28 febbraio 2013

Il precario equilibrio della vita, frasi [Giorgio Marconi]

Si può essere un ex-calciatore, un ex operaio, un’ex-modella, un ex-parrucchiere, ma mai un ex-artista. Per come la vede, l'essere artista non è una professione o un mestiere: è una condizione, una prerogativa dell'esistenza stessa. Si cessa di essere artisti solo quando si cessa di essere! E forse anche questa affermazione non è vera, almeno non per tutti. Van Gogh è un artista, Mozart è un artista, Leonardo da Vinci, oltre a essere un genio, è, lui pure, un artista. Viene spontaneo dire è, e non è stato.
Un vero artista lo è per sempre.

Per anni ha dovuto costringersi a non pensare alla sua vita. Alla possibilità di costruirsene una sua, di avere degli affetti che non fossero quello enorme, spesso ingombrante, per i suoi genitori. In alcuni momenti era arrivata a odiarli per non avere messo al mondo nessun altro, se non lei. Come si dice, tutto per sé: onori e oneri. Soprattutto i secondi. Senza avere la possibilità di condividerli con nessun altro.

Voleva leggerla con tutto se stesso. La lettera che, una vita fa, aveva atteso con ansia e amore, entrambi dolorosamente disattesi. Tuttavia leggerla avrebbe potuto dare un senso diverso alla sua esistenza. Il senso di una vita alternativa, di un bivio preso nella direzione, forse sbagliata, forse quella che il destino aveva voluto. Magari per colpa delle Poste.

Vivere di ricordi non è poi così male. I giovani vivono di progetti e speranze per il futuro, noi di rimembranze del passato. I giovani rischiano di veder naufragare i loro piani, frustrate le loro aspettative; i nostri ricordi, invece, sono lì, sempre presenti, fanno parte di noi. [...] La vita è come il tracciato di una linea: quando siamo giovani ha un andamento irrequieto, sbalzi improvvisi, picchi di felicità e baratri di delusione, e poi ancora su, e poi ancora giù. In là con l'età acquista una certa stabilità, ha sempre qualche dosso e qualche avvallamento che via via si appianano sino a diventare una linea continua, placida, noiosa forse, serena.

“La terra è bassa, figliolo mio. Bassa, ma sincera. Se accudita con abnegazione, tanta fatica e affetto, restituisce l’amore ricevuto, ripagando dei sacrifici che richiede.

Riflette sul problema fondamentale della sua vita. L’incapacità di lasciarsi andare alle proprie emozioni, ad abbandonarsi completamente ai sentimenti e a quello che realmente desidera. Questo sentirsi imprigionato nelle consuetudini, nel “questo non si fa” del pensare comune, nella forma e nel cerimoniale. Una gabbia in cui, paradossalmente, sente di essersi rinchiuso con le sue mani. Come avesse provato l’esigenza di costruire una sorta di nascondiglio in cui rifugiarsi per sfuggire alle bordate della vita, a possibili dolori e delusioni, negandosi, però, anche la speranza di vivere le gioie più intense e le emozioni più profonde. Avrebbe voluto indurre la sua anima ad accontentarsi e sentirsi appagata da una vita piatta, anonima, senza troppi dolori e
senza gioie, ma tanto serena e rassicurante da sentirsi quasi felice.

«Meglio avere il ricordo di quell'amore puro e perfetto che vederlo sbiadire e magari logorarsi e svanire nel corso di una vita».

Penso che è comunque meglio vivere il vero grande amore, anche se i casi della vita possono portarti a perderlo, che non averlo mai vissuto.

«Siamo tutti equilibristi in bilico sulla fune delle nostre esistenze. Cerchiamo di rimanere in piedi nonostante il precario equilibrio della vita».

La vita è come un lungo viaggio. Con tante fermate e tante possibilità di prendere coincidenze, cambiare percorso o tornare indietro eventualmente. Ogni metro percorso è un metro in meno che ci separa dalla meta finale, ogni fermata raggiunta è una fermata in meno e una possibilità in meno di cambiare rotta.

L’Amore, quello vero, non va mai perduto. Trova sempre il modo di manifestarsi, di ritornare.


♥ I miei scarabocchi su "Il precario equilibrio della vita" di Giorgio Marconi

27 febbraio 2013

Il precario equilibrio della vita, Giorgio Marconi

Giulio Matreschi ha quasi un secolo di vita alle spalle. Da anni ormai vive in una speciale casa di riposo parigina, una casa di riposo per ex artisti. E lui lo è stato, un artista. Era un modesto pittore italiano, nato nel 1907. Ora ha novantotto anni e ancora tanta voglia, e capacità, di raccontare la sua vita. E ce ne sono di cose da raccontare: amori, passioni, ricordi d'infanzia, esperienze di vita in giro per il mondo, amicizie. Giulio aspetta solo qualcuno a cui poter raccontare tutto questo.
L'occasione arriva quando in un anonimo giorno qualunque arriva dall'Italia un postino con un pacco per lui. Dentro c'è una lettera spedita dall'unico amore della sua vita, Clara, nel lontano, lontanissimo ormai, 1939. È una lettera che Giulio ha tanto atteso sessant'anni prima, una lettera che era andata perduta, una lettera che avrebbe potuto cambiare completamente la sua vita.
Era giovane Giulio nel 1939, aveva una vita davanti, aveva un amore  e un sogno: fare il pittore. In quella lettera Clara gli avrebbe dovuto dire se suo padre, un grande amante dell'arte, aveva trovato in lui del talento. Doveva dirgli se poteva salire da lei, nel Monferrato, dove si era da poco trasferita con la sua famiglia. Giulio non sopportava quella distanza dalla donna che amava, molto più giovane di lui. Quella lettera era di fondamentale importanza per la sua vita, ma non arrivò mai nelle sue mani, le Poste italiane la smarrirono. Così, sentendosi abbandonato da Clara, sull'orlo di una guerra che avrebbe distrutto l'Italia, Giulio si imbarca e se ne va in America. Ci resterà una decina d'anni senza ottenere il successo sperato. Quando torna in Italia la seconda guerra mondiale è già passata e lui inizia a lavorare come pittore di strada insieme all'amico Edmondo. Trascorre anni liberi e intensi a Piazza Navona, poi si trasferisce a Parigi. Lì è ancora adesso, ora che ha quasi cento anni e tante storie chiuse nel cuore.
Le racconta tutte insieme a Goffredo, il postino che gli ha portato il pacco. Goffredo si siede accanto a quel vecchietto e ascolta senza mai interrompere per ore quello che lui ha da dirgli. Giulio non ha il coraggio di aprire quella lettera che avrebbe potuto dargli una vita molto più bella o più brutta, sicuramente diversa. Sa che quella vita d'amore con Clara che sognava nel '39 non gli avrebbe lasciato la libera vita d'artista che ha avuto e che ha tanto amato, forse quindi è meglio che sia stato il destino a scegliere così, senza consegnare quella lettera. Goffredo ascolta e sente di non avere una vita intensa come quella di Giulio, si sente uno normale, mediocre, con pochi affetti, mille paure, un uomo qualunque che ogni tanto dipinge. Già, anche Goffredo, come Giulio, dipinge.
Le affinità, si scopre pagina dopo pagina, non finiscono lì. Goffredo non è un qualunque postino italiano, Goffredo è un uomo cresciuto senza un padre. La madre aveva provato a cercare a lungo l'uomo che aveva amato, ma inutilmente: aveva saputo che era in America. Goffredo è cresciuto così, avvolto da insicurezza e solitudine, senza aver mai imparato a lasciarsi andare alle emozioni. Eppure adesso, lì davanti a Giulio, capisce che è ora di dare una scossa alla sua vita normale e piatta, ora che per la prima volta ha guardato negli occhi suo padre. Certo Goffredo non sa che quella sarà il loro primo e ultimo dialogo. Certo non sa che la donna che renderà più bella la sua vita l'ha incontrata quello stesso giorno, in quella casa di riposo parigina. Anche lei, Yvonne, ha avuto una vita difficile ed è sempre restata ai margini di ogni emozione, sempre ligia ai propri doveri piuttosto che alla ricerca dei propri piaceri. È tempo di iniziare un nuovo capitolo di vita, adesso che hanno sessant'anni Yvonne e Goffredo sono pronti a farlo insieme. Alla fine l'amore ritorna sempre e, se è vero, non finisce. Quello di Clara e Giulio era un amore così, un amore vissuto per poco tempo, ma rimasto sempre vivo nei loro cuori.

Ho letto questo libro perché circa un mese fa l'autore, Giorgio Marconi, mi ha gentilmente contattata e inviato il pdf. Innanzitutto quindi lo ringrazio, perché altrimenti questa storia non l'avrei né conosciuta né letta. La storia è carina, anche se a tratti l'ho trovata un po' noiosa. Non amo particolarmente i libri scritti sotto forma di monologo e questo lo è in gran parte. Per mio gusto personale avrei preferito che ci fossero più dialoghi tra Goffredo e Giulio, anche se poi, quando si sciolgono i nodi sulle loro vere identità, mi sono sembrati più comprensibili il silenzio e l'emozione di Goffredo, che, per la prima volta, stava ascoltando suo padre. Non mi è piaciuto molto il linguaggio di Giulio, un po' troppo sofisticato e ricercato per i miei gusti. È improbabile conoscere qualcuno che, in una situazione informale, sull'orlo dei cent'anni, parli come parla lui.
La storia comunque è carina, sarebbe potuta essere molto più bella se ci fosse stata una maggiore analisi delle varie situazioni. Questo è un pensiero che ho quasi sempre quando leggo delle storie brevi, spesso i libri di un centinaio di pagine mi lasciano con quella sensazione di poteva essere, ma non è stato del tutto, quella sensazione di fretta di concludere limitandosi a scivolare sui fatti senza approfondirli più di tanto.

Nel blog dell'autore (Il precario equilibrio della vita) è possibile leggere in anteprima i primi quattro capitoli del romanzo.

♥ Le frasi che ho sottolineato

25 febbraio 2013

Figli dell'epoca, Wislawa Szymborska

Siamo figli dell'epoca,
l'epoca è politica
Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.

Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.
Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell'altro politica.
Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.

Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.

Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.

Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano
e i campi inselvatichivano
come in epoche remote
e meno politiche.

Wislawa Szymborska (1923 - 2012)

23 febbraio 2013

Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico, frasi [Luis Sepulveda]

Potrei dire che Mix è il gatto di Max, oppure che Max è l’umano di Mix, ma come ci insegna la vita non è giusto che una persona sia padrona di un’altra persona o di un animale, quindi diciamo che Max e Mix, o Mix e Max, si vogliono bene.

Un amico si prende cura di ciò che piace all'altro.

Un amico si prende sempre cura della libertà dell’altro.

Il tempo dei gatti è diverso dal tempo delle persone. Con il passare degli anni, lentamente, Max divenne un giovane uomo pieno di progetti e di sogni. Anche Mix cambiò e con minore lentezza divenne un gatto anziano.

Nessun uccello vola appena nato, ma arriva il momento in cui il richiamo dell’aria è più forte della paura di cadere e allora la vita gli insegna a spiegare le ali.

Un amico capisce i limiti dell’altro e lo aiuta.

I veri amici condividono anche il silenzio.

I veri amici si prendono sempre cura uno dell’altro.

I veri amici condividono i sogni e le speranze.

«Va bene, sentiamo un po’, che strano essere sei, tu?» domandò nella lingua dei gatti, dei topi e di altri abitanti dei tetti.

Fra amici bisogna dire sempre la verità.

I veri amici condividono anche le piccole cose che allietano la vita.

Mix pensò che a modo suo, senza parole, aveva detto la verità, poi però si sentì triste perché quella verità nascondeva un inganno e gli amici non si ingannano mai e poi mai.

Quando gli amici sono uniti, non possono essere sconfitti.

Io potrei vedere quello che tu non vedi...

I veri amici si aiutano a superare qualsiasi difficoltà

Per tutto il tempo – lungo o breve, non importa, perché la vita si misura dall'intensità con cui si vive – che il gatto e il topo trascorsero assieme, Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande.
E i due furono felici, perché sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno.

♥ I miei scarabocchi su "Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico", Luis Sepulveda

21 febbraio 2013

Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico, Luis Sepúlveda

Il figlio di Luis Sepúlveda, Max, aveva un gatto, Mix. Un gatto che, dice l'autore alla fine di questa breve storia, spesso se ne stava in disparte, quasi fosse lontano da lì con la mente. Più volte Sepúlveda dice di essersi fermato a chiedere al micio che cosa stava pensando, senza ottenere mai una risposta.
La storia di questo libro nasce così: per rispondere a quella domanda, vuol essere la voce del silenzio di Mix.

Mix era il gatto di Max, si erano conosciuti bambini e da subito avevano stretto amicizia. Si volevano proprio tanto bene. Il tempo degli umani e quello dei gatti purtroppo non è uguale, perciò, mentre Max cresceva, Mix invecchiava. Era diventato un bel micione dal profilo greco e anche se i suoi baffi imbiancavano, anche se Max aveva compiuto diciotto anni, il loro affetto era rimasto intatto.
Quando Max andò via di casa per i suoi studi scientifici portò Mix con sé. Nel nuovo appartamento costruì una botola per far sentire ancora al suo amico l'aria della libertà dal tetto dell'ultimo piano di quel palazzo. Mix ne fu felice.
Passò il tempo e un giorno Mix divenne cieco. Max fu molto attento a non spostare mai nessun oggetto nella loro casa, per non farlo andare a sbattere da nessuna parte.
Mix continuò a strusciarsi addosso al suo amico facendo le fusa, lo fece anche quando lui gli disse che doveva partire per qualche giorno a causa del lavoro e che gli avrebbe lasciato una ciotola piena zeppa di croccantini.
Max chiuse la porta e salutò Mix.
Quando in casa non ci doveva essere nessuno a parte lui, Mix sentì dei rumori. Era cieco, ma aveva un udito perfetto. Sentiva dei passi leggeri, sentiva qualcosa che si stava avvicinando e, in un nanosecondo, lo acciuffò. Quel qualcosa era un topo, un topo messicano scappato dal piano di sotto, un topo che da un po' viveva nella libreria di Max. Mangiava i cereali, croccantissimi e squisitissimi, ed era molto triste perché non aveva un nome. Mix, il micio buono dal profilo greco, lasciò libero il topo e gli diede un nome: Mex. Mix e Mex divennero subito amici: un gatto e un topo. Poi si aggiunse anche Max, quando tornò.
E per tutto il tempo – lungo o breve, non importa, perché la vita si misura dall'intensità con cui si vive – che il gatto e il topo trascorsero assieme, Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande.
E i due furono felici, perché sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno.

Una favola sull'amicizia. Una storia corta, semplice, schietta. Una storia che semina affetto, che insegna a credere in un'amicizia semplice. Mix, Max e Mex dimostrano che ci si può volere bene anche nelle differenze, purché ci sia rispetto, purché non ci sia uno che prevalga sull'altro. Così, con la stessa semplicità delle fiabe, tutto diventa possibile, anche amicizie che credevamo irrealizzabili.

♥ Le frasi che ho sottolineato

20 febbraio 2013

La prima volta avevo sei anni, Isabelle Aubry

Non è facile parlare di questa storia, della storia di Isabelle Aubry, che inizia a subire violenza da suo padre all'età di sei anni. Isabelle non è mai stata bambina, tranne che nelle felici parentesi di vita trascorse con i nonni. Isabelle è nata da una madre col cuore arido incapace di amarla e di considerarla e da un padre che invece l'amava, ma l'amava male.
Isabelle cresce senza una famiglia normale, con un padre che le insegna il loro gioco segreto e una madre che non si accorge di niente o, più probabilmente, finge di non accorgersi di niente.
Isabelle non capisce che è sbagliato quello che subisce, non sa che non è normale, lei è per suo padre la figlia prediletta, la più bella e la più intelligente; in un mondo in cui tutti la ignorano, almeno lui la considera. Isabelle ama suo padre come ogni figlia del mondo e non sa che può opporsi a quello che lui le propone, lei non dice mai di no, lei accetta sempre passivamente qualsiasi cosa lui le faccia. A undici anni, quando ormai i suoi genitori non vivono più insieme, inizia a dormire nel letto con suo padre. Presto su quel letto passeranno molti altri uomini. Renaud concede il corpo della sua figlia più bella a chiunque lo voglia. E lo vogliono in molti.
Pian piano Isabelle inizia a sospettare che non sia normale la sua vita, i suoi orari, il modo in cui suo padre la ama, ma tiene i suoi dubbi per sé. Sa quello che succederebbe se raccontasse a qualcuno il loro gioco segreto, le loro orge quotidiane: suo padre l'ucciderebbe.
Eppure un giorno succede. Una vicina di casa dolce e materna si accorge che qualcosa non va in quella ragazzina strana. Non gira la testa dall'altra parte come molta altra gente, chiede a Isabelle la verità e lei gliela dice.
E il mondo non finisce all'istante.
Iniziano per la piccola Isabelle, all'inizio della sua adolescenza, anni ancora più bui, anni in cui al processo si sente quasi accusata, anni in cui sembra essere lei la colpevole più che suo padre, lei che ha ammesso di averlo amato senza opporsi. Lui non ha usato violenza perché lei era consenziente. Una bambina, consenziente. Quella sentenza pesa come un macigno sulla psicologia fragile e malata di Isabelle, nei pochi anni che suo padre passa in carcere finisce gli studi con risultati altalenanti, cerca di farsi male come può, tenta il suicidio.
Nessuno la capisce, nessuno si preoccupa per lei, nemmeno sua madre che adesso sa per forza. Lei non le chiede mai niente. L'incesto è argomento tabù.
Passano gli anni e le cose non migliorano. Isabelle si regala a uomini che non le vogliono minimamente bene. Uomini che non la vorranno mai. Uomini sposati spesso. Lavora di giorno e si prostituisce di notte. L'affetto lei ha imparato a trovarlo solo così, in un letto.
Tutto cambia grazie a due persone: Morgan, suo figlio, che le dà un motivo per non uccidersi, e il medico da cui va in analisi. Lui è un uomo buono e saggio, molto professionale, che l'aiuta ad affrontare quel dolore che Isabelle tiene dentro di sé, quel dolore che la lacera, che la distrugge. Col passare degli anni, quando ormai si sente meglio, capisce di essersi innamorata di lui, anche se non è affatto quel genere di uomo in cui si rifugia di solito. Incredibilmente anche lui si scopre preso da questa ragazza tormentata e molto più giovane di lui. Il loro è un vero amore, una storia zeppa di passione, ma lui è sposato e dopo qualche tempo è costretto a tagliare tutti i ponti con Isabelle. Poco dopo muore e lei sembra ripiombare nell'abisso. Ha bisogno di nuove cure.
A tenderle la mano e a tirarla davvero fuori dal baratro è un gruppo di sopravvissuti all'incesto, che si riuniscono a Parigi in forma anonima. Si incontrano e confrontano le proprie esperienze. Così Isabelle capisce di non essere l'unica ad aver subito tutto questo, capisce che ci sono tanti altri bambini come lei vittime dell'incesto. L'incesto che è un tabù per la società. Nessuno ne parla, ma c'è. Isabelle decide che sarà lei a rompere il silenzio, per aiutare i bambini che sono ancora vittime di padri, nonni, zii, cugini. Insieme agli altri sopravvissuti Isabelle crea un'associazione di cui è presidente, costruisce un sito e lotta affinché la legge francese tuteli davvero i bambini vittime di abusi da parte dei parenti, lotta affinché questi crimini non cadano in prescrizione.
Adesso che Morgan è grande e sa cavarsela da solo è l'associazione a tenerla in vita. È la possibilità di aiutare bambini che si sentono soli come si sentiva sola lei da piccola. Come si sente sola anche adesso, che è adulta e ha ricostruito una famiglia atipica ma piena d'amore, una famiglia che si è scelta lei, ma che a volte non le sembra possa riempire tutto il vuoto che sente dentro di sé.

Tutto quello che Isabelle racconta in questo libro è successo davvero.

♥ Le frasi che ho sottolineato

18 febbraio 2013

La prima volta avevo sei anni, frasi [Isabelle Aubry]

Mio padre ha l'odio facile: gli arabi, i neri, i più giovani, i più vecchi. In sostanza, ama solo se stesso.

Così è mio padre, questo padre che amo più di ogni cosa e che mi fa tanta paura. Ovviamente lo amo perché è forte, intelligente, e perché è il mio papà. E anche lui mi ama, a suo modo.
Male. Io sono carne della sua carne, sangue del suo sangue, e dal momento che lui ama se stesso enormemente, ama un po' anche me di riflesso. In quanto degna figlia di suo padre, vuole che io sia la più bella, la più sveglia, la più educata. Di quel che sono veramente, di quello che penso, delle mie gioie e dei miei dolori se ne infischia non poco. Di fatto, io esisto per valorizzare lui.

Sono un oggetto: ingombrante per mia madre, di desiderio per mio padre.

Vorrei che qualcuno mi scaldasse e calmasse quel groviglio orribile di pensieri che ho in testa. Io mi sento diversa, strana: capisco bene che quel che succede a casa non è normale, ma non oso dirlo a nessuno.
«Gli altri non capirebbero».
Questa frase di mio padre mi soffoca. Il nostro piccolo segreto e tutti gli altri, mia sorella che mi sfianca, mia madre che mi ignora, tutto questo forma una bolla fetida che resta incastrata in fondo alla gola e mi fa sentire estranea al resto dei bambini.

A nove o dieci anni, ho fatto zapping sulle sue carezze schifose. So ormai che questo gioco di prestigio ha un nome: rimozione. L'incesto è l'incubo, l'indicibile, l'impossibile che diviene realtà. È papino caro che vi violenta una sera, e vi coccola il giorno dopo. Suicidarsi o dimenticare: il bambino massacrato non ha alternative. Io ficco l'incesto sotto il tappeto e poi si vedrà! Il mio corpo si spezza, il mio umore cede, ma sopravvivo comunque grazie alla rimozione del crimine che ho subito. Tra me e l'orrore ho alzato un muro. Questo buco nero mi protegge: l'ombra è sempre là, ma la tengo a distanza.

«Piccolina adorata...».
Si toglie le mutande, si mette su di me. Black out.
Non mi ricordo più se ho provato dolore, non mi ricordo più se ho pianto. So che non mi sono divincolata. Spezzata in due, il corpo da una parte, la testa dall'altra, ho lasciato Renaud Aubry assassinarmi nel suo grande letto blu. Ho obbedito perché ero sua figlia e lui mio padre.
E guardando il soffitto che sono morta quel giorno.

Mio padre mi ama male, ma mi ama. Allora non gli rifiuto niente. Per paura, per amore, accetto tutto, le sue carezze e i suoi baci con la lingua.

Quante volte mi ha ripetuto che finirebbe in prigione se parlassi! Sto zitta, anche perché ho la confusa sensazione di meritarmi quello che mi succede. Dal momento che non lo rifiuto, è perché lo voglio: che diritto avrei di lamentarmi? E poi mio padre mi vuole così, devo farmene una ragione. Sicuramente è perché è un papà fuori dal comune, un papà eccezionale.

L'orgia non è lo sport dei proletari. Medici, avvocati, esperti contabili... Vedo passare in rassegna tra le mie gambe l'intero elenco delle libere professioni, cui si aggiunge qualche artista, funzionari, e tutti coloro che non si prendono la briga di spiattellare il proprio curriculum prima di abbassarsi le mutande.

Rispondendomi che no, certo che no, non si può restare incinte prima dello sviluppo, tutt'a un tratto fa smuovere i miei neuroni: ma allora andare a letto prima di aver avuto le mestruazioni non è previsto dalla natura? E in questo caso, è logico avere rapporti alla mia età? Io che non mi ero mai interrogata sulla normalità della mia vita, inizio a pensarci seriamente...

Mi sento in colpa di deluderlo se dico no, e mi sento in colpa anche delle porcate che facciamo quando cedo alle sue avance. Dato che sono così carina, la sua figlia adorata, è colpa mia se mi ama troppo, se mi ama male. Vivere è la mia grande colpa.

Mi sento sporca, tutto il tempo, e poi le carezze di mio padre sono peggio delle sue botte. Quanto mi piacerebbe avere la vita delle mie amiche! Genitori che si prendono cura di me, senza pulizie da fare, né carezze luride da dare! Notti passate solo a dormire!

«Isabelle, tuo padre viene a letto con te?» «Sì».
L'ho detto.
E il mondo non crolla.
E io non muoio sul colpo.
Ma morirò ben presto. Quando mio padre saprà che ho confessato il nostro segreto, mi ucciderà con le sue mani. Sarà folle di rabbia e mi strangolerà in un attimo. O mi picchierà così forte che non mi alzerò più in piedi. In ogni caso, la mia ora si avvicina, è una certezza assoluta

Via via che la data del processo si avvicina, affondo sempre di più, come risucchiata dalle sabbie mobili. Gli esperti che se ne fregano della mia storia, i ginecologi che mi fanno male... Ho la sensazione di valere meno di niente. Peggio: con il proseguire degli appuntamenti giudiziari, ho sempre più l'impressione di essere io l'accusata. La giustizia, con i suoi interrogatori senza fine, le sue foto in piedi, i suoi esperti che mettono in dubbio in continuazione sembra confermarmi quel che io stessa penso: sono colpevole. Colpevole di non aver rifiutato quel che mio padre mi imponeva. Colpevole di averlo lasciato fare. Non ho detto no, e allora? Sono io la criminale. E sarò punita: quando mio padre uscirà di prigione, sono convinta che mi ucciderà per averlo denunciato.

Fumo quotidianamente i miei due pacchetti di sigarette, e poi, quando mi prende, passo serate intere a graffiarmi il collo. Non riesco a fermarmi, è necessario che io senta questi solchi scavarsi nella mia pelle. Quando soffro, almeno, so che vivo. Mio padre non è più qui a torturarmi: gli do il cambio io.

Ho bisogno di affetto, lo prendo dove lo trovo: a letto.

Sono stata la moglie di mio padre e prima ancora la madre di mia sorella. Se crescere significa subire, stare zitta, essere usata, sporcata, schiacciata, allora non lo voglio. E gli uomini che mi desiderano come loro donna, li getto come fazzoletti di carta.
Scelgo dei tipi con cui niente è possibile. Quelli sposati, quelli che scappano sempre, gli infedeli, gli svitati. A quelli che preferiscono la loro libertà, a quelli che non vogliono restare a dormire, a quelli che se ne vanno dopo aver fatto l'amore, apro il cuore perché lo calpestino meglio. Mi lego a loro come una matta. Propendo per quelli che non ne vogliono sapere di me.

La maggior parte di questi ragazzi mi opprime, mi disgusta e mi rattrista, ma mi concedo malgrado tutto a una buona parte di loro. Anche se le loro attenzioni mi soffocano, il loro desiderio è più forte della mia volontà. Non mi domando mai se ho voglia di loro o no: è sufficiente che loro lo vogliano veramente perché io mi abbandoni. Che importa? Scopo come mi soffio il naso: senza pensarci. E poi, quando gli uomini mi desiderano, io esisto. Abituata a vivere solo attraverso lo sguardo dell'altro, scopo facilmente, per essere amata, per avere un rapporto umano, per fare piacere, per sentire che conto, senza trarne nessun godimento, se non quello di vedere l'altro contento.
Un attimo dopo, ricado in una solitudine opprimente. [...] Mi prostituisco, secondo un accordo semplice e invariabile: sesso in cambio di affetto.

Mio figlio nasce, io rinasco. Ho ventiquattro anni e i miei vecchi nemici - bulimia, anoressia, autolesionismo - scompaiono per non tornare mai più.

Ho trentacinque anni, e, per la prima volta in vita mia, non mi sento più sola.
«Io sono Isabelle... sopravvissuta all'incesto».
L'emozione mi chiude la gola quando è il mio turno e la mia voce esce in sordina, un rantolo soffocato da singhiozzi. In questo momento, mi accetto finalmente per quella che sono.
Sono una sopravvissuta, sì, è proprio vero. Mi piace questa parola. Perché di incesto si può morire - posso dirlo con cognizione di causa. Sopravvissuta... il che significa anche essere attori della propria vita. Una vittima subisce, soffre, ha mani e piedi legati. Un sopravvissuto agisce, prende in mano la sua vita. È positivo, questo punto di vista cambia tutto.

Non avere genitori è terribile, ma gli orfani per nascita possono ancora illudersi su quel che sono stati i loro genitori. Il fatto che io abbia avuto dei genitori, è ancora peggio: sono nata da un mostro e da un cuore arido, e ci ho dovuto convivere.
Seppellirli mentre sono ancora in vita è spaventosamente difficile.

Tutti i miei risvegli si assomigliano: tutti bagnati di lacrime e di sudore. Io, che un tempo pensavo che avrei potuto tornare a vivere normalmente, so ormai che il mio contratto con l'inferno è a tempo indeterminato. Non sarò mai dove abito veramente.

Che cosa ho da perdere in fondo? Quel che mi resta di salute, di energia? Ma io sono già morta. Il senso della mia vita è andato perduto molto tempo fa, nell'acqua del bagno in cui sguazzavo con mio padre. Il resto è una dilazione: sono sopravvissuta grazie alla rimozione, e in seguito grazie a mio figlio.
Per lui ho smesso di farmi del male, è perché lui dipende da me che ho evitato, tante volte, di suicidarmi. Ora che Morgan è cresciuto, la mia ragione di esistere è la mia associazione. Mio marito Gérard mi rende straordinariamente felice, ma il suo solo amore non basterà mai a resistere all'attrazione del vuoto.
Quel che mi tiene in piedi è la mia guerra contro l'incesto. Un gruppo di ascolto aperto, un passaggio televisivo, una manifestazione che smuove i politici... ogni piccola vittoria che ottengo è una rivincita sulla mia storia, uno schiaffo in faccia a tutti gli stupratori di bambini, mio padre in primis. Ciò che mi salva oggi è salvare altri bambini, o quantomeno provarci. In questo modo, l'incubo che ho vissuto alla fine serve a qualcosa.
Così, fino a quando bisognerà cambiare le nostre leggi e le nostre mentalità, io sarò presente. Fino a quando ci saranno dei bambini da aiutare, non mi darò il diritto di spararmi in testa.

16 febbraio 2013

Belle per sempre, Katherine Boo

Da una distanza di sicurezza è facile scordare il fatto che in questi slum, nei bassifondi governati dalla corruzione dove persone sfinite si contendono il poco che c'è in uno spazio risicato, è dolorosamente difficile essere buoni. La cosa che sorprende veramente è che alcuni siano buoni, e che molti altri cerchino di esserlo; tutti quegli individui invisibili che ogni giorno si ritrovano ad affrontare dilemmi non dissimili da quello che Abdul dovette affrontare, con una lastra di pietra in mano, quel pomeriggio di luglio quando la sua vita andò in pezzi. Se la casa è storta e cadente, e il terreno su cui è costruita è irregolare, com'è possibile fare una cosa dritta?
Termina così Belle per sempre, con questa considerazione dell'autrice Katherine Boo, vincitrice del premio Pulitzer nel 2000. Prima ci sono oltre trecento pagine in cui lei ci porta a vivere nello slum di Annawadi, sorto intorno all'aeroporto di Mumbai, una delle città più popolose del mondo. È lei stessa che ha vissuto lì per anni, dal 2007 al 2011, per vedere con i suoi occhi, e testimoniare, che cosa significa essere poveri in un Paese in via di sviluppo come l'India. Katherine Boo voleva vedere l'evolversi degli eventi nel corso del tempo, voleva vedere chi ce l'avrebbe fatta a diventare un po' meno povero degli altri, voleva soprattutto raccontarlo. L'ha fatto in questo libro, dove narra le storie vere di persone reali, con i loro nomi reali. A scrivere è una giornalista che non romanza sopra i fatti, che usa uno stile asciutto e diretto, che non ha intenzione di commuovere con false storie di speranza, con intrecci di vite romanzati. Lei racconta quello che vede e quello che sa. Nient'altro. Ne esce l'affresco forte di una povertà disarmante, figlia di un mondo globalizzato, di tanta corruzione e menefreghismo. Ne esce una sorta di romanzo corale, che romanzo non è però, dove si mischiano le vite di una decina di persone che vivono tra quelle baracche, tutti poveri, ma in maniera diversa.
C'è Abdul, primo figlio di Zerhunisa, gran lavoratore, timido, silenzioso. Non ha cultura, non ha sogni, nemmeno la benché minima speranza di progredire. A lui basterebbe che il futuro fosse come il passato. D'altra parte lui è già un gradino più in alto rispetto agli altri. Lui ha smesso di raccogliere immondizia, adesso la seleziona e questo lo fa guadagnare di più.
A raccogliere la preziosa immondizia lasciata dai ricchi occidentali sono centinaia di bambini, che si intrufolano nei posti più impensati per trovare un pezzo di alluminio, l'argento dei poveri, per poi rivenderlo.
C'è Manju che sarà la prima ragazza di Annawadi a laurearsi.
C'è Asha, sua madre, che vuole diventare qualcuno di importante e che, per questo, usa tutti i mezzi che possiede: si lascia corrompere e lascia il suo corpo a chiunque lo voglia.
C'è Meena, la migliore amica di Manju, con cui intesse lunghe chiacchierate notturne e segrete. Sa che presto dovrà sposarsi con un uomo di un villaggio vicino, ma lei non è attratta dall'idea di un matrimonio così, perciò si toglie la vita con il veleno per i topi. Il suicidio è molto diffuso ad Annawadi.
C'è anche la Storpia, vicina di casa di Abdul, che ci mette un attimo a darsi fuoco per rovinare per sempre la vita della famiglia di Abdul, leggermente più ricca della sua.
C'è la politica che promette e non mantiene, c'è una polizia che di scoprire la verità non ne ha la benché minima voglia. C'è una giustizia che mette in piedi processi infiniti e molto spesso ingiusti.
Gli abitanti di Annawadi non hanno nessuno dalla loro parte, non possono far altro che cercare di sopravvivere. I più fortunati, come Mirchi, il fratello di Abdul, riescono a trovare lavoro come camerieri nei lussuosi alberghi di Mumbai.
Annawadi e la sua povertà sono lì, a un passo da quell'aeroporto frequentato dai ricchi occidentali, chiusi nei loro lussuosi hotel. A dividere l'aeroporto dallo slum è un muro che non fa vedere oltre ai turisti. Turisti che, d'altra parte, non sono nemmeno interessati a scoprire che cosa nasconde.
Quel muro è ricoperto dalla pubblicità di mattonelle made in Italy, belle per sempre. Mattonelle che le donne di Annawadi sognano di avere, un giorno. La realtà invece è che presto non avranno più nemmeno le loro baracche, presto verranno demolite per ampliare l'aeroporto, ma finché non succede va bene così. Si continua a vivere una vita tra canali di scolo e ratti, una vita che è pur sempre una vita.

Sul retro della copertina c'era scritto che questo libro avrebbe entusiasmato i lettori di Khaled Hosseini. L'ho preso soprattutto per questo. Alla fine della lettura posso dire di non essere tanto d'accordo, nel senso che Khaled Hosseini ha scritto romanzi con dentro belle storie commoventi e inventate, storie intrecciate ad hoc per tirare fuori un qualcosa di bello e emozionante. Qualcosa che finisce là dove l'autore vuole che finisca. Belle per sempre è completamente un'altra cosa secondo me. È un reportage. Tecnicamente è una storia senza fine, perché le vite di Abdul, Asha, Sunil, Manju continuano dopo l'ultima pagina. Non c'è il lieto fine dove tutto torna a posto e vincono i buoni, perché si tratta di storie vere. Storie che forse un occidentale dovrebbe leggere, per capire che in fondo, come dice Abdul con una metafora semplice ma efficace, tutte le persone sono formate dalla stessa materia, come l'acqua. Sta poi ad ogni persona decidere se restare acqua che scorre in un canale di scolo oppure diventare ghiaccio. Solo che per noi nati nella parte ricca del mondo è un po' più facile decidere di fare in modo di diventare ghiaccio, di fare dell'onore e della rispettabilità uno stile di vita. Per chi invece nasce in una baracca senza acqua corrente e senza la minima igiene tutto è più complesso. Per loro spesso la corruzione è l'unico mezzo di sopravvivenza disponibile.

♥ Le frasi che ho sottolineato

15 febbraio 2013

Belle per sempre, frasi [Katherine Boo]


«Tutt'attorno a noi ci sono rose. E noi siamo la merda tra le rose» era la descrizione di Mirchi, il fratello minore di Abdul.

«E in ogni caso non eri portato per la scuola» gli aveva detto il padre di recente, ma lui non era poi così sicuro di averla frequentata abbastanza per poter arrivare a quel giudizio. Nei primi anni aveva partecipato a lezioni in cui non accadeva nulla. Poi c'era stato soltanto il lavoro. Il lavoro che impregnava l'aria di così tanta sporcizia che dal naso gli colava moccio nero. Il lavoro che era per il resto della sua vita. Quasi sempre quella prospettiva gli pesava addosso come una condanna. Quella sera, in fuga dalla polizia, gli sembrò una speranza.

A mano a mano che l'India iniziava a prosperare, le vecchie idee sull'accettare la vita come veniva, a seconda della casta o del volere divino, avevano ceduto il passo alla fede in possibili cambiamenti anche sulla Terra. Gli abitanti di Annawadi adesso parlavano di una vita migliore con disinvoltura, come se la fortuna fosse un cugino atteso per quella domenica, come se il futuro non dovesse assolutamente assomigliare al passato.

«Svegliati, stupido! Pensi che il tuo lavoro sia sognare?»

Abdul parlava poco e quando lo faceva era come se avesse trascorso settimane intere a concentrarsi per tirar fuori un'idea da nulla. Se avesse saputo raccontare una buona storia avrebbe avuto sicuramente un paio di amici.

Nonostante tutte le chiacchiere di Mirchi sul progresso, l'India riusciva ancora a far capire a una persona qual era il suo posto, e desiderare che le cose cambiassero pareva ad Abdul un passatempo infantile.

In Occidente, e in una parte dell'élite indiana, il termine “corruzione” aveva connotazioni solo negative, era visto come qualcosa che bloccava le ambizioni moderne e di globalizzazione del paese. Ma per i poveri di un paese dove la corruzione assorbe una grossa fetta delle opportunità, la corruzione era una delle vere opportunità che rimanevano.

«Queste donne hanno tutte la mentalità da villaggio. Non capiscono che se spendi un po' a monte, avrai molto di più a valle».

Non voleva affatto mostrare l'atteggiamento passivo e grato che i tizi delle associazioni benefiche si aspettavano da una disabile. Era già difficile mantenere il proprio orgoglio in uno slum dove persino le donne più forti si sfinivano gestendo una casa. All'epoca dei monsoni, le mattine di Fatima si svolgevano spesso in questo modo: una gamba, due grucce, una tanica da sei litri d'acqua presa alla fontanella, scivolare nel fango, cadere. E a questo si aggiungevano anche giovani figlie a cui non poteva correr dietro; creature bisognose e vivaci che mettevano a nudo le sue mancanze. Solo quando arrivavano gli uomini – il marito al lavoro e le figlie a scuola – la parte del suo corpo che offriva sembrava più importante della parte che il suo corpo non aveva.

«Ho sentito parlare d'amore così spesso che credo di conoscerlo, ma non lo sento, e io stesso non so perché» diceva preoccupato. «So di quelli che si innamorano, e poi le loro ragazze se ne vanno, e così si tagliuzzano le braccia, si spengono i mozziconi di sigaretta sulle mani, non riescono a dormire, non mangiano, si mettono a cantare... evidentemente hanno un cuore diverso dal mio.»
Poi disse ai suoi genitori: «Non prendete un ferro bollente in mano, giusto? Lo lasciate raffreddare. Bisogna riflettere con calma».

«Lo conosci tuo figlio, no? Non dice nulla, fa il suo lavoro, fa tutto quello che gli chiediamo. Ma perché solo sua madre riesce a vedere che è triste?»

Come avrebbero fatto a permettersi un avvocato? La voce del padre cambiava tutte le volte che diceva quella parola, sinonimo di bancarotta, “avvocato”.

Avendo accettato molto presto una vita scandita dal lavoro con l'immondizia, (Abdul) si considerava una specie a parte rispetto a Mirchi o alla perfetta Manju, o agli altri ragazzi di Annawadi che credevano di poter diventare qualcosa di diverso. Abdul aveva desiderato un futuro simile al passato, ma con più soldi. Non aveva calcolato la rabbia di una vicina con meno denaro.

Zehrunisa non sapeva con precisione l'età di Abdul: diciassette anni, aveva continuato a ripetere prima che Fatima si desse fuoco, quando glielo chiedevano, ma avrebbero potuto essere tranquillamente anche ventisette. Non tieni conto degli anni di tuo figlio quando devi combattere ogni giorno perché non muoia di fame, come avevano dovuto fare lei e molte altre madri di Annawadi quando i loro figli erano piccoli.

Già ad Annawadi non aveva mai capito perché avrebbe dovuto lavarsi tutti i giorni, dato che si sarebbe sporcato di nuovo subito dopo essersi asciugato. Qualche volta rimaneva sporco per così tanti giorni che sua madre gli passava uno straccio sulla faccia: «Dai, sciocco. È così bello sentirsi freschi!». Forse era bello per gli altri, ma lui personalmente trovava che il rito del bagno non fosse soltanto inutile ma pure ingannevole. Rinfrescarsi implicava l'aspettativa di una giornata fresca, in cui poteva accadere qualcosa di nuovo! Ma lui pensava fosse meglio iniziare la giornata ammettendo in partenza che sarebbe stata tediosa come le precedenti. In quel modo non si rimaneva delusi.

Abdul aveva diciassette anni se pagava duemila rupie, venti se non lo faceva.

Per la sua famiglia, Abdul contava soprattutto perché lavorava come un mulo. I suoi giudizi morali non importavano a nessuno, anzi non era nemmeno sicuro di averne. Ma quando il maestro aveva parlato di taufeez e izzat, rispettabilità e onore, Abdul aveva avuto la sensazione che lo sguardo dell'uomo brillasse sopra le file di teste e si posasse proprio su di lui. Non era troppo tardi: a diciassette anni, o qualsiasi fosse la sua vera età, poteva resistere ancora alle influenze negative del mondo e della propria natura. Un ragazzo goffo e ignorante poteva comunque essere virtuoso e onesto. Voleva assolutamente ricordarsi questa e ogni altra verità di cui il maestro aveva parlato.

Sunil e Abdul sedevano accanto più spesso di prima, ma quando parlavano lo facevano con il tono stranamente formale di persone che condividevano la stessa idea: ovvero che molto di quello che dicevano non contava e che molto di quello che contava non poteva essere detto.

Il padre di Meena parlava rapito dei sentimenti che si supponeva dovesse provare, visto che era fidanzata: «La prima volta che i vostri cuori si incontrano, non conta nient'altro».
Il padre di Manju aveva una visione più cinica: «Nessun matrimonio è felice dopo che è stato celebrato. A pensarci bene, lo è solo prima».

Secondo Abdul quel ragazzo era anche fortunato. «Probabilmente lo picchieranno molto in prigione,» disse un giorno «ma almeno sa di aver fatto quello che dicono abbia fatto.» Il che doveva essere molto meno stressante di essere picchiati quando si è innocenti.

Mentre l'India indipendente era stata fondata da uomini istruiti e appartenenti alle classi più alte, nel ventunesimo secolo erano pochi i candidati che ne rispecchiavano le caratteristiche, o perlomeno quelli interessati a partecipare alla cosa pubblica, dato che i ricchi avevano mezzi extra-democratici per vedersi garantire i propri interessi sociali ed economici. In tutta l'India, gli unici a prendere il voto sul serio erano i poveri: era il solo, vero potere che avevano.

Per gli abitanti di Annawadi ancora esclusi, la partecipazione politica non era ambita perché potente strumento di uguaglianza sociale. La cosa fondamentale era l'atto in sé: in questo modo, anche i residenti dello slum, criminalizzati per il luogo in cui vivevano e per il lavoro che facevano per sopravvivere, diventavano perfettamente uguali a ogni altro cittadino indiano. Riuscendo a iscriversi negli elenchi dei votanti, diventavano parte legittima dello stato.

Questa lotta dei bassifondi creava solo impercettibili increspature nel tessuto della società nel suo complesso. I cancelli dei ricchi a volte venivano scossi, ma rimanevano intatti. I politici discutevano soltanto con la borghesia. I poveri si distruggevano a vicenda, e le città del mondo, grandi e diseguali, marciavano avanti in una relativa pace.

♥ I miei scarabocchi su "Belle per sempre", Katherine Boo

4 febbraio 2013

La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo, Audrey Niffenegger

Andare nel futuro e conoscere la propria moglie, addirittura scoprire a chi somiglia la propria figlia. Tornare nel passato e rivedere e riascoltare la voce allegra e felice della madre morta. Tutto questo Henri DeTamble può farlo, perché è un viaggiatore nel tempo.
Vive il presente conoscendo sprazzi di futuro, anche doloroso, che non ha modo di modificare, in nessun caso.
Il suo disturbo, incontrollabile, scientificamente chiamato cronoalterazione, lo porta a sparire improvvisamente dal suo presente per ricomparire poi, completamente nudo, in altri spazi e in altri tempi. In uno dei suoi viaggi, in una radura, incontra una bambina di sei anni dai capelli rossi, Clare. L'Henri che si palesa davanti a lei è un uomo di trentasei anni, anche se l'Henri reale, quello che sta vivendo lo stesso presente di Clare, ne ha solo quattordici, di anni. Nonostante compaia davanti a lei, dal nulla, un uomo completamente nudo, Clare non esita a dargli confidenza. Henri sa, perché l'ha visto nel futuro, che quella bambina diventerà sua moglie e sa anche, sempre perché gliel'ha rivelato Clare nel futuro, in quali giorni tornerà a farle visita.
All'inizio Henri non rivela la verità a Clare, anche perché lui è un uomo e lei una bambina, le racconta solo qual è il suo problema che lo porta appunto a viaggiare nel tempo. Solo più tardi, quando ormai tra i due c'è una certa confidenza, le anticipa quello che accadrà: continueranno a rivedersi con una certa frequenza finché Clare non avrà compiuto diciotto anni, dopo di che non si vedranno per due anni, poi finalmente si incontreranno nella vita reale. A quel punto Clare conoscerà già Henri, perché i loro incontri nella radura fanno parte del suo passato, ma Henri, al contrario, non saprà niente di lei, perché i loro incontri devono ancora avvenire. Henri rivela a Clare che si innamoreranno quando si incontreranno a Chicago, le dice anche che si sposeranno.
Insomma, attratta dal mistero di questo viaggiatore nel tempo o condizionata dalle sue rivelazioni sul loro amore futuro, Clare inizia ad amare incondizionatamente Henri. E lo amerà per sempre. Vive in proiezione del momento in cui si incontreranno nel loro presente. E quando succede lei non ha esitazioni: Henri è l'uomo della sua vita.
Così inizia il loro amore nel tempo presente, quando lei ha vent'anni e lui ventotto, quando lei l'ha già visto quarantenne, da piccola, e lui non ha ancora incontrato la Clare bambina. Tutto sommato il loro è un amore profondo e forte, condividono con pochi altri fedeli amici il disturbo di Henri che crea molti problemi all'interno della loro quotidianità. Nei momenti più importanti Henri teme sempre di essere catapultato via, in chissà quali altri epoche. La cronoalterazione di Henri fa sì che Clare abbia difficoltà anche a portare avanti una gravidanza. Dopo sei aborti e anni difficili, in cui ogni azione è finalizzata al concepimento, Henri capisce che è ora di cessare di mettere in discussione la salute di Clare e decide di ricorrere alla vasectomia. Nonostante questo i due riusciranno comunque ad avere una bimba, Alba, grazie a un viaggio nel tempo di un Henri precedente alla vasectomia. Anche Alba è affetta dallo stesso disturbo del padre. Clare ha paura per lei e non vuole assolutamente che il dottor Kendrick studi il suo dna. Quel medico ha già provato a studiare Henri, scoprendo molto della genetica della cronoalterazione, ma ormai lui non è più così giovane da riuscire a curarsi. Per Alba invece può esserci un futuro diverso, la scienza forse potrà aiutarla a vivere come una donna normale, senza rischiare la vita ad ogni viaggio.
Durante un viaggio nel futuro Henri incontra sua figlia già grandicella. Dalla maestra di scuola apprende che il padre di Alba è morto quando lei aveva cinque anni. Questo è uno di quei casi in cui conoscere il futuro in anticipo diventa un peso insopportabile. Henri sa che ha poco tempo a disposizione, ma cerca di viverlo al meglio, senza rivelare il loro triste destino a Clare, non subito, almeno.
Il tempo passa in fretta e presto ci si ritrova in un'insolita festa di Capodanno in cui Henri e Clare hanno invitato tutte le persone importanti della loro vita, è l'addio di Henri a tutti loro. Prima di morire lascia una lettera a sua moglie dicendole che l'ha incontrata, in uno dei suoi viaggi, da vecchia. Le dice di non aspettarlo, ma allo stesso tempo le assicura che si rivedranno così come rivedrà Alba.
Loro, viaggiatori nel tempo, in fondo sanno aggirare anche la morte.

Un bel titolo. Una bella idea.  Ad essere sincera forse leggendo la trama non avrei mai letto questo libro di mia spontanea volontà, l'ho fatto per partecipare al LeggiAmo di gennaio di Aleja.
Mi ha molto deluso il romanzo. All'inizio mi aveva incuriosita, mi sembrava una storia molto originale e avevo voglia di scoprire come andava avanti, ma più procedevo con la lettura più era tutto senza senso e noioso. Ho trovato qualche difficoltà anche nel seguire l'andirivieni del tempo; un capitolo ambientato negli anni settanta, quello dopo nel duemila, quello dopo ancora negli anni novanta. Certe volte c'era un po' di confusione temporale nella mia testa.
Questa cronoalterazione mi è sembrata molto affascinante, devo dirlo, più volte mi sono chiesta se possa esistere davvero qualcuno affetto da questo disturbo. Chissà, magari incontro per strada un tizio che viene dal 2033. Esisterà qualcosa del genere, nella realtà?
Henri mi ha fatto molta pena, soprattutto nella parte finale, quando si ritrova senza la parte del suo corpo per lui fondamentale: i piedi. Per Clare invece non ho provato alcun affetto. È lei la moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo, lei che dà il titolo al romanzo, lei che avrebbe dovuto essere la vera protagonista, almeno in teoria, solo in teoria per i miei gusti. Ho avuto l'impressione che lei sia un personaggio femminile privo di qualsiasi spessore o carattere, secondo me lei non ha mai deciso un bel niente nella sua vita. Si è solo limitata a vivere in funzione di quello che le aveva rivelato Henri. Non si è preoccupata di verificare se magari nel mondo c'era un altro uomo giusto per lei, no. Lei si è crogiolata nella dichiarazione d'amore di quell'Henri che veniva dal futuro e che il futuro l'aveva già visto. È andata a studiare a Chicago perché lui le aveva rivelato che si sarebbero incontrati in quella città. Non ha nessun'altra esperienza, a parte lui. Vive di luce riflessa, prigioniera di un destino che non può scrivere da sola, perché le è già stato rivelato. Clare ama ed è felice di amare quest'uomo che viene e che va, che un giorno arriverà definitivamente nella sua vita, ma lo sceglie davvero lei? O è lui che si impone senza trovare la benché minima resistenza? Clare a me sembra l'emblema della passività, di quella che prende le cose così come vengono perché dovevano andare così.
E il loro amore eterno mi sembra quasi soffocante, irreale. Non ho trovato in Henri e Clare la travolgente, romantica, storia d'amore che mi aspettavo.

♥ Le frasi che ho sottolineato

La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo, frasi [Audrey Niffenegger]


Perché l'assenza intensifica l'amore?

Le biblioteche mi fanno l'effetto delle mattine di Natale, come se fossero grandi scatole piene di libri bellissimi.

Mi dispiace. Non sapevo che saresti venuta, altrimenti avrei rimesso un po' d'ordine. Nella mia vita, voglio dire, non soltanto in casa.

«Si può essere fighi anche da morti. In effetti è addirittura più facile, perché non si diventa vecchi e grassi e non si perdono i capelli.»

«Non mi hai ancora dimostrato di essere vero» dice.
«Nemmeno tu.»
«Perché, ne dubiti?» mi domanda sorpresa.
«Magari ti sto sognando. Magari mi stai sognando tu; magari esistiamo soltanto nei nostri sogni e ogni mattina al risveglio ci dimentichiamo completamente l'uno dell'altra.»

Henry dice di venire dal futuro. Quand'ero piccola non ci vedevo niente di strano, non avevo idea di che
cosa volesse dire. Ora mi domando se significa che il futuro è un luogo, o qualcosa di simile dove poter andare: come andare in una direzione in modo diverso dall'invecchiare. Mi chiedo se potrebbe portarmi con sé.

A me le cose sembrano troppo casuali e prive di significato perché Dio possa esistere davvero.

«Io vorrei Dio. Si può?»
Mi sento come un cretino. «Certo che si può. È quello che credi tu.»
«Però io non voglio soltanto crederci. Voglio che sia vero.»

Mi sento in colpa per il fatto di voler evitare la tristezza; i morti hanno bisogno che noi li ricordiamo, anche se la cosa ci devasta, anche se possiamo soltanto ripetere "mi dispiace" fino a quando la frase non diventa insulsa come l'aria.

La causalità procede solo in una direzione. Le cose accadono una volta, una volta sola. Se le conosci... io mi sento in trappola, quasi sempre. Se sei nel tuo tempo e non sai... sei libero. Fidati.


«Ma lei non pensa» insisto io «che sia meglio essere estremamente felici per poco tempo, anche se quella felicità va perduta, che tirare avanti infelicemente tutta la vita

Per me la lezione più dura da imparare è la solitudine di Clare. A volte torno a casa e lei sembra irritata; ho interrotto una serie di pensieri, mi sono intromesso nel silenzio sognante della giornata. A volte sul suo volto vedo un'espressione che è come una porta chiusa. È entrata nella stanza della sua mente e resta lì seduta a tessere chissà che. Ho scoperto che a Clare piace stare da sola. Ma ogni volta che torno dai miei viaggi nel tempo è sempre sollevata.

Il mio corpo voleva un bambino. Mi sentivo vuota e volevo riempirmi. Volevo qualcuno da amare che non se ne andasse: che restasse con me, che fosse sempre qui. E volevo che Henry fosse dentro questo bambino,
cosicché andandosene non sparisse del tutto, perché ci fosse qualcosa di lui, con me... come un'assicurazione in caso di incendio, di inondazione, di calamità naturale.

Preferivo quando eravamo giovani anarchici rivoluzionari. Meglio far saltare in aria qualcosa che leccare culi.

Eri tu, Clare, eri tu da vecchia, nel futuro. È stato dolce, Clare, non hai idea quanto, venire ad abbracciarti come dalla morte e vedere gli anni passati presenti sul tuo viso. Non ti dirò altro, così potrai immaginarlo, così potrai improvvisarlo quando sarà il momento, perché il momento verrà. Ci rivedremo, Clare. Fino ad allora vivi appieno in questo nostro mondo bellissimo.
Ora è buio e sono molto stanco. Ti amo, sempre. Il tempo non è nulla.

♥ I miei scarabocchi su "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo", Audrey Niffenegger
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