose molto vere, di cui forse dopo si sarebbe pentito, se solo avesse saputo usare la voce e le parole che leggeva nei libri. Ma la vita è un'altra cosa.

Lei non lo vedeva, non riusciva proprio a capire che non aveva senso: quel traffico, quello spostarsi convulso dai capannoni e dagli uffici verso casa e poi dalle case ai supermercati, che quelle divisioni tra quartieri alti e palazzoni popolari, quel modo di pensare così impresso nel paesaggio, per cui il fine di tutto è la carriera, sono i soldi, non aveva proprio senso. E quando l'economia si deprime, come adesso, quando l'epoca ti sta scoppiando in mano, questo movimento si fa ancora più serrato e spietato, si fanno spietate le differenze, la povertà e la ricchezza, l'esibizionismo e l'emarginazione; l'industria migra dove si può produrre a meno, dove si può vendere a maggior prezzo, perché tutto ha un prezzo e tutto può essere venduto. Così funziona il capitale, ma non funziona allo stesso modo la vita.

Se anche capita, è raro che sul momento un uomo si renda conto che la storia della sua vita - la sua unica storia - sta cominciando. [Russel Banks, La deriva dei continenti]

Bisogna trovare il coraggio di restare, di costruire qualcosa di duraturo, di nuovo, e farlo qui.

Il futuro è un ritorno. [...] È la strada sterrata che non ti aspetti.

Alla fine della Storia c'è un salto nel buio.
E bisogna saltare.

Il dolore, spesso, sul momento non si fa sentire, si manifesta solo a distanza di giorni. Addirittura il nostro corpo è capace di convertirlo nel suo contrario: in spensieratezza, in euforia.

Il telegiornale avvertiva che non sarebbero arrivati tempi migliori, almeno non a breve. Il governo provvisorio stava facendo il possibile per salvare l'Italia, ma da quassù l'Italia era un luogo immaginario a distanza siderale.

Non puoi pensare che tuo padre ti capisca. Lui appartiene a una generazione che dei contadini si vergogna. Noi apparteniamo a una generazione che si vergogna di loro.

«Io non voglio diventare ricco, non voglio diventare famoso, non voglio vivere con l'assillo di essere di più o di meno degli altri!» Esplose, finalmente. «Quella vita lì è un inferno, l'ho visto quando mio padre è diventato sindaco, che avevamo tutti quei giornalisti in casa... A me non interessa. Mio fratello scrive sulle riviste d'ingegneria aerospaziale» sorrise, «gli pubblicano gli articoli con il suo nome, bello grande neanche fosse Obama... Io voglio essere invisibile, capisci? Non voglio lasciare traccia, voglio solo svegliarmi la mattina e stare bene!» Gridava. «Non posso sentirmi in colpa per questo. Non voglio vendermi la vita. Mio nonno si metteva a piangere quando gli moriva un vitello, quando ne vedeva nascere uno... Era un uomo felice!»

L'intelligenza è una cosa, pensava, la bellezza un'altra. E non importa quanto sia effimera e di breve durata, infida e immeritata. Anzi, proprio perché lo è - qualcosa che appartiene solo alla natura, allo stato primitivo dei sensi e del potere - è capace di un'attrazione che i pensieri e le parole non avranno mai.

Le parole esistono, come esistono le montagne, la terra e il cielo. Le parole esistono per essere usate, per farci sbagliare, per farci cadere.

Le catastrofi non arrivano mai quando te le aspetti, ma sempre il giorno dopo, quando sei indifeso, sereno, tranquillo, e l'ultimo tuo pensiero è che il mondo stia per crollarti addosso.

Domani: la parola più fragile e ingannevole dell'intero dizionario italiano.

Le persone come Marina non appartengono a nessuno, perché non riescono ad appartenere nemmeno a loro stesse.

«Sai cos'ho capito, alla fine?» Marina infranse il silenzio ancora una volta. «Che il male non ti rende migliore, anzi. Ti peggiora e basta. È una stronzata che se soffri, allora cresci. Se soffri, t'incazzi e ti viene voglia di vendicarti, tutto qui.»


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