13 febbraio 2014

Splendore, Margaret Mazzantini [E davvero accadde. E fu contro natura. E davvero vorrei sapere che cos’è la natura]

Ho finito di leggere quest’ultimo libro di Margaret Mazzantini qualche giorno fa e se qualcuno, quando ho letto l’ultima parola, mi avesse chiesto un parere avrei sgranato gli occhi e detto che non mi era piaciuto poi così tanto. Ed è quello che ho provato a scrivere nei giorni scorsi, su questo blog. Volevo scrivere che la bellezza e le emozioni di Venuto al mondo io non le ho più ritrovate in altri libri della Mazzantini, volevo scrivere che conoscere il meglio prima implica sempre una piccola delusione, poi. Volevo riuscire a dire che ogni volta che la Mazzantini scrive qualcosa io mi sento quasi in dovere di leggerlo, il mio tu devi interiore è così forte che i suoi libri li compro sempre a prezzo pieno, nonostante il formato davvero poco pratico (almeno stavolta), perché io sento di doverli leggere subito, magari è proprio questa la volta buona in cui ritrovo la bellezza di Venuto al mondo, mi dico ogni volta. Quello che so in partenza è che, che la storia mi piaccia o no, io ci troverò dentro angoscia ed emozioni. L’autrice a questo mi ha abituata. E questo, lo so in partenza, in ogni caso mi piacerà. Perché lei è così, ha uno stile crudo ed esplicito, un’altalena di metafore e situazioni che non possono lasciare indifferenti. Ecco, io ho quest’impressione: che non si possa restare indifferenti di fronte alla scrittura della Mazzantini, lei può piacere tanto o non piacere per niente, secondo me. Non è una senza infamia e senza lode. Non mi sembra, almeno.
A me, è superfluo aggiungerlo, piace.
Mi piace così tanto che parto con aspettative piuttosto elevate ed è per questo che poi, alla fine, mi trovo spesso un po’ persa. Piacevolmente persa, dolorante d’emozioni, direbbe la mia amica Martola.
Se avessi scritto questo post giorni fa, se ci fossi riuscita, avrei dato un parere più negativo di quello che mi sento di dare oggi.

Sinceramente non so se ci sia splendore in quest’ultimo romanzo, forse sì, a intermittenza. Va e viene, come le onde del mare protagonista dei momenti più importanti, come la vita, come l’amore. C’è all’inizio per me, si riaffaccia alla fine, nonostante avrei preferito una fine diversa. La parte centrale mi ha un po’ annoiata, da un lato forse l’ho trovata troppo introspettiva, ma dall'altro credo che la riflessione, il baratro, siano propedeutici per uno splendore futuro o per arrivare alla consapevolezza che uno splendore, nel passato, forse c’è stato.

È uno splendore che fa rima con amore, dolore, pudore, rancore, tremore, torpore. Sudore. È uno splendore non svenduto, non regalato, bisogna faticare per riuscire a vederlo, oltre le complicanze della vita, oltre le morti delle persone care, oltre se stessi, oltre le morali bigotte.
Ci sono stati attimi in cui anche Guido, narratore della storia (di nuovo l'autrice scrive dando voce a un uomo), e Costantino hanno toccato lo splendore. Attimi di splendore proibito nell'Italia cattolica e perbenista di oltre quarant'anni fa. Attimi che hanno custodito gelosamente nel loro cuore, solo lì, per molti, moltissimi, anni. Per una vita intera.
Guido e Costantino sono cresciuti insieme, nello stesso condominio, uno era ricco, solo, complicato, l’altro era il figlio del portiere, circondato dall'amore di una famiglia normale, che tutte le domeniche andava alla messa. Passano l’infanzia a scrutarsi da lontano, poi si ritrovano nello stesso liceo e lì tutto cambia.
Va bene, volevo dirgli, vedrai andrà bene per entrambi, cresceremo e un giorno saremo grandi e più sicuri di noi, assomiglieremo alla nostra gente, tu alla tua e io alla mia e soffriremo meno. Perché è solo la giovinezza che mischia il mare, poi ognuno si ritirerà dalla sua parte. Ci separeremo amabilmente e un giorno ci rincontreremo con grosse manate sulle spalle, come due cugini alla lontana: come stai? Sto bene, lo vedi, non mi sono buttato da una finestra.
Ma non era solo la giovinezza nel loro caso, per loro era amore, un amore proibito all'epoca più di oggi, un amore di cui entrambi si vergognano, un amore che cercano di non ascoltare, che fingono di non voler vivere. Si urlano in faccia che non sono froci, che a loro piacciono le ragazze, poi una sera davvero accadde, e fu contro natura, e davvero vorrei sapere cos'è la natura. Schiacciato dalla famiglia, da una ragazza anonima e insignificante, dalla religione cattolica che non accetta l’omosessualità, dal peso di un segreto doloroso del passato, Costantino non sa reggere il peso di quello splendore complicato, mette in pausa il proprio cervello e il proprio cuore e vive “la vita giusta”, quella di un uomo normale, con una moglie e dei figli. Guido scappa a Londra, dove trova un ambiente colorato, né diffidente né bigotto. Eppure, nonostante abbia amici gay che non nutrono particolari problemi nell'essere se stessi, lui continua a indossare una maschera, la maschera che aveva da ragazzo, quando urlava a Costantino e a se stesso che non era quella cosa lì. Anche Guido si sposa con una donna giapponese che, a modo suo, ama davvero, così pure con lei, in un certo senso, è splendore, ma non sono mai soli in quel letto, non c’è mai solo lei nel suo cuore. Costantino è lì, pesante come un macigno, non se ne va, nonostante gli anni trascorsi lontani.
Ho sempre temuto i ricordi. Sono fuggito milioni di volte, non ho mai avuto care abitudini, così da non doverle rimpiangere. Perché […] niente mi sembra più atroce di un ricordo magnifico.

Ed è splendore ogni volta che la vita li rimette ai propri posti, l’uno accanto all'altro, è splendore quando passeggiano in riva al mare o siedono nella stessa macchina, splendore quando si guardano negli occhi, splendore quando si odiano a tal punto da volersi prendere a pugni, quando nello stesso momento hanno voglia di fare l’amore, ma si vergognano di dirlo. È splendore il piccolo ritaglio di presente che si ritagliano nelle loro vite fasulle, sarà splendore il futuro che forse avranno, un giorno. Sarebbe stato splendore il loro passato, se avessero compiuto scelte più vere e, allo stesso tempo, coraggiose. È uno splendore destinato ad andare in pezzi e a ricomporsi e a frantumarsi ancora, in una continua giostra di vita.
Sai come chiamano le mimose, ragazzo? Il fiore che si vergogna. Sono di buon augurio a chi si mette in viaggio. Adesso scendono nell'acqua, battezzano il blu. Ma tu non vergognarti del viaggio. La vita, credimi, non è un fascio di speranze perdute, un puzzolente ricamo di mimose, la vita raglia e cavalca nel suo incessante splendore.

Splendore racconta due vite intere, narra di un viaggio per acquistare un coraggio che in realtà non dovrebbe nemmeno essere richiesto. L'amore è sempre amore, non ci sono aggettivi o religioni che tengono.
Se avessi scritto questi scarabocchi qualche giorno fa forse avrei detto che di splendore non ce n'è, che Guido e Costantino vivono vite non loro, che non hanno carattere, che Costantino sembra essere addirittura un uomo cattivo, alla fine. Avrei scritto che non c'è splendore nelle loro vite infelici, nei loro immensi rimpianti.
Non so se sia davvero così, anzi al momento sono più positiva, nonostante la malinconia che il romanzo inevitabilmente lascia addosso. Più passa il tempo e più penso che sia una bella storia, una storia che parla di omosessualità, Hiv, abusi, difficoltà ad accettarsi e a essere accettati, rimpianti, morte, amore. Sentimenti universali, che si declinano in un rapporto viscerale e logorante come pochi altri e che alla fine lasciano l'impressione che, nonostante i bassi della vita, nonostante le sofferenze, gli errori, le paure, la vergogna, ci siano comunque attimi di splendore per tutti, anche se forse ce ne accorgeremo solo al capolinea del nostro lungo viaggio.
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