14 gennaio 2014

Cosa vuoi fare da grande, Ivan Baio e Angelo O. Meloni

Finalmente ho scritto bene il titolo di questo libro, perché ho l'impressione di aver scritto un'altra cosa sulla pagina fb, oltre che nella pagina del diario dedicata ai libri di quest'anno (quindi ancora tutta bianca). Non so bene come mai, ma il mio cervello, fino a cinque minuti fa, aveva salvato questa storia col titolo di Cosa farai da grande, eliminando quindi inconsciamente il verbo volere, operazione per niente in disaccordo col contenuto del libro, tutto sommato.

Cosa vuoi fare da grande narra una storia ambientata in un futuro indefinito, probabilmente nemmeno troppo lontano. Un futuro in cui la scuola è, per quanto possibile, ulteriormente peggiorata e si trova farcita di professori che non hanno alcuna intenzione di aiutare chi è in difficoltà e di genitori la cui unica preoccupazione è far in modo che i propri figli appaiano sempre migliori degli altri, in tutto. La scuola elementare Attilio Regolo di Milano rappresenta bene tutta la scuola pubblica italiana, il libro è ambientato lì solo perché eventi fortuiti hanno fatto sì che fosse quella la scuola estratta per testare il futurometro nel nostro Paese. Il futurometro, appunto.
Tutte le vicende ruotano intorno a questo aggeggio futuristico che, come me, ha eliminato il verbo volere dai progetti giovanili.
Non conta che cosa vuoi fare, conta quello che sei destinato a essere.
Il futurometro, infatti, collegato ai bambini delle elementari, è in grado di stabilire, tramite algoritmi complicatissimi, che cosa quel bambino diventerà da grande. Capite? Nessuno avrà più alcun dubbio, nessuno si chiederà mai più qual è il suo sogno, quale scuola è più adatta, quale strada prendere davanti a un bivio. Non serviranno domande, perché il futurometro, già in tenera età, darà tutte le risposte: saprà capire chi diventerà avvocato, medico, operaio o kamikaze.
Nessun margine per il verbo volere.

La critica mossa dagli autori alla società del futuro, che poi tanto futuro non è secondo me, l'ho apprezzata molto. La scuola pubblica italiana fa schifo, i professori in molti casi non hanno voglia di fare niente e i genitori hanno in mente solo una sterile competizione, una superficiale gara dell'apparenza. In tutto questo sfacelo gli unici a mostrare un po' di ingenuità e sgomento sembrano essere i bambini, quei Guido Pennisi e Gianni Serra, con vite così complicate, con famiglie così sfortunate, che nessuno scommetterebbe su di loro. Certo non le maestre, impegnate ad assecondare i figli delle famiglie più abbienti senza preoccuparsi dei figli di nessuno, che nessuno resteranno certo per tutta la loro vita. Certo non i bidelli, vittime anche loro della cattiveria insensata degli insegnanti e dei dirigenti. Certo non le famiglie dei loro compagni di scuola, che li escludono da ogni partita a calcetto, da ogni festa di compleanno.
E poi c'è Onofrio Ora, uno dei tanti giovani italiani che hanno studiato, si sono laureati, specializzati, masterizzati e sono ancora alle prese con gli stages non pagati.
Insomma, la società del futuro dipinta in questo romanzo surreale, ma neanche tanto, è molto simile a quella di oggi, dove regna sovrano il denaro, condito da un enorme pizzico di egoismo, servito con abbondante superficialità.
È (o sarà) un tempo che stritola le emozioni, che elimina i dubbi e fa sentire falliti i dubbiosi. Non c'è un minuto da dedicare alle incertezze, nessuno deve poter fermarsi un attimo a pensare. Siamo tutti macchine, senza sentimenti, senza desideri, senza verbo volere.

La critica alla società è l'aspetto che ho maggiormente apprezzato del libro, per il resto non sono un'amante del genere tragicomico o fantascientifico, sapete oramai inoltre che ho difficoltà gigantesche nel ridere per un libro. Non mi riesce, è più forte di me. Nonostante non abbia riso e abbia anche sbadigliato in certe scene un po' troppo surreali per i miei gusti (ripeto che non amo il genere), sono davvero felice di aver avuto la possibilità, grazie agli autori, di poter leggere questa storia. Sicuramente se fossi entrata in libreria non avrei mai comprato questo libro, eppure mi sarei persa una bella critica a quest'Italia che mi sta così a cuore.

E poi, tutto sommato, nel finale io c'ho letto una piccola speranza: in fondo in fondo forse esiste ancora un piccolo margine in cui possiamo smettere di essere macchine senza emozioni e lasciare che sia l'amore la nostra benzina.

p.s. Qui c'è il blog dedicato al libro.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...