13 gennaio 2014

Mi riconosci, frasi [Andrea Bajani]

Ridevamo perché ridere fa rumore, e allora ridevamo in maniera più rumorosa, quasi maldestra, come in montagna si batte in terra con un legno per mettere in fuga i serpenti acquattati sul cammino.

Il figlio non riesce a dormire. Sente dall'altra parte il corpo di suo padre poggiato sopra il materasso. Anche se la vita non lo abita più, è una presenza che fa invasione nella casa. È la morte che non lascia dormire chi resta.

Lei è stata tanto simpatica con me, le avevi detto prima di riattaccare. E la simpatia è il miglior regalo che si possa fare a una persona che neanche si conosce.

Parlavi dell’ignoranza, mi ricordo. Se l'ignoranza fosse un vuoto, mi dicevi, sarebbe facile riempirlo di cose, di cultura, di civiltà. Ma l'ignoranza, caro mio, è un pieno. È un muro, e i muri si possono solo abbattere, oppure scavalcare.

Qualche volta però, in quelle telefonate notturne, la tua voce era come un rumore di vetri rotti a ogni parola che dicevi, piatti lanciati in terra in mezzo alla cucina. In quei casi io stavo in silenzio, per tutta la rabbia che avevi da sfogare. L'Italia che a vederla da lontano ti faceva soffrire ancora di più, di disgusto e d'impotenza. E non essere nemmeno uno scrittore in esilio, ma solo uno che se n'è andato, che per schifo non riesce più a tornare, e lungo la colonna vertebrale sente tutto il sisma della lontananza.

Cercavo di parlarti lentamente, di disegnare una strada di parole, di sbriciolarci sopra l’alfabeto, perché in mezzo a quello smarrimento tu seguendole potessi ritornare a casa.

Non volevi che ti vedessi per com'eri diventato, la magrezza, la fatica, il non riconoscersi allo specchio. Ti sottraevi a tutto per lo sfinimento che ti provocava la lotta contro i farmaci, te li sguinzagliavano dentro il corpo perché facessero razzia dell'intruso, ti mettevano il sangue a ferro e fuoco. Da fuori ne potevi sentire i latrati, la ferocia assassina. Poi sul campo di battaglia lasciavano anche te, vittima collaterale di quella guerra in corso tutti i giorni senza tregua, colpito per sbaglio anche l'unico che volevano salvare. Così tu ti sottraevi, tua moglie ti teneva al riparo dal mondo, e tu smagrivi, ti trovavi una faccia che non volevi indossare. Perché non eri tu che la sceglievi, era la morte che ti metteva addosso la sua maschera di carnevale. Ti obbligava a una vestizione che non avevi chiesto. Ti costringeva a startene in piedi, completamente nudo, tirare su le braccia, lasciare che ti prendesse le misure. Ti chiedeva di voltarti, e a te non restava altro che girarti e fare quello che diceva, rassegnarti a essere il suo zimbello con le spalle curve di pudore. E poi fare la giravolta, e poi farla un'altra volta, fino a quando ti montava in faccia la maschera finale. Allo specchio vedevi il pallore di una smorfia, e un sorriso che era come un crampo, ed era anche tante altre cose ma era comunque il sorriso di un altro.

Le tue parole spesso venivano fuori nella notte, come fiori al rovescio, che avevano bisogno del buio per aprirsi. La mattina, quando la luce gonfiava metro dopo metro la città, le parole si richiudevano e le mettevi via, le riponevi in bell'ordine dentro le borse sotto gli occhi.

Ehi, timidino, mi avevi detto attraversando a grandi falcate quella piccola curvatura terrestre. Timidino, dico a te. Che ci fai lassù nello spazio?
Io avevo avvicinato l’occhio.
Non mi venire addosso, però! avevi urlato. Poi, di fronte al mio imbarazzo avevi detto: Senti, timidino, tu non parli e io mi annoio a morte. Per cui ti saluto, che qui c’è un sacco di lavoro da fare. Ma tu - ti prego - smettila di stare sempre così con i piedi per terra che non sei affatto divertente.

Una delle tue preoccupazioni, prima dell'ultimo ricovero, era che non ti riconoscessi. Da qui il divieto di raggiungerti. Tua moglie una mattina mi ha chiamato e mi ha detto che eri diventato più piccolo, di dimensioni, rispetto a come io ti conoscevo. Aveva la voce appena trafelata, al telefono. Usciva di casa per dare notizie, lasciando a te il silenzio e portando fuori aggiornamenti e uno sconforto tenuto a bada. Poi comprava qualcosa, respirava, e tornava dentro ad aspettare. Ha detto che stavi diventando più piccolo, come se fosse quello il processo che non si riusciva ad arrestare, come se stessi perdendo aria a poco a poco e non ci fossero toppe da applicare. Ho messo giù il telefono e ti ho pensato dentro il letto a occupare sempre meno spazio dal tuo lato, a ridurre giorno dopo giorno la superficie di lenzuolo da sgualcire. Una volta ne avevamo anche parlato, io e te, di questo punto della vita in cui ci si rassegna a tornare indietro verso la terra dopo aver cercato di scapparle in tutti modi, di salire più in alto possibile, di portarsi in salvo almeno con l’altezza. Poi, appunto, arriva quel momento in cui ciascuno diventa figliol prodigo pentito, con la terra, e allora di colpo si ferma, guarda in alto, e dopo inizia a venire giù in una sorta di restituzione, riconsegnandosi con un filo di malinconia. Allora avevamo pensato che forse si muore così, occupando sempre meno spazio, con i vecchi sempre più piccoli dentro le poltrone, fino a quando un giorno non li si trova più e si guarda in terra, come se potesse averli riassorbiti lei, alla fine.

E lì davanti a me, facendo colazione, tuo figlio mi parlava come se non fosse già più il tuo primogenito, ma la tua levatrice, stremata per la notte a cui aveva preso parte in ospedale. Gli era toccato in sorte d'improvvisarsi in quella parte, con le mani maldestre degli uomini, e la paura di sbagliare di un figlio che maneggia le ultime ore di suo padre.

Allora ti ho abbracciato piano, con tutta la paura di farti male, fragile com'eri, e anche però con il desiderio per un attimo di nascondere la faccia, di non farti vedere nei miei occhi quello che vedevo.

Il lutto, in fondo, è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso.
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