29 maggio 2013

Il Vangelo di un utopista, Don Andrea Gallo

Ho iniziato a leggere Il vangelo di un utopista prima che il Don morisse, essendo però questo un libro diviso in capitoli che non bisogna secondo me leggere necessariamente in ordine, ammetto di averlo iniziato quasi dalla fine, dal capitolo che più mi interessava, così a naso, quello che ho ricopiato qui qualche giorno fa: il quinto Vangelo del Don, dedicato alla Costituzione. Il mio naso aveva sentito bene, quel quinto vangelo di Don Gallo è senza dubbio il mio preferito, posso dirlo con cognizione di causa ora che li ho letti tutti.
Il Don scrive qui i suoi sei vangeli, dedicati a sentimenti davvero nobili, condivisibili sia dai veri credenti come lui sia da quelli che magari non credono in dio, come me, ma credono nelle persone, nella speranza, nella solidarietà, nella libertà. Concetti bellissimi quelli di Don Andrea Gallo, molto più laici dei concetti espressi dai politici, spesso prostrati senza alcuna dignità ai piedi del Vaticano, lontani anni luce dai veri valori cristiani.
Quello di questo utopista dal volto segnato dal tempo è stato il primo vangelo che ho letto nella mia vita, forse avrò letto qualche brano dei vangeli di Luca, Matteo, Marco e Giovanni, ma per intero ho letto solo il Vangelo di Don Gallo. E forse è il più adatto a me, utopista un po' anch'io, come lui.
Nel portare da oltre cinquant'anni il messaggio di Gesù, sempre sulla strada, sul marciapiede, sempre in mezzo agli ultimi, ho messo insieme i miei cinque Vangeli. Che cos'è il Vangelo? Il Vangelo è vita, è liberazione, è il gusto e il rischio della vita .
Ma il Vangelo è anche vigna e vino, che nondimeno sono necessari per vivere: è bello, infatti, che le donne e gli uomini della terra, specialmente i giovani, possano godere della gioia e della festa della vita. 

Il messaggio evangelico viene da una vite forte, Gesù, e produce un vino ottimo. Non vuole proibire: la soluzione non sta nel divieto.
Ecco i sei capitoli in cui è diviso il libro, sei capitoli per sei vangeli raccolti per strada, dove il Don amava stare:
Primo Vangelo: Un'unica famiglia umana
Secondo Vangelo: La Pace
Terzo Vangelo: L'utopia
Quarto Vangelo: La sobrietà
Quinto Vangelo: La Costituzione
Sesto Vangelo: De André e Balducci
Oltre al quinto vangelo, di cui non parlerò ancora, tanto si può leggere per intero direttamente qui, ci sono molte riflessioni del Don che condivido completamente. Spesso mi sono ritrovata a sorridere bonariamente, pensando che è proprio il colmo che, ad esempio, sulla questione del crocifisso negli edifici pubblici mi trovo d'accordo con un prete e non con persone che dovrebbero essere più laiche. Ecco cosa scrive il Don a questo proposito nel suo primo vangelo:
Ricordate il dibattito sulla questione del crocifisso nelle scuole? Qualche anno fa il movimento universitario leghista ha chiesto al rettore dell'Università di Bergamo l'urgente acquisto di crocifissi da appendere alle pareti delle aule dell'ateneo statale.Si strepitava con orgoglio padano: «Il crocifisso è simbolo di valori cristiani, ultimo baluardo di fronte al fondamentalismo», come se fossimo alla vigilia di una guerra di religione, come se si stesse per partire per una battaglia di Lepanto. Ma il crocifisso bisogna portarlo nel cuore, o appenderlo ai muri di uno spazio pubblico, anche quando la sua presenza non esprime un sentimento condiviso? La fede è forse salva, in questo modo? Gesù, umile e mite di cuore, non si è mai imposto a nessuno, mentre noi abbiamo la pretesa di appenderlo sul muro delle classi e degli edifici pubblici.Mi domando ancora: se in questi luoghi non c'è il crocifisso, un cattolico viene meno alla sua fede e forse è esentato dal praticare quotidianamente, tra i fratelli, i consigli evangelici? C'è vera relazione tra il crocifisso "ostentato", magari con sentenza del magistrato, e la testimonianza cristiana? 
[...] Dal famoso "caso del crocifisso" emerge in modo chiaro una politica - non solo leghista - incolta, arrogante e accomodante, pronta a riconoscere per il proprio tornaconto elettorale l'utilità sociale della religione.
Io la penso esattamente così.

Mi ha particolarmente colpito anche la parte in cui Don Gallo parla direttamente dell'utopia, spiegando che cos'è, all'inizio del terzo vangelo:
Mio fratello mi diceva che ero un utopista. Eppure era una persona saggia! L'utopia, nella concezione generale, indica qualcosa che non si potrà mai raggiungere, non si potrà mai realizzare. Ma lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano ce ne spiega il senso: Lei è all'orizzonte. [...] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare. L'utopia è questo: quando sei convinto che a trecento metri ci sia quello che vuoi raggiungere, li percorri e ti rendi conto che l'utopia è trecento metri più in là, e così via. Per questo ti dici:«Allora è veramente irrealizzabile». Invece no, perché c'è un aspetto positivo: che si sta camminando, e quindi l'utopia si realizza strada facendo.
La trovo una definizione meravigliosa, di una semplicità disarmante eppure estremamente vera. L'ho letta e ho pensato: cavolo, ha ragione, è quello che sento io, dentro di me, solo che non l'avevo mai pensato e detto così bene. Da oggi mi terrò piantate nel cuore queste parole, orgogliosa di essere troppo utopista per molte persone.

Infine mi ha conquistata anche il sesto, e ultimo, vangelo che Don Gallo dedica a due persone da lui definite miti ribelli: De André ed Ernesto Balducci. Non sapevo chi fosse Balducci fino a ieri, ora so che era un sacerdote che piaceva al Don, un sacerdote nato sull'Amiata, a Santa Fiora precisamente, il paese dei minatori. Balducci veniva da una famiglia semplice, povera, al contrario di De André che invece aveva alle spalle l'ambiente borghese di Genova. Non era facile, scrive il Don alla fine, scegliere la barricata per questi due miti ribelli, suoi punti di riferimento importanti. Non era facile per Balducci, che era un religioso. E non era facile per De André, che era un borghese. Invece entrambi hanno preferito mettersi in cammino lungo percorsi inesplorati, perché entrambi erano degli utopisti. Come il Don.
Questo Vangelo, così come tutto il libro, profuma di cose belle, di persone belle, che non si sono mai messe su un piedistallo, che non sono mai salite in cattedra a proclamare la propria verità.
Né Ernesto, né Faber ci hanno mai detto: «È così», ma tutt'al più: «Io la vedo così». È troppo poco? Secondo me è tantissimo, dato che quello che vedevano e ci mostravano è ciò che veniva e viene ancora nascosto da tutti: dal governo, dallo Stato, dalla Chiesa, dalla televisione, dai partiti, dai padroni. Non indicavano la strada, ma ci hanno convinti nella nostra capacità di scegliere gli ultimi.
Già, gli ultimi. Quelli che anche se non sono gigli sono comunque figli vittime di questo mondo. Quelli considerati letame dalla società, quel letame da cui, la natura e De André insegnano, nascono i fiori. Questo sesto capitolo profuma di parole che non potrò mai ascoltare dal vivo. Di smisurate preghiere, di un Gesù dalle grandi virtù, ma al tempo stesso umano, di un Gesù che muore come tutti gli uomini cambiando colore. Di un buon Dio nel cui regno non può esistere l'inferno.
Lo cantava De André, in Preghiera in gennaio, lo ribadisce ancora Don Gallo in uno dei suoi vangeli: l'inferno non c'è. Non ci credete.

Concludo la lunga parentesi dedicata a questo libro, anche piuttosto piccino, con una frase che sintetizza alla grande, secondo me, la grandezza del pensiero di quest'uomo, religiosamente laico, che sicuramente ci mancherà moltissimo:
 Il messaggio di Gesù è che prima della fede viene l'etica, cioè il comportamento di ciascuno.

♥ Le frasi che ho sottolineato

Il Vangelo di un utopista, frasi [Don Gallo]


Primo Vangelo. Un'unica famiglia umana.
Ricordate il dibattito sulla questione del crocifisso nelle scuole? Qualche anno fa il movimento universitario leghista ha chiesto al rettore dell'Università di Bergamo l'urgente acquisto di crocifissi da appendere alle pareti delle aule dell'ateneo statale.Si strepitava con orgoglio padano: «Il crocifisso è simbolo di valori cristiani, ultimo baluardo di fronte al fondamentalismo», come se fossimo alla vigilia di una guerra di religione, come se si stesse per partire per una battaglia di Lepanto. Ma il crocifisso bisogna portarlo nel cuore, o appenderlo ai muri di uno spazio pubblico, anche quando la sua presenza non esprime un sentimento condiviso? La fede è forse salva, in questo modo? Gesù, umile e mite di cuore, non si è mai imposto a nessuno, mentre noi abbiamo la pretesa di appenderlo sul muro delle classi e degli edifici pubblici.Mi domando ancora: se in questi luoghi non c'è il crocifisso, un cattolico viene meno alla sua fede e forse è esentato dal praticare quotidianamente, tra i fratelli, i consigli evangelici? C'è vera relazione tra il crocifisso "ostentato", magari con sentenza del magistrato, e la testimonianza cristiana? 
[...] Dal famoso "caso del crocifisso" emerge in modo chiaro una politica - non solo leghista - incolta, arrogante e accomodante, pronta a riconoscere per il proprio tornaconto elettorale l'utilità sociale della religione.

La Repubblica italiana, con la sua Costituzione, è democratica, laica, antifascista (non è un optional, l'antifascismo, per nessun cittadino).

Non sappiamo più «dare a Cesare quel che è di Cesare» e lo vogliamo dare a Dio.

Vorrei con tutto il cuore che la mia amata Chiesa cattolica, della quale sono presbitero da oltre cinquantanni, non volesse mai avere un "posto speciale" nella storia. Essa è sale, è lievito, è chicco di grano. Non ha nulla da spartire con il Potere .
Gesù non ha scelto il Palazzo, ha scelto di nascere in una mangiatoia.

C'è un ampio spazio per i credenti di tutte le religioni, e anche per i non credenti, nella nostra laicità del villaggio globale.

Non spetta alle religioni (e qui parlo della religione cristiana) definire o reggere la società, cadendo magari nella deriva del fondamentalismo o peggio dell'integralismo, come la storia insegna.

Il messaggio di Gesù è che prima della fede viene l'etica, cioè il comportamento di ciascuno.

 Il Male sta dove manca la speranza del Bene. Come diceva papa Giovanni, nella Pacem in terris: «Non ascoltate i profeti di sventura» .

Secondo Vangelo. La Pace.
Caro Gesù, aiutaci a ottenere un'obiettiva radiografia della nostra classe politica. Mediamente essa è incolta, disinformata e intimorita, soprattutto sulla scelta della pace. [...]
È arrogante e debole nell'affrontare il problema dell'informazione, del lavoro, delle pensioni, dei giovani, del sociale. È specialista in tagli, convinta di rispondere a una cittadinanza e a un elettorato incapace di intendere e volere.

Vogliamo l'impegno contro tutte le ingiustizie, con il rispetto delle diversità e delle alterità, per lasciare spazio a molteplici forme di democrazia in sintonia con le diverse culture e tradizioni, secondo il principio di autodeterminazione dei popoli.

Fortemente spero in una giustizia mondiale, e allora vi auguro di diventare tutti più poveri, perché non ci potrà essere giustizia mondiale se non saremo tutti più sobri, più parsimoniosi, più poveri, più giusti, in tutti i nostri pensieri, in tutti i nostri rapporti e progetti.

Terzo Vangelo. L'utopia.
Mio fratello mi diceva che ero un utopista. Eppure era una persona saggia! L'utopia, nella concezione generale, indica qualcosa che non si potrà mai raggiungere, non si potrà mai realizzare. Ma lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano ce ne spiega il senso: Lei è all'orizzonte. [...] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare. L'utopia è questo: quando sei convinto che a trecento metri ci sia quello che vuoi raggiungere, li percorri e ti rendi conto che l'utopia è trecento metri più in là, e così via. Per questo ti dici:«Allora è veramente irrealizzabile». Invece no, perché c'è un aspetto positivo: che si sta camminando, e quindi l'utopia si realizza strada facendo. 

Uno dei grossi difetti della Bibbia è che chiunque, stralciandone alcune frasi, ne può parlare. Pensate a Hitler: nella fibbia del cinturone dei nazisti c'era la scritta «Got mit uns» (dio con noi). Se non è una bestemmia questa!? La Chiesa sarebbe dovuta intervenire, dicendo che non era possibile scrivere questa frase.

Certi problemi di fondo, come quello, per esempio, se Dio c'è o no, bisogna collocarli a livello della speranza.
Non vi so dire se Dio c'è o no, ma voglio sapere in che cosa sperate.
Se voi avete una speranza timida, Dio non esiste .
Se voi non sperate in niente, Dio non c'è .
E se voi non sperate in niente e andate in chiesa per pregare Dio, il vostro Dio è un idolo perché il volto di Dio è la misura stessa della vostra speranza nella giustizia, nella pace.
Sperate nell'impossibilità, perché Dio è oltre l'impossibile.
[...]Il Dio di cui tento di parlare (Gesù, l'incarnazione) è nell'orizzonte della speranza del regno: cieli nuovi e terre nuove. Il regno che è già ma non ancora. Ecco perché è soprattutto il Dio dei poveri e a Betlemme, dove Gesù è nato, circondato da poveri appunto: Maria, Giuseppe, i pastori, i contadini. Per nascere non ha scelto il Palazzo, ha preferito la mangiatoia (così ci dice Luca nel suo Vangelo). È un bambino che nasce a quota zero .
Non perché sia un Dio classista ma perché il povero "vero" coscientizzato è colui che riesce ancora a sperare e sognare in un mondo migliore della Terra. Il povero è colui che ha una speranza sciolta da tutte le condizioni, mentre quando noi speriamo, troppo spesso, speriamo sempre e solo purché ci sia garantito ciò che già abbiamo.

Quarto Vangelo. La sobrietà.
Dalla sobrietà nasce la solidarietà, cioè l'arrivare a pensare agli altri. Vi faccio un esempio: io se ho quattro panini penso: "Magari con due posso anche farcela, e il resto lo posso dare a chi non ha niente". Ecco che dalla parsimonia, dalla sobrietà, si passa alla solidarietà .

Se io vado in un museo o in una mostra di grandi quadri d'autore e deturpo un'opera d'arte, mi mettono in galera e hanno ragione. Mentre chi arriva con un progetto devastante, in un'ansa naturale, e va a colpire la natura? La risposta a questi progetti dovrebbe essere: «Sii sobrio, facciamone a meno di queste infrastrutture, e rispettiamo la natura». Sobrietà infatti vuol dire anche rispettare tutto quello che costituisce la natura, che è di tutti, cioè la terra.
Il dieci per cento degli italiani è proprietario del cinquanta per cento della ricchezza nazionale. Io sono in quel novanta per cento che non la possiede, e assieme a quelli come me dobbiamo distribuirci l'altro cinquanta per cento. E questa non è sobrietà, non è equità.

In una convivenza di più persone, se ognuno è sobrio si ha una distribuzione equa. Non si tratta di tornare al tempo delle caverne, ma di vivere di ciò che è necessario. Il che comporta un equilibrio, una verifica, e porta poi a una serenità umana. L'equità è fondamentale, la proprietà ha un senso solo se serve in vista di un'equità generale, non deve servire solo per l'arricchimento di pochi.

Quinto Vangelo. La Costituzione.
Siamo all'eutanasia della democrazia.

Tutte le volte che sentite parlare dell'inferno e di Dio con un aspetto punitivo o vendicativo non credeteci! 

Abbiamo conquistato la democrazia, pensate all'Assemblea costituente, a quell'unità: c'era la matrice comunista, la matrice socialista, la matrice cattolica, la matrice liberale, la matrice repubblicana, la matrice del partito d'azione, anche la matrice monarchica, e ne è venuto fuori un patto nazionale: la Costituzione.

Ero in una chiesina lì al porto a pregare: «Mio Dio, mio Dio, non mi far morire democristiano!» Mi ha accontentato! Dopo un po' mi dissero che c'era il cosiddetto CAF, Craxi-Andreotti-Forlani, e allora pregavo: «Mio Dio, mio Dio, non mi far morire caffiano»; dopo un po' spunta anche il cavaliere, e gridavo ancora più forte: «Mio Dio, mio Dio non mi far morire berlusconiano, piuttosto divento musulmano!» Poi è arrivato Prodi eccetera... Adesso cosa dico al padre eterno? Gli dico che abbiamo proprio una serie di situazioni corrotte da tutte le parti.

«Il più alto tra voi sia il servo dei fratelli e delle sorelle».
Servitore. Quindi se uno va in politica è come tale che deve percepirsi.

Io voglio sempre mettermi in discussione! Io domani voglio essere più uomo, più umano, più cristiano, più prete, più anticapitalista, antifascista, più non violento, ogni giorno! La sintesi della Costituzione è che l'Italia è una Repubblica, res publica, di tutti e non di Arcore, Grazioli. L'Italia è democratica, demos è il popolo, tocca a noi!
Non abbiate paura. Deve rinascere tutto! Perché i partiti stanno lì, e non ascoltano? Sanno di essere allo stremo e per non rianimarsi non ascoltano. Non ascoltano i giovani, non ascoltano gli operai, non ascoltano niente! L'Italia è democratica, ve lo dice un prete: tutte le volte che la mia Chiesa è contro Gesù e cerca di interferire continuamente, come nella bioetica, bisogna dire no! La costituzione è laica, non si può ignorare. Ed è antifascista.
Per questo la considero un mio Vangelo: è una voce, una poesia, è la mia colonna sonora che si ispira agli ultimi, è non violenta, è anticapitalista!

Sesto Vangelo. De André e Balducci.
Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità.

Dopo la scomparsa di De André, Dori Ghezzi disse: «Ora Fabrizio è di tutti». Giusto.
Si può certamente dire lo stesso anche di Balducci.
Questi due "cattivi maestri" sono di tutti coloro che cercano la giustizia, la pace, l'uguaglianza.
Ernesto, così come Fabrizio, era un mite ribelle. I miti ribelli sono poco appariscenti, ma hanno una lunga tenuta. Si dissolvono per autocombustione e tornano sotto forma di "brace", capace di provocare incendi clamorosi nei palinsesti delle coercizioni di Stato, dei padroni, delle Chiese.
Questi "compagni di strada", così presenti e paralleli allo scorrere del tempo, sono stati sordi a qualsiasi moda, a qualsiasi trappola omologante, a qualsiasi nouvelle vague del pensiero debole.
Al contrario, hanno partecipato ai tentativi di defenestrare gli ammiragli, onorare i pirati, liberare la ciurma. E soprattutto mi colpisce il modo in cui l'hanno fatto. Né Ernesto, né Faber ci hanno mai detto: «È così», ma tutt'al più: «Io la vedo così». È troppo poco? Secondo me è tantissimo, dato che quello che vedevano e ci mostravano è ciò che veniva e viene ancora nascosto da tutti: dal governo, dallo Stato, dalla Chiesa, dalla televisione, dai partiti, dai padroni. Non indicavano la strada, ma ci hanno convinti nella nostra capacità di scegliere gli ultimi.

Oggi viviamo un senso di depressione e di smarrimento per le condizioni in cui versa la vita pubblica in Italia e nel mondo. La classe politica è ormai un'ultracasta, una casta de luxe. La mia amata Chiesa è sconvolta da accuse di pedofilia, da mancanza di verità umane, concentrata nel suo ruolo secolare.

Ernesto e Fabrizio ci dicono che l'unica politica possibile consiste nell'incarnarsi nella vita dei poveri e degli esclusi, non per essere tutti travolti e abbassati, ma per vivere insieme a loro la liberazione reale.

L'integrazione è nel rispetto di tutte le culture, quando uno fa guerra all'altro di un'altra cultura per difendere la propria identità vuol dire che la sua identità è fragile, perché non sa veramente ascoltare quello che l'incontro può portare.

Fabrizio ed Ernesto arrivano da ambiti diversi ma hanno scelto la barricata. Non era facile per un religioso; non era leggero per un signorino di buona famiglia. Ma loro hanno creduto nell'utopia.

26 maggio 2013

Sempre di domenica #1 [soprattutto di pioggia e di Pippo e Matteo]

Domenica piovosa. Ma strano. Proprio non ci si crede.

Il Bayern Monaco è campione d'Europa da ieri sera, grazie anche a quel portiere fenomenale che si ritrova. L'ho intravista la partita, mentre fuori pioveva e stavo in pigiama accanto al fuoco acceso, l'ho intravista con un interesse per le sorti della partita pari zero, più o meno. Tifavo contro il Bayern comunque, così...tanto per schierarmi da qualche parte. Adesso tifo contro la Lazio, non che mi mi interessi di più chi vincerà la Coppa Italia rispetto a chi ha vinto la Champions League. Così, tanto per. Di nuovo.
Ieri sera, mentre i rossi del Bayern e le api del Borussia correvano dietro al pallone, ascoltavo la telecronaca mentre leggevo qualcosa su internet. Navigavo così, senza una meta, come mi piace fare, a volte. Qualche tempo fa in questo modo, per caso, ho trovato il link di un blog, quello di The blooker, e lì c'ho trovato dentro una rubrica settimanale: una lista del venerdì in cui Giulia, l'autrice del blog, raccoglie quello che ha scovato sul web nell'ultima settimana. Curiosità, siti carini, foto. Ieri sera, non sapendo bene come passare il tempo e non avendo voglia di scrivere, sono rientrata nel mio account tumblr, creato non so quando. Erano mesi che non tornavo su tumblr, ieri sera invece si è rivelato un bel passatempo per non subire troppo una partita di cui non me ne importava niente. In novanta minuti ho letto mille citazioni e visto altrettanto foto. Alcune molto belle anche.
Al goal di Robben avevo deciso: anch'io voglio una rubrica come quella della blooker, non proprio uguale. Io voglio raccogliere le citazioni più belle che trovo, qualche foto che mi piace, un paio di immagini per ricordare la settimana appena conclusa, al massimo un paio di link di siti che mi va di consigliare, se ce ne sono. Tutto qui. Fine.
Conoscendo la mia costanza direi che questa "rubrica" avrà due puntate (e potrei essere anche troppo ottimista), comunque non si sa mai. Provo a dare un ordine alle cose che mi piacciono. Provo.

Innanzitutto, le citazioni della domenica. Ciak 1!
♥ Non appena vai in crisi c’è sempre qualcuno che verrà a dirti che non è il caso di abbattersi, che un giorno le tue pene farai fatica perfino a ricordarle. E tu sai che è vero ma sai anche che quella è l’ultima cosa che in quel momento vuoi sentirti dire. Luciano Ligabue
La conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di se stesso. Italo Calvino
♣ Vedila così, DISASTRO viene da “dis” + in latino, “astrum”, “astro, stella”.
Ecco allora, quando ti senti un disastro, prova a sentirti come un astro, splendido, che si disfa, una supernova che esplode e solo disintegrandosi può contribuire alla nascita di nuove stelle, più piccole. Vedila così. È uno spettacolo”. Sara Molinatti
♠ Quando partiamo per la felicità? Charles Baudelaire
♥ Gl’ Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’ Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; […] pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro. Massimo D'Azeglio
Con la mia insicurezza ho reso sicure un sacco di persone. Susanna Casciani

In modo molto superficiale di questa settimana mi ricorderei del modo, profondamente diverso, in cui occupano i giornali Renzi e Civati. Anche a occhio non ho dubbi su quale parte appoggiare quando penso alla sinistra che vorrei. In questa partita non sarò indifferente come per le finali calcistiche di questi giorni. Giuro.















Infine alcune foto piovose, adatte al contesto climatico di questo fine maggio imbarazzante. Se siete così sfortunati da non avere il rumore della pioggia in sottofondo, potete rimediare andando su raining.fm. Io adoro il rumore della pioggia che cade, quindi questo sito lo visiterò molto molto spesso, soprattutto quando ci saranno quelle giornate afose per me insopportabili.
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22 maggio 2013

Da "Il Vangelo di un utopista", Don Andrea Gallo

Se c'è una chiesa in cui credo (se c'è) è questa qui. 
Bella ciao, Don Gallo.

Ricordate il messaggio di Vittorio Arrigoni, il giovane ucciso a Gaza il 15 aprile 2011?
«Restiamo umani»! Ecco, questo messaggio dovremmo ricordarlo sempre, è un messaggio di estrema importanza.
La crisi che viviamo oggi non è solamente politica: è una crisi di sistema, di sbandamento.
Siamo all'eutanasia della democrazia.
Io sono nato partigiano, c'è poco da fare: quando ero un ragazzo di quindici anni mio fratello, tenente del Genio Pontieri, sopravvissuto alla campagna di Russia, finalmente tornò, e a Genova c'eravamo il babbo e la mamma e io, educato alla marina militare. Non si capiva più niente, all'epoca: deportazioni, rastrellamenti, fascisti di nuovo tornati in auge da tutte le parti.
Quando arrivò mio fratello, ricordo che stavamo mangiando un boccone, e a un certo punto mia mamma disse: «Dino», si chiamava così, «cosa decidi?» «Ho già deciso, mamma, sono entrato nella Resistenza». E io non sapevo neanche cosa volesse dire, la Resistenza. E così, a diciassette anni, io vidi nascere la democrazia! E pensate che dal 1928 al '45 di democrazia era proibito parlare! Non ne parlavano né i docenti, a scuola, né in chiesa. Io lo rinfaccio sempre ai miei vescovi: perché non mi avete detto cos'era il mostro del nazifascismo, la dittatura? Ad ogni modo, io vidi finalmente la città libera. Poi, a vent'anni, ho scoperto Gesù, che è come se mi avesse detto: «Ti do il mio biglietto da visita, vai...» e io lo faccio vedere sempre ai cardinali.
Ho avuto cinque cardinali, non mi hanno mai scomunicato! Una volta uno di loro mi ha chiamato, aveva un mucchio di lettere, e mi ha detto: «Guarda cosa scrivono i fedeli di te! Sei sempre con i delinquenti, i farabutti, le puttane, i transessuali!» Io ho replicato: «Ma scusi eminenza, ma Gesù come si sarebbe comportato?» «Ah se la metti su questo piano....» E su che piano la deve mettere un povero cristiano come me? A me piace pregare, rivolgermi a questo grande amore, al cosmo... perché l'inferno non c'è. Tutte le volte che sentite parlare dell'inferno e di Dio con un aspetto punitivo o vendicativo non credeteci! Abbiamo conquistato la democrazia, pensate all'Assemblea costituente, a quell'unità: c'era la matrice comunista, la matrice socialista, la matrice cattolica, la matrice liberale, la matrice repubblicana, la matrice del partito d'azione, anche la matrice monarchica, e ne è venuto fuori un patto nazionale: la Costituzione.
Una volta, alla Settimana del diritto, ho incontrato il procuratore generale antimafia dottor Grasso: «Allora come andiamo con la mafia?» «Eh Gallo» mi dice, «basterebbe applicare la Costituzione e noi riusciremmo a sconfiggere la mafia...» «Ma allora una bussola ce l'abbiamo!»
Be' in ogni modo io in quel periodo andavo in chiesa, e cominciavo a capire cosa fosse la Democrazia cristiana. Ci andavo da solo, e una volta mi trovarono i ragazzi e dissero: «Don Gallo è diventato matto!» Ero in una chiesina lì al porto a pregare: «Mio Dio, mio Dio, non mi far morire democristiano!» Mi ha accontentato! Dopo un po' mi dissero che c'era il cosiddetto CAF, Craxi-Andreotti-Forlani, e allora pregavo: «Mio Dio, mio Dio, non mi far morire caffiano»; dopo un po' spunta anche il cavaliere, e gridavo ancora più forte: «Mio Dio, mio Dio non mi far morire berlusconiano, piuttosto divento musulmano!» Poi è arrivato Prodi eccetera... Adesso cosa dico al padre eterno? Gli dico che abbiamo proprio una serie di situazioni corrotte da tutte le parti.
Quindi è necessario fare un minimo di analisi, e anche di sintesi della Costituzione. Perché noi questi padri costituenti non li abbiamo mai ascoltati, e questo è stato il problema. Nel '95 don Dossetti - che era stato padre costituente - era ancora in giro per l'Italia, vecchio, è morto nel'96 all'eremo di Montesole, e diceva a tutti: «Cittadini e cittadine italiane, ricostituite i comitati in difesa della costituzione!» Nel 2003 sull'«Espresso» Giorgio Bocca ha scritto: «Il fascismo è in perenne libera uscita». Ed è vero: non bisogna abbassare la guardia. Quindi è il momento di tirar su la testa, di riuscire a creare di nuovo un tessuto culturale di rapporti, di relazioni, per questo il messaggio che vorrei lanciare è: «Giovani e non giovani, agitatevi!
Perché abbiamo bisogno del vostro entusiasmo. Organizzatevi! Perché abbiamo bisogno della vostra forza». Organizzarsi vuol dire avere il senso della responsabilità. Ci pensiamo al futuro? Ai giovani? Abbiamo il trenta per cento di disoccupazione giovanile; cinquantamila ragazzi laureati devono andare all'estero, per questo vi dico: «Agitatevi perché abbiamo bisogno del vostro entusiasmo, organizzatevi abbiamo bisogno della vostra forza, e studiate, perché abbiamo bisogno della vostra intelligenza!» Dobbiamo tornare alla tradizione, alla memoria, altrimenti non c'è futuro, quindi agitatevi, organizzatevi, studiate! Sapete chi è l'autore di queste parole? Sulla rivista «L'Ordine Nuovo», nel 1919: Antonio Gramsci.

Alla fine del Concilio Vaticano II i cattolici hanno ricevuto un dono, finalmente, dopo secoli: la Chiesa, duecentomila e più padri, guidati da Paolo VI, afferma che esiste il primato della coscienza personale, per tutti, ognuno di voi, credenti e non credenti. Una coscienza personale a chi è subordinata? Al governo Obama? Al governo D'Alema, al sindaco, al vescovo? No! Al papa? No! Si ascolta tutti! Uno non si libera da solo, ci si libera tutti insieme .
C'è un aspetto di sorprendente attualità nel Vangelo di Matteo, che lo rende un'analisi completa dell'Italia. In particolare, nel capitolo 23, c'è Gesù che guarda ai suoi discepoli - quei poveracci che aveva raccolto - e dice: «Guardate, si sono assisi sulla cattedra di Mosè». Noi oggi potremmo dire che si sono assisi sui poteri economici, dei parlamentari, del Palazzo. «Gli scribi e i farisei» lo definisce Gesù: si riferisce quindi sia al potere civile sia al potere religioso, e poi comincia con una serie di epiteti. L'ultimo è il più bello per la nostra classe politica e per la classe gerarchica della Chiesa. Dice: «Siete dei sepolcri imbiancati». Forse oggi il significato di questa frase non è chiaro come allora. A Gerusalemme, fuori dalle mura, c'era il cimitero: delle grotte in cui venivano gettati i cadaveri a decomporsi, e all'esterno, quando chiudevano, ogni giorno davano il bianco.
Poi Gesù si rivolge ai suoi: «Non fate come loro!» Ecco, per chi vuol servire la politica, la priorità dev'essere il bene comune. Allora Gesù dice loro: «Non fatevi chiamare maestri», il maestro è Gesù! «Non fatevi chiamare padri», il padre è uno. «Non fatevi chiamare guide».
Loro rimangono un po' sconvolti: «Il più alto tra voi sia il servo dei fratelli e delle sorelle».
Servitore. Quindi se uno va in politica è come tale che deve percepirsi .

"Crisi di sistema" dicevo: vuol dire che è una crisi di lunga durata. Per risolverla, bisogna mettersi completamente in discussione: io voglio sempre mettermi in discussione! Io domani voglio essere più uomo, più umano, più cristiano, più prete, più anticapitalista, antifascista, più non violento, ogni giorno! La sintesi della Costituzione è che l'Italia è una Repubblica, res publica, di tutti e non di Arcore, Grazioli. L'Italia è democratica, demos è il popolo, tocca a noi!
Non abbiate paura. Deve rinascere tutto! Perché i partiti stanno lì, e non ascoltano? Sanno di essere allo stremo e per non rianimarsi non ascoltano. Non ascoltano i giovani, non ascoltano gli operai, non ascoltano niente! L'Italia è democratica, ve lo dice un prete: tutte le volte che la mia Chiesa è contro Gesù e cerca di interferire continuamente, come nella bioetica, bisogna dire no! La costituzione è laica, non si può ignorare. Ed è antifascista .
Per questo la considero un mio Vangelo: è una voce, una poesia, è la mia colonna sonora che si ispira agli ultimi, è non violenta, è anticapitalista!

19 maggio 2013

Quattro etti d'amore, grazie - Chiara Gamberale

Avevo una schiena rossa come un pomodoro, qualche giorno fa. Martedì scorso c'era un sole così bello, dopo tanta pioggia, che non ho resistito: sono uscita con il costume e l'ultimo romanzo di Chiara Gamberale, il secondo che leggo dopo L'amore quando c'era. Sdraiata al sole sul pratino verde di casa mia, verde come la copertina del libro, non mi sono preoccupata del tempo che passava. Mezz'ora, cosa vuoi che sia. Dopo un'ora sono balenati i primi dubbi: mi brucerò? Ma no, non mi brucerò. E poi ormai mancava così poco. Una manciatina di pagine. Ormai dovevo sapere che fine avrebbero fatto Tea ed Erica. Così è passata un'ora e mezza, inutile dire che il primo sole dell'anno, così lungo, ha prodotto due spalle che per due notti non sono riuscita ad appoggiare al cuscino, ecco.
Quattro etti di abbronzatura, grazie, ma senza passare dalle scottature possibilmente.

Quando non vedo l'ora di finire un libro e lo leggo anche a costo di bruciacchiarmi un po', allora è un buon segno. Significa che mi piace.

Il romanzo è a tre voci: inizia e finisce con i pensieri di una commessa di un supermercato in cui fanno la spesa, tra tutti, due donne molto diverse tra loro, Erica e Tea. Sono le loro le altre due voci che si alternano nel libro. Erica lavora in una banca che ha da poco subito una rapina, ha un marito che l'adora, due figli, una casa da mandare avanti. Ha una vita normale insomma, una vita che lei si sente stretta. Come vorrebbe essere bella, strana e libera come Tea. Tea è la protagonista della fiction più famosa del momento, "Testa o cuore", è un'attrice bellissima che sicuramente, agli occhi di Erica, ha una vita piena d'amore, di cose belle, una vita libera ed entusiasmante, al contrario della sua. Quello che Erica non sa è che anche Tea è insoddisfatta del modo in cui scorrono i suoi giorni, lo è sempre stata, fin da quando era una ragazzina. Si è sempre sentita schiacciata dalla forte figura di un padre invadente, per cui nutre un amore sconsiderato, ma allo stesso tempo conflittuale.
Era una cleptomane, Tea. Fino al momento in cui ha incontrato lui, Riccardo. Riccardo, Riccardo, Riccardo. Diventa quasi un'ossessione quell'uomo che ama visceralmente, che ha sposato quasi per gioco, quasi solo per promettergli che mai l'avrebbe lasciato. È un genio del teatro, Riccardo. Un egocentrico. Fa della loro vita la rappresentazione della favola di Peter Pan. Lui è Peter Pan, Tea la sua Wendy, quella che un giorno crescerà, avrà voglia di smettere con quella loro vita strana e alternativa, quella che un giorno lo lascerà perché avrà voglia di avere un figlio, magari. Peter Pan invece non crescerà mai e di figli non ne avrà. Tea voleva dimostrare a Riccardo che l'amava davvero e che non sarebbe mai cresciuta, al contrario di Wendy, per questo lo ha sposato.
È passato del tempo dal loro matrimonio. Riccardo e Tea non si parlano più. Non si toccano più. Non fanno più l'amore. Nonostante lui sia un tipo violento incapace di amarla sul serio, lei continua a stare con lui. Non per salvare un'apparenza: lei continua ad amarlo il suo Riccardo, quelle braccia, la sua pancetta. Quel suo modo brusco e ingiusto di fare. Quell'uomo insoddisfatto di sé, della sua vita, eppure così pieno di cultura, così in grado di fornirle un porto sicuro. Tea non si sente con nessun altro come con lui. Nemmeno con Anthony, con cui ha una relazione segreta da un anno. Anthony che la ama, Anthony che non è un Peter Pan, Anthony che sogna loro due insieme, una station wagon, due figli e un cane. Anthony che la rispetta, la desidera, la ama. Anthony che ha solo un problema per Tea: non è Riccardo. E lei senza Riccardo non sa vivere.
Lo capisce quando all'improvviso lui la lascia per un'altra. Con Anthony torna a essere una cleptomane, piena degli stessi problemi che aveva quando era una ragazzina. Pensare che in fondo lei non vorrebbe altro che un carrello della spesa pieno delle stesse cose di quello di Erica. Pensare che vorrebbe solo quattro etti del suo amore. Tea lo sa: Erica ne ha tanto, di amore. Avrà un marito affettuoso, sempre presente. Dei figli. Tea immagina che se Erica le donasse quattro etti del suo amore potrebbe comunque continuare a sguazzarci dentro. Ma sarà davvero così?

"Mezzo chilo d'amore da darmi. Ce l'hai?"
Anzi no, facciamo quattro etti. Mi bastano. E a tutto l'amore che hai tu non tolgono niente. No? Su, ti prego. Dalli a me. Ti prego. Dammeli. Oggi. Ora. Quattro etti d'amore, grazie.

Come Erica, anche Tea idealizza la vita dell'altra, che è tutt'altro che rose e fiori. Il suo matrimonio sta attraversando una fase difficile, lei si sente spesso sottovuoto, corre con la mente indietro nel tempo, alle emozioni del passato, al momento in cui tutto poteva ancora essere, al contrario di oggi. Oggi c'è Michele, ci sono Viola e Gu: amore certo, ma anche impegno e responsabilità. Sentirsi una donna realizzata, oltre che una moglie e una mamma, è complicato per Erica in questo momento.
Tea questo non lo sa, come Erica non sa che Tea vive un amore tormentato ed è tutto tranne che una star serena. Entrambe sono insoddisfatte della propria vita, entrambe sognano di essere protagoniste della vita dell'altra.

Credono che l'esistenza che trascinano gli sia capitata come una dannazione: invece è esattamente l'unica che desiderano, l'unica adatta a loro. 
Si mettono in salvo e credono di perdersi, rischiano di perdersi e credono di mettersi in salvo.
Quanto pesa quello che siamo? E quello che non abbiamo?

Un romanzo sull'insoddisfazione, dunque. In sintesi, sì esatto quella cosa che non mi appartiene, quella che fin dalla scuola mi dicevano che non ce l'avevo (e come dargli torto...), io Quattro etti d'amore, grazie lo riassumerei con un famosissimo proverbio: l'erba del vicino è sempre più verde. Se per caso quella stessa erba fosse tua all'improvviso apparirebbe ai tuoi occhi sicuramente più secca, ma è di un altro e allora brilla di un verde speciale.

♥ Le frasi che ho sottolineato

15 maggio 2013

Quattro etti d'amore, grazie - frasi [Chiara Gamberale]


Un litro di latte parzialmente scremato. Uno intero. Mezzo chilo di penne rigate. Un barattolo di fiducia. Due di marmellata alle ciliegie. Un chilo di patate, uno di illusioni. Un arrosto d'infanzia e uno di tacchino: da surgelare. Due bustine di pietà, due di lievito, una serata diversa da tutte, un cespo di abitudini, uno di lattuga, il posto fisso, un tubetto di dentifricio ultrasbiancante, la sigaretta dopo il caffè, una telefonata lunga, il perché, sei rotoli di carta igienica, il weekend al mare, il telegiornale delle otto, una risata scema, qualche mandarino, la verità, però anche no, un flacone di ammorbidente, una confezione di preservativi, una di pannolini, lo yoga, tre pacchi di biscotti panna e cioccolato, un'offerta speciale, il prezzemolo. 
Serve davvero tutta questa roba, alla gente che passa di qui? Gli serve, certo: ma non gli basta. E allora a che gli serve se non gli basta? Boh. 
Ecco, lo sapevo, ci risiamo. Provo a essere gentile.
«Signora, scusi: doveva pesare le zucchine al reparto frutta e verdura.»
Sempre così.
Si dimenticano di pesare le cose al momento giusto, quando le prendono, e credono che arrivati a un certo punto, come per magia, ci pensi qualcun altro. Ma il prezzo mica arriva così, mica è una rivelazione, mica è l'oroscopo: tu scegli una cosa e quella cosa ce l'ha. No?

E si sussurrano qualcosa con gli occhi.
Faranno l'amore stanotte?
Forse.
Comunque s'addormenteranno allacciati, si scambieranno paure, pin del cuore, speranze, carezze loro, loro e basta, confidenze che nemmeno Viola e Piccolo possono ascoltare.

Magari inconsciamente siamo tutti complici delle bugie che ci riguardano.

Sdraiati qui, a letto con me, e raccontami una storia. Non ne sai nessuna? Inventala. L'importante è che sia qualcosa che non esiste. Qualcosa che non serve. Qualcosa che mi porti lontana, che ci porti lontane, lontanissime, da tutto questo qui.

«Mamma, ma tu che intenzione ci metti nelle cotolette che stai friggendo?»
«Quanto sei matta, Tea.»
E invece no: ho scoperto quella sera, dopo le prove. No che non sono matta. Siete voi che, certamente: mi amate. Ma non mi capite! Non capite che tutto quello che riempie i vostri pensieri e le vostre vite a me fa diventare il sangue colla.

L'incontro fatale della nostra vita, forse, fa proprio così: prima ci riscatta d tutto quello che da bambini non avevamo, non eravamo. Poi, giorno dopo giorno, ci fa venire una nostalgia tremenda di tutto quello che avevamo, che eravamo. E quel riscatto ci appare improvvisamente un attentato.

È una grande ingiustizia: quelli che ballano vogliono sempre trascinare quelli che non ballano, ma quelli che non ballano non si permetterebbero mai di costringere quelli che ballano a stare seduti.

«I perché lasciamoli a chi crede che la vita abbia un senso».

«Ma tu ci pensi, Erica? A tutte le esistenze che potrebbero farci felici, se non fossimo sempre alle prese con la nostra? [...] Bisogna chiederselo, ogni tanto, Erica. Bisogna, cazzo: ma la vita è mia o è lei che sta vivendo me?»

«Se non sai uscire da un tunnel arredalo.»

«Tutti credono di essere diversi, un istante prima di diventare identici agli altri.»

«Papà.»
«Teodora.»
Ci abbracciamo come se non ci vedessimo da anni, come se fosse l'ultima volta che ci è possibile farlo. E poi piomba, subito, una specie di formalità. Funziona così fra noi. Più forte del bene assoluto che ci lega è solo l'imbarazzo del fatto che sia così. Ancora e per sempre.

«Non lasciarsi andare e guadagnarsi da vivere non è un dovere: è il diritto più straordinario che abbiamo a disposizione».

"Mezzo chilo d'amore da darmi. Ce l'hai?"
Anzi no, facciamo quattro etti. Mi bastano. E a tutto l'amore che hai tu non tolgono niente. No? Su, ti prego. Dalli a me. Ti prego. Dammeli. Oggi. Ora. Quattro etti d'amore, grazie.

Siamo tutti, forse, il Peter Pan di qualcuno.
Innocenti: tutti.
Senza cuore, con chi è davvero pronto a darci il suo.

La verità è che i clienti di sto supermercato sono tutti un po' matti. Entrano, escono. 
Passano di qui fra una delusione, una speranza, una giornata e l'altra. 
Entrano di cuore, di testa.
Credono che l'esistenza che trascinano gli sia capitata come una dannazione: invece è esattamente l'unica che desiderano, l'unica adatta a loro. 
Si mettono in salvo e credono di perdersi, rischiano di perdersi e credono di mettersi in salvo.
Quanto pesa quello che siamo? E quello che non abbiamo?, sembrano chiedersi in continuazione, ma non se lo chiedono mai.
Tutti così, i clienti di sto supermercato.
Fanno la spesa per fame: non sanno precisamente nemmeno di che cosa. Per amore. Di chi li sta aspettando a casa, o magari li sta aspettando là fuori, dietro un angolo o nel mondo, fa lo stesso per loro.


Blogger award

Grazie a Se una notte d'inverno un viaggiatore per aver dato ai miei scarabocchi questo premio. Thank you!
A questo punto devo dire sette cose di me e nominare altri sette blog.

Sette cose di me:
1) Amo i bomboloni straripanti di crema.
2) Non so se far allungare i capelli oppure tagliarli. A tal proposito sto aspettando uno scienziato che inventi un interruttore per far crescere/accorciare i miei ricci a seconda dell'umore.
3) Riempio diari da più di dieci anni ormai (!!!).
4) Non sopporto l'odore della lavanda e in generale i profumi forti. Bandite da me le persone che si buttano addosso boccette intere anche del miglior profumo dell'universo.
5) Ho un cellulare che...telefona. Senza internet. Whatsapp. Un telefono che è solo un telefono. Poverino.
6) Ieri mi sono buttata al sole insieme a "Quattro etti d'amore, grazie" di Chiara Gamberale. Presa dalla smania di finirlo mi sono mezza arrostita. Ho la schiena rossa come un pomodoro.
7) Dormo con le calze anche ad agosto (gli insulti sono concessi).

Sette blog da conoscere:
Memoriarem di Marta
Why so serious di Serena
Start from Scratch di Maria
Una fragola al giorno di Strawberry
La lettrice rampante di Elisa
Bulimia letteraria di Chiara
La contorsionista di parole di Francesca

14 maggio 2013

I pesci non chiudono gli occhi, frasi [Erri De Luca]

“Te lo dico una volta e già è troppo: sciacqua le mani a mare prima che metti il morso all'esca. Il pesce sente odore, scansa il boccone che viene da terra. E fai tale e quale a come vedi fare, senza aspettare uno che te lo dice. Sul mare non è come a scuola, non ci stanno professori. Ci sta il mare e ci stai tu. E il mare non insegna, il mare fa, con la maniera sua.”

Avevo raggiunto i dieci anni, un groviglio d’infanzia ammutolita. Dieci anni era traguardo solenne, per la prima volta si scriveva l’età con doppia cifra. L'infanzia smette ufficialmente quando si aggiunge il primo zero agli anni. Smette ma non succede niente, si sta dentro lo stesso corpo di marmocchio inceppato delle altre estati, rimescolato dentro e fermo fuori. Tenevo dieci anni. Per dire l'età, il verbo tenere è più preciso. Stavo in un corpo imbozzolato e solo la testa cercava di forzarlo.

Me ne stavo rinchiuso nell'infanzia  per balia asciutta avevo la stanzetta dove dormivo sotto i castelli di libri di mio padre. Salivano da terra sul soffitto, erano torri, cavalli e fanti di una scacchiera messa in verticale. Di notte entravano nei sogni le polveri di carta. Nell'infanzia ai piedi dei libri, gli occhi non conoscevano le lacrime.

Piangevo e mi vergognavo peggio che pisciare a letto.

A molti spiace il chiasso dei motori, invece lo preferisco a quello delle voci.

Attraverso i libri di mio padre imparavo a conoscere gli adulti dall’interno. Non erano i giganti che volevano credersi. Erano bambini deformati da un corpo ingombrante. Erano vulnerabili, criminali, patetici e prevedibili.

Mantenere: a dieci anni era il mio verbo preferito. Comportava la promessa di tenere per mano, mantenere.

Conoscevo gli adulti, tranne un verbo che loro esageravano a ingrandire: amare. Mi infastidiva l’uso. In prima media lo studio della grammatica latina l’adoperava per esempio di prima coniugazione, con l’infinito in -are. Recitavamo tempi e modi dell’amare latino. Era un dolciume obbligatorio per me indifferente alla pasticceria. Più di tutto mi irritava l’imperativo: ama.

Erano due mazzi di carte nuove, intersecati fitti e fragorosi. Maschile e femminile esasperavano le loro differenze per piacersi.

Eravamo nati dopo la guerra, eravamo la schiuma che resta dopo la mareggiata.

Quell'anno primo delle medie ero stato rimandato a ottobre in matematica. Scoprii l’evidenza della mia inferiorità. Non seguivo i passaggi da una operazione all'altra. Senza saper chiedere, rimanevo indietro. Vedevo gli altri correre sui numeri e io fermo alla partenza. La scoperta dell’inferiorità serve a decidere di sé. L’accettai senza umiliazione, era solo da ammettere. C’erano campi sconfinati del sapere che non avrei sfiorato.

Oggi credo che l'enigmistica sia una buona scuola di scrittura, addestra all'esattezza del vocabolo che deve corrispondere alla definizione richiesta. Esclude quelle affini e l'esclusione è gran parte del vocabolario di chi scrive storie. L'enigmistica mi ha fornito la dote giocoliera necessaria alle parole. Quello che credevo allora un vizio solitario è stato invece l’officina meccanica della lingua.

“Non so niente di grandi, non mi importano, io scrivo storie di animali. Studio il comportamento: con il corpo si scambiano discorsi lunghi che a noi durano un’ora e neanche ci capiamo. Cerco di fare come loro, di non sprecare tempo.

A me sembrava che ne avevamo in quantità [di tempo], che potevamo regalarlo a chi ne era agli sgoccioli. Già: si può fare un pacchetto con il tempo dentro, e offrirlo per Natale? Ne avevo un mucchio, il mio e in più quello che stava dentro i libri. Però doveva avere ragione lei, e gli animali, a non sprecare il tempo. Quello assegnato dura quanto quello non sprecato, il resto va perduto.

“Io credo a quello che trovo scritto. A voce si dicono un sacco di bugie. Ma quando uno le scrive, allora è vero.”

Il grappolo schiacciato in bocca un acino per volta, scalzo di pomeriggio sulla terra felice dei passi di un bambino: quello era il più giusto dei grazie, non raggiunto da nessuna preghiera.

A dieci anni la modestia del mio corpo mi istigava a sparire. Camminavo inventando di essere invisibile. Mi tradivano i pantaloni blu e la canottiera bianca, per la strada camminavano da soli, senza me dentro, ma nessuno ci faceva caso. Di notte nudo sul letto potevo scomparire tutto intero.

Il gioco preferito era imparare a fare.

Mantenere, il mio verbo preferito, era successo. Come fa a saperlo? Pensai e mi risposi: lo sa e basta. Non avevo toccato niente di così liscio fino allora. Ora so neanche fino a oggi. Glielo dissi, che il suo palmo di mano era meglio del cavo di conchiglia, mentre risalivamo a riva, staccati. “Lo sai che hai detto una frase d’amore?” disse avviandosi verso l’ombrellone.
Una frase d’amore? Neanche so cos'è, che le è venuto in mente? Ne sa più di me per via degli animali, ma si è sbagliata. Ho detto una frase di stupore. Il tatto è l’ultimo dei sensi ai quali sto attento. Eppure è il più diffuso, non sta in un organo solo come gli altri quattro, ma sparso in tutto il corpo. Mi guardai la mano, piccola e tozza e pure un poco ruvida. Chissà cosa avrà sentito nella sua. Non potevo chiedere, poteva essere per sbaglio una domanda d’amore.

Non potevo spiegarle che me li ero andati a cercare quei colpi, per costringere il corpo a cambiare. Esistono ragioni che sono peggiori dei fatti.

La guardavo e mi accorgevo che era così. Era una donna, la prima che emergeva da quella folla che non mi interessava. Altre volte ho riavuto la sorpresa di una donna che avanzava verso di me e il resto intorno andava fuori fuoco.

Le devo la liberazione del verbo amare che nel mio vocabolario stava agli arresti.

Da lettore dimentico in fretta i nomi delle storie. Non aggiungono consistenza e sono una convenzione.

Allora come adesso preferisco il libro al film, per il motivo della precedenza. Non succede che un libro sia tratto da un film.

Erano giovani, parlavano del mondo con la buona volontà amara di chi l’aveva visto sgretolarsi e doveva rifarlo.

Quando qualcosa di mio le andava proprio a genio mi diceva: “Aro' si asciuto?”, da dove sei uscito. Intendeva: non certo da me. Nessun apprezzamento per me potrà pareggiare questo.

A settembre succedono giorni di cielo sceso in terra. Si abbassa il ponte levatoio del suo castello in aria e giù per una scala azzurra il cielo si appoggia per un poco al suolo. A dieci anni potevo vedere i gradini squadrati, da poterli risalire cogli occhi. Oggi mi contento di averli visti e di credere che ci sono ancora. Settembre è il mese delle nozze tra la superficie terrestre e lo spazio di sopra acceso dalla luce. Sulle terrazze gradinate a viti i pescatori fanno i contadini e raccolgono i grappoli nei cesti fatti dalle donne. Prima ancora di spremerli, il giorno di vendemmia ubriaca gli scalzi tra i filari al sole e lo sciame delle vespe assetate.

Esiste nel corpo la neve che non si squaglia in nessun ferragosto, rimane dentro il fiato come il mare dentro una conchiglia vuota.

Capivo da confuso che il falso e il vero hanno un valore d'uso e non hanno importanza se servono a un sollievo. Potevo trascurare la mia verità, buona solo per me, in cambio di una parola di beneficio.

L'Italia sobbolliva a fuoco lento. Ritrovai la collera di bambino dentro le lacrime spremute dai gas lacrimogeni. Però potevo ricacciarle indietro, le lacrime, insieme ai barattoli fumanti del gas sparato addosso. Li raccoglievo bollenti con un guanto e li rilanciavo alle truppe. Si diventava molti, si riduceva l’importanza di se stessi.
Ho conosciuto allora peso e vastità del pronome noi. Era esperto, non escludeva gli altri, sgomentava i poteri. Portò nelle prigioni le rivolte e i libri, che non c'erano. Sono la più forte contraddizione delle sbarre, i libri. Al prigioniero steso sulla branda spalancano il soffitto.

Stavo nella quiete a scrivere parole in croce, non usavo matita, troppo semplice cancellare e correggere. L'errore doveva restare, perciò scrivevo a penna in cerca del percorso netto. Se fallivo, iniziavo un altro schema. Ammetto con me stesso facilmente di fallire.

Ero rimasto immobile a guardarla. “Ma tu non chiudi gli occhi quando baci? I pesci non chiudono gli occhi.”

Capivo all'indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un'altra persona e concentra su quella l'esclusiva della sua attenzione. Capivo l'insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c'entrava per me il desiderio, quell'amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava.

Prima delle partenze si usa scambiarsi gli indirizzi, promettersi di scrivere. Ci dicemmo noi no. “Non ci trasciniamo dietro una promessa che poi tradiremo. Lo sappiamo che non ci rivedremo. E se capiterà, saremo differenti e non ci riconosceremo. Cambierai forma e voce, gli occhi di pesce no, forse ti potrò riconoscere da quelli".

Oggi so che quell'amore pulcino conteneva tutti gli addii seguenti. Nessuna si sarebbe fermata, non avrei conosciuto le nozze, niente fianco a fianco davanti a un terzo che domanda: “Vuoi tu?”. L’amore sarebbe stato una fermata breve tra gli isolamenti. Oggi penso a un tempo finale in comune con una donna, con la quale coincidere come fanno le rime, in fine di parola.

“Ti piace l’amore?” chiese guardando dritto di fronte, dove si alzava la fiancata di una barca colorata di bianco e di una striscia azzurra.
“Prima di questa estate lo leggevo nei libri e non capivo perché gli adulti si scaldavano tanto. Adesso lo so, fa succedere cambiamenti e alle persone piace essere cambiate. Non so se piace a me, però ce l’ho e prima non c’era.”
“Ce l’hai?”
“Sì, mi sono accorto di avercelo. È cominciato dalla mano, la prima volta che me l’hai tenuta. Mantenere è il mio verbo preferito.”
“Cose buffe dici. Sei innamorato di me?”
“Si dice così? È cominciato dalla mano, che si è innamorata della tua. Poi si sono innamorate le ferite che si sono messe a guarire alla svelta, la sera che sei venuta in visita e mi hai toccato. Quando sei uscita dalla stanza stavo bene, mi sono alzato dal letto e il giorno dopo ero a mare.”
“Allora ti piace l’amore?”
“È pericoloso. Ci scappano ferite e poi per la giustizia altre ferite. Non è una serenata al balcone, somiglia a una mareggiata di libeccio, strapazza il mare sopra, e sotto lo rimescola. Non lo so se mi piace.”
“Il bacio che ti ho dato, quello almeno ti è piaciuto?”
“Quello non era dato a me, era sbattuto in faccia a loro due per terra.”
Seduti di fianco in poca luce, le parole venivano su svelte, a bollicine.
“Allora te ne devo uno tutto tuo?”

Era così bellissima vicina, le labbra appena aperte. Mi commuovono quelle di una donna, nude quando si accostano a baciare, si spogliano di tutto, dalle parole in giù.
“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.”

Adesso e qui sta bene la parola fine, sorella minore di confine e di finestra chiusa.


♥ I miei scarabocchi su "I pesci non chiudono gli occhi", di Erri De Luca

3 maggio 2013

I pesci non chiudono gli occhi, Erri De Luca

Quando ho compiuto dieci anni ricordo di averlo davvero pensato: oggi divento grande, da oggi per scrivere la mia età avrò bisogno di ben due cifre. Una cosa che diventa scontata, da quel momento in poi. Eppure la prima volta che non basta un numero per dire quanto si è grandi, davvero ci si sente cresciuti. Dei mezzi giganti.
Anche Erri De Luca è tornato indietro nel tempo prima di scrivere I pesci non chiudono gli occhi. È tornato fino al momento in cui la sua età, per la prima volta, non era più composta solo da una unità. Fino a quando aveva dieci anni.

Quel ragazzino nato dopo la guerra è un amante del mare. Ci passa estati intere tra le onde, la spiaggia e le barche dei pescatori. Estati tutte ugualmente belle, trascorse tra libri e cruciverba fatti a penna, estati tutte ugualmente infantili, fino a quella lì. Fino all'estate dei suoi dieci anni, quando all'improvviso si sente con la testa già oltre, molto più avanti del suo corpo restato tale e quale a quello dell'anno prima. L'Erri De Luca alla sua prima decina è intrappolato in un corpo che non è più il suo. Sente di dover assolutamente trovare un modo per rompere quell'incantesimo, quel guscio, deve riuscire a crescere in altezza almeno quanto è già cresciuto con la testa.
Quell'estate lì succede davvero qualcosa. Lo fa accadere una ragazzina un po' più grande di lui, con cui si ferma a parlare di storie e animali. La ragazzina, mai indicata con un nome (Da lettore dimentico in fretta i nomi delle storie. Non aggiungono consistenza e sono una convenzione), è una scrittrice. Scrive storie di animali, loro sì che hanno una marcia in più rispetto agli uomini, sanno sempre come dirsi le cose, non perdono tempo in giri di parole inutili, non si fraintendono. Non lo sprecano, il tempo. Loro.
In riva al mare il ragazzino intrappolato nel suo corpo di bambino, grazie alla ragazzina, impara molte cose. Impara innanzitutto che per fare giustizia spesso bisogna far male agli altri, ma soprattutto si sorprende nel rendersi conto della reale bellezza del suo verbo preferito: mantenere. Comportava la promessa di tenere per mano
In riva al mare, forte di un'età a due cifre e di un naso rotto, scopre che non ha mai sentito niente di più liscio di quella mano che stringe la sua. E ha paura anche dei suoi pensieri, perché potrebbero essere davvero, per la prima volta, pensieri d'amore.
In riva al mare quei pensieri d'amore si materializzano in un bacio innocente, dato a occhi aperti.
Era così bellissima vicina, le labbra appena aperte. Mi commuovono quelle di una donna, nude quando si accostano a baciare, si spogliano di tutto, dalle parole in giù.
“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.”

Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere. Commossa dalla bellezza di queste undici parole.

Mentre leggevo questa storia piccina picciò mi sembrava di avere di nuovo dieci anni, ma davvero. Lo siamo stati tutti, inadeguati. Impacciati. Riluttanti all'amore. Vergognosi dell'amore. Spaventati dall'amore. Pesci lessi. Io non avevo il mare e non avevo neanche una testa da grande incastrata in un corpo da bimba, ero fatta al contrario: con un corpo che cambiava forme e taglie e una testa che, fosse stato per lei, avrebbe giocato con le bambole ancora un po'. Avevo le mie storie da pensare e dei baci, dell'amore, a dieci anni me ne fregavo. Per meglio dire, l'idea di baciare qualcuno, a dieci anni, mi faceva altamente schifo. A undici avevo già cambiato idea e per un bacio del più bel paio di occhi azzurri della mia scuola avrei fatto carte false. Eh sì, forse se mi avesse baciato su una qualche panchina, gli occhi non avrei saputo chiuderli nemmeno io. Non l'ha fatto però, così i miei occhi di pesce non sono mai stati per lui.


♥ Le frasi che ho sottolineato (tante)

1 maggio 2013

La lettera, Gianni Rodari

O fattorino in motoretta,
dove corri con tanta fretta?
Corro a portare di volata
una lettera raccomandata.
O fattorino, corri diritto,
nella lettera cosa c'è scritto?
C'è scritto: «Guardi che domattina
non deve venire in officina;
può starsene a letto fin che vuole...».
O fattorino, che dolci parole...
Aspetta, aspetta, non ho terminato.
Qui dice ancora: «Licenziato!».
C'è l'indirizzo... -Non serve quello:
ogni operaio è mio fratello.
Il destinatario non conta perché
quella lettera è anche per me.
E tu prestaci, o fattorino,
la matita che hai nel taschino:
noi sulla busta, chiaramente,
ci scriveremo: «Respinto al mittente!».
                                        La lettera, Gianni Rodari
         
                                     Buon primo maggio!
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