29 gennaio 2013

Un paio di scarpette rosse, Joyce Lussu

Questo dev'essere stato uno dei miei primi contatti letterari con la Shoah.


C'è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
"Schulze Monaco".

C'è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buckenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni

ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l' eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.

C'è un paio di scarpette rosse
a Buckenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti

non consumano le suole.

                                                                Joyce Lussu

23 gennaio 2013

Chocolat, Joanne Harris

È il giorno di Carnevale quando Vianne Rocher e sua figlia Anouk arrivano, vestite di sgargianti colori, in un triste e grigio paesino, Lansquenet. Il loro arrivo certo non passa inosservato. Vianne è completamente diversa dalle donne del posto, ha una bimba ma è signorina, e non frequenta la chiesa. Due motivi più che sufficienti per essere guardata in malo modo da una comunità bigotta, tradizionalista e in fondo profondamente triste, guidata dal giovane prete Francis Reynaud. Le sue antenne captano subito il pericolo. Vianne indossa maglioni colorati e scollati, porta i capelli sempre sciolti, sorride, dà confidenza. Soprattutto, proprio all'inizio della quaresima, periodo di assoluta penitenza per i cristiani, lei decide di aprire niente meno che una cioccolateria, La Celeste praline. Vianne ama mescolare gli ingredienti e creare prelibatezze uniche, in grado di regalare un picccolo sollievo anche alle persone con le vite più noiose.
La cioccolateria si trova proprio nella stessa piazza della chiesa e Francis Reynaud passa il tempo a sbirciare dalla finestra quali tra le sue fedeli pecorelle cedono a quella tentazione lussuriosa. Così scopre che pecca Guillaume, il maestro in pensione, che ha come unico amico un cane molto malato, da cui non riesce a separarsi. Pecca Joséphine, moglie di Muscat, curva su se stessa, succube di un marito autoritario e violento che non la rispetta minimamente. Pecca Armande, ma di questo non c'è da meravigliarsi, anche lei è sempre stata fuori da tutti i canoni degli abitanti di Lansquenet, troppo libera rispetto agli altri. 
Vianne è una grande donna, accoglie tutti, per tutti ha il cioccolato giusto, quello in grado di farli stare meglio. Ascolta quello che questi cupi personaggi hanno da dirle e cerca come può di aiutarli. Ascolta Guillaume quando le dice che non sa se quella del suo cane è ancora vita, se vale la pena esistere così o sarebbe meglio lasciar perdere e mettere fine a tanta sofferenza. Accoglie Joséphine quando decide di lasciare Muscat, la vede cambiare di giorno in giorno, la vede diventare sempre più bella, sempre più allegra. Vianne difende con tutte le sue forze sua figlia e vorrebbe solo vederla felice, per questo pensa che in fondo a Lansquenet potrebbero anche fermarsi.
Sono state portate lì dal vento del Nord, quello stesso vento che seguiva la madre di Vianne, con lei dietro, per tutto il mondo. Seguendo il vento, le superstizioni e le carte insieme sono arrivate fino in America. Non si sono mai fermate in nessun posto. Scappavano dall'Uomo nero, un prete o forse ogni prete, tutta la chiesa. La madre di Vianne usava i suoi poteri per scavare nelle vite delle persone, ma lei, Vianne, usa la magia solo nella cucina. Nel cioccolato, in particolare. A New York la mamma di Vianne è morta di cancro, poco dopo è nata Anouk, la piccola straniera, come ama definirla Vianne. Lei che non crede nel dio cattolico spera che sua madre riviva proprio in lei, nella piccola Anouk, che saltella felice insieme all'amico immaginario Pantouffle. Anouk che chiede solo di fermarsi da qualche parte, smettendo di seguire quel vento del nord che non le fa mai affezionare a nessuno, che le costringe sempre a ricominciare da qualche altra parte.
Vianne spera di non ascoltare il vento, almeno stavolta. A Lansquenet ha trovato delle amicizie vere. C'è Armande che incarna una libertà imbarazzante per il tempo e il luogo, una libertà che la porta a decidere come e quando morire. Vianne sa quello che lei ha in mente, ma non la ostacola. Sopravvivere a volte è la peggiore sofferenza, perciò lascia Armande libera di morire, perciò consola Guillaume dicendogli che ha fatto bene a lasciare andare il suo cane. 
Francis Reynaud è sempre lì che guarda. Dal pulpito predica contro la cioccolateria, contro Vianne, che ha avuto addirittura il coraggio di programmare un festival della cioccolata per Pasqua, snaturando completamente il significato religioso di quel giorno. Vianne tenta le persone. Vianne ospita una donna che ha infranto i voti matrimoniali. Vianne non emargina nemmeno quei nomadi che si sono accampati sul fiume, soprattutto quel Roux dai capelli rossi. C'era già stato un tempo in cui erano arrivati quegli zingari al paese, ma il prete precedente, il pére di Francis, come lo chiama lui, aveva saputo come cacciarli. Ormai quel vecchio prete è in una clinica, immobile e incosciente. I medici dicono che non può sentire e che non si riprenderà più, ma il giovane curato, suo successore,va spesso a trovarlo e a parlargli, perché quel suo père gli ha cambiato la vita, forse in meglio o forse no. Francis Reynaud ha più dubbi di quello che potrebbe sembrare quando predica dal pulpito. Non ha nemmeno stima dei suoi fedeli. Pensa che siano tutte pecorelle ignoranti che per abitudine tornano sempre all'ovile. Al capezzale del pére Francis appare per quello che è: un uomo lontano dalla perfezione divina, un uomo cattivo, ligio ai suoi doveri, ma anche colpevole di gravi reati. Ha continui flashback del suo passato, un passato che l'ha visto, ragazzino, obbedire ai comandi del pére dando fuoco all'accampamento dei nomadi sul fiume Tannes, decenni e decenni prima. Due amanti erano morti, ma Francis era convinto che fosse stato il disegno di dio, non certo il frutto di un'azione provocata dalla sua volontà. Aveva ascoltato il suo pére verso cui nutriva una profonda fiducia, del tutto infondata, scoprirà pochi giorni dopo aver commesso quell'omicidio, quando trova il suo amato e casto e puro père tra le cosce di sua madre, in sagrestia. Insomma, anche Francis Reynaud ha i suoi problemi e prova a sfogarsi contro ogni forma di tentazione che reputa pericolosa. Peccato che poi, alla fine, ne rimanga vittima lui stesso.
Lansquenet nasconde molti segreti, ma con Vianne diventerà un posto migliore, più colorato, meno retrogrado, più felice, semplicemente.
Ma il vento del nord è tornato, Vianne lo sente. Spera tanto che stavolta la lasci lì, tra quelle case che l'hanno accolta, in fondo. Armande non c'è più, non c'è più il cane di Guillaume, Josephine ha riaperto il cafè di suo marito grazie anche all'aiuto di Roux.
Vianne sa che batte un cuoricino nella sua pancia, frutto di un'isolata notte d'amore con quel Roux che lei, senza sbagliarsi, sapeva essere innamorato (e ricambiato) dalla sua amica Josephine. Come Anouk la nuova bambina non avrà un padre, ma Vianne sa che sarà la figlia di un brav'uomo. 

Ho amato il film Chocolat dalla prima volta che l'ho visto, poi, casualmente, qualche tempo fa ho scoperto che fosse stato tratto da un romanzo di Joanne Harris, dal primo libro di una trilogia. Ho iniziato la lettura con qualche punto interrogativo, temendo che tutte le immagini del film stampate nella mia testa potessero rendere meno appassionanti quelle pagine. Invece no. Tolta la parte iniziale in cui mi sembrava di rivedere le stesse scene, il libro si discosta completamente dal film, tanto che, suppongo, se avessi prima letto il libro e poi visto il film, dal film sarei rimasta molto delusa. Quello che nel film è un sindaco nel libro è un prete, cosa che rende la storia molto più anticlericale. È netta l'opposizione tra una chiesa chiusa, rigida e triste e una Vianne che è libera, colorata e felice. Vianne che fin da piccola è dovuta fuggire dall'Uomo nero, che, mi pare di aver capito, rappresenti tutta la chiesa. Quella dipinta è una religione che vieta e incupisce, che ordina, ma non dà niente, perché lo stesso parroco è il primo a dubitare della verità dei suoi messaggi. 
Mi è piaciuto molto questo libro, perché racconta una storia originale, intrisa di ricette, prelibatezze, magia. C'è molta più magia, molta più superstizione nel libro rispetto al film. Le pagine a volte, per tutte quelle belle descrizioni, sembrano quasi profumare di cioccolato. Ti fanno venir voglia di sentir sciogliere un cioccolatino in bocca. Un libro godurioso e peccaminoso che alterna capitoli raccontati in prima persona da Vianne a capitoli raccontati in prima persona da Francis Reynaud. Un libro che mette insieme tante storie di persone profondamente diverse e mette al centro una meravigliosa donna, forte e libera, che non ha un uomo ma è felice. Un'eroina del tutto atipica.



♥ Le frasi che ho sottolineato

Chocolat, frasi [Joanne Harris]


Mi sorprendo a guardare il sole e a chiedermi come sarebbe se lo vedessi sorgere sullo stesso orizzonte per cinque - o dieci, o venti - anni. Il solo pensiero mi fa venire una strana vertigine, un sentimento di paura e desiderio.

Ognuno di noi ha bisogno di un piccolo lusso, di qualche piccola concessione di tanto in tanto.

Conosco tutti i loro [cioccolatini] preferiti. È un'abilità, un segreto professionale, come un'indovina che legge la mano. Mia madre avrebbe riso di questo spreco delle mie capacità, ma non ho voglia di scavare più a fondo nella loro vita. Non voglio i loro segreti o i loro pensieri più intimi. Né voglio le loro paure o la loro gratitudine. Con un rimprovero affettuoso mi avrebbe detto che sono un'alchimista casalinga, che fa magie caserecce mentre avrei potuto fare meraviglie.

Ho  provato una pena improvvisa per mia figlia, che si immagina amici invisibili per popolare lo spazio che la circonda. Egoista pensare che una madre possa riempire completamente quello spazio. Egoista e cieca.

C'è un alone di stregoneria in tutta la cucina: la scelta degli ingredienti, il modo in cui vengono mescolati, grattugiati, sciolti, le infusioni e come si insaporiscono, le ricette prese da vecchi libri, gli utensili tradizionali - il pestello e il mortaio -  gli stessi con cui mia madre preparava l'incenso, adibiti a uno scopo più domestico, le spezie e gli aromi che perdono la loro raffinatezza e lasciano il posto a una magia più primitiva e sensuale. È quella specie di fugacità di tutto questo ciò che mi delizia: tanta cura amorevole, tanta abilità e esperienza riposte in un piacere che dura solo un momento, e che pochi apprezzeranno davvero.

[Il cioccolato]. Il cibo degli dei, che spumeggia e ribolle nel vasellame da cerimonia. L'amaro elisir della vita.

Le cose proibite hanno sempre il gusto migliore.

Non credo nelle premonizioni. Non come ci credeva lei, come un modo di tracciare le linee casuali del nostro percorso. Non come una scusa per l'immobilismo, una stampella per quando le cose vanno di male in peggio, una razionalizzazione del caos dell'anima.

Benidicimi, padre, perché ho peccato. So che mi senti, mon père, e non c'è nessun altro a cui vorrei confessarmi. Certamente non il Vescovo, tranquillo nella sua lontana diocesi di Bordeaux. E la chiesa sembra così vuota. Mi sento sciocco ai piedi dell'altare, lo sguardo rivolto in su verso Nostro Signore, in agonia nella sua doratura. [...] È questo il dubbio, mon père? Questo silenzio dentro di me, questa incapacità di pregare, di purificarmi, di umiliarmi... è colpa mia? Guardo la Chiesa che è la mia vita e mi sforzo di provare amore per lei.

«Non c'è niente in lui che non potrebbe essere curato da una buona dose di vita», ha dichiarato risoluta. «Lo lasci libero di correre un po' senza preoccuparsi di quel che può succedere se cade. Lo lasci libero. Lo lasci respirare».

Il vento di marzo è un vento malato, diceva sempre mia madre. Eppure è piacevole, odora di linfa e ozono e del sale di mari lontani. Un buon mese, marzo, con febbraio che vola via dalla porta sul retro e la primavera che aspetta a quella principale. Un buon mese per un cambiamento.

Fuori l'alba è un riflesso di luna sull'orizzonte che ingrigisce. Tengo stretta mia figlia mentre scivola di nuovo nel sonno, i suoi ricci solleticano il mio viso. È questo ciò che temeva mia madre? Me lo chiedo mentre ascolto gli uccelli [...] era questo ciò da cui scappava? Non la propria morte, ma le migliaia di piccole intersezioni della sua vita con le altre, i rapporti interrotti, i legami involontari, le responsabilità? Abbiamo trascorso tutti quegli anni fuggendo dai nostri amori, dalle nostre amicizie, parole proferite a caso in passaggi che a volte modificano il corso di un'intera vita?

Eppure la Bibbia ci dice abbastanza chiaramente ciò che dobbiamo fare. Le malerbe e il grano non possono crescere insieme in pace. Qualsiasi giardiniere direbbe la stessa cosa.

«Non penso che esista una cosa come un buon o un cattivo cristiano», gli ho detto. «Ci sono solo persone buone o cattive».

«Direi che siete entrambi autorizzati ai vostri rispettivi credo. Purché vi rendano felici».
«Oh». Mi ha guardato con circospezione, come se stessero per spuntarmi le corna «E a che cosa - se non è una domanda impertinente - a che cosa crede lei
[...] «Credo che essere felici sia l'unica cosa importante», gli ho detto alla fine.
Felicità. Semplice come un bicchiere di cioccolata o tortuosa come il cuore. Amara. Dolce. Viva.

«Cominci a scappare e sarai in fuga per sempre», le ho detto con foga.  «Stai con me, invece. Resta, e combatti  con me».

L'ho lasciata fare. Non ho detto che sarebbe andato tutto bene. Non ho fatto lo sforzo di consolarla. A volte è meglio lasciare le cose come sono, lasciare che il dolore faccia il suo corso.

La pecorella smarrita ritorna all'ovile, père. Per istinto. Per gli altri quella donna rappresenta una breve distrazione, nient'altro. Ma alla fine tornano alle loro abitudini. Non mi illudo che lo facciano per un grande sentimento di costrizione o per spiritualità - le pecore non sono dei grandi pensatori - ma il loro istinto, allevato fin dalla culla, è ben radicato.

La mia fantasia sulla permanenza così ben costruita è come i castelli di sabbia che un tempo costruivamo sulla spiaggia, aspettando l'alta marea. Se non è il mare, li erode il sole e, di qui a domani, non ci saranno quasi più. Anche così provo un pizzico di rabbia, un piccolo dolore. Ma l'odore del carnevale mi guida malgrado tutto, il vento che gira, il vento caldo da...dov'era? Il Sud? L'Est? L'America? L'Inghilterra? È solo una questione di tempo.

♥ I miei scarabocchi su Chocolat, Joanne Harris

14 gennaio 2013

Grazie per quella volta - Confessioni di una donna difettosa, Serena Dandini

Nonostante sia anch'io una donna difettosa e, come tale, mi sia riconosciuta in molte delle riflessioni che Serena Dandini ha, anche con ironia, espresso in questo libro, Grazie per quella volta non mi è piaciuto affatto.
Non è una storia, non c'è trama. Serena Dandini mette insieme solo pezzi della sua vita, suddividendo il tutto in capitoletti farciti di banalità. Di solito mi piacciono i libri che parlano del quotidiano, di piccole cose belle successe in passato, di ricordi, di vita vissuta. Questo però no. L'ho trovato noioso, mi ha molto deluso, anche perché la Dandini è una persona che mi piace, motivo per cui da questo libro mi aspettavo qualcosa di bello.
Sinceramente non credo ci voglia una scienza per scrivere un libro così, più che altro sembra un diario di episodi avvenuti in cinquant'anni di vita. Capisco che siano ricordi piacevoli che è bello mettere nero su bianco soprattutto per chi, come me o la Dandini, ha una memoria difettosa, però magari non c'è bisogno di farci un libro. Di che cosa parla Grazie per quella volta? Di una donna qualunque, una che ama mangiare ed è pigra, una che si addormenta sul divano e non vuole essere disturbata, una che da ragazzina sognava di sposare Mick Jagger. Parla di una donna cresciuta in una famiglia ricca, i cui componenti erano già laureati durante il fascismo. Parla di scuole private cattoliche, dei Rolling Stones, di viaggi fatti a diciotto anni con le amiche storiche. Parla di una donna che ama gli alberghi, perché è come se fossero pause dalla vita vera, di una donna che si commuove per niente, di una donna distratta che non ricorda i sogni della notte e si dimentica dove mette le cose. Parla di una donna non fisionomista, di una zia stravagante, ma esemplare, di una noia che da bambina l'aiutava a sviluppare la fantasia.
Grazie per quella volta racconta una persona. Una persona che per le sue debolezze può essere come mille altre, come noi, come me. E per questo sì, si può leggere questo libro, per scoprire che anche una presentatrice in gamba, ormai affermata sul lavoro, ha (o ha avuto) le sue fragilità. Oltre questo io non ho trovato niente di veramente bello nelle pagine della Dandini: non un filo conduttore, non un emozione.

La cosa che mi è piaciuta di più è la nota di copertina. Eccola.

Di cosa è fatta una vita?
Di domeniche pigre in cui non rispondiamo al telefono per rimanere sul divano abbracciando un libro appena iniziato. Di ore spese inutilmente a cercare le sigarette, le chiavi della macchina, gli occhiali da sole, perché si sa che spesso e volentieri le cose si spostano per farci dispetto e divertirsi alle nostre spalle. Di pomeriggi adolescenziali passati a guardare le gocce di pioggia che rimbalzano sul vetro, sognando di sposare Mick Jagger. Di quei bomboloni sganciati da un razzo su un letto di zucchero che papà ti portava a mangiare per insegnarti i piaceri della vita. Di mattine in cui scopri allo specchio che in una notte hai preso cinque anni e non ti resta che tifare per un po' d'indulgenza, in un Paese in cui dimostrare la propria età è più grave che fare una rapina a mano armata. Di salti della quaglia da uno schieramento a un altro nella più autentica suddivisione tra esseri umani: quella tra coppie e single. Di momenti in cui basta un calzino con l'elastico moscio per far emergere tutte le nostre insicurezze. Di quel preciso giorno in cui si spezza il tempo alla fine dell'estate. E di tutto quello che non ricordiamo più ma ogni tanto affiora dalle misteriose stanze della nostra memoria difettosa.


♥ Le frasi che ho sottolineato 

Grazie per quella volta, frasi [Serena Dandini]

Per cominciare, una donna che mangia con appetito piace agli uomini. Quasi sempre. Le eccezioni vanno evitate con cura. Diffidate degli scettici che inorridiscono quando gustate con le mani le spuntature d'abbacchio con contorno di patate al forno. Sono maschi pericolosi, che vi vorrebbero anoressiche e insicure per dominarvi meglio. Minano la vostra autostima a colpi di critiche sulle forme umanissime che vorreste sfoggiare con disinvoltura. Lasciateli subito prima che sia troppo tardi, per voi.

Visto che ce ne frega poco della sua irreprensibile tartaruga scolpita, sono sicura che anche l'esemplare uomo è attratto dal nostro mistero sessuale, senza le tette rifatte a tutti i costi.

Un ricercatore americano molto accreditato ha calcolato che, in media, un essere umano passa quaranta giorni della sua esistenza a cercare oggetti personali che non trova.

Una regola aurea stabilisce che un vestito non indossato per almeno due stagioni, al terzo inverno vada regalato. Consiglio per esperienza personale di agire in fretta, d'istinto, ficcare tutto in una busta non trasparente e consegnare subito a un amico fidato il bottino degli indumenti scartati. Se si lasciano lì per qualche giorno è inevitabile che uno ci ripensi: butti un occhio a quel maglione di lana andina che ti ricorda il primo bacio o la prima canna e a quel punto è finita. Piano piano, una cosa alla volta, si recupera il malloppo e non si butta via più niente.

C'è chi conserva per preservare la propria identità, privato delle cose che ha posseduto si sentirebbe perso, senza passato. Perché è fragile.

I miei sogni notturni svaniscono come la panna montata spray quando te la spruzzi in bocca. Faccio fatica a ricordarli. Se è vero, come dice Prospero nella Tempesta di Shakespeare, che noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, io sono fatta di materiale molto fragile e deperibile, che si dissolve al primo sorso di caffè.

Gli analisti sono utili quando si è giovani e ancora si può riparare qualcosa. Ma a una certa età si fa pace con i propri difetti e ci si convive tra alti e bassi, proprio come succede a ogni coppia pluricollaudata.

Penso che non ci sia niente di più sexy di un bugiardo seriale se è un galantuomo nei momenti che contano. Diciamo che il femminismo non è riuscito ad aggiustare proprio tutti i complicati sistemi autolesionisti di noi ragazze.

A risentirli oggi i complessi, così si chiamavano i gruppi musicali dell'epoca, fanno tenerezza perché sembrano arrivare dal pleistocene della musica e mi fa piangere quel desiderio di modernità e di futuro che erano sicuri di rappresentare.

Mi succede di struggermi un po' tutte le volte che si spezza il tempo alla fine dell'estate: c'è un giorno preciso in cui si capisce che quella stagione è andata e subdolamente ne parte un'altra. Potrà tornare il bel tempo ancora per molti giorni, ma non sarà più lo stesso. Tutti ancora a fare il bagno, a rosolarsi in spiaggia, ma qualcosa è cambiato per sempre, è finito un momento che non tornerà, perché la prossima sarà sicuramente un'altra estate e mi viene da piangere senza un motivo reale ma solo per l'idea dei cambiamenti ineluttabili, non perché è brutto ma proprio perché è bello.

Io ho un debole per le cause di forza maggiore. Come quando in montagna scoppia un temporale inatteso e invece di tornare a casa si decide di rimanere a dormire nel rifugio: cena squisita, coperte improvvisate e la vita prende subito un'altra piega. Amo gli imprevisti che cambiano le carte in tavola. Dirottare la giornata mi procura una gioia segreta.

E soprattutto mi faccio molta tristesa quando mi racconto bugie a cui non credo più. Perché prendersi in giro da soli, raccontandosi delle balle inaudite, e non ammettere più onestamente che se avete rifiutato quell'invito non è per un leggero mal di testa o perché domani vi dovete svegliare presto? Non vi va e basta. Invece no, perdete un sacco di tempo a costruirvi degli alibi assurdi, già sapendo che la parte migliore di voi non è così stupida e non crederà a una parola di quel cumulo di bugie. Una vita a raccontarvi balle inutilmente: lunedì mi metto a dieta, domani smetto di fumare, alle prossime vacanze metto a posto i libri per ordine alfabetico. Non siete più credibili eppure continuate a provarci con consapevole tristesa.

Rimanere in silenzio insieme, senza essere colti dall'ansia del vuoto, è una magia che  può riuscire solo a una coppia collaudata o a un'amicizia vera.

Non chiederti mai quello che le donne, per pietà, non ti dicono. Ci rimarresti molto male.

Lasciarsi sfiorire con grazia non è più concesso, bisogna essere fotogenici, telegenici, di bella e fresca presenza, sempre. Sennò ti trasformi facilmente in un dropout e piano piano vieni emarginato dalla società. Ci sono solo due eccezioni, due escamotage per sfuggire alla regola del forever young, come cantava Bob Dylan, ma sono strade un po' complicate: devi vincere un Nobel o diventare Papa, solo in questi casi ti puoi mostrare decrepito quanto ti pare e piace. Per tutti gli altri comuni mortali l'obbligo è perentorio: non dimostrare mai la propria età.

Siamo tutti legati da una catena infinita di insicurezze, una collana di esseri umani che si giudicano "non all'altezza" fino a che qualcuno spezza l'incantesimo dichiarandoci stima e amore eterno.

In amore si comincia pensando: "Ma come mai lui così fantastico sta con me?" e si finisce con "Ma perché io così meravigliosa sto con lui?". E si torna single.

Senza l'aiuto del computer e dell'elettronica la noia era il miglior amico che avevamo e non era così ripetitivo come la sequenza di un videogioco. Bisognava arrangiarsi da sé, visto che non era un problema dei tuoi genitori se passavi un intero pomeriggio in casa a ritagliare bambole di carta o a guardare le gocce di pioggia che rimbalzavano sul vetro. La noia portava consiglio e aguzzava l'ingegno. Con lo sguardo fisso sul nulla io proiettavo sulla finestra che dava sul cortile svariate fantasie futuribili: era un po' come stare al cinema, ma il film era la mia biografia ancora da girare.

Ognuno ha la sua posizione ideale sul divano. Quella da libro, quella da chiacchiere confidenziali, quella da tv che scivola piano piano nella figurazione definitiva: da sonno semicomatoso, che si raggiunge anche grazie al provvidenziale aiuto di alcuni programmi tv preposti all'uso. Io sprofondo volentieri, mansueta e leggera, e mi dispiace da morire alzarmi poi per andare a dormire. È un'agonia quando ti chiamano con quella insulsa frase: «Ma vieni a letto, che ci fai lì a dormire sul divano?». Che ci faccio qui a dormire sul divano? Dormo.
[...] «Ma perché stai lì scomoda?» Ma chi ti ha detto che sono scomoda?



♥ I miei scarabocchi su "Grazie per quella volta - Confessioni di una donna difettosa", Serena Dandini

13 gennaio 2013

Mare al mattino, Margaret Mazzantini


Italia e Libia, terre dai destini incrociati. Terre di conquistatori, terre da colonizzare, terre di dittature, di demagogie, terre di religioni, terre di povera gente, povera gente che è sempre l'unica a fare davvero le spese di una politica sbagliata, autoritaria e nazionalista.
Sono fresche nella memoria le immagini di quello show messo in piedi dal governo italiano per accogliere il grande amico del nostro premier, Gheddafi, sono fresche anche le immagini della sua uccisione. Mare al mattino parla anche di questo, ma soprattutto di quello che c'è stato prima. Di tutto quel secolo di storia che ha visto due popoli intrecciarsi, due popoli di cui spesso si sono confusi i confini.
Inizia dagli anni trenta quando l'imperialismo degli straccioni, quello dell'Italia fascista, guardò proprio alla Libia, a un passo da casa, al di là del nostro mare. Negli anni trenta furono molte le famiglie italiane fatte forzatamente emigrare in quelle terre d'Africa per coltivarle e dare un nuovo impulso all'economia locale. Angelina era nata proprio lì, in Libia, quella era la sua terra, nessun altra al mondo. Non importava se i geni dicevano di lei che era un'italiana, Angelina si sentiva africana, libica, a tutti gli effetti. Eppure a undici anni è costretta ad andare via. La sua famiglia era stata trascinata in Libia dalla politica di Mussolini e adesso viene riportata a casa dalla politica di un nuovo dittatore che vuole bonificare il territorio nazionale da questi intrusi. Così Angelina attraversa il mare e torna in quella che secondo Gheddafi era casa sua: la Sicilia, l'Italia. La sua è una delle tante famiglie di Taliani: italiani di Libia, non più italiani e nemmeno più libici. Laggiù, in quella terra al di là del mare, Angelina ha lasciato la sua infanzia, una fabbrica di cera, un amore che poteva nascere e che non sarà mai più. Al di qua del mare c'è solo un Paese che non sa accoglierli, un Paese a cui i suoi genitori non sentiranno mai di appartenere. Lei invece pian piano ce la fa ad ambientarsi alla nuova vita, a dimenticare la cera, la sua casa, perfino Alì. Avrà un marito e un figlio, Vito, che un giorno, ormai diciottenne, si ferma a guardare il suo mare, pensando alla vita esule di sua madre, cercando delle risposte in mezzo a quelle onde. Che cosa fare della propria vita? Angelina sa che lui andrà via da quell'isoletta così a sud dell'Italia, sa che lascerà Lampedusa.
Al di là del mare, nemmeno troppo lontano, c'è un bambino che lo sta guardando per la prima volta. Farid non aveva mai visto il  mare, prima viveva nell'entroterra, vicino al deserto. Aveva una gazzella per amica e una famiglia normale con un padre e una madre. La guerra ha portato via tutto questo, suo padre è morto e Jamila, la sua giovane mamma, non ha esitato a prendere suo figlio e a portarlo via da lì. La loro speranza è quel mare blu, quel mare da attraversare su un barcone. Quel mare che li porterà via dalla loro terra, da quella violenza, da quella morte.
Ed è il mare, il nostro mare, ad essere il vero protagonista di questo romanzo, il mare che divide e unisce, il mare che promette e non mantiene, il mare che toglie e il mare che restituisce. Il mare che resta sempre lì, impassibile di fronte alla morte e alla disperazione delle persone che lo cavalcano piene di speranze, impassibile davanti a ogni guerra che è iniziata e poi finita, davanti a ogni dittatore confuso per uomo della provvidenza. Sempre lì.

L'ultimo libro del 2012. Speravo di chiudere in bellezza con l'ultimo, piccolo, romanzo di una delle mia autrici preferite. La Mazzantini riprova ad ambientare le sue storie in una terra di dolore e guerra e riprova, secondo me, a far emozionare profondamente come aveva fatto con quel capolavoro di Venuto al mondo . Solo che qui ci sono trecento pagine in meno e c'è poco approfondimento delle vicende dei protagonisti. L'impressione che ho avuto è che questo romanzo poteva essere, ma non è stato. Come quando i professori dicono di uno studente che si impegna, ma potrebbe fare di più.
Ecco, anche secondo me Margaret Mazzantini poteva fare meglio, ma molto, molto meglio. Forse ha avuto fretta di chiudere la storia. Con altre pagine magari Mare al mattino sarebbe potuto diventare qualcosa di meraviglioso. Io ho un debole per lei, mi piace il suo stile e penso davvero che sappia scrivere bene, però non penso abbia il dono della sintesi. Per mio gusto personale preferisco la Mazzantini che si dilunga nelle descrizioni, scavando nel dolore e nei sentimenti delle persone. Preferisco leggere quattrocento pagine che mi riempiano il cuore, piuttosto che cento paginette, scritte pure con un carattere grande, che poi alla fine sfiorano le cose, senza entrarci troppo dentro.

♥ Le frasi che ho sottolineato

Mare al mattino, frasi [Margaret Mazzantini]

Non possedevano nulla. Solo impronte di passi che la sabbia ricopriva.

Non è una moschea ma non importa. È ombra dove la gente si è inginocchiata e ha parlato con la voce del silenzio.

Non gli importa di lasciare il passato. È un bambino, è troppo piccolo per avere il senso reale del tempo. È tutto insieme, nella stessa mano, ciò che conosce e ciò che lo aspetta.

Se non ci fosse stato il mare nero sotto il deserto nessun dittatore avrebbe avuto voglia di dettare legge e nessuno straniero di venirli a difendere lanciando missili cruise. [...] Il petrolio è la merda del diavolo, non ti fidare di quello che sembra una fortuna. Perché è peggio di una trappola per scimmie. E sempre quello che per i ricchi è una fortuna, per i poveri è una disgrazia.

Ogni vera gioia ha una paura dentro.

Era la volta che lui l'aveva più odiata. Era la volta che aveva sentito che lei lo amava più di tutto.

C'è qualcosa nel luogo dove si nasce. Non tutti lo sanno. Solo chi è strappato a forza lo sa.
Un cordone sepolto nella sabbia.
Un dolore che tira sotto e ti fa odiare i tuoi passi successivi.

Erano gli anni settanta, trovarono un mondo distratto. A nessuno interessava la loro diaspora. Erano la coda sporca di una storia coloniale che nessuno aveva voglia di dissotterrare.

Vane diventano le parole ripetute troppe volte.

Vito c'ha pensato qualche volta al gigante che organizza il mondo. Si è chiesto se è fatto di persone, tante persone una sull'altra. E se lui sarà una di quelle persone minuscole ma decisive. 
È quello che un ragazzo dovrebbe sperare, partecipare all'organizzazione del mondo. Lui è sempre stato uno studente in fuga, e non solo dalla scuola. Da ogni forma di apprendimento. 
Abbassa la testa. Si vergogna di queste ambizioni improvvise. Non farà niente di buono, di rimarchevole. È più facile che accada così, che la sua vita passi  inosservata. 

La storia è un millepiedi e ogni piede tira da una parte diversa, e in mezzo c'è il nostro corpo.

Li ha visti quei barconi carichi e puzzolenti come barattoli di sgombro. I ragazzi del Nord Africa, i reduci dalle guerre, dai campi profughi, e gli imbucati.
Ha visto gli occhi allucinati, il passaggio dei bambini sopravvissuti, le crisi di ipotermia. Le coperte d’argento. Ha visto la paura del mare e la paura della terra.
Ha visto la forza di quei disperati, io voglio lavorare, voglio lavorare. Voglio andare in Francia, in Europa del nord a lavorare.
Ha visto la determinazione e la purezza. La bellezza degli occhi, il candore dei denti.
Ha visto il degrado, il porcile.
 Le schiene dei ragazzi contro un muro, i militari che toglievano i lacci delle scarpe e le cinture.
 Ha visto la gara degli aiuti, i panni trovati per i bambini, le collette dei poveri davvero incazzati perché Gesù Cristo chiede sempre a loro. 
Ha visto la saturazione, la paura delle epidemie. La gente protestare, bloccare i moli, gli approdi.
E poi ricominciare, buttarsi nel mare in piena notte per tirare su quei disperati che nemmeno sanno nuotare.
E non sai davvero chi salvi, magari un avanzo di galera. Uno che ti ruberà il cellulare, che guiderà contromano ubriaco, che stuprerà una ragazza, un’infermiera che torna a casa dal turno di notte.
Ne ha sentiti di discorsi così Vito, affastellati, rozzi. La rabbia dei poveri contro gli altri poveri.
Salvare il tuo assassino, forse è questa la carità. Ma qui nessuno è un santo. E il mondo non dovrebbe aver bisogno di martiri, solo di una ripartizione migliore.



♥I miei scarabocchi su "Mare al mattino", Margaret Mazzantini

11 gennaio 2013

Qualcuno con cui correre, frasi [David Grossman]

Si sentiva libero. [...] Libero come una stella che devia dall'orbita e solca il firmamento lasciandosi dietro una scia sfavillante.

"Un tempo piangevo moltissimo ed ero pieno di speranze. Oggi rido parecchio, un riso disilluso."

Quello era un coraggio da fifoni, un esibizionismo da timidi, il gesto di sfida di quelli che hanno paura della propria ombra.

"Decisi che se il mio destino era quello di non uscire mai da questa casa, allora vi avrei portato il mondo."

"Cosa credi? Che voglia stare sola? Ma sono fatta così, non riesco ad avvicinarmi veramente a nessuno. È un dato di fatto. È come se mi mancasse quella parte d'anima che si incastra negli altri, come nel Lego. Che si unisce veramente a qualcun altro. Alla fine tutto cade a pezzi. Famiglia, amici. Non resta più niente."

«Talvolta è più offensivo essere apprezzati per i motivi sbagliati che essere disprezzati per quelli giusti.»

Una notte [...] mentre se ne stava rannicchiata sul sedile posteriore in preda alla fame, si disse che cominciava a capire gli esseri umani che si abituano a vivere in regimi totalitari e oppressivi, isolandosi da quello che gli accade intorno. Se infatti si fermassero a pensare, a meditare sulla situazione ammettendo con se stessi, in assoluta onestà, di essere dei collaborazionisti, morirebbero di vergogna.

Pensò amaramente che va sempre così, lui cerca lei e lei cerca qualcun altro. Karnaf voleva Reli e Reli voleva l'americano. Perché non si poteva dare una bottarella al mondo, come si dà a una scatola piena di chiodi, e tutto torna a posto?

Adesso ha paura che la donna del sogno abbia ragione e che chi è pigro e sognatore come lei avrà una vita sbagliata, sbagliata!!!

Perché io, rispetto a loro, cosa sono? Una brava bambina tutta scuola e famiglia che se ne sta al suo posto, mentre loro si rifiutano di prendere parte al gioco cinico e ipocrita del mondo, respingono con coraggio l'arrivismo, la legge del "vinca il più forte"... Per un attimo provò invidia per quei ragazzi - per la loro libertà, per il loro coraggio di andare controcorrente, per l'audacia di essere disperati fino in fondo e di rinunciare alla sicurezza di una casa, di una famiglia, di genitori che, evidentemente, erano parte di un'unica, grande illusione, un diverso tipo di allucinogeno che esorcizzava l'ansia...


«Hai bisogno di uno con una mano grande così. [...]  Uno che se ne sta con la mano alzata, forte, ferma, come la statua della Libertà, ma senza quel cono gelato. Solo con la mano aperta, in alto e allora tu... [...] tu da lontano, da qualsiasi punto della terra, vedrai quella mano e saprai che lì potrai posarti e riposare.»

Avrebbe voluto dirle tante cose, ma non aprì bocca. Non perché avesse paura di lei ma perché si comportava sempre così con le ragazze. Con quasi tutte. Quando era in compagnia di una che gli piaceva si sentiva regredire nella scala evolutiva, fino a trovarsi rassegnato e sconfitto.

8 gennaio 2013

Giocarsi tutto, Roberto Saviano

Lo incontro negli spogliatoi del Camp Nou di Barcellona, uno stadio enorme, il terzo più grande del mondo. Dagli spalti invece Messi è una macchiolina, incontrollabile e velocissima. Da vicino è un ragazzo mingherlino ma sodo, timidissimo, parla quasi sussurrando una cantilena argentina, il viso dolce e pulito senza un filo di barba. Lionel Messi è il più piccolo campione di calcio vivente. La Pulga, la pulce, è il suo soprannome. Ha la statura e il corpo di un bambino. Fu infatti da bambino, intorno ai dieci anni, che Lionel Messi smise di crescere. Le gambe degli altri si allungavano, le mani pure, la voce cambiava. E Leo restava piccolo. Qualcosa non andava e le analisi lo confermarono: l'ormone della crescita era inibito. Messi era affetto da una rara forma di nanismoCon l'ormone della crescita, si bloccò tutto. E nascondere il problema era impossibile. Tra gli amici, nel campetto di calcio, tutti si accorgono che Lionel si è fermato: "Ero sempre il più piccolo di tutti, qualunque cosa facessi, ovunque andassi". Dicono proprio così: "Lionel si è fermato". Come se fosse rimasto indietro, da qualche parte. A undici anni, un metro e quaranta scarsi, gli va larga la maglietta del Newell's Old Boys, la sua squadra a Rosario, in Argentina. Balla nei pantaloncini enormi, nelle scarpe, per quanto stretti i lacci, un po' ciabatta. È un giocatore fenomenale: però nel corpo di un bimbetto di otto anni, non di un adolescente. Proprio nell'età in cui, intravedendo un futuro, ci sarebbe da far crescere un talento, la crescita primaria, quella di braccia, busto e gambe, si arresta. 
Per Messi è la fine della speranza che nutre in se stesso dal suo primissimo debutto su un campo da calcio, a cinque anni. Sente che con la crescita è finita anche ogni possibilità di diventare ciò che sogna. I medici però si accorgono che il suo deficit può essere transitorio, se contrastato in tempo. L'unico modo per cercare di intervenire è una terapia a base dell'ormone "gh": anni e anni di continuo bombardamento che gli permettano di recuperare i centimetri necessari per fronteggiare i colossi del calcio moderno. Si tratta di una cura molto costosa che la famiglia non può permettersi: siringhe da cinquecento euro l'una, da fare tutti i giorni. Giocare a pallone per poter crescere, crescere per poter giocare: questa diviene d'ora in avanti l'unica strada. Lionel, un modo di guarire che non riguardi la passione della sua vita, il calcio, non riesce nemmeno a immaginarlo. Ma quelle dannate cure potrà permettersele solo se un club di un certo livello lo prende sotto le sue ali e gliele paga. E l'Argentina sta sprofondando nella devastante crisi economica, da cui fuggono prima gli investimenti, poi pure le persone, i cui risparmi si volatilizzano col crollo dei titoli di stato. Nipoti e pronipoti di immigrati cresciuti nel benessere cercano la salvezza emigrando nei paesi di origine dei loro avi. In quella situazione, nessuna società argentina, pur intuendo il talento del piccolo Messi, se la sente di accollarsi i costi di una simile scommessa. 

Anche se dovesse crescere qualche centimetro in più - questo è il ragionamento - nel calcio moderno ormai senza un fisico possente non si è più nulla. La pulce resterà schiacciata da una difesa massiccia, la pulce non potrà segnare gol di testa, la pulce non reggerà agli sforzi anaerobici richiesti ai centravanti di oggi. Ma Lionel Messi continua a giocare lo stesso nella sua squadra. Sa di doverlo fare come se avesse dieci piedi, correre più veloce di un puledro, essere imbattibile palla a terra, se vuole sperare di diventare un calciatore vero, un professionista. 
Durante una partita, lo intravede un osservatore. Nella vita dei calciatori gli osservatori sono tutto. Ogni partita che guardano, ogni punizione che considerano eseguita in modo perfetto, ogni ragazzino che decidono di seguire, ogni padre con cui vanno a parlare, significa tracciare un destino. Disegnarlo nelle linee generali, aprirgli una porta: ma nel caso di Messi, ciò che gli viene offerto, rappresenta molto di più. Non gli viene data solo l'opportunità di diventare un calciatore, ma la possibilità di guarire, di avere davanti una vita normale. Prima di vederlo, gli osservatori che sentono parlare di lui sono comunque molto scettici. "Se è troppo piccolo, non ha speranza, anche se è forte", pensano. E invece: "Ci vollero cinque minuti per capire che era un predestinato. In un attimo fu evidente quanto quel ragazzo fosse speciale". Questo lo afferma Carles Rexach, direttore sportivo del Barcellona, dopo aver visto Leo in campo. È così evidente che Messi ha nei piedi un talento unico, qualcosa che va oltre il calcio stesso: a guardarlo giocare è come se si sentisse una musica, come se in un mosaico scollato ogni tassello tornasse apposto. 
Rexach vuole fermarlo subito: "Chiunque fosse passato di lì, l'avrebbe comprato a peso d'oro". E così fanno un primo contratto su un fazzoletto di carta, un tovagliolo da bar aperto. Firmano lui e il padre della pulce. Quel fazzoletto è ciò che cambierà la vita a Lionel. Il Barcellona ci crede in quell'eterno bimbo. Decide di investire nella cura del maledetto ormone che si è inceppato. Ma per curarsi, Lionel deve trasferirsi in Spagna con tutta la famiglia, che insieme a lui lascia Rosario senza documenti, senza lavoro, fidandosi di un contratto stilato su un tovagliolo, sperando che dentro a quel corpo infantile possa esserci davvero il futuro di tutti. Dal 2000, per tre anni, la società garantisce a Messi l'assistenza medica necessaria. Crede che un ragazzino disposto a giocare a calcio per salvarsi da una vita d'inferno abbia dentro il carburante raro che ti fa arrivare ovunque. 

Le cure però spezzano in due. Hai sempre nausea, vomiti anche l'anima. I peli in faccia che non ti crescono. Poi i muscoli te li senti scoppiare dentro, le ossa crepare. Tutto ti si allunga, si dilata in pochi mesi, un tempo che avrebbe dovuto invece essere di anni. "Non potevo permettermi di sentire dolore", dice Messi, "non potevo permettermi di mostrarlo davanti al mio nuovo club. Perché a loro dovevo tutto". La differenza tra chi il proprio talento lo spende per realizzarsi e chi su di esso si gioca tutto è abissale. L'arte diventa la tua vita non nel senso che totalizza ogni cosa, ma che solo la tua arte può continuare a farti campare, a garantirti il futuro. Non esiste un piano b, qualsiasi alternativa su cui poter ripiegare. 

Dopo tre anni finalmente il Barcellona convoca Lionel Messi e la famiglia sa che se non sarà in grado di giocare come ci si aspetta, le difficoltà a tirare avanti saranno insormontabili. In Argentina hanno perso tutto e in Spagna non hanno ancora niente. E Leo, a quel punto, ricadrebbe sulle loro spalle. Ma quando La Pulce gioca, sfuma ogni ansia. Allenandosi duramente con il sostegno della squadra, Messi riesce a crescere non solo in bravura, ma anche in altezza, anno dopo anno, centimetro dopo centimetro spremuto dai muscoli, levigato nelle ossa. Ogni centimetro acquisito una sofferenza. Nessuno sa davvero quanto misuri adesso. Qualcuno lo dà appena sopra il metro e cinquanta, qualcuno al di sotto, qualche sito parla di un Messi che continuando a crescere è arrivato al metro e sessanta. Le stime ufficiali mutano, concedendogli via via qualche centimetro in più, come se fosse un merito, un premio conquistato in campo. 
Fatto è che quando le due squadre sono in riga prima del fischio iniziale, l'occhio inquadra tutte le teste dei giocatori più o meno alla stessa altezza, mentre per trovare quella di Messi deve scendere almeno al livello delle spalle dei compagni. Per uno sport dove conta sempre più la potenza e, per un attaccante, i quasi due metri di Ibrahimovic e il metro e ottantacinque di Beckham sono diventati la norma, Lionel continua a somigliare pericolosamente a una pulce. Come dice Manuel Estiarte, il più forte pallanuotista di tutti i tempi: "È vero, bisogna calcolare che le probabilità che Messi esca sconfitto da un impatto corpo a corpo sono elevate, come elevato è il rischio che venga totalmente travolto dai difensori. Ma solo a una condizione... prima devono riuscire a raggiungerlo". 
E infatti nessuno riesce a stargli dietro. Il baricentro è basso, i difensori lo contrastano, ma lui non cade, né si sposta. Continua a tenere la corsa, rimbalza palla al piede, non si ferma, dribbla, scavalca, sguscia, fugge, finta. È imprendibile. A Barcellona malignano che le star della difesa del Real Madrid, Roberto Carlos e Fabio Cannavaro, non sono mai riusciti a vedere in faccia Lionel Messi perché non riescono a rincorrerlo. Leo è velocissimo, sfreccia via con i suoi piedi piccoli che sembrano mani per come riesce a tener palla, a controllarne ogni movimento. Per le sue finte, gli avversari inciampano nell'ingombro inutile dei loro piedi numero quarantacinque. 
In una pubblicità dove era stato invitato a disegnare con un pennarello la sua storia, è divertente e malinconico vedere Messi ritrarre se stesso come un bimbetto minuscolo tra lunghissime foreste di gambe, perso lì tra palloni troppo grandi che volano lontano. Ma quando toccano terra, lui veloce li aggancia e piccolo com'è riesce a passare tra le gambe di tutti e andare in porta. Quando ci sono le rimesse laterali e gli avversari riprendono fiato, è proprio in quel momento che lui schizza e li sorpassa, così quando si immaginavano, i marcatori, di averlo dietro la schiena, se lo ritrovano invece già cinque metri avanti. Il grande giocatore non è quello che si fa fare fallo, ma quello cui non arrivi a tendere nessuno sgambetto. 

Vedere Messi significa osservare qualcosa che va oltre il calcio e coincide con la bellezza stessa. Qualcosa di simile a uno slancio, quasi un brivido di consapevolezza, un'epifania che permette a chi è lì, a vederlo sgambettare e giocare con la palla, di non riuscire più a percepire alcuna separazione tra sé e lo spettacolo cui sta assistendo, di confondersi pienamente con ciò che vede, tanto da sentirsi tutt'uno con quel movimento diseguale ma armonico. In questo le giocate di Messi sono paragonabili alle suonate di Arturo Benedetti Michelangeli, ai visi di Raffaello, alla tromba di Chet Baker, alle formule matematiche della teoria dei giochi di John Nash, a tutto ciò che smette di essere suono, materia, colore, e diventa qualcosa che appartiene a ogni elemento, e alla vita stessa. Senza più separazione, distanza. È lì, e non si può vivere senza. E non si è mai vissuti senza, solo che quando si scoprono per la prima volta, quando per la prima volta le si osserva tanto da restarne ipnotizzati, la commozione è inevitabile e non si arriva ad altro che a intuire se stessi. A guardarsi nel proprio fondo. 
Ascoltare i cronisti sportivi che commentano le sue cavalcate basterebbe per definire la sua epica di giocoliere. Durante un incontro Barcellona-Real Madrid, il cronista vedendolo assediato da tentativi di fallo smette di descrivere la scena e inizia solo un soddisfatto: "Non va giù, non va giù, non va giuuuuuù". Durante un'altra sfida fra le storiche arcirivali, l'ola estatica "Messi, Messi, Messi, Messi" riceve una "a" supplementare che gli rimarrà addosso: Messia. È questo l'altro soprannome che La Pulce si è guadagnata con la grazia beffarda delle sue avanzate, con lo stupore quasi mistico che suscita il suo gioco. "L'uomo si fece Dio e inviò il suo profeta", così dicono le scritte di un servizio televisivo dedicato a El Mesias, e a colui che come incarnazione divina del calcio lo precedette: Diego Armando Maradona. 
Sembra impossibile ma Messi quando gioca ha in testa le giocate di Maradona, così come uno scacchista in un determinato momento della partita, spesso si ispira alla strategia di un maestro che si è trovato in una situazione analoga. Il capolavoro che Diego Armando aveva realizzato il 22 giugno 1986 in Messico, il gol votato il migliore del secolo, Lionel riesce a ripeterlo pressoché identico e quasi esattamente vent'anni dopo, il 18 aprile 2007, a Barcellona. Pure Leo parte da una sessantina di metri dalla porta, anche lui scarta in un'unica corsa due centrocampisti, poi accelera verso l'aria di rigore, dove uno degli avversari che aveva superato cerca di buttarlo giù, ma non ci riesce. Si accalcano intorno a Messi tre difensori, e invece di mirare alla porta, lui sguscia via sulla destra, scarta il portiere e un altro giocatore... E va in gol. Dopo aver segnato, c'è una scena incredibile coi giocatori del Barcellona pietrificati, con le mani sulla testa, si guardano intorno come a non credere che fosse possibile ancora assistere a un gol del genere. Tutti pensavano che un uomo solo fosse capace di tanto. Ma non è stato così.

La stampa si inventa subito il nomignolo "Messidona", ma c'è qualcosa nella somiglianza dei due campioni argentini che oltrepassa simili trovate e mette i brividi. In uno sport che la fase epica sembra essersela lasciata alle spalle, le prodezze di Messi somigliano al reiterarsi di un mito, e non di un mito qualsiasi, ma di quello che più fortemente è in contrasto con il nostro tempo: Davide contro Golia. Fisici minuscoli, quartieri poveri, incapacità nel vedersi diversi da come quando giocavano nei campetti, faccia sempre uguale, rabbia sempre uguale, come un'accidia che ti porti dentro. Teoricamente avevano tutto quanto bastava per sbagliare, tutto quanto bastava per perdere, tutto quanto bastava per non piacere a nessuno e per non giocare. Ma le cose sono andate diversamente. 
Messi, quando Maradona segnava quel gol in Messico, non era neanche nato. Nascerà nel 1987. E la ragione per cui io l'ho seguito a Barcellona, al punto di volerlo incontrare, ha la sua origine proprio in questo: l'essere cresciuto a Napoli nel mito di Diego Armando Maradona. Non dimenticherò mai la partita dei mondiali del 1990, un destino terribile portò l'Italia di Azeglio Vicini e Totò Schillaci a giocare la semifinale contro l'Argentina di Maradona proprio al San Paolo. Quando Schillaci segna il primo gol, lo stadio gioisce. Ma si sente che nelle curve qualcosa non va. Dopo il gol di Caniggia il tifo non napoletano - non autoctono - inizia a prendersela con Maradona, e lì accade qualcosa che non succederà mai più nella storia del calcio e mai era successo sino ad allora: la tifoseria si schiera contro la propria nazionale di calcio. I tifosi della curva napoletana iniziano a urlare: "Diego! Diego!". D'altronde erano abituati a farlo, come biasimarli e come identificarsi in altri? Anche se dovrebbe essere cara la propria squadra nazionale, in quel momento è Maradona che rappresenta la tifoseria del San Paolo più di una nazionale di giocatori provenienti da altre città d'Italia, da Roma, Milano, Torino. 
Maradona era riuscito a sovvertire la grammatica delle tifoserie. E a Roma gliela fecero pagare durante la finale Argentina-Germania, dove il pubblico per vendicarsi dell'eliminazione dell'Italia in semifinale e delle defezioni create all'interno della tifoseria, inizia a fischiare l'inno nazionale. Maradona aspetta che la telecamera, nella carrellata sui giocatori, arrivi sulle sue labbra, per lanciare un "hijos de puta" ai tifosi che non rispettano neanche il momento dell'inno. Una finale terribile, dove a Napoli si tifava tutti, ovviamente, per l'Argentina. Ma poi il momento del rigore assolutamente dubbio distrugge ogni speranza. La Germania chiaramente in difficoltà deve però vincere e vendicare l'Italia battuta. Un rigore dubbio per un fallo su Rudi Voeller, lo realizza Andreas Brehme. E il commento del cronista argentino fu: "Solo così fratello... solo così potevate vincere contro Diego". 
Ricordo benissimo quei giorni. Avevo undici anni, e difficilmente tornerò mai a vedere quel tipo di calcio. Ma qualcosa sembra tornare, di quel tempo. Il gol del Messico contro l'Inghilterra, il gol rifatto dalla Pulce vent'anni dopo, segna uno dei momenti indimenticabili della mia infanzia. Mi chiedo che meraviglia e che vertigine sarebbe veder giocare Messi al San Paolo, lui, di cui lo stesso Maradona disse: "Vedere giocare Messi è meglio che fare sesso". E Diego, di entrambe le cose, se ne intende. "Mi piace Napoli, voglio andarci presto", dice Lionel, "Starci un po' dev'essere bellissimo. Per un argentino è come essere a casa". 

Il momento più incredibile del mio incontro con Messi è quando gli dico che quando gioca somiglia a Maradona - "somiglia": perché non so come esprimere una cosa ripetuta mille volte, anche se devo dirgliela lo stesso - e lui mi risponde: "Verdad?", "Davvero?", con un sorriso ancor più timido e contento. Del resto, Lionel Messi ha accettato di incontrarmi non perché sia uno scrittore o per chissà cos'altro, ma perché gli hanno detto che vengo da Napoli. Per lui è come per un musulmano nascere alla Mecca. Napoli per Messi, e per molti tifosi del Barcellona, è un luogo sacro del calcio. È il luogo della consacrazione del talento, la città dove il dio del pallone ha giocato gli anni più belli, dove dal nulla è partito verso la sconfitta delle grandi squadre, verso la conquista del mondo. 
Lionel appare il contrario di come ti aspetti un giocatore: non è sicuro di sé, non usa le solite frasi che gli consigliano di dire, si fa rosso e fissa i piedi, o si mette a rosicchiare le unghie dell'indice e del pollice avvicinandole alle labbra quando non sa che dire e sta pensando. Ma la storia della Pulce è ancora più straordinaria. La storia di Lionel Messi è come la leggenda del calabrone. Si dice che il calabrone non potrebbe volare perché il peso del suo corpo è sproporzionato alla portanza delle sue ali. Ma il calabrone non lo sa e vola. Messi con quel suo corpicino, con quei suoi piedi piccoli, quelle gambette, il piccolo busto, tutti i suoi problemi di crescita, non potrebbe giocare nel calcio moderno tutto muscoli, massa e potenza. Solo che Messi non lo sa. Ed è per questo che è il più grande di tutti. 

La Repubblica, 15 febbraio 2008
Brano poi inserito ne La bellezza e l'inferno di Roberto Saviano, dove l'ho letto io la prima volta.

6 gennaio 2013

Qualcuno con cui correre, David Grossman

Tutto inizia con un lavoretto estivo e una telefonata. Il lavoretto è quello al municipio svolto da Assaf, la telefonata è quella che invece riceve Tamar da suo fratello Shay, che la implora di andarlo a salvare. Assaf e Tamar non si conoscono, hanno in comune i sedici anni, Gerusalemme, una solitudine di fondo e una voglia di sognare che li porta anche a correre dei rischi.
A unirli davvero però, nei fatti, a farli incontrare, è una cagna, Dinka. È lei che fa iniziare la corsa di questo romanzo. È lei che viene ritrovata per strada, è lei che Assaf ha il compito di riportare a casa, per far pagare una multa al padrone che l'ha abbandonata. Il problema è che non si sa di chi sia Dinka. E Assaf deve scoprirlo.
Così si ritrova a seguire quella cagna senza sapere dove lo porterà, Dinka corre per Gerusalemme legata a lui da una corda. Insieme si trovano in una pizzeria, dove lei è di casa, tanto che il pizzaiolo prepara la solita pizza con le olive, dando per scontato che era proprio ciò che voleva Assaf. Con quella pizza fumante Dinka porta Assaf da un'anziana suora che vive da cinquant'anni chiusa in una torre ad aspettare pellegrini che non sono mai arrivati e che mai arriveranno. È Theodora, che svela ad Assaf molte cose della ragazza con cui è sempre Dinka. Ha la sua età, gli dice, ed è molto bella. Da alcuni anni ormai lei è l'unica persona con cui parla quella suora. Basta un attimo e Assaf già comincia a fantasticare su questa Tamar che rubava i frutti dal giardino di quella specie di convento, ma che poi è ben felice di fare compagnia a una suora tanto vecchia quanto sola.
All'improvviso Assaf sente che non può smettere di cercare quella ragazza, deve trovarla assolutamente, non certo per farle pagare una multa. E si avvicina sempre di più a lei, con l'aiuto fondamentale di Dinka. Trova uno zaino che lei ha lasciato in un deposito, dentro lo zaino ci sono quaderni e diari scritti da quella Tamar fin da quando era piccina. Si sente un po' in colpa Assaf quando li sfoglia, ma non può fare altro se vuole scoprire qualcosa di lei. Pensa di essere brutta e insignificante Tamar, ama cantare e sa farlo bene. Si sente sola, in una famiglia che sembra non capirla, poi si innamora di un ragazzo, anche lui un artista, che però non prova niente per lei. Assaf legge e si chiede come possa una persona sensibile, come gli sembra essere Tamar dato quello che ha scritto, non aver capito che lui non la meritava.
Assaf trova tra quelle pagine e nelle esperienze di chi Tamar l'ha davvero conosciuta un ritratto davvero piacevole, quello di una ragazza sempre pronta a farsi in quattro per aiutare gli altri. Quello di una ragazza che forse potrebbe piacergli davvero.
Anche Dinka si è persa mentre Tamar era impegnata a salvare suo fratello Shay, caduto nel tunnel della droga. È un ottimo chitarrista lui, dà il meglio di sé quando è sotto l'effetto degli stupefacenti. È il Jimi Hendrix di Gerusalemme, uno dei migliori artisti di strada presenti in città. È sotto la tutela di una famiglia di presunti benefattori che illudono questi giovani ragazzi talentuosi e soli, facendo credere loro di poter avere una vita normale, una casa, una specie di famiglia e invece li riempono di droga e sfruttano il loro talento, ricavandoci un bel guadagno.
Tamar è decisa a tirare fuori suo fratello da quell'organizzazione e prepara ogni singola cosa di cui avrà bisogno con anticipo. Non vuole mettere nessuno nei guai, così non rivela nemmeno all'unica persona di cui si fida, Lea, quali sono, esattamente, i suoi piani. È convinta di potercela fare da sola.
Non sa che c'è un ragazzo sulle sue tracce, che ha scoperto quasi tutto di lei, fraintendendo solo qualche piccolo particolare.
E non sa che forse stavolta da sola non può farcela. Perché in fondo anche lei ha bisogno di qualcuno con cui correre. Insieme, lei e Assaf con i loro amici Lea e Karnaf, riusciranno a ridare una speranza a Shay e a far arrestare i vertici di quell'organizzazione criminale nella cui trappola erano caduti tanti giovani.
Continueranno a correre insieme, quei due ragazzi timidi e solitari, uniti da una cagna davvero intelligente. E si ameranno e scopriranno che c'è sempre bisogno di un altro con cui condividere le proprie esperienze.

Che bello questo romanzo. Non avevo letto mai niente di Grossman, è stata una piacevole sorpresa per me. L'ho letto molto lentamente questo libro, prima di Natale, quando ero alle prese con mille altre cose da fare e forse è stato un bene, perché me lo sono proprio gustata, pagina dopo pagina mi sono affezionata a questa bellissima storia, che è molto più di una storia d'amore. L'amore c'è in tutte le declinazioni: l'amore fraterno, l'amore animale, l'amore che manca, l'amore che arriva inaspettato.
È scritto proprio bene il libro, non si capisce fino in fondo come siano andate le cose per un bel po' di pagine. All'inizio lo trovavo quasi noioso, ma non lo è. Non lo è assolutamente. Ed è una bellissima storia, una di quelle che credo mi resterà nel cuore.

♥ Le frasi che ho sottolineato

2 gennaio 2013

Il turno di notte lo fanno le stelle, frasi [Erri De Luca]


DONNA - Tempo. Non so più che significa. Uno crede di averlo e poi si accorge che è il tempo a averti in pugno. Per me il tempo è una clessidra e io sono la sabbia.

GUARDIANO - Che leggi?
MATTHEW - Dei versi di un poeta di Sarajevo. Nelle notti di quel lungo assedio si facevano serate di poesia. Erano gremite, le persone avevano bisogno di parole a contrasto della loro malora. Duravano fino all’alba. A proposito di queste serate il poeta scrisse: “Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”.

MATTHEW - Non so chi mi ha lasciato in eredità il suo cuore, so che era un donatore volontario, che l’aveva previsto in caso di morte. Non esiste per me un livello più alto della parola “dono”: da
vita a vita. Dall'incidente automobilistico hanno recuperato il cuore, il fegato e gli occhi. Io sono il seguito reso possibile dal progresso medico e da una donna sfortunata. Sì, era una donna, giovane. Questo l’ho saputo. Mi ha dato una seconda vita. Ho l’età di suo padre e sono una specie di suo figlio. (pausa) Di
notte steso sul letto ascolto i battiti e so che non sono miei, ma i suoi, cuciti nel mio petto. Così sento di essere in due. Quello che vedo, assaggio, odoro, tocco, ascolto, glielo racconto. Parlo spesso con lei (sorride). (rivolto a una donna invisibile) Ti piace ballare? (accenna seduto a un movimento di danza). Quando ero bambino credevo in un angelo custode accanto a me. Ora credo di avercelo dentro.
[...] GUARDIANO - Il cuore di una donna: sarai un uomo migliore.

DONNA - Non cambiare nomi alle cose per farle migliori. Così fa la poesia.
MARITO - No, la poesia è un modo più accurato di nominare le cose. Va più vicino alle cose, le sottolinea. La tua valvola somiglia a una farfalla, un poco goffa, ma ha un paio di ali e vola, spinta dal tuo sangue. Avevi bisogno di una farfalla in cuore. Questa non è poesia, è solo meccanica. Poesia è quando ti bacio.

MATTHEW - Oggi siamo ufficialmente liberi. Non vorrei nessuna cima, vorrei continuare a salire senza smettere.
DONNA - Io no, per me la cima conta, è importante per me arrivare dove non c’è più nessun passo da aggiungere. La cima è il mio punto e a capo. Bello per me che coincide con il cielo.

DONNA - (rivolta al marito) I giorni prima dell’intervento parlavamo di quello che ci piace fare. Succede ai prigionieri. I desideri aumentano di intensità e all'improvviso diventano un voto.

♥ I miei scarabocchi su "Il turno di notte lo fanno le stelle", Erri De Luca

1 gennaio 2013

Odio il capodanno, Antonio Gramsci

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. 

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date. 

Dicono che la cronologia è l'ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch'essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell'età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l'umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante. 

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.



Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916





Buon 2013!
 E che sia ogni giorno capodanno.
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