29 dicembre 2013

Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza, frasi [Luis Sepúlveda]

Le lumache sapevano di essere lente e silenziose, molto lente e molto silenziose, e sapevano anche che quella lentezza e quel silenzio le rendevano vulnerabili, molto più vulnerabili di altri animali capaci di muoversi rapidamente e di lanciare grida d'allarme. Per evitare che la lentezza e il silenzio le impaurissero preferivano non parlarne, e accettavano di essere come erano con lenta e silenziosa rassegnazione.

La lumaca decise di chiedere al gufo i motivi della lentezza e, lentamente, molto lentamente, si diresse verso il più vetusto dei faggi. Lasciò il riparo delle foglie di calicanto quando la rugiada faceva splendere il prato riflettendo le prime luci del mattino e arrivò al faggio quando le ombre lo coprivano come un manto di silenzio.

«Voglio sapere perché sono così lenta» sussurrò la lumaca.
[...] «Sei lenta perché hai sulle spalle un gran peso» spiegò il gufo. [...] «Io so volare ma non lo faccio. Una volta, tanto tempo prima che voi lumache veniste ad abitare nel prato, c’erano molti più alberi di quelli che si vedono adesso. C’erano faggi e ippocastani, lecci, noci e querce. Tutti quegli alberi erano la mia casa, volavo di ramo in ramo, e il ricordo di quegli alberi che non ci sono più mi pesa così tanto che non posso volare. Tu sei una giovane lumaca e tutto ciò che hai visto, tutto ciò che hai provato, amaro e dolce, pioggia e sole, freddo e notte, è dentro di te, e pesa, ed essendo così piccola quel peso ti rende lenta.»

Temevano soprattutto i bruchi, capaci di vincere la forza con cui loro si aggrappavano alle foglie del calicanto, e gli scarabei, le cui potenti mandibole erano in grado di rompere il loro guscio. Ma più di tutto temevano gli esseri umani. Quando una lumaca sussurrava «splash!» e poi lo sussurrava un’altra e poi un’altra ancora fino a ripetere tutte quante quel sussurro d’allarme, sapevano che per colpa del modo distratto di muoversi che hanno gli umani, posando dove capita i loro pesanti piedoni, molte di loro non sarebbero arrivate alla piacevole abitudine del tramonto.

«Ti posso accompagnare?» sussurrò la lumaca.
«Dimmi prima cosa cerchi» rispose la tartaruga, e la lumaca le spiegò che voleva conoscere i motivi della propria lentezza e anche avere un nome, perché l’acqua che cade dal cielo si chiama pioggia, i frutti dei rovi si chiamano more e la delizia che cola dai favi si chiama miele.

Gli umani non avevano l’abitudine di muoversi a piedi, era un sistema troppo lento per loro e preferivano usare animali di metallo che, più erano rapidi, più suscitavano ammirazione e invidia. Quello che la lumaca vide erano umani che coprivano di asfalto il prato perché i loro potenti animali vi potessero riposare.

Lentamente, molto lentamente, Ribelle riprese a muoversi e quando si voltò vide che tutte le lumache la seguivano. Non provò orgoglio né la minima felicità. In quel momento pensò che avrebbe preferito non essere seguita perché così sarebbe stata responsabile soltanto del proprio destino. Le lumache avevano fiducia in lei e questo la spaventò molto, ma poi ricordò Memoria: un vero ribelle conosce la paura ma sa vincerla, e lentamente, molto lentamente, continuò ad avanzare sull'erba.

Le case degli umani avevano fori illuminati, come se tutte le lucciole fossero chiuse là dentro.

«In questo viaggio che è iniziato quando ho voluto avere un nome ho imparato tante cose. Ho imparato l’importanza della lentezza e, adesso, ho imparato che il Paese del Dente di Leone, a forza di desiderarlo, era dentro di noi»
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