19 marzo 2013

Il postino di Neruda, Antonio Skàrmeta

È il 1969 e in un anonimo e triste paesino di pescatori dell'Isla Negra, in Cile, vive un giovanotto che non ha alcuna intenzione di fare il pescatore come suo padre e come tutti gli altri uomini del posto. Si chiama Mario Jiménez e, spinto da un padre analfabeta e silenzioso che non fa altro che ripetergli di trovarsi un lavoro, accetta un impiego provvisorio come postino. La paga è minima e minimo è anche lo sforzo, visto che a Isla Negra c'è solo una persona che scrive e riceve la posta: è il Vate, il Poeta, nient'altro che Pablo Neruda.
Mario diventa così, all'improvviso, il postino di Neruda.
È uno dei pochi nel suo paesino di pescatori che non è analfabeta, legge e scrive, anche se molto lentamente. Nella sua povera casa c'è solo un libro ed è un libro di poesie di Neruda. Mario non l'ha mai letto, ma all'improvviso ha voglia di aprirlo.
All'inizio Neruda si mostra molto freddo e distaccato col postino che, al contrario, vorrebbe costruire un rapporto, qualcosa di simile a un'amicizia, curioso e affascinato com'è dall'imponente figura del poeta cileno, che aspetta notizie dalla Svezia riguardanti il premio Nobel.
Pian piano il ghiaccio di Neruda nei confronti dell'ingenuo e semplice Mario si scioglie, un giorno gli nomina addirittura una strana parola: metafore. Mario non ne ha mai sentito parlare, ma, una volta capito di che si tratta, è deciso nel cercare di crearne anche lui qualcuna.
Passeggia lungo il mare cileno, aspettando che l'infrangersi delle onde sulla spiaggia gliene faccia venire in mente almeno una, di metafora, ma niente.
Non sa fare metafore Mario, ma la poesia ormai gli è entrata nel sangue rendendolo un uomo atipico rispetto alla gente del posto. Adesso legge le poesie del suo Neruda comunista e, proprio per colpa della poesia, si innamora.
Quando Mario vede per la prima volta Beatriz si sente gelare, non riesce a spiccicare una parola. Se fosse poeta saprebbe dire tante cose, ma non lo è e tutto rimane chiuso nel suo cuore. Neruda gli ha messo in testa la storia della poesia, è colpa sua se si è innamorato, adesso deve aiutarlo a uscirne fuori: ha bisogno che lui scriva a Beatriz una poesia, quella che scriverebbe Mario se fosse capace. Il Vate cileno è irremovibile: non conosce la ragazza e non può scrivere una poesia per qualcuno che non conosce.
Mario però non si arrende. A Beatriz non può donare una sua poesia perché non sa scriverla, così gliene regala una che Pablo Neruda ha scritto per la sua Matilde, con la convinzione che la poesia non sia di chi la scrive, ma di chi la usa. «Nuda sei semplice come una delle tue mani, liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente, hai linee di luna, sentieri di mela, nuda sei delicata come il grano nudo. Nuda sei azzurra come la notte a Cuba, hai rampicanti e stelle fra i capelli. Nuda sei enorme e gialla come l'estate in una chiesa d'oro». Quando la madre di Beatriz trova questa poesia nel reggiseno di sua figlia impazzisce. Guai che un uomo si rivolga alla sua bambina sedicenne in questo modo! Preferisce un uomo che le tocchi il culo al bar piuttosto che uno che la tocchi così con le parole.
La frittata però ormai è fatta. Nonostante tutte le minacce di Rosa vedova Gonzàlez volte a evitare qualsiasi rapporto tra sua figlia e quel povero postino, i due ragazzi si amano. Neruda è il loro testimone di nozze e al bimbo che nasce Mario decide di dare il nome di PablitoPablo Neftalì Jiménez Gonzàles. 
Sullo sfondo delle vicende personali del postino si intravede la storia cilena, in quegli anni turbolenta. Neruda è il candidato presidente del partito comunista, poi viene sostituito da Salvador Allende, che esce vittorioso dalle elezioni. Il Vate è costretto a lasciare Isla Negra, perché il governo l'ha nominato ambasciatore in Francia. Da Parigi manda a Mario un registratore chiedendogli di incidere per lui tutti i suoni della sua isola, così Mario registra il rumore del mare, i versi degli uccelli, il pianto di suo figlio.
Passano gli anni e un giorno il Vate torna alla sua isola cilena, ma è molto malato. Mario riesce a rivederlo con fatica un'ultima volta, mentre intorno a loro la storia degenera e Pinochet sale al potere con un colpo di stato uccidendo lo stesso presidente Allende.
Anche Mario, in qualche modo, resta intrigato nelle questioni politiche, ma ne esce fuori.
Resta da vivere una vita amara, con la poesia di Neruda nel cuore e la sua che non è mai nata.

L'ultimo film di Massimo Troisi, Il postino, si ispira a questa storia, senza ricalcare completamente il breve romanzo. Film e libro hanno ambientazioni diverse, per questo anche il clima politico sullo sfondo non è lo stesso: da un lato c'è la storia cilena, dall'altro quella italiana. Per non parlare dei finali, niente di più diverso.
Il finale del libro è l'unica parte che non mi ha pienamente convinta, mi è sembrato eccessivamente veloce e poco chiaro. Avrei preferito un maggiore approfondimento del coinvolgimento politico imputato al postino di Neruda, invece gli eventi sono scivolati via in fretta, in modo un po' confuso, secondo me. Il finale del film, seppur anch'esso amaro, anche più amaro di quello del romanzo di Antonio Skàrmeta, è molto più nelle mie corde.
Bellissimi entrambi, comunque: libro e film.



♥ Le frasi che ho sottolineato

17 marzo 2013

Il postino di Neruda, frasi [Antonio Skàrmeta]


«Metafore, diamine!».
«E cosa sarebbero?».
Il poeta posò una mano sulla spalla del ragazzo.
«Per spiegartelo più o meno confusamente, sono modi di dire una cosa paragonandola con un'altra».
«Mi faccia un esempio».
Neruda guardò l'orologio e sospirò.
«Be', quando dici che il cielo sta piangendo, cos'è che vuoi dire?».
«Semplice! Che sta piovendo, no?».
«Ebbene, questa è una metafora».
«E perché, se è una cosa così semplice, ha un nome così complicato?».
«Perché gli uomini non hanno nulla a che vedere con la semplicità o la complessità delle cose. Secondo la tua teoria, una cosa piccola che vola non dovrebbe avere un nome lungo come farfalla. Pensa che elefante ha lo stesso numero di lettere di farfalla, ed è molto più grande e non vola», concluse Neruda esausto. Con un ultimo scampolo di energia gli indicò la rotta per la caletta. Ma il postino ebbe la baldanza di dire:
«Cacchio! Come mi piacerebbe essere poeta!».

«Se fossi poeta potrei dire quello che voglio».
«E che cos'è che vuoi dire?».
«Be', il problema è proprio questo. Siccome non sono poeta, non lo so dire».

«Don Pablo» dichiarò solenne. «Sono innamorato».
Il vate usò il telegramma a mo' di ventaglio, e prese a muoverlo davanti al mento.
«Bene», rispose, «non è tanto grave. C'è rimedio».
«Rimedio? Don Pablo, se c'è rimedio, io voglio solo rimanere ammalato. Sono innamorato, perdutamente innamorato».

«Ragazzo, oggi non sarà per caso martedì 13?».
«Cattive notizie?».
«Pessime! Mi offrono la candidatura alla Presidenza della Repubblica».
«Don Pablo, ma è formidabile!».
«Formidabile che mi candidino. Ma se poi mi eleggono?».

«Il re del calcetto», disse Beatriz González appoggiando il mignolo sulla tela cerata del tavolo. «Cosa prende?».
Mario mantenne lo sguardo fisso negli occhi di lei e per mezzo minuto tentò di far sì che il cervello gli trasmettesse le informazioni minime necessarie a sopravvivere al trauma che lo opprimeva: chi sono, dove sono, come si respira, come si parla.

«Mamma, Neruda diventerà presidente del Cile».
«Figlia, se confondi la poesia con la politica presto sarai una ragazza madre».

«Tutti gli uomini che cominciano toccando con le parole, poi arrivano più lontano con le mani».
«Che cos'hanno di male le parole?», domandò Beatriz abbracciando il cuscino.
«Non c'è peggior droga del bla-bla. Fa sì che una barista di paese si senta una principessa veneziana. E poi, quando viene il momento della verità e torni con i piedi per terra, ti rendi conto che le parole sono un assegno a vuoto. Preferisco mille volte che un ubriaco ti tocchi il culo al bar, ma non che ti dicano che un tuo sorriso vola più alto di una farfalla!».
«Si espande come una farfalla!», saltò su Beatriz.
«Che voli o si espanda, fa lo stesso! E sai perché? Perché dietro le parole non c'è niente. Sono fuochi d'artificio che si disfano nell'aria».

«Tesoro, i fiumi trascinano pietre, e le parole gravidanze».

I treni che conducono al paradiso sono sempre accelerati e si impantanano in stazioni umide e soffocanti. Sono treni espresso soltanto quelli con destinazione inferno.

«Se non posso vederla, a che mi servono gli occhi!»

«Poeta e compagno», disse deciso. «Lei mi ha messo in questo pasticcio, e lei deve tirarmi fuori. Lei mi ha regalato i suoi libri, mi ha insegnato a usare la lingua per qualcosa che non sia soltanto appiccicare francobolli. È sua la colpa se io mi sono innamorato».
«Nossignore! Che io ti abbia regalato un paio di libri miei è una cosa, e un'altra, ben diversa, è che ti abbia autorizzato a usarli per plagio. E poi le hai regalato la poesia che avevo scritto per Matilde».
«La poesia non è di chi la scrive, ma di chi la usa!»

«Sentiamo, lei che passa per istruito. Che cos'è un materialista?».
«Uno che dovendo scegliere tra una rosa e un pollo sceglie sempre il pollo»

Le parole bisogna assaporarle. Bisogna lasciare che si sciolgano in bocca.

«In conclusione devo dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che l'intero avvenire è espresso in quella frase di Rimbaud: soltanto con ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini. Così, la poesia non avrà cantato invano»


♥ I miei scarabocchi su "Il postino di Neruda", Antonio Skàrmeta

15 marzo 2013

#tWeBook, @titofaraci e @Angioletto9

Questa è una storia diversa dalle solite, una storia scritta a quattro mani da Tito Faraci e Claudia Maria Bertola, @titofaraci (clic) e @Angioletto9 (clic). È una storia non progettata, una storia che non doveva nemmeno iniziare nei piani di quelli che poi sono diventati i suoi autori.

#tWeBook, già nel titolo scritto in forma di hashtag, tradisce la sua origine: twitter.
Esatto: #tWeBook è una storia scritta in tweet. 404 tweet per la precisione.

Tutto è iniziato casualmente con un tweet di @Angioletto9:
Racconta Claudia Maria Bertola in un'intervista (clic) «Il mio primo tweet è nato da una fatto reale: avevo appena traslocato e per tre giorni di seguito sono andata al bar chiedendo un caffè. Il barista mi sorrideva timido. E io sono bionda. Così ho pensato di dedicargli un tweet. Alcuni follower si sono animati e mi hanno chiesto di continuare la storia. Ho scritto il secondo che ha destato l'interesse di Tito. Quando si è "agganciato" lui con il terzo non ci potevo credere. E l'idea di continuare a quattro mani mi ha entusiasmata».
Il gioco ha avuto inizio così, in modo del tutto naturale, con un botta e risposta di tweet poi durato mesi. Nessuno dei due autori sapeva quello che passava nella mente dell'altro, non avevano alcuna scaletta da seguire, perciò tutto si è costruito, tweet dopo tweet, improvvisando, cercando di agganciarsi al tweet precedente dell'altro. 
Quella che è nata, grazie a una fortuita idea originale, è una semplice storia d'amore. Protagonisti la svedese Inga e l'italiano Leo. C'è molto più di una semplice storia d'amore, in realtà, ma raccontarla non avrebbe senso, perché davvero è breve, carina e, incredibilmente (viste le dimensioni di ogni singolo tweet) anche farcita con diversi colpi di scena.
Quando ho letto il post della contorsionista di parole che segnalava #tWeBook non credevo che avrei trovato in questi 404 tweet legati l'uno all'altro una così bella sorpresa, invece sì. Mi è davvero piaciuto nella sua stranezza, nella sua originalità. Mi ha coinvolta e si è fatto leggere in pochissimo tempo. Mi ha offerto una divertente compagnia per una serata.

#tWeBook si può scaricare gratuitamente a questo link

I TWEET CHE MI HANNO COLPITO

TitoFaraci
17. Si voltò indietro, di nuovo. E si chiese se la sua vita ormai non sarebbe stata soltanto questo: un continuo voltarsi indietro.

TitoFaraci
67. “Con tutto, il kebab?” Leo esitò, come si fa sempre a questa domanda. Come nella vita, alla quale si ha paura a chiedere tutto.

TitoFaraci
93. “Oh, Leo, quando smetterai di sognare?!” “Qualcuno deve pur farlo, Mara. Senza i sogni, resta solo la realtà. Io voglio tutto.”

TitoFaraci
121. Lo aveva davvero amato, Inga? Forse sì. Prima che l’amore - o quel che era - divenisse paura. Fino alle prime botte ricevute.

AngiolettoFree
122. “La ami davvero?” gli chiese Nico, seduto in auto di fianco a lui. “La voglio aiutare. E proteggere.” “Allora la ami davvero.”

TitoFaraci
217. Inga tornò a volgersi avanti, e quasi andò a sbattere contro di lui. Il destino fa così, no? Ti fa
sbattere contro l’amore. 

11 marzo 2013

Nummeri, Trilussa


- Conterò poco, è vero: 
- diceva l'Uno ar Zero - 
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l'azzione come ner pensiero
rimani un coso voto e inconcrudente.
Io, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te, 
lo sai quanto divento? 
Centomila. 
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore 
che cresce de potenza e de valore 

più so' li zeri che je vanno appresso. 

Trilussa (1871 - 1950)

9 marzo 2013

Norwegian Wood, Murakami Haruki

Era da tanto tempo che non incrociavo una storia così, una storia capace di prendermi fin dall'inizio, una storia che non mi ha dato tregua finché non sono arrivata all'ultima pagina.
Il nostro primo incontro, mio e di Murakami, non poteva essere migliore di così. Questa storia di solitudine e dolore, di speranza e riflessione, questa storia di angoscia, morte e rinascita resterà per sempre in un angolino del mio cuore. Lo so. Lo sento.
C'ho messo tanto tempo per scrivere qualcosa su questo libro, ma dopo averlo finito avrei voluto riempire tutta la pagina bianca di bello, bello, bello e non mi sembrava il caso, anche se è quello che penso ancora adesso. Norwegian wood entrerà a far parte della schiera dei miei libri preferiti, forse è prematuro dirlo adesso, a caldo, ma sento che sarà così.

La storia inizia quando Tōru Watanabe atterra all'aeroporto di Amburgo con il sottofondo musicale di una canzone dei Beatles, canzone che lo riporta immediatamente indietro nel tempo. Vent'anni prima, sul finire degli anni Sessanta, era un ragazzo qualunque, triste e solitario, emarginato dagli altri o forse solo da se stesso. Le note di "Norwegian Wood" nell'aria lo riportano indietro fino a Naoko. Com'era Naoko? Tōru sembra non ricordarlo più. Eppure ha bisogno di tenere in vita la promessa che le ha fatto quel giorno. Le ha promesso che non l'avrebbe mai dimenticata. Deve riportarla in vita. Decide di farlo con le sue parole.
Ecco che ha inizio la storia, come un lungo flashback in cui Tōru ripercorre quegli anni tristi e confusi della fine della scuola e dell'università. Lui è uno di quelli che per capire le cose ha bisogno di scriverle e allora inizia a riempire le pagine con tutto quello che l'ha distrutto e che, al tempo stesso, l'ha tenuto in vita. L'amicizia. L'amore. La morte. 
Erano belli e giovani lui e Naoko quando si sono conosciuti. Naoko era la ragazza di Kizuki, l'unico amico di Tōru, un ragazzo brillante e spigliato che un giorno, all'improvviso, si toglie la vita. Tōru è l'ultimo a vederlo in vita, l'ultimo che ci gioca a biliardo, l'ultimo che gli parla. Dopo la morte di Kizuki quel posto non ha più niente da offrire a Tōru, che se ne va per andare a studiare qualcosa che in realtà non lo appassiona. 
Del tutto casualmente un giorno lui e Naoko si rincontrano. Lei è bellissima, con quei capelli lisci appuntati con un fermaglio. È una ragazza di poche parole, che viveva talmente in simbiosi con Kizuki da sentirsi morta a metà anche lei, ora che lui non c'è più. Non parlano mai di lui Tōru e Naoko. Passeggiano uno accanto all'altra, ma mantengono le distanze, fino al giorno in cui lei compie vent'anni. Quel giorno il loro passato comune, estremamente doloroso, arriva a galla. Intorno alla torta di compleanno Naoko non potrà più trovare l'unico vero grande amore della sua vita. Scoppia a piangere. Tōru l'avvolge in un abbraccio spontaneo. Lei piange e lui cerca di proteggerla come può. Quel giorno fanno l'amore. Potrebbe sembrare l'inizio di una storia d'amore che fonderà due solitudini per costruire qualcosa di più grande e bello, ma non lo è. Non faranno mai più l'amore loro due, anche se si ameranno ancora, con carezze, parole, sguardi.
Naoko è troppo fragile, non ce la fa. La sua giovane vita ha già dovuto affrontare due suicidi: quello di sua sorella e quello del suo ragazzo. Non può sopportare un peso così grande. Ha bisogno d'aiuto, per questo lascia l'università e si rifugia in una specie di clinica immersa nella natura, dove tutti si aiutano a vicenda. Tōru le fa visita qualche volta, le promette che l'aspetterà fuori da lì. 
Fuori da lì c'è il suo collegio. Non ha amici, se non un tipo esaltato che è convinto di poter fare grandi cose nella vita, Nagasawa. È un cinico, che prova a coinvolgere Tōru nelle sue avventure notturne, riuscendoci all'inizio. Tōru non è abituato a passare da un letto all'altro senza coinvolgimenti emotivi, non si sente bene a comportarsi così, per questo un giorno smette di emulare Nagasawa, anche perché ha promesso a Naoko, ricoverata in quella specie di clinica psichiatrica, che non avrebbe più fatto l'amore con nessun altra. Tōru sente di amare Naoko.
Almeno questo è quello che si racconta per gran parte del tempo. Mentre Naoko è lontana, in cura, lui conosce una vulcanica ragazza coi capelli corti, Midori, che frequenta il suo stesso corso. Midori è una botta di energia, è mille cose tutte insieme. È strana, forte, solare, è curiosa. Ha tanti interessi e una gioia di vivere che spiazza in parte Tōru. Eppure anche lei, come tutti i protagonisti del romanzo, ha una ferita profonda nel cuore. La madre è morta di cancro, anche il padre ha lo stesso male e ha davanti a sé poco altro tempo. Midori è distrutta dal dolore, ma non lo dà mai a vedere, lei è una ragazza alternativa, tranquilla, una ragazza che crede ancora nella bellezza della vita, nonostante la sua, finora, non sia stata altro che un insieme di dolore e sofferenza. Come Naoko anche lei avrebbe i suoi buoni motivi per lasciarsi andare, per buttarsi a terra, per passare il tempo pensando a quello che non potrà più essere, ma non lo fa. Midori ama la vita, ha un entusiasmo in grado di contagiare gli altri. Proprio lei dice:
Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti.
Poi tutto andrà bene. Midori ci crede e ci fa credere anche l'amico Watanabe, che giorno dopo giorno diventa sempre più importante per lei. Tōru è combattuto, forse ama entrambe le sue donne: Naoko, fragile e indifesa che ha bisogno di lui per restare a galla, e Midori. Chi scegliere? Come farlo senza ferire nessuno? 
Quello che si sa fin dall'inizio del romanzo, quando Watanabe ripensa a Naoko accorgendosi di non ricordarne i tratti del volto, è che non sarà lei la donna della sua vita, ma la sensazione è che questo non sia dovuto solo a una scelta di Tōru. C'è un'atmosfera cupa e angosciante intorno Naoko. Si percepisce che non finirà bene. 
Questa almeno era la mia sensazione. Non ho avuto dubbi su chi preferivo tra le due donne di Tōru: Midori. Per questo la fine mi ha spiazzata, perché è una fine a metà. Una fine sospesa. Forse ogni lettore può inventarsi quella che preferisce. Odio i libri e i film senza un finale definito, ma per Norwegian Wood faccio un'eccezione. Resta il fatto che sarei stata più contenta se Murakami si fosse degnato di scrivere altre cinque righe, tanto che c'era, per darmi la certezza che Watanabe e Midori si sarebbero riappacificati. Comunque visto che è un finale mezzo aperto e che posso immaginarmi quello che voglio, io mi immagino questo: che lui e Midori, così tanto travagliati nelle loro giovani vite, abbiano trovato il loro "e vissero felici e contenti".

Midori resterà nel mio cuore. Un bellissimo personaggio femminile, per i miei gusti. Fragile e forte. Donna e bambina. Determinata. Semplice. Innamorata. Dignitosa, anche nel modo di vivere il proprio dolore. Il suo è il personaggio che più mi ha conquistata in questo romanzo, ma mi sono molto affezionata anche al narratore. A volte avrei voluto prendere per mano Naoko e dirle che ci sarebbe stato qualcosa di bello anche per lei, ad aspettarla chissà dove, chissà quando, nel futuro. 
Quella di Norwegian Wood è una storia difficile, una storia che non ho saputo raccontare come avrei voluto, una storia d'amore, ma non solo. Non so come sia riuscito Murakami a scrivere tante pagine così intense, non cadendo mai in una banale descrizione strappalacrime della sofferenza dei suoi personaggi. La storia conta ben quattro suicidi, cosa che di per sé mi ha riempita di angoscia. Eppure, alla fine, quando sono  restata sospesa in quella telefonata tra Midori e Watanabe, quando le parole sono terminate ed è rimasto solo lo spazio bianco, l'angoscia non era il sentimento che prevaleva in me. Sentivo qualcosa di più simile alla speranza. La speranza che per tutti noi, qualunque sia la cicatrice che ci portiamo dentro, ci sia un futuro migliore da qualche parte, popolato da persone che sapranno aiutarci a rimarginarla, quella cicatrice. Dobbiamo solo crederci ed essere abbastanza curiosi per andare a vedere come sarà, il nostro futuro.

Ecco la colonna sonora del romanzo. La canzone preferita di Naoko.


♥ Le frasi che ho sottolineato

3 marzo 2013

Norwegian Wood, frasi [Murakami Haruki]


Il cielo era così infinito che a guardarlo fisso dava le vertigini.

Sono uno di quelli che per capire le cose ha assolutamente bisogno di scriverle.

All'improvviso mi assale il dubbio di stare perdendo la memoria delle cose più essenziali. Il dubbio che tutti i miei ricordi più preziosi, accumulati in qualche zona buia del mio corpo, in una specie di limbo della memoria, si stiano trasformando in una massa fangosa.
Però, comunque siano ridotti, sono l'unica cosa che possiedo. Così continuo a scrivere tenendoli stretti, questi ricordi imperfetti che si fanno sempre più sbiaditi ogni istante che passa con l'impressione di succhiare un osso spolpato.

- Non importa, - dissi. - Credo di capire quello che volevi dire. Ma non saprei dirlo bene neanch'io.
- Non riesco a parlare molto bene, - disse Naoko. - Ho questo problema già da un po' di tempo. Ogni volta che cerco di dire qualcosa, mi vengono sempre le parole meno adatte, se non addirittura opposte a quelle che vorrei dire. E se cerco di correggermi, mi confondo ancora di più e peggioro la situazione al punto che alla fine non so più nemmeno quello che volevo dire.

Forse attorno al mio cuore c'è una specie di guscio duro e sono veramente poche le cose che possono romperlo e entrarci dentro. Forse non sono capace di amare.

- Ti piace la solitudine? - chiese lei appoggiando il mento sulla mano. - Ti piace viaggiare da solo, mangiare da solo, a lezione sederti lontano dagli altri?
- A nessuno piace la solitudine. Ma non mi faccio in quattro per fare amicizia. Così evito un po' di delusioni, - dissi.

Sono troppo abituato a me stesso per voler cambiare.

- Se c'è una cosa che non mi manca è il tempo.
- Davvero ne hai tanto?
- Tanto che mi piacerebbe dartene un po', e farti dormire lì dentro.

- Tu mi sembri un tipo che ama meditare su tutto.
- Mah, può darsi, - dissi. - Sarà per questo che non ho molto successo con gli altri, da sempre.

- Un giorno pensai: io riuscirò a trovare qualcuno che mi ami al cento per cento per ogni giorno della vita. L'ho deciso quando ero al quinto o al sesto anno di elementari.
- Incredibile, - dissi ammirato. - E ci sei riuscita?
- Beh, non è facile, - disse Midori. Poi restò qualche istante a riflettere, guardando il fumo. - Forse per via del fatto che ho aspettato tanto a lungo, io cerco qualcosa di assolutamente perfetto. Perciò non è facile.

Se si trattasse solo di essere avvolta da questo fumo, perdere coscienza e morire, in un attimo, non avrei nessunissima paura. Una bella differenza con altre morti che ho visto, come quella di mia madre o di altri parenti. Nella nostra famiglia si ammalano tutti di gravi malattie e muoiono soffrendo da cani. Forse è una cosa ereditaria. Ci mettono un tempo incredibile a morire. Al punto che verso la fine non si rendono conto nemmeno loro se sono vivi o morti. Quel po' di coscienza che gli resta serve solo a provare dolore e sofferenza.
Midori si mise una sigaretta tra le labbra e la accese.
- Quello di cui ho paura, è una morte di questo tipo. L'ombra della morte si insinua piano piano nel territorio della vita e comincia a corroderlo, e quando me ne accorgo sono già nel buio, non riesco a vedere più niente, e la gente intorno a me pensa che io sia più vicina alla morte che alla vita. È una situazione come questa, che temo. Non la potrei mai sopportare.

Mi accorsi che tutti sembravano felici. Non so se in quel momento lo fossero davvero o se fosse solo un'impressione. Quello che è certo è che in quel pomeriggio di fine autunno, a me apparivano così e questo mi faceva sentire ancora più solo del solito. Mi sentivo l'unico elemento estraneo in quel paesaggio.

Conosco la differenza tra le persone che sanno aprire il loro cuore, e quelle che non sanno farlo. Tu sai aprirlo. Ma solo quando dici tu, beninteso.
- E se uno lo apre cosa accade?
Sempre senza posare la sigaretta Reiko appoggiò le mani sul tavolo e con aria divertita disse: - Si guarisce.

I morti restano morti, ma noi dobbiamo vivere.

- No, non so fare niente particolarmente bene. Però ci sono cose che mi piace fare.
- Quali, per esempio?
- Viaggiare a piedi da solo. Nuotare. Leggere libri.
- Ti piacciono le cose che si fanno da soli?
- Sì, credo di sì, - dissi - Non ho mai avuto molto interesse per i giochi da fare con gli altri. Non riesco ad appassionarmici. Non mi importa di come vanno a finire.

Nel mondo ci sono persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie, e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora che c'è di strano se nel mondo c'è uno che è interessato a capire te?

Lei era abituata a risolvere quasi tutte le sue cose da sola. Non chiedeva mai consiglio o aiuto a qualcuno. Non perché fosse troppo orgogliosa, credo, ma semplicemente perché le veniva naturale fare così.

Sono molto più paziente con gli altri di quanto lo sia con me stessa, e mi è molto più facile tirar fuori i lati positivi nelle cose degli altri che non nelle mie.

Bastava guardare quegli occhi per capire che non gli restava molto da vivere. Ma anche nel resto del corpo non c'era quasi più energia vitale. In quel letto c'erano solo le spoglie, fragili e consunte, di una vita umana. Come una vecchia casa da cui erano stati portati via tutti i mobili e staccati perfino gli infissi, che aspettasse solo di essere abbattuta. Attorno alle labbra secche crescevano come erbacce pochi radi peli. Mi sembrò quasi strano che la barba continuasse a crescere in un corpo svuotato di ogni energia vitale.

La morte di qualcuno lascia sempre nella mente i ricordi più stupidi e buffi.

Il guaio è che io non ho una mente tanto sofisticata. Se mi devo definire, sono una stupida ragazza all'antica. Non mi importa proprio niente di «sistemi» e «responsabilità». A me basterebbe sposarmi, dormire ogni notte tra le braccia dell'uomo che amo, avere dei bambini. Fine. Questo è tutto quello che desidero.

Io vivevo alla giornata, senza quasi mai sollevare la testa. Quella sconfinata palude era l'unica cosa che si rifletteva nei miei occhi. Procedevo mettendo a terra il piede destro, sollevando il sinistro, mettendolo a terra, e così via. Non sapevo dove mi trovavo, e niente mi diceva che la direzione verso la quale mi muovevo fosse quella giusta. Ma siccome non potevo restare bloccato lì per sempre, un passo alla volta, mi spostavo.

Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti.

Per quanto una situazione possa sembrare disperata, c'è sempre una possibilità di soluzione. Quando tutto attorno è buio non c'è altro da fare che aspettare tranquilli che gli occhi si abituino all'oscurità.

- Dimmi quanto ti piaccio, - disse Midori.
- Quanto tutto il burro che si potrebbe produrre se si sciogliessero tutte le tigri di tutte le giungle del mondo.


♥ I miei scarabocchi su "Norwegian Wood", Murakami Haruki

1 marzo 2013

Inquietanti analogie

I contadini, gli operai, i commercianti, la classe media, tutti sono testimoni, invece loro preferiscono non parlare di questi 13 anni passati, ma solo degli ultimi sei mesi: chi è il responsabile? Loro! I partiti! Per 13 anni hanno dimostrato cosa sono stati capaci di fare. Abbiamo una nazione economicamente distrutta, gli agricoltori rovinati, la classe media in ginocchio, le finanze agli sgoccioli, milioni di disoccupati: sono loro i responsabili! Io vengo confuso: oggi sono socialista, domani comunista, poi sindacalista, loro ci confondono, pensano che siamo come loro. Noi non siamo come loro! Loro sono morti e vogliamo vederli tutti nella tomba! Io vedo questa sufficienza borghese nel giudicare il nostro movimento. Mi hanno proposto un'alleanza. Così ragionano! Ancora non hanno capito di avere a che fare con un movimento completamente differente da un partito politico. Noi resisteremo a qualsiasi pressione che ci venga fatta. È un movimento che non può essere fermato, non capiscono che questo movimento è tenuto insieme da una forza inarrestabile che non può essere distrutta. Noi non siamo un partito, rappresentiamo l'intero popolo, un popolo nuovo. 
                                                                                                     Adolf Hitler, 1932
Lungi da me affermare che il vincitore politico delle nostre elezioni abbia in mente gli stessi piani di Hitler, però quando ho letto questo discorso, grazie a un link su twitter, ho avuto i brividi.
Se non avessi saputo in anticipo chi fosse l'autore del discorso, se non avessi saputo quando era stato pronunciato, non avrei avuto dubbi: per me sarebbe potuto essere tranquillamente un discorso di oggi di Beppe Grillo. 
A me sembra un'imbarazzante e un'inquietante analogia. Speriamo che le analogie fra i due personaggi e fra i loro due soggetti politici finiscano qui.
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