30 aprile 2013

Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana #2

♦ Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana   #1

• Quinto Bevilacqua (27 anni)
Carissimi genitori, ricevendo questa mia avrete certamente già appreso la brutta notizia che ora sto per darvi, fatevi coraggio specialmente tu mamma che sei così debole, cerca di essere forte e di sopravvivere più che puoi magari fino ai cento anni, così almeno potrai vedere l'opera che tuo figlio benché contrario alle tue idee ha iniziato (dico contrario perché non volevi che mi mettessi in questo movimento che tu chiamavi pasticcio). Tuo figlio è innocente dell'accusa che gli hanno fatto, perché accusato di terrorismo, di sabotatore, ed invece non era che un semplice socialista che ha dato la sua vita per la causa degli operai tutti.

• Giulio Biglieri (32 anni)
Carissimo Borasio, la morte ha scoccato la sua freccia: essa mi raggiungerà tra poco. Ti ricordo come uno degli amici più cari e so che soffrirai. Ma vado al martirio col volto sereno e l'anima in pace: la causa è alta e la vita per essa non è spesa invano. Un amico mi ha convinto a prendere i sacramenti. Mi sono già confessato, tra poco mi comunicherò. Lo faccio non tanto perché sia giunta finalmente la fede che tu hai. No, purtroppo, ma dal profondo dell'anima il gesto di umiltà e di pace ha riguadagnato le sfere della coscienza. Ne sono lieto e muoio tranquillo: se Dio c'è, Esso non potrà scacciarmi lontano.

• Paolo Braccini (36 anni)

Gianna, figlia mia adorata, è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te. Sarò fucilato all'alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno. Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l'infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo: quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa. Riversa su tua Madre tutto il bene che vuoi a lui: ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascerà il mio cuore.
Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto.
Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.

Il cappellano che ci assiste, e col quale ho avuto anche un cordiale colloquio, mi ha detto che svolgendo certe pratiche è possibile riavere il cadavere. Fatelo, a me non importa nulla, ma so che per voi può e potrà essere un conforto; se, poi, tu facessi la tomba in un posto ove un giorno (molto lontano) ti potessi riavere vicino a nanna con me, allora ne sarei contento. Attenderò quel giorno con tutta la passione mia, ma che venga lontano, in modo che tu possa vedere i figli di nostra figlia più grandi di quel che ho visto io mia figlia. 
Il mondo migliorerà, siatene certe: e se per questo è stata necessaria la mia vita, sarete benedette.

• Antonio Brancati (23 anni)
Sono stato condannato a morte per non essermi associato a coloro che vogliono distruggere completamente l'Italia. 
Vi giuro di non aver commessa nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all'Italia, nostra amabile e martoriata Patria.
Voi potete dire questo sempre a voce alta dinanzi a tutti.
Se muoio, muoio innocente.

• Mario Brusa Romagnoli (18 anni)
Mi sono perduto alle ore 12 e alle 12 e 5 non ci sarò più per salutare la Vittoria.

• Domenico Cane (30 anni)
Se non ho saputo vivere, mamma, so morire, sono sereno perché innocente del motivo che muoio, vai a testa alta e dì pure che il tuo bambino non ha tremato.

• Giacomo Cappellini (36 anni)
Muoio cosciente di aver compiuto il mio dovere sino all'ultimo e senza alcun rimorso di coscienza circa il mio modo d'agire, tutto dedito a un ideale: la Patria.

• Andrea Caslini (23 anni)
Tanti saluti a chi domanderanno di me. Arrivederci in cielo. 
W l'Italia martoriata che presto rifiorirà libera e indipendente.

• Giordano Cavestro (18 anni)
Cari compagni, ora tocca a noi. Andiamo a raggiungere altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d'Italia. 
Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l'idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile. 
Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.
La mia giovinezza è spezzata, ma sono sicuro che servirà da esempio. 
Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.


• Bruno Cibrario (21 anni)
Da buon garibaldino ho combattuto, da buon garibaldino saprò morire. La nostra idea trionferà ed io avrò contribuito un poco - sono forse un presuntuoso -.

Ricordami e sii felice. Ti auguro ogni bene, non piangere per me. Non si piangono i caduti per l'Idea. Nel tuo ricordo muoio felice.

• Luigi Col (19 anni)
Un'idea è un'idea e nessuno la rompe. A morte il fascismo e viva la libertà dei popoli.

• Amerigo Duò (21 anni)
Se voi mi vedeste in questo momento sembra che io vada ad uno sposalizio, dunque su coraggio, combattete per una idea sola, Italia libera. Ricordate che io non muoio da delinquente ma da Patriota e io muoio per la Patria e per il benessere di tutti, dunque chi si sente continui la mia lotta, la lotta per la comunità.

• Costanzo Ebat (33 anni)
Mario, piccolo mio Ninì, [...], soprattutto ama e abbi fede nella Patria. Ad essa anteponi tutti gli affetti e se ti chiede la vita offrigliela cantando. Sentirai allora, come io lo sento adesso, quanto è bello morire per lei e che la morte ha un effettivo valore. 
Sappi e non dimenticarlo mai che il tuo papalino se ne va sorridendo, fiducioso e senza un attimo solo di debolezza, da uomo forte di nervi e di animo, sicuro di aver fatto fino all'ultimo istante il suo dovere verso la Patria amata. 
Sii uomo forte e fiero, buono e giusto.



Con questo post partecipo all'iniziativa di Strawberry, il Book blogger May. Per tutte le informazioni cliccare qui
Il tema scelto da Strawberry per questa settimana oscillante tra il 25 aprile e il primo maggio è: 
I libri tra svago e impegno: per ricordare chi eravamo, chi siamo e chi potremo essere 

Con questo post è almeno chiaro che genere di italiani eravamo. 

24 aprile 2013

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana #1

In questi giorni di arrabbiature politiche avevo tra le mani un libro tutto ingiallito dal tempo, comprato non so da chi, non so quando. Il prezzo non si legge più, ma al massimo immagino che sarà costato qualche mila lire.
Ci dobbiamo essere incontrati molto tempo fa, io e il libro ingiallito, lo testimoniano i miei scarabocchi sulle pagine, scarabocchi fatti con una penna blu addirittura. In una pagina c'è disegnato qualcosa che potrebbe somigliare a una casa.
Il libro ingiallito è un libro importante. Contiene le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Sono state scritte per la maggior parte da ragazzi, da diciottenni che si dichiarano calmi davanti alla morte, perché hanno la coscienza pulita e perché sono fieri di morire per la Patria, con la lettera maiuscola. Viva l'Italia, scrivono in molti. Mi è rimasto in mente un pensiero di un padre di famiglia che scrive che muore forte e orgoglioso perché col suo sacrificio ha contribuito a costruire i letti su cui dormiranno in futuro altri italiani. Noi.
Bella riconoscenza.
Mi chiedo se lo rifarebbero quei ragazzi se potessero vedere come siamo finiti, com'è oggi la loro Patria, come abbiamo sfatto e sporcato il letto che c'hanno preparato. Mi chiedo che fine abbiano fatto quelle idee e mi chiedo perché la Resistenza sia ancora un elemento che divide anziché unire. Ancora c'è chi paragona la violenza dei partigiani a quella dei fascisti. Ancora c'è chi considera la Resistenza un fatto esclusivamente comunista, quando invece non è così. La Resistenza è stata di tutti, tranne che dei fascisti. La Resistenza è stata dei comunisti, ma anche dei socialisti, dei liberali, dei cattolici. La Resistenza dovrebbe essere un elemento di unità, di appartenenza profonda alla Patria.
Mentre leggo quelle lettere, quelle rassicurazioni dei mariti alle mogli, quelle scuse che i figli rivolgono ai padri per non aver ascoltato i loro consigli ed essere andati via per un'Idea, mi vengono i brividi e mi sale una rabbia assurda. Sono morti in tanti per noi e noi diamo tutto questo per scontato. Diamo per scontato le nostre libertà sancite da quella Costituzione che senza il sangue dei partigiani non sarebbe mai nata. Diamo per scontato il fatto che, per quanto poco, possiamo fare qualcosa anche noi, andando a votare, per esempio. E se possiamo farlo è grazie a quei diciottenni che davanti al plotone d'esecuzione hanno gridato "Viva l'Italia". Sono dell'opinione che se ce ne freghiamo di tutto quello che accade intorno a noi, se alziamo le spalle convinti che tutti sono uguali, ladri nello stesso modo, allora è come se rendessimo vane le morti di quei ragazzi, che non c'hanno pensato due volte a mollare tutto per un'Idea di Patria destinata ad altri. Noi non lo faremmo. Noi non abbiamo più un'Idea per la quale saremmo disposti a dare anche la vita. Noi siamo italiani indegni degli autori di quelle lettere.
Più leggo quegli addii scritti con un italiano stentato e più mi chiedo perché quei ragazzi che a malapena sapevano leggere e scrivere siano stati pronti a morire per l'Italia mentre oggi, che invece tutti studiamo fino a non so quanti anni, in molti casi ce ne freghiamo. Perché?

In questi giorni di balletti politici, di inciuci, di una sinistra (ingiustamente definita tale) che sceglie Berlusconi invece che Rodotà, avevo nella testa l'eco di quelle parole scritte tra le montagne. La rabbia, davanti alle maratone di Mentana, è cresciuta esponenzialmente anche per quest'eco.
Viviamo in un tempo confuso, di crisi, ma non solo economica. Quello che ha scritto oggi Gramellini nel suo buongiorno ha dell'incredibile. Ragazzi che fuori da una scuola commentano così: «La prof dice che giovedì non c’è lezione». «Vero, c’è qualcosa tipo… una liberazione». Qualcosa tipo una liberazione? Ecco, quei ragazzi la Resistenza non se la meritano. 

Quelle lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana mi fanno piangere e arrabbiare. Ho sottolineato talmente tante parti che in unico post non c'entrano, intanto stasera ho iniziato a ricopiare le prime, pian piano arriveranno tutte.
Buona lettura e 
buon 25 aprile a tutti gli italiani 
che la Resistenza se la meritano.


• Antonio Fossati
Io muoio contento d'aver fatto il mio dovere di Vero Patriota.

• Renzo
Tu che sei un uomo di alti sentimenti, sappi che tuo figlio muore per un alto ideale, per l'ideale della Patria più libera e più bella.

Muoio da eroe e non da vile, muoio per la mia cara Italia che ho sempre adorato, muoio e nel più estremo dei miei momenti di vita terrena grido vendetta per il mio sangue sparso così innocentemente.
Miei cari zii e zie allevate i vostri figli con il più alto dei sentimenti: quello della Patria e dell'onore. Al mio caro cuginetto che dovrà nascere come mia ultima volontà gli porrete nome Vittorio, come a simboleggiare la vittoria della mia causa.

• Ignoto
Vengo fucilato questa mattina, e sono contento perché in Italia verrà la distruzione: così io sarò già a posto e non avrò più da vedere queste cose che verranno troppo brutte.

• Albino Albico ( 24 anni)
Mi trovo senz'altro a breve distanza dall'esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno con l'animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia.
Il sole risplenderà su noi «domani» perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.

• Giuseppe Anselmi (61 anni)
Sapete che sono innocente e solo vittima di una montatura preparata da un uomo indegno.
Potete quindi alzare la testa più di prima. [...]
Baci a tutti, vi assicuro che muoio con coraggio.

• Franco Balbis (32 anni)
La Divina Provvidenza non ha concesso che io offrissi all'Italia sui campi d'Africa quella vita che ho dedicato alla Patria il giorno in cui vestii per la prima volta il grigioverde. Iddio mi permette oggi di dare l'olocausto supremo di tutto me stesso all'Italia nostra ed io ne sono lieto, orgoglioso e felice!
Possa il mio sangue servire per ricostruire l'unità italiana e per riportare la nostra Terra ad essere onorata e stimata nel mondo intero.

Prego i miei di non voler portare il lutto per la mia morte; quando si è dato un figlio alla Patria, comunque esso venga offerto, non lo si deve ricordare col segno della sventura.
Con la coscienza sicura d'aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone d'esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta.
Possa il mio grido di «Viva l'Italia libera» sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e per l'avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali muoio felice!

• Achille Barilatti (22 anni)
Mamma adorata, quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l'Italia sarà di nuovo grande.

• Mario Batà (26 anni) 
Perdonatemi se ho preposto la Patria a voi.

• Pietro Benedetti (41 anni)
Amatevi l'un l'altro, miei cari, amate vostra madre e fate in modo che il vostro amore compensi la mia mancanza. Amate lo studio e il lavoro. Una vita onesta è il migliore ornamento di chi vive. Dell'amore per l'umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.
Siate umili e disdegnate l'orgoglio; questa fu la religione che seguii nella vita.
Forse, se tale è il mio destino, potrò sopravvivere a questa prova; ma se così non può essere io muoio nella certezza che la primavera che tanto io ho atteso brillerà presto anche per voi. E questa speranza mi dà la forza di affrontare serenamente la morte.

Io, senza volerlo, mi son trovato sempre fra gli attori. Sempre fra quelli cioè che conoscono più la parola dovere che quella diritto. Non per niente costruiamo i letti perché ci dormano su gli altri. Tutta la mia educazione, fin da ragazzo, mi portava a farmi comportare così.
Ed anche ora, di fronte allo scempio della Patria, dei nostri focolari, delle nostre famiglie, io sentivo che era da codardi restare inerti e passivi. Ma forse con ciò calpestavo i miei doveri verso la famiglia? No, perché la causa che avevo sposata altro non era che quella dei nostri figli e delle nostre famiglie. Non sappiamo cosa sarà l'avvenire che io comunque già sento più bello, più buono del triste presente, di questo terribile oltraggio all'umanità. Ma qualunque esso sia ed io dovessi essere inghiottito da questo vortice tremendo, che annienta uomini e cose, di fronte al giudizio dei miei figli, preferisco essere il padre che ha risposto all'appello del dovere, anziché il codardo che se ne sottrae. 
Se con la mia morte tu e i miei figli avrete perso il mio amore e il mio sostegno, vi resterà un amore e un sostegno più grandi: quello dell'umanità finalmente libera, che accoglierà nella sua grande famiglia gli orfani e le vittime di questa vasta tragedia. Ed io, tu lo sai, non sarò il solo caduto; è ormai innumerevole la schiera dei generosi che hanno offerto il proprio petto in questa lotta di popoli anelanti ad un domani di luce. E potessi io essere l'ultimo. Morirei più contento se sapessi che il mio solo sangue bastasse ad estinguere la sete della belva. Ma troppo poca cosa io sono.
Me ne vado con la coscienza di non aver mai operato male nel mondo e di aver fatto, quando ho potuto, un po' di bene.

Veglia su di loro ed educali all'amore del lavoro e dello studio, all'onestà e all'amore dei deboli e degli oppressi. Siano essi modesti e buoni con tutti e non importa essere poveri quando la mente e il cuore sono ricchi di queste doti sublimi.

22 aprile 2013

L'amore quando c'era, Chiara Gamberale

Siamo davvero persone migliori quando abbiamo l'amore? Perché questo è quello che scegliamo di credere di solito, che in due tutto diventi migliore, perfino noi.
Quando non abbiamo l'amore ci rifugiamo in ricordi passati o ci proiettiamo in testa meravigliosi film mentali con protagonista un uomo fantastico che ci farà vivere una vita meravigliosa e mai, dico mai, ci farà soffrire. Ma l'amore è davvero questo? È davvero qualcosa che rende migliori le persone, davvero è ciò che ci consente di vivere una vita al massimo delle nostre possibilità? Oppure semplicemente l'amore appare come qualcosa di meraviglioso solo quando c'era e non c'è più?
Chiara Gamberale, con questo libro piccino piccino, dà una risposta. Una risposta che, c'ho pensato su, non so se condivido. Sarà che sono in una fase (lunga) di amore che non c'è e allora sì, magari l'amore quando c'era era pure bello, ma se ci fosse adesso, ne sono sicura, sarebbe meglio. E poi, mi dico, se c'era e adesso non c'è più un motivo dev'esserci (chiedo scusa per aver usato 47359792 volte il verbo essere), perciò l'amore quando c'era non era poi davvero perfetto, forse è solo il tempo che passa che ce lo fa vedere così meraviglioso, ma è solo una distorsione ottica. Viste da lontano le cose appaiono diverse.

Amanda, protagonista femminile de L'amore quando c'era, non è d'accordo con me invece. Dodici anni prima ha lasciato di punto in bianco il suo Fumetto, Tommaso, perché aveva capito che il loro amore li avrebbe logorati e se fosse continuato li avrebbe separati per sempre. Perciò l'ha mollato all'improvviso, nella convinzione che l'amore quando c'è tira fuori il peggio delle persone e che l'amore quando c'era è molto meglio. Dieci-dodici anni dopo Amanda scrive un'email a Tommaso, per fargli sentire la sua vicinanza alla morte del padre. Non si sentono da più di un decennio, nel frattempo sono diventati adulti, le loro vite sono cambiate. Tommaso ha una moglie e due figli. Amanda è single, vive con un cane e insegna lettere. Non si sente realizzata, lei che sognava di fare la scrittrice non ha pubblicato nemmeno mezzo libro. Non è felice, non è serena. La sua vita è vuota. Non ha niente, niente di speciale. Perciò si aggrappa a questo Tommaso ritrovato, alle sue email, alle sue telefonate, ai bei ricordi che le vengono in mente del loro amore, quando c'era. Da fuori la vita del suo ex le appare migliore della sua, lui sembra realizzato, ha anche una moglie, dei figli. Lei invece non ha niente, questa vita non sa prenderla, cerca istruzioni per l'uso. Forse Tommaso può fornirgliele. Peccato che nemmeno per lui questo sia un momento facile, il suo matrimonio non è particolarmente felice e, parlando con Amanda, si convince che quello che prova per la moglie Tiziana sia solo un sentimento sbiadito rispetto a quello che provava dieci-dodici anni prima per la sua storica ex. Ma è davvero così? E ha senso buttare all'aria la sua famiglia per qualche email scambiata con l'unica donna che in questo momento di dubbio crede di aver davvero amato? Amanda e Tommaso, in modi completamente diversi, vivono in tunnel da cui non sanno uscire, in tunnel che finiscono per arredare. E restano lì, a viverci, a ripensare al passato. Ma che cos'è che davvero dà un senso alla vita di tutti? La risposta Amanda la trova in un tema che dà ai suoi alunni. L'amore. E allora un po' cede all'amore per il Fumetto del passato, salvo poi capire che quelli come loro, come lei e Tommaso, non sono capaci di stare davvero bene mentre stanno bene, ma rendono perfetto solo quello che hanno già vissuto o che potranno vivere.
Perché l’amore, dice Amanda a Tommaso, sarà senz'altro meglio quando c’è. Ma per persone come noi diventa perfetto solo quando c’era.

Una bella storia, breve e scorrevole. 


♥ Le frasi che ho sottolineato

16 aprile 2013

L'amore quando c'era, frasi [Chiara Gamberale]

Te lo ricordi quando mi insegnavi a usare la frizione? L’insegnante di guida e mio papà ci avevano provato a spiegarmelo, ma niente. Poi sei arrivato tu, mi hai detto metti un piede lì e un altro qui, e tutto mi è sembrato facilissimo.
Che sarà, la vita, rispetto a guidare una macchina?
Niente.
E allora forza.
Spiegami come si fa.

Non hai voglia di spiegarmi che cos'è che non va, di preciso? Magari stai ancora una volta confondendo il pedale del freno con quello della frizione. Non sarebbe un errore da poco.

Credo che il problema della mia vita, ora come ora, non sia esattamente che qualcosa non va: magari. Significherebbe che c’è, nella mia vita, qualcosa di così necessario, di così urgente, da fare la differenza, se funziona bene o se funziona male.
Invece quel qualcosa non c’è.

«Possibile non ci sia niente che vi piace fare al punto di scommetterci su tutta la vita?» Come un mantra, lo ripeteva. E ancora, a me: «E’ incredibile, Tommaso, incredibile. Tu e gli altri parlate delle facoltà che avete scelto come di un altro posto di mare a caso dove andare a campeggiare, anziché per un’estate, per un po’ di anni, che tanto una spiaggia vale l’altra. Ma, cazzo, vi lascia così indifferenti la prospettiva di un lavoro che non abbia precisamente a che fare con la roba che nel profondo vi rode dentro, con quello che nel profondo siete? Io se non farò quello che voglio, se non diventerò una scrittrice, se i miei libri non verranno tradotti in tutto il mondo, già ho la piena consapevolezza, oggi e qui, che sarò una donna infelice, con gli occhi tipo punte di spillo: ce l’hai presenti, Tommaso? Le persone con quegli occhi lì. Sono tantissime, tantissime. Non fanno quello che sono nate per fare, non frequentano persone che mettono in gioco la loro parte più fastidiosa, quella che però fa la differenza fra loro e il resto del mondo, quella che uno la guarda e dice “io”: e si trascinano, per le strade e per le giornate, con i loro occhi spenti, con i loro occhi tristi».

La paura di perderci s’era ingoiata pure quella. È per questo, Fumetto, che ti ho lasciato.
È di questo che io m’ero accorta, e tu no.
Di come avremmo rischiato davvero di perderci solo rimanendo insieme.
Mi sei mancato come può mancare una gamba, un occhio, il naso. Passava il tempo, ma tu non mi passavi.

Ti eri accorto che sì, certo: l’amore è meglio quando c’è.
Ma che poi, quando c’è, quando è vero, quando si ostina a voler durare, tira fuori il peggio di noi.

Si può diventare orrendi, a stare insieme. Nessuno rischia di farci esprimere la nostra bassezza e la nostra volgarità come chi può considerare un’abitudine vederci nudi.

Persone come noi, persone incapaci di stare davvero bene mentre stanno bene, rendono perfetto solo quello che hanno già vissuto o che potranno vivere.

Perché l’amore, Fumi, sarà senz'altro meglio quando c’è. Ma per persone come noi diventa perfetto solo quando c’era.

Se non riesci a uscire dal tunnel, arredalo. [Su suggerimento di Marta]


♥ I miei scarabocchi su "L'amore quando c'era", di Chiara Gamberale

12 aprile 2013

Il miglio verde, frasi [Stephen King]

Anche un orologio fermo è giusto due volte al giorno.

«Ehi, signor Edgecombe», mi chiese, «lei pensa che se un uomo si pente sinceramente delle cose sbagliate che ha fatto, può darsi che ritorna al tempo che per lui è stato il più felice a viverci per sempre? Può essere che il paradiso è fatto così?»
«È pressoché così che l'ho sempre immaginato io».

Il fatto semplice è che il mondo gira. Puoi sederti e girare con il mondo o puoi alzarti in piedi per protestare e venire catapultato fuori.

Ho tempo da vendere e me ne avanza ancora da regalare.

La ganascia si era inceppata e non riuscivo a chiuderla. Sentivo Del che, sforzandosi di rintuzzare il cuore devastato dalla paura, respirava a grandi boccate, riempiendosi i polmoni che di lì a meno di quattro minuti si sarebbero ridotti a due sacchetti carbonizzati. Che avesse ucciso una mezza dozzina di persone sembrava in quel momento l'aspetto di lui meno significativo. Non sto cercando di esprimere concetti su bene e male; racconto solo com'era.

Ho scoperto che scrivere è una forma di reminescenza molto speciale e a suo modo terrificante, contiene un elemento di totalità in cui mi sembra di riconoscere analogie con lo stupro. [...] Ritengo che l'abbinamento di matita e memoria dia origine a una sorta di virtuale magia.

Amore tra le rovine. Ci saranno quelli tra voi che lo troveranno fuori luogo e tutti gli altri lo giudicheranno grottesco, ma lasciate che vi dica una cosa, amici miei: sempre meglio un amore bizzarro che nessun amore.

Me la caverò, non sono assassini, doveva aver pensato. E subito dopo, chissà, ricordando Old Sparky, poteva aver riflettuto che invece lo eravamo. Io ne ho giustiziati settantasette, più di quanti ne abbiano singolarmente uccisi quelli a cui ho stretto la cinghia sulla sedia, più di quanti siano stati accreditati al sergente York nella prima guerra mondiale.

«Ho fatto alcune cose nella mia vita di cui non vado fiero, ma questa è la prima volta che mi sento veramente in pericolo di finire all'inferno.»
Lo guardai per assicurarmi che non stesse scherzando. Non ebbi questa impressione. «In che senso?»
«Nel senso che ci stiamo preparando a uccidere un dono di Dio», rispose. «Uno che non ha mai fatto male né a noi, né ad altri. Che cosa potrò dire se mi dovessi trovare al cospetto del Padre Nostro Onnipotente e Lui mi chiedesse di spiegargli perché l'ho fatto? Gli rispondo che era il mio lavoro? Il mio mestiere?»

«Non ne posso più del dolore che sento e vedo, capo. Non ne posso più di vivere in strada, solo come un pettirosso sotto la pioggia. Mai un amico da andarci assieme, un amico che mi dice da dove veniamo e dove stiamo andando e perché. Non ne posso più della gente cattiva che si fa del male. Per me è come cocci di vetro piantati nella testa. Non ne posso più di tutte le volte che ho voluto rimediare e non ho potuto. Non ne posso più di stare al buio. Soprattutto è il dolore. Ce n'è troppo. Se potessi smettere di sentirlo, lo farei. Ma non posso.»

Old Sparky mi appare come un tale ordigno di perversità, quando torno con la memoria a quei giorni, una così micidiale invenzione della follia. Fragili come vetro soffiato, siamo noi, anche nelle condizioni migliori. Ammazzarci l'un l'altro con il gas e l'elettricità e a sangue freddo? Che follia. Che orrore.

Tutti noi dobbiamo morire, non ci sono eccezioni, lo so, ma certe volte, oddio, il Miglio Verde è così lungo.


♥ I miei scarabocchi su "Il miglio verde", Stephen King

10 aprile 2013

Il miglio verde, Stephen King

Paul Edgecombe era il capo degli agenti del blocco E del penitenziario di Cold Mountain. È lui che, ormai molto anziano, ospite di una casa di riposo, decide di raccontare che cosa è successo decenni e decenni prima nel reparto in cui lavorava, quello del braccio della morte. Ha bisogno di far conoscere la storia di cui, suo malgrado, è stato protagonista.
Era il lontano 1932 e lui era un quarantenne come mille altri, con una moglie di cui era pazzamente innamorato, Janice, con figli ormai grandi, con colleghi di lavoro che, nella maggior parte dei casi, erano diventati anche amici. Quello che non era normale era il lavoro che faceva Paul: insieme a Dean, Brutal, Harry e Percy sorvegliava i detenuti che attendevano di percorrere l'ultimo miglio della loro vita, quello che a Cold Mountain, a causa del colore del pavimento, era chiamato il miglio verde. Alla fine del miglio verde, ad attendere i condannati a morte, si ergeva terrificante Old sparky, la vecchia scintillante sedia elettrica. Era compito di Paul e della sua squadra anche la vera e propria esecuzione.
Nel 1932 le celle del blocco E erano occupate da due criminali detti Presidente e Capo, dopo la loro esecuzione inizia la vera e propria storia narrata da Paul. Tutto cominciò con l'arrivo al braccio della morte di Delacroix e John Coffey (sì, come il caffè, ma scritto diverso). Del era un ometto francese, assassino di molte persone, che però all'interno di quelle mura tirò fuori tutta la propria umanità, affezionandosi a uno strano topolino con gli occhi neri neri, capace, chissà come, di compiere curiosi giochi circensi. Quel topolino vagava già da un po' al blocco E, si intrufolava spesso nella cella vuota che poi avrebbe occupato Del, tanto da far credere ai carcerieri che, chissà come, quel topolino lo stava proprio aspettando. Delacroix lo chiamò affettuosamente Signor Jingles. Al suo arrivo ebbe un piccolo inconveniente con Percy, l'ultimo carceriere assunto, finito lì grazie alle sue alte conoscenze politiche. Un raccomandato invasato e fanatico, che non mostrava mai il minimo di tatto nel rapportarsi con i detenuti, non vedeva l'ora di picchiare qualcuno, di farlo soffrire, di insultarlo. Percy si prese subito male con Del.
Poco dopo Delacroix, giunse al blocco E John Coffey, accusato di aver stuprato e ucciso le due sorelline Deterrick. Non appena Paul lo vide rimase esterrefatto: John Coffey era l'uomo più grande che avesse mai visto. Un negro gigante accusato di aver commesso un crimine orribile, ma che a Paul non fece paura. Gli strinse addirittura la mano il giorno del suo arrivo, non era mai successo prima che si avvicinasse così tanto a un detenuto del blocco E. John Coffey era un omone con il cervello di un bambino. Aveva paura del buio e piangeva in continuazione. Paul lo guardava e non poteva capire come, un uomo all'apparenza così mansueto, potesse aver compiuto un'azione tanto brutta. Eppure era stato trovato con le mani nel sacco. Quando la polizia l'aveva arrestato lui era lungo le rive di un fiume, con in braccio le sorelline morte, sporche di sangue. Le teneva in braccio e piangeva, urlava. Voleva rimediare, ma era troppo tardi.
Presto arrivò anche un terzo detenuto al braccio E, un giovanotto molto pericoloso, uno che potenzialmente era ritenuto in grado di fare qualsiasi cosa, William Wharton, che amava paragonarsi a Billy the Kid.
Il 1932 fu l'anno in cui Paul rimase vittima di una dolorosissima infezione alle vie urinarie. Fu proprio questa sua malattia, e l'incredibile modo in cui ne uscì fuori, a fargli guardare con nuovi occhi il gigante nero del blocco E. Stava soffrendo da cani il giorno in cui John Coffey lo invitò ad entrare nella sua cella. Nessun carceriere sarebbe mai dovuto entrare da solo nella cella di un detenuto, meno che mai in quella di un detenuto grande e grosso come John, eppure Paul lo fece. Senza sapere forse nemmeno il perché si ritrovò seduto accanto a Coffey. Il gigante assassino posò le mani su Paul per alcuni istanti, poi dalla sua bocca iniziò a uscire uno strano sciame di qualcosa di nero che, nell'aria, diventava bianco fino a sparire. Insieme a quella strana roba era sparito anche il dolore di Paul, non sarebbe mai più tornato. Paul rimase sconvolto, John non piangeva e continuava a ripetergli: l'ho aiutata vero? L'ho aiutata capo. Non c'erano testimoni di quanto accaduto, tutti si accorsero semplicemente del fatto che l'infezione, chissà come, era svanita.
Poco tempo dopo John Coffey ebbe di nuovo modo di mostrare le proprie capacità paranormali. Quel giorno Percy si dimenticò come al solito di camminare al centro del corridoio, sbadatamente si spostò un po' troppo verso il lato della cella di Wharton, che non si lasciò sfuggire l'occasione e lo acchiappò al volo. Tra il dolore e l'umiliazione Percy se la fece addosso e Del, notandolo, lo prese in giro. Percy era ancora sconvolto quando il signor Jingles, per stare dietro ai suoi giochetti circensi, uscì fuori dalla cella di Delacroix. Fu un attimo e Percy lo schiacciò col piede. Del urlava, il topolino era immobile a terra, in mezzo a una chiazza di sangue e, dall'altro lato, John Coffey, dopo aver osservato la scena, disse a Paul di dargli il signor Jingles, finché era ancora in tempo. Fu un attimo e quel topolino moribondo, tra le mani del gigante nero, riprese vita. A parte Percy, tutti gli agenti stavolta furono testimoni del miracolo e di quella strana roba che usciva dalla bocca di John.
Paul Edgecombe non credeva che Coffey fosse davvero colpevole, stava mettendo insieme i pezzi, stava riordinando le idee. John era un uomo che dio aveva mandato sulla terra con una capacità di aiutare le persone incredibile. John poteva aiutare, poteva salvare vite. John non sapeva nemmeno allacciarsi le scarpe, Paul era convinto del fatto che non avrebbe mai potuto violentare e uccidere due bambine.
Paul non si sbagliava, fu lo stesso John a fargli capire chi era il colpevole, fu lo stesso Coffey a usare i suoi poteri per punire i cattivi.
Tutti gli uomini del blocco E erano consapevoli del fatto che avrebbero mandato a morire sulla sedia elettrica un uomo innocente, ma non sapevano come aiutarlo, non potevano dimostrare la verità. Fu ancora una volta lui ad aiutare loro, dicendo che per lui era un sollievo porre fine a una vita così, vissuta in solitudine, con quella sua strana capacità di captare il dolore delle persone.
Quella di John Coffey fu l'ultima esecuzione cui partecipò Paul Edgecombe.
Ormai anziano, alla casa di riposo, ripercorre i passi che lo portarono a quell'ultimo miglio verde percorso insieme al suo ragazzone, che gli assicurò: non espoderai, capo. Aveva ragione. Mentre scrive le sue memorie, Paul Edgecombe ha ben 104 anni, non ha più avuto nessun malanno dopo che John Coffey gli ha posato le mani addosso. E non è l'unico ad essere stato fornito di un elisir di lunga vita dal gigante buono. In una baracca accanto al casolare vive ancora il signor Jingles, un po' acciaccato, ma felice. Sa ancora fare i giochi che gli aveva insegnato Delacroix, quello strano uomo francese, pluriomicida, che si innamorò di un topolino. Paul, ultracentenario, ripensa alla strana morte di Del, a quell'esecuzione per mano di Percy che non ebbe niente di umano. Ripensa alle urla che sentiva John nella stanza di Old Sparky. Ripensa a sua moglie morta in un incidente e pensa ad Elaine, a quanto la ami nonostante l'età. 

Questo è l'unico libro che ho letto di Stephen King. Volevo leggerlo da tanto, ma l'ho letto solo ora. Non ho nemmeno mai visto il film che ne hanno tratto, ma lo farò presto, anche perché il libro mi ha davvero conquistata. Non posso dire che è una bella storia, perché di bello questa storia non ha niente, però davvero mi sono trovata in mezzo agli eventi con una voglia matta di sapere come si sarebbero evoluti.
Il miglio verde non nasce come un romanzo. Ho scoperto leggendo l'introduzione dell'autore che, come faceva Charles Dickens nell'Ottocento, anche Stephen King ha provato a scrivere una storia a puntate, costruita gradualmente. Né i lettori né l'autore dunque sapevano come sarebbe andata a finire: Stephen King ha, di volta in volta, improvvisato.
Per me il risultato è stato ottimo.
A un tratto della lettura, quando era notte fonda e in casa c'era un silenzio tombale, stavo piangendo. Non metaforicamente: stavo piangendo lacrime vere. Piangevo per Paul, per John, per il signor Jingles, per uno Stato che si erge a emblema della democrazia e poi ha ancora la pena di morte. Mentre leggevo della strana esecuzione di Del, letteralmente fritto sulla sedia elettrica, mi sono sentita orgogliosa di vivere in uno Stato dove non c'è nessun miglio verde, dove non c'è nessuna sedia elettrica, dove nessuno viene pagato per porre fine alla vita di altri esseri umani. Leggendo Il miglio verde, pagina dopo pagina, esecuzione dopo esecuzione, mi sono resa conto che anche solo per non avere la pena di morte nel nostro ordinamento dobbiamo sentirci orgogliosi di essere italiani. Sì, siamo un paese disastrato, comico, economicamente problematico, politicamente instabile, MA non abbiamo la pena di morte. E questo io lo trovo giusto. Ho ancora il voltastomaco per la fine di Delacroix. Ancora quella sensazione che mi fa dire che qualunque reato abbia commesso una persona non la rende meritevole di essere uccisa in quel modo da uno Stato. Capisco la voglia di vendetta di chi è stato toccato personalmente da crimini in nessun modo giustificabili, ma non vorrei mai uno Stato che facesse della vendetta la sua bandiera.
La giustizia, per come la vedo io, non passa per la pena di morte.
E se avessi avuto dei dubbi a riguardo (ma non li avevo) questo libro me li avrebbe certamente chiariti.


♥ Le frasi che ho sottolineato

7 aprile 2013

Finché le stelle saranno in cielo, Kristin Harmel


Hope ha un nome che guarda con ottimismo al futuro, ma lei del futuro non sa più che farsene. Ha trent'anni, una figlia adolescente, un ex marito di nuovo accompagnato, una pasticceria ereditata, una nonna malata di Alzheimer. Hope aveva altri progetti per la sua vita: diventare avvocato per esempio, eppure adesso si ritrova così, con una vita che non è affatto come l'aveva disegnata lei anni prima. Adesso si ritrova sola, con una vita che poteva andare ma non è andata. Ha una montagna di debiti, una madre morta, una nonna che non la riconosce quasi più e una figlia che la odia. Nessun uomo accanto. Troppo tardi per tornare ai piani iniziali, troppo presto per rinunciare a vivere.
Per fortuna anche nei tempi più bui si nasconde una luce inattesa, forse è così per tutti, sicuramente lo è stato per Hope. A regalarle quella luce nel buio è stata sua nonna Rose, malata d'Alzheimer, che tutte le sere guarda il cielo, aspettando che le stelle spuntino. Qualcuno, tanti tanti anni prima, le aveva detto che l'avrebbe amata finché le stelle sarebbero state in cielo e Rose non ha mai dimenticato né quella promessa né quel qualcuno così importante per lei, Jacob. Se ha avuto una vita lo deve a lui e se anche non ha mai parlato a nessuno del loro amore non l'ha mai dimenticato.
Rose ormai è anziana e malata. L'Alzheimer le sta portando via ogni ricordo, così prima che sia troppo tardi, prima che ogni nome scompaia dalla sua memoria ballerina, mette in mano a sua nipote Hope una lista di nomi, i nomi dei suoi famigliari. Le chiede di scoprire che cosa ne è stato. Hope non ha mai saputo della loro esistenza, per tutta una vita sua nonna non ha mai tirato fuori quei nomi, perciò è un po' titubante di fronte alla sua strana richiesta. Per fortuna c'è sua figlia Annie che la sprona, anche con arroganza, a provare ad accontentare la nonna. Per fortuna c'è anche Gavin, il tuttofare di Cape Cop, che sa come aiutarla. Non appena legge quei nomi ha il sospetto che possano essere nomi ebrei. La rivelazione lascia Hope completamente di stucco, lei ha sempre saputo che sua nonna fosse cattolica, eppure in un raro momento di lucidità è proprio lei, Rose, a rivelarle le sue vere origini. È cattolica sì, ma è anche ebrea e musulmana.
Poco convinta Hope lascia la sua casa e la sua pasticceria alla volta di Parigi, la città da cui viene la nonna, la città dove sono rimasti impigliati quei nomi della lista. Percorre le strade percorse da una giovanissima Rose, cerca informazioni nei musei dedicati all'olocausto, ritrova addirittura Alain, il fratellino di sua nonna. È l'unico della famiglia ad essersi salvato. Gli altri sono stati tutti sterminati dai tedeschi in quegli anni tremendi della seconda guerra mondiale. È lui che con il cuore spezzato racconta a Hope che cosa succedeva negli anni bui della shoah.
All'epoca Rose era una ragazzina, vagava allegra per Parigi, spesso aveva Alain con sé. C'era anche lui il giorno in cui sua sorella conobbe l'amore della sua vita, Jacob. Era bello, forte, antinazista. La scintilla tra i due fu immediata. Rose e Jacob si amarono di un amore vero e puro, eterno. E mentre il loro amore cresceva, la follia al potere degenerava. Jacob aveva saputo da fonti certe che i tedeschi avrebbero rastrellato e deportato tutti gli ebrei e pregò Rose di fuggire insieme alla sua famiglia. Lei era sicura che Jacob sapesse la verità, perciò provò in tutti i modi a convincere suo padre a scappare con tutta la famiglia, ma lui non le credette. Con la morte nel cuore la giovane Rose non poteva far altro che lasciare la sua famiglia e andare via, da sola, senza nessuno dei suoi fratelli, senza i suoi genitori, senza Jacob che doveva aiutare altre persone. Lei doveva andare. Doveva provare a salvare se stessa e la vita che custodiva segretamente nella sua pancia. Finché le stelle sarebbero state in cielo Jacob l'avrebbe amata, perciò lei non doveva avere paura, si sarebbero ritrovati al di là del mare, in un paese libero, dove ad accoglierli ci sarebbe stata una donna con una luce in mano. Rose si armò di coraggio e la notte prima del rastrellamento lasciò casa sua. Ad aiutarla fu una famiglia musulmana che aveva una pasticceria lungo le rive della Senna. Proprio in quella pasticceria, nascosta al mondo, Rose imparò a fare molti di quei dolci che poi ripropose con successo a Cape Cod, dolci che poi aveva tramandato alle donne della sua famiglia, prima a sua figlia e poi a sua nipote.
Mentre Hope è in Francia Rose ha un ictus. Con il cuore colmo d'amore Hope prende l'aereo per tornare a casa insieme ad Alain, che ancora non crede che Rose non sia morta per mano dei tedeschi.
Hope torna e quel buio da cui era partita qualche giorno prima sembra essersi dissipato. Adesso conosce le sue origini. Adesso conosce la storia della sua famiglia. Adesso sa di essere ebrea anche lei. Adesso sa che Ted, l'uomo che per tutta la sua vita ha chiamato nonno, non era il suo vero nonno. Adesso sa che sua nonna ha vissuto una vita che non era la sua, accanto a un uomo che non aveva mai amato quanto Jacob. Un uomo che però le aveva offerto la salvezza, oltre l'oceano, in un paese libero. Rose voleva solo che il frutto dell'unico amore della sua vita nascesse e per questo sposò un uomo che le offriva amore, sicurezza e l'America. A Cape Cod aprì la sua pasticceria e continuò a preparare per decenni dolci di tutte le religioni, convinta com'era di appartenervi. Perché dio è sempre lo stesso, sono gli uomini che creano le differenze.
Hope torna a casa con la consapevolezza di quello che è stata per la sua famiglia la pasticceria che adesso gestisce lei. Torna a casa sapendo che quel principe con cui la nonna riempiva le favole che le raccontava da bambina non era altro che Jacob. Jacob è vissuto così, nella vita di Rose, come in una gigantesca favola. E le favole hanno sempre il lieto fine. Anche Hope, che nell'amore aveva smesso di credere, all'improvviso decide di voler lottare per scrivere questo vissero felici e contenti accanto ai nomi di Rose e Jacob. Lo cerca insieme a Gavin. Lo trova al crepuscolo di una sera qualunque, intento a guardare le stelle del cielo. Quando quell'uomo anziano ed elegante si gira verso di lei non ha dubbi: è lui. Il padre di sua madre, morta senza sapere della sua esistenza. Suo nonno. Ha gli stessi occhi, gli stessi lineamenti di sua figlia Annie.
Ogni favola ha il suo lieto fine e anche Jacob e Rose ce l'avranno. Saranno per sempre insieme, in una terra libera dove sono arrivati separatamente tanti tanti anni prima.
E anche Hope avrà il suo, di lieto fine. Dopo aver appreso tutta la storia della vita di sua nonna non può continuare a credere che l'amore, quello vero, non esista.

Finché le stelle saranno in cielo è un libro scorrevole, dolce, romantico, fiabesco. L'Olocausto è solo un pretesto per narrare un grande amore, un amore eterno.
Non sono esattamente una lettrice amante dei romanzi così tanto zuccherosi, ma questo sì, mi è piaciuto molto. Un amore come quello di Rose e Jacob non credo capiti tutti i giorni, è più facile forse trovarsi nella situazione di Ted, innamorato di una donna che sapeva non sarebbe mai stata davvero, completamente, sua.
Razionalmente credo che questa storia sia troppo perfetta, troppo costruita a tavolino, troppo smielata. Razionalmente penso che ogni pezzettino del puzzle si sia incastrato fin troppo bene con gli altri.
Razionalmente credo che questa storia non descriva pressoché niente dell'Olocausto.
Ma.
C'è un ma. Quando una storia emoziona, emoziona e basta. Quando succede tutti i "razionalmente" non contano più. E questa storia sì, mi ha emozionato, tanto.

♥ Le frasi che ho sottolineato

3 aprile 2013

Finché le stelle saranno in cielo, frasi [Kristin Harmel]

«Chérie, guardo scomparire le stelle», spiegò dopo un minuto.
«Perché?» domando io.
«Perché anche se non riesci a vederle sono sempre là» disse. «Si stanno solo nascondendo dietro il sole.»
«E con questo?» replicai timidamente io.
Lei mi lasciò andare e si chinò per guardarmi negli occhi. «Tesoro mio, è bello rammentare che non sempre hai bisogno di vedere qualcosa per sapere che c'è.»

«Finché le stelle saranno in cielo io ti amerò.»

Alcuni segreti non si possono rivelare senza distruggere un'intera vita.

«Perché dovresti voler essere mio amico?»
«Per lo stesso motivo per cui chiunque vuole essere amico di qualcuno», risponde. «Perché mi piaci.»

«Sì, sono ebrea», dichiara. «ma sono anche cattolica.» Dopo una breve pausa aggiunge: «E anche musulmana».
«Mamie, cosa vuoi dire?» domando, tentando di impedire alla mia voce di tremare. «Non sei musulmana.»
«Non è la stessa cosa? È l'umanità a creare le differenze. Ma questo non significa che non sia sempre lo stesso Dio.»

A volte si chiedeva se lo sforzo di dimenticare non avesse fatto sì che le reminiscenze sopravvivessero intatte, nello stesso modo in cui conservare per anni un documento in un contenitore ermetico e buio poteva impedirgli di sgretolarsi.

Doveva creare una famiglia perché quella che aveva avuto era scomparsa per sempre.

Era stato nella sinagoga dove era cresciuta. Rose rimase profondamente addolorata sentendogli dire che era stata distrutta durante la guerra ma che l'avevano ricostruita come nuova. A quel punto di rese conto che Ted non capiva che le cose, quando venivano ricostruite, non erano più le stesse. Non si poteva riavere ciò che era stato distrutto.

Rose annuì e distolse lo sguardo dal marito. Non voleva piangere. Non poteva piangere. Dentro ero già morta, e piangere avrebbe significato vivere. E come poteva vivere senza Jacob?

Sapeva che per preparare paste così bisognava essere buoni e gentili. Il cuore di una persona traspariva sempre dai dolci che cucinava, e se c'era oscurità nella sua anima ci sarebbe stata anche nelle sue paste.

«Voglio dire che l'amore è tutt'intorno a noi», afferma lui. «Ma più diventiamo vecchi, più lo troviamo sconcertante. Più sono le volte in cui siamo rimasti feriti e più ci risulta difficile riconoscerlo, accoglierlo nei nostri cuori e crederci davvero. E se non riusciamo ad accogliere l'amore, non possiamo mai provarlo davvero.»

Aspettarsi cose belle porta sempre a soffrire.

«Questo è proprio il tuo modo di evitare le cose. Non si può non fare nulla perché si ha paura di restare feriti.»

«È vero, è un rischio che corri,» afferma. «Ma la vita consiste nel correre rischi. Come puoi vivere, altrimenti?».

«Hope non puoi affrontare la vita rispettando tutte le regole e facendo tutto quello che ci si aspetta da te senza pensare a te stessa. È così che ci si sveglia a ottant'anni e ci si rende conto di essersi lasciati sfuggire tutte le occasioni della vita.»

Nessuno ha la vita che si aspettava, ma è il modo in cui ci si adatta alle difficoltà a determinare se si è felici o no.

Quando era più giovane, non si era resa conto che il destino può essere deciso in un solo istante, che le scelte più insignificanti possono plasmare la tua vita. Adesso lo sapeva, ma era troppo tardi, troppo tardi per cambiare alcunché.

Ora so che il principe esiste davvero, che le persone che ami possono salvarti e che il destino potrebbe avere per tutti un piano più vasto di quanto riusciamo a capire. Ora so che le fiabe possono diventare realtà, se soltanto hai il coraggio di continuare a crederci.

«Non ho bisogno di nessuno. Non l'ho mai avuto.»
«Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci ami».

Il semplice fatto che l'amore esista non significa che io sia capace di provarlo.


♥ I miei scarabocchi su "Finché le stelle saranno in cielo", Kristin Harmel

Liebster Award

Ringrazio Maria, autrice del blog Start from Scratch, per aver premiato i miei scarabocchi con il Liebster Award. Non sono felice solo per il premio, ma anche per le belle cose che ha scritto anche di me e di questo blog. Grazie!
Ecco le regole del gioco (copiate pari pari da Maria):
· chi riceve il premio deve “ringraziare” chi gliel’ha assegnato citandolo nel post;
· rispondere alle undici domande poste dal blog che ti ha premiato;
· scrivere undici cose su di te;
· premiare undici blog che hanno meno di 200 followers;
· formulare altre undici domande, a cui le altre blogger dovranno rispondere;
· informare i blog del premio.

Ecco le undici domande di Maria e le mie risposte.
1. Domanda di rito: film, canzone e libro preferito. Film preferito direi "La meglio gioventù", è quello che mi è venuto in mente per primo. Sul libro sono un po' più dubbiosa...diciamo "Venuto al mondo" della Mazzantini. In questo periodo mi piace molto ascoltare "Quel posto che non c'è" dei Negramaro, una canzone preferita in assoluto non ce l'ho, vado a periodi.
2. Un’abitudine, negli altri, che proprio non sopporti? Quando pretendono rispetto senza rispettare.
3. Se dovessi descriverti attraverso un verbo, quale sceglieresti? Scricchiolare. In questo periodo mi sento molto così, incerta e fragilina. 
4. L’ultimo concerto al quale hai partecipato? Vecchioni e PFM, ormai quasi due estati fa.
5. La meta ideale per un viaggio? Il mio sogno è andare a Capo Nord.
6. Hai mezz'ora di tempo tra un impegno e l’altro, come la occupi? Leggo oppure mi dedico a qualche lavoro all'uncinetto.
7. In quale periodo storico avresti voluto vivere? Gli anni Sessanta esercitano un grande fascino su di me, quindi sì, mi sarebbe piaciuto anche viverci.
8. C’è una città che, per qualche motivo particolare, ti è rimasta nel cuore? Firenze è la più bella città che ho visto, ci sono stata la prima volta nel 2006 quando c'erano tutte bandierine tricolori lungo l'Arno per via dei mondiali vinti e poi ci sono tornata varie volte, con i compagni di classe soprattutto.
9. Dolce o salato? Cucino più volentieri i dolci, ma mangio di tutto!
10. In cosa il tuo blog si distingue dagli altri? Perché è il mio e io sono diversa da tutti gli altri. 
11. E’ nato prima l’uovo o la gallina? E perché si spera nel rosso di sera? E perché l’uva, una volta che la volpe c’arriva, diventa acerba?!? Tre domande in una sono troppe. Mi rifiuto di rispondere! :D Comunque per quanto riguarda la prima ho un proverbio da citare, ma che non ha risolto i miei dubbi. Eccolo: quando a dio piacque, cadde l'uovo dal cielo e la gallina nacque. Dunque che cosa se ne può dedurre? Chi è nato prima?

Undici cose di me:
1. Adoro cucinare.
2. Sono pigra, non pratico nessuno sport, non vado in palestra. Ogni giorno però faccio una bella passeggiata all'aria aperta.
3. Ho fatto il liceo scientifico, andavo pazza per la matematica in quegli anni.
4. Odiavo le Barbie, preferivo Ciccio Bello.
5. Non bevo quasi mai il latte, ma sono ginseng dipendente ormai.
6. Sono una giovane zietta.
7. Sono le sei e mezza, fuori è ancora un po' giorno, ma io ho già le pantofole ai piedi.
8. Vivo in aperta campagna.
9. Sono tremendamente disordinata.
10. Piango per le cavolate.
11. Amo la pioggia d'estate.

[Non so per quale motivo non ho pubblicato questo post il giorno in cui l'ho scritto, ormai un paio di settimane fa. È rimasto per sbaglio tra le bozze.]
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