22 gennaio 2014

Per dieci minuti, frasi [Chiara Gamberale]

Passato il momento del dolore insopportabile, poi, non c'era più neanche quello a farmi un po' di compagnia.

I giochi sono per persone serie.

Sono cresciuta e ho sempre vissuto a Vicarello, frazione di un paese a un'ora da Roma che dorme e s'annoia sul suo lago.
Sono stata tante cose, lì: triste, felice, con i capelli a caschetto, lunghi, corti, con il morbillo, le ginocchia sporche, ho avuto gli incubi dei dieci anni, i segreti tremendi dei quindici, le delusioni dei venti, gli stupori dei venticinque, ho fatto le cazzate dei dieci, dei quindici, dei venti e dei venticinque, mentre di là cucinava mia madre, usciva e rientrava mio padre, nasceva mio fratello, passeggiava un gatto, un cane, un altro cane, un coinquilino, un altro coinquilino, un altro ancora, mi sono innamorata, sono stata ricambiata, ma poi no, lasciata, ma poi no, annoiata, noiosa, voluta, perduta, cretina, moglie.
Sempre e comunque protetta.
Dalla violenza della realtà, dicevo io.
Dalla responsabilità di essere davvero un'adulta o almeno giù di lì, dicevano gli altri: finché ti basta attraversare un pezzo di orto per essere a casa dei tuoi genitori è una finta tutto, lo capisci o no?

Fai un po' come credi.
Si diventa così sordi, quando la paura di perdersi supera la voglia di trattenersi...

“Allora? Come va?”
“Tutto male, grazie. Niente uomini, niente lavoro.”
“Ma sono i romanzi che scrivi, il tuo lavoro.”
“Quella è la mia passione.”
“Pensa che fortuna, farli coincidere. Io non me lo scordo mai, quanto sono fortunato a vivere suonando il violino.”

Ogni tanto cado all'indietro, o forse chissà, prendo una rincorsa.

Le telefonate con Mio Marito mi sfiancano.
Ma ogni volta che il suo nome lampeggia sul display del mio cellulare, io ancora ci spero. Che arrivi finalmente quella telefonata:
“Magoo, ho sbagliato tutto, sono stato un povero pazzo, tu sei stupenda, non so vivere senza di te, subaffittiamo la casa di Roma e torniamo a Vicarello. Tu e io. Per sempre”.
Una telefonata semplice e chiara: come semplice e chiara è stata quella che mi ha fatto da Dublino.
Chissà perché certi abbandoni sono così netti e certe riconquiste così vaghe.

È convinto che dentro ognuno di noi, soprattutto – non ho mai capito esattamente perché – se fa politica o se gestisce un blog, sia nascosta una diva frustrata, e che il problema della nostra società sia che nessuno lo ammette.

Se la nostra, come ogni giorno minaccia di fare, si rivelerà una fine e non solo una crisi, chi lo porterà per boschi?
Chi mi porterà per musei?
Chi si occuperà di tutte quelle parti di noi che diciotto anni fa è stato l'altro a inventare, che per diciotto anni è stato l'altro a tenere in vita?

Passa un minuto.
Ne passano due.
Tre.
Non so più quanti ne passano, quando eccola.
Ma sì, sì. Eccola.
Mi appare: la vita. Che scorre, semplicemente. Lungo questa stradina di Delft. Scorre. Per le due donne, per i bambini.
Per tutti.
Implacabile.
Sempre uguale.
Implacabile perché sempre uguale.
Perché sempre uguale, a tratti bellissima.
E improvvisamente capisco, so.
Che non sono i viaggi per il mondo, non sono i deserti immensi, le cattedrali, gli eserciti di terracotta, i panda, i canyon con Mio Marito che mi mancano: no. Non sono “i fatti salienti, le contraddizioni e le opere d’arte”. Ma è quella cosa lì che mi manca.
La nostra vita sempre uguale.
Bellissima.
Implacabile.

Parlava velocissima, senza prendere il respiro, mulinava le braccia e mi diceva grazie, perché il coraggio di scegliere Lettere all'Università pensava di non averlo, ma ora forse sì, l'aveva trovato: “Scusa, ma secondo te basta, per iscriversi a Lettere, amare la letteratura, o dovrei anch'io avere un talento? Perché io non lo so se ce l'ho, tu prima di iscriverti all'Università già lo sapevi? E come hai fatto a capire che quello che sapevi non era una bugia, ma era esattamente quello che più ti avrebbe soddisfatta? Ma? Quando? Come? Perché? Perché?”.

Una minore intensità di aspirazioni senza dubbio permette una maggiore coincidenza con la propria vita.

La scrittura per me è un po' come il sesso con qualcuno che ami e conosci nel profondo.
Non sai se ne hai ancora davvero voglia, temi di non avere più niente di così interessante da dare, temi che non ci sia niente di nuovo da scoprire. Poi però cominci a farlo, smetti di temere e spontaneamente dai, spontaneamente scopri. Vieni.

Ci sono cose che per tutta la vita, forse perfino quando moriranno, sono i genitori a fare, punto. Noi non le facciamo, o le facciamo male, proprio perché a quelle cose sia ben chiaro: “Guardate che ci pensano mamma e papà, a voi”.
Ci pensano mamma e papà, a noi.

“[...] Possibile non mi fossi mai nemmeno accorta che, a tre passi da casa, esiste un posto che si chiama Casa del Ricamo? E che esistono riviste specializzate di punto croce, dibattiti in Internet, scuole di pensiero?”
“Allo stesso modo, chi non ha niente a che fare con la letteratura potrebbe stupirsi delle recensioni, delle classifiche dei libri più venduti, delle faide editoriali di cui mi parla lei...”
“Cose che invece per me sono pane quotidiano. Sono il mio mondo.”
E mentre lei si rifugia nel suo mondo, il resto del mondo dove va a finire?

“Purtroppo e per fortuna, però, bisogna essere in due a voler essere in due, Chiara.”

Scrivere è, semplicemente, il mio unico rimedio all'esistenza.
È sempre stato così, fin da quand'ero bambina e mi chiedevano che cosa desiderassi per il futuro: scrivere romanzi e incontrare un grande amore, rispondevo io.

Siamo diversi, appunto. Molto diversi fra noi. Leggiamo per noia, per curiosità, per scappare dalla vita che facciamo, per guardarla in faccia, per sapere, per dimenticare, per addomesticare i mostri fra la testa e il cuore, per liberarli.

Quando fanno qualcosa per noi, gli altri ci consegnano o in realtà ci tolgono un'occasione?
Chi lo sa. Non lo sappiamo noi, che affidiamo quel qualcosa agli altri. Non lo sanno gli altri, che fanno quel qualcosa per noi.

Soffre ciò che cambia, anche per farsi migliore. Pasolini

Da quando la mia vita è vuota non mi ero mai accorta che fosse così piena.

Ho parlato di Mio Marito.
Non faccio altro da un anno.
Perché è davvero perverso l’amore.
Quando c'è, parli con una sola persona di tutte le altre.
Quando entra in crisi, parli con tutte le altre di una sola persona.
L'unica con cui, a parlare, non riesci più.

[...] In effetti, il meglio della vita sta in tutte quelle esperienze interessanti che ancora ci aspettano: con il gioco dei dieci minuti lo sto imparando.
Dunque sta anche nei libri che tutti hanno letto, ma che per qualche imprecisato motivo noi ancora no.

Non ho più un amore. Non ho più una casa che sento davvero mia, non ho più un lavoro che mi piaceva. Non ho un perno: ecco. Ma la vita che gira attorno a questo perno che non c'è, forse, non è poi così male.
“Vede, Chiara, è proprio la vita l'unico perno possibile. È perno e ruota insieme, la vita.”

Perché nelle infinite semplificazioni con cui crediamo di metterci in salvo e dentro cui invece ci perdiamo, c'è una cosa, una soltanto, che non può venirci dietro, che non possiamo ingannare.
Questa cosa è il tempo.
Che è qualcosa di pochissimo, se siamo felici.
È qualcosa di tantissimo, se siamo disperati.
Comunque sta lì.
Con una lunga, estenuante, miracolosa serie di dieci minuti a disposizione.
Abbiamo l'occasione di farci quello che ci pare, con la maggior parte di quei dieci minuti.
Ma ci sono momenti in cui non riusciamo proprio a coglierla, l'occasione.
Ci sono momenti in cui, anzi, ci pare una disdetta.
Quei momenti sono bugie.

Non ho ancora un nuovo amore, purtroppo.
Ma ripenso spesso all'esperimento di un anno fa.
E allora mi dico che, se nel mondo ci sono persone che suonano il violino, cambiano pannolini, girano video porno amatoriali, insegnano hip-hop, seminano e leggono Harry Potter, fra sette miliardi ce ne sarà almeno una che stava aspettando proprio me, nei dieci minuti in cui io la incontrerò.
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