3 marzo 2014

Se una notte d'inverno un viaggiatore, frasi [Italo Calvino] - Prima parte


Capitolo 1

Se una notte d'inverno un viaggiatore [Italo Calvino]

Ogni minuto che passo qui lascio tracce: lascio tracce se non parlo con nessuno in quanto mi qualifico come uno che non vuole aprir bocca: lascio tracce se parlo in quanto ogni parola detta è una parola che resta e può tornare a saltar fuori in seguito, con le virgolette o senza le virgolette.

L'autore pur non avendo nessuna intenzione di parlare di se stesso, ed avendo deciso di chiamare «io» il personaggio quasi per sottrarlo alla vista, per non doverlo nominare o descrivere, perché qualsiasi altra denominazione o attributo l'avrebbe definito di più che questo spoglio pronome, pure per il solo fatto di scrivere «io» egli si sente spinto a mettere in questo «io» un po' di se stesso, di quel che lui sente o immagina di sentire.

Vorrei risalire il corso del tempo: vorrei cancellare le conseguenze di certi avvenimenti e restaurare una condizione iniziale. Ma ogni momento della mia vita porta con sé un'accumulazione di fatti nuovi e ognuno di questi fatti nuovi porta con sé le sue conseguenze, cosicché più cerco di tornare al momento zero da cui sono partito più me ne allontano: pur essendo tutti i miei atti intesi a cancellare conseguenze d'atti precedenti e riuscendo anche a ottenere risultati apprezzabili in questa cancellazione, tali da aprirmi il cuore a speranze di sollievo immediato, devo però tener conto che ogni mia mossa per cancellare avvenimenti precedenti provoca una pioggia di nuovi avvenimenti che complicano la situazione peggio di prima e che dovrò cercare di cancellare a loro volta. Devo quindi calcolare bene ogni mossa in modo da ottenere il massimo di cancellazione col minimo di ricomplicazione.

Tutti i luoghi comunicano con tutti i luoghi istantaneamente, il senso d'isolamento lo si prova soltanto durante
il tragitto da un luogo all'altro, cioè quando non si è in nessun luogo. Io appunto mi trovo qui senza un qui né un altrove, riconoscibile come estraneo dai non estranei almeno quanto i non estranei sono da me riconosciuti e invidiati.

Le danno del tu; tutti si danno del tu; parlano mezzo in dialetto; è gente abituata a vedersi tutti i giorni da chissà quanti anni; ogni discorso che fanno è la continuazione di vecchi discorsi.

Siamo in una città per le cui strade si incontrano sempre le stesse persone; le facce portano su di sé un peso
d'abitudine che si comunica anche a chi come me, pur senza essere mai stato qui prima, capisce che queste sono le solite facce, lineamenti che lo specchio del bar ha visto inspessirsi o afflosciarsi, espressioni che sera per sera si sono gualcite o gonfiate. Questa donna forse è stata la bellezza della città; ancora adesso per me che la vedo per la prima volta può dirsi una donna attraente; ma se immagino di guardarla con gli occhi degli altri avventori del bar ecco che su di lei si deposita una specie di stanchezza, forse solo l'ombra della loro stanchezza (o della mia stanchezza, o della tua). Loro la conoscono da quand'era ragazza, ne sanno vita e miracoli, qualcuno di loro magari ci avrà avuto una storia, acqua passata, dimenticata, insomma c'è un velo d'altre immagini che si deposita sulla sua immagine e la rende sfocata, un peso di ricordi che m'impediscono di vederla come una persona vista per la prima volta, ricordi altrui che restano sospesi come il fumo sotto le lampade.

Capitolo 2

Ecco dunque la Lettrice fa il suo felice ingresso nel tuo campo visivo, Lettore, anzi nel campo della tua attenzione, anzi sei tu entrato in un campo magnetico di cui non puoi sfuggire l'attrazione. Non perdere tempo, allora, un buon argomento per attaccar discorso ce l'hai, un terreno comune, pensa un po', puoi
far sfoggio delle tue vaste e varie letture, buttati avanti, cos'aspetti.

Ma qualcosa è cambiato, da ieri. La tua lettura non è più solitaria: pensi alla Lettrice che in questo stesso momento sta aprendo anche lei il libro, ed ecco che al romanzo da leggere si sovrappone un possibile romanzo da vivere, il seguito della tua storia con lei, o meglio: l'inizio d'una possibile storia. Ecco come sei già cambiato da ieri, tu che sostenevi di preferire un libro, cosa solida, che sta lì, ben definita, fruibile senza rischi, in confronto dell'esperienza vissuta, sempre sfuggente, discontinua, controversa. Vuol dire che il libro è diventato uno strumento, un canale di comunicazione, un luogo d'incontro? Non per ciò la lettura avrà meno presa su di te: anzi, qualcosa s'aggiunge ai suoi poteri.

Capitolo 3

- Io? Io non leggo libri! - dice Irnerio.
- Cosa leggi, allora?
- Niente. Mi sono abituato così bene a non leggere che non leggo neanche quello che mi capita sotto gli occhi per caso. Non è facile: ci insegnano a leggere da bambini e per tutta la vita si resta schiavi di tutta la roba scritta che ci buttano sotto gli occhi. Forse ho fatto un certo sforzo anch'io, i primi tempi, per imparare a non leggere, ma adesso mi viene proprio naturale. Il segreto è di non rifiutarsi di guardare le parole scritte, anzi, bisogna guardarle intensamente fino a che scompaiono.

Ascoltare qualcuno che legge ad alta voce è molto diverso da leggere in silenzio. Quando leggi, puoi fermarti o sorvolare sulle frasi: il tempo sei tu che lo decidi. Quando è un altro che legge è difficile far coincidere la tua attenzione col tempo della sua lettura: la voce va o troppo svelta o troppo piano.

Ogni interpretazione esercita sul testo una violenza e un arbitrio.


Capitolo 4

Mi piace sapere che esistono libri che potrò ancora leggere... - dice, sicura che alla forza del suo desiderio devono corrispondere oggetti esistenti, concreti, anche se sconosciuti. Come potrai tenerle dietro, a questa donna che legge sempre un altro libro, in più di quello che ha sotto gli occhi, un libro che non c'è ancora ma che, dato che lei lo vuole, non potrà non esserci?

- Leggere, - egli dice, - è sempre questo: c'è una cosa che è lì, una cosa fatta di scrittura, un oggetto solido, materiale, che non si può cambiare, e attraverso questa cosa ci si confronta con qualcos'altro che non è presente, qualcos'altro che fa parte del mondo immateriale, invisibile, perché è solo pensabile, immaginabile, e perché c'è stato e non c'è più, passato, perduto, irraggiungibile, nel paese dei morti...
- ...O che non è presente perché non c'è ancora, qualcosa di desiderato, di temuto, possibile o impossibile, - dice Ludmilla, - leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà... -


Senza temere il vento e la vertigine [ Vorts Viljandi, pseudonimo cimbro di Ukko Athi]

Le vertigini mi prendono quando meno me l'aspetto, anche se non c'è nessun pericolo in vista. L'alto e il basso non contano. Se guardo il cielo, la notte, e penso alla distanza delle stelle... O anche di giorno... Se mi sdraiassi qui, per esempio, con gli occhi verso l'alto, mi verrebbe il capogiro... - e indica le nuvole che passano veloci spinte dal vento. Parla del capogiro come d'una tentazione che in qualche modo l'attrae.

Capitolo 5

C'è una linea di confine: da una parte ci sono quelli che fanno i libri, dall'altra quelli che li leggono. Io voglio restare una di quelli che li leggono, perciò sto attenta a tenermi sempre al di qua di quella linea. Se no, il piacere disinteressato di leggere finisce, o comunque si trasforma in un'altra cosa, che non è quello che voglio io. E' una linea di confine approssimativa, che tende a cancellarsi: il mondo di quelli che hanno a che fare coi libri professionalmente è sempre più popolato e tende a identificarsi col mondo dei lettori. Certo, anche i lettori diventano più numerosi, ma si direbbe che quelli che usano i libri per produrre altri libri crescono di più di quelli che i libri amano leggerli e basta. So che se scavalco quel confine, anche occasionalmente, per caso, rischio di confondermi con questa marea che avanza; per questo mi rifiuto di metter piede in una casa editrice, anche per pochi minuti.

Da tanti anni lavoro in casa editrice... mi passano per le mani tanti libri...ma posso dire che leggo? Non è questo che io chiamo leggere...Al mio paese c'erano pochi libri, ma io leggevo, allora sì che leggevo... Penso sempre che quando andrò in pensione tornerò al mio paese e mi rimetterò a leggere come prima. Ogni tanto metto da parte un libro, questo me lo leggerò quando vado in pensione, dico, ma poi penso che non sarà più la stessa cosa...

«Che importa il nome dell'autore in copertina? Trasportiamoci col pensiero di qui a tremila anni. Chissà quali libri della nostra epoca si saranno salvati, e di chissà quali autori si ricorderà ancora il nome. Ci saranno libri che resteranno famosi ma che saranno considerati opere anonime come per noi l'epopea di Ghilgamesh; ci saranno autori di cui sarà sempre famoso il nome ma di cui non resterà nessuna opera, come è successo a Socrate; o forse tutti libri superstiti saranno attribuiti a un unico autore misterioso, come Omero».


Guarda in basso dove l'ombra s'addensa [Bertrand Vandervelde, scrittore belga]

Forse alla moda di quegli anni Jojo c'era arrivato in ritardo, quando già non era più di moda in nessun posto, ma lui avendo invidiato da giovane dei tipi vestiti e pettinati così, dalla brillantina alle scarpe di vernice nera con mascherina di velluto, aveva identificato quell'aspetto con la fortuna, e una volta che c'era arrivato era troppo preso dal suo successo per guardarsi attorno e accorgersi che adesso quelli cui lui voleva assomigliare avevano un aspetto completamente diverso.

Quante volte, quando il passato mi pesava troppo addosso, [...] m'aveva preso quella speranza del taglio netto: cambiare mestiere, moglie, città, continente, - un continente dopo l'altro, fino a far tutto il giro, -consuetudini, amici, affari, clientela. Era un errore, quando me ne sono accorto era tardi. Perché a questa maniera non ho fatto altro che accumulare passati su passati dietro le mie spalle, moltiplicarli, i passati, e se
una vita mi riusciva troppo fitta e ramificata e ingarbugliata per portarmela sempre dietro, figuriamoci tante vite, ognuna col suo passato e i passati delle altre vite che continuano ad annodarsi gli uni agli altri. Avevo un bel dire ogni volta: che sollievo, rimetto il contachilometri a zero, passo la spugna sulla lavagna: l'indomani
del giorno in cui ero arrivato in un paese nuovo già questo zero era diventato un numero di tante cifre che non stava più sui rulli, che occupava la lavagna da un capo all'altro, persone, posti, simpatie, antipatie, passi falsi.

Il passato non te lo puoi cambiare come non puoi cambiarti il nome.

Capitolo 6

Quel legame esclusivo, quella comunione di ritmo interiore che si raggiunge attraverso un libro letto nello stesso tempo da due persone, come t'è parso possibile con Ludmilla?

Dalla terrazza dello chalet elvetico, Silas Flannery guarda con un cannocchiale montato su un treppiede una giovane donna su una sedia a sdraio intenta a leggere un libro su un'altra terrazza, duecento metri più a valle. - E là tutti i giorni, - dice lo scrittore, - ogni volta che sto per mettermi alla scrivania sento il bisogno di guardarla. Chissà cosa legge. So che non è un mio libro e istintivamente ne soffro, sento la gelosia dei miei libri che vorrebbero esser letti come legge lei. Non mi stanco di guardarla: sembra abitare in una sfera sospesa in un altro tempo e in un altro spazio. Mi siedo alla scrivania, ma nessuna storia inventata da me corrisponde a ciò che vorrei rendere -.
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