4 marzo 2014

Se una notte d'inverno un viaggiatore, Italo Calvino [Mi piace sapere che esistono libri che potrò ancora leggere]

Tu, Lettrice che hai aspettato quasi dieci anni per tornare a leggere qualcosa di Italo Calvino, come ti senti? Lettrice sbadigliante col visconte dimezzato, sgomenta dinanzi al barone rampante, inorridita dal cavaliere inesistente, tu, Lettrice che hai pensato di percepire la tanto decantata grande bellezza dell'autore solo in mezzo al sentiero dei nidi di ragno, in un'estate di inizio liceo, che ne pensi, oggi? Com'è, Lettrice, leggere Calvino da grande? 

E com'è? Bella domanda.
In tutto questo tempo tante volte ho ripreso in mano quei libri su cui, agli albori liceali, mi ero appisolata e altrettante volte in libreria ho toccato, sfogliato, letto la quarta di copertina di altri romanzi a me sconosciuti. Ero sempre in bilico tra la voglia di provare a riscattare un autore tanto osannato che a me aveva fatto piuttosto schifo e la paura di confermarlo ancora, quello schifo. Poi è arrivata Maria (del più che un blog uno scioglilingua Startfromscratch) e ha lanciato un gruppo di lettura per leggere Se una notte d'inverno un viaggiatore. Nonostante il mio rapporto con le letture a scadenza sia quello che sia, cioè un disastro, ho deciso che poteva essere l'occasione che cercavo per tornare a posare il mio sguardo sulle parole di Calvino. E così è stato.

Com'è nato questo libro tutto strano, confuso e contorto? Be', semplice da spiegare: Calvino, un indiscusso genio nel cambiare pelle a ogni libro (così ho letto in giro), stava attraversando un momento di crisi, il classico blocco dello scrittore. Ogni giorno si alzava, si sedeva alla sua scrivania, prendeva una manciata di fogli e iniziava a scrivere. Scriveva, cancellava, riscriveva, poi niente più. Buio. Dopo un certo numero di pagine non riusciva ad andare oltre. Gli successe una volta, due, tre...dieci. Si disperava, Calvino, perché quegli incipit non erano nemmeno da buttare, ma lui proprio non ci riusciva ad andare avanti, a dare loro un finale, finché un giorno gli arrivò l'illuminazione: avrebbe scritto un romanzo di soli incipit! Avrebbe dovuto solo cercare un modo per tenerli uniti, gli mancava solo la cornice giusta e il riciclo di quei dieci inizi sarebbe stato perfetto. Un'idea geniale, pensava Calvino.
E in effetti, diranno i posteri, lo era.

Scherzi a parte, Se una notte d'inverno un viaggiatore è unico. Non so se esistano libri simili sinceramente, di certo io non ne ho mai incontrati prima. È una specie di caccia al tesoro, dove il tesoro è il finale di un libro con cui il Lettore, per dieci volte, non riesce a incontrarsi.
Tutto inizia con lui, il Lettore, che corre in libreria per comprare "Se una notte d'inverno un viaggiatore", il nuovo libro di questo autore che gli piace molto. Torna a casa e, trovata la posizione più adatta, si mette a leggerlo. Nel momento in cui la vicenda sembra entrare nel vivo il Lettore scopre che la sua copia è difettosa visto che si ripetono fino alla fine le stesse pagine, quelle che ha già letto. L'indomani si reca di nuovo in libreria per farsi cambiare la copia difettosa e il libraio gli spiega che c'è stato un problema con l'editore e si sono mescolati due libri di quella stessa casa editrice, perciò quello che ha letto lui non è il libro di Calvino, ma quello di un autore polacco, motivo per cui il Lettore finisce per tornare a casa con questo libro del polacco, ma appena si mette a leggerlo capisce che non è per niente quello che stava leggendo il giorno prima.
E così via, il Lettore si troverà a leggere per dieci volte dieci libri diversi di cui conoscerà sempre soltanto gli incipit, per i più svariati motivi.


I dieci incipit completamente diversi tra loro sono tenuti insieme da due elementi principali: la storia d'amore tra il Lettore e la Lettrice e una potente organizzazione criminale che falsifica libri d'autore e che sarà protagonista di molti indizi sbagliati per arrivare al tesoro. Noi, Lettori, il tesoro non lo troveremo mai, nel senso che non conosceremo mai la fine di nessuno dei dieci incipit, ma almeno potremo gioire per le sorti del Lettore, che ormai marito della Lettrice, si attarda a spegnere la luce a letto perché sta finendo di leggere "Se una notte d'inverno un viaggiatore".

Questo libro non appartiene al genere di letture che amo di più, non sono un'appassionata della forma, prediligo le emozioni di solito e qui, in quest'opera di Calvino, la forma è eccezionale, ma le emozioni, dalle mie parti, sono latitate. Nonostante questo, e nonostante una banalotta storia d'amore e un continuo spostamento di luoghi e persone di cui ho sicuramente perso qualche passaggio, devo ammettere che ci sono stati dei particolari che mi hanno conquistata:
1) L'incipit (si può leggere qui).
2) Una confusione piacevole (solo a tratti noiosa). Come ha scritto Maria nel suo post: se una notte d'inverno Italo Calvino mi avesse invitata a ballare, io mi sarei lasciata trasportare in questo folle movimento. Che non sarebbe stato un valzer, un tango o una tarantella: sarebbe stato tutto questo insieme e molto altro ancora.
3) L'insieme dei titoli dei dieci romanzi che forma un ennesimo incipit: Se una notte d'inverno un viaggiatore, fuori dell'abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l'ombra s'addensa in una rete di linee che s'allacciano, in una rete di linee che s'intersecano sul tappeto di foglie illuminate dalla luna intorno a una fossa vuota, - Quale storia laggiù attende la fine? Inizio a pensare che Calvino sia un genio davvero.

Tempo fa ho scoperto che Paolo Di Paolo ha fondato una rivista letteraria, Orlando esplorazioni (il sito è qui), che si può sfogliare anche online. L'ultima uscita era dedicata a Italo Calvino che avrebbe compiuto 90 anni, se vi interessa la potete leggere o scaricare qui, a pagina 22 c'è un articolo di Angela Galloro sulla sperimentazione di Calvino che si conclude così: 
«Il problema di non finire una storia è questo. Comunque essa finisca, qualsiasi sia il momento in cui decidiamo che la storia può considerarsi finita, ci accorgiamo che non è verso quel punto che portava l’azione del raccontare, che quello che conta è altrove, è ciò che è avvenuto prima», scrive negli appunti [Calvino]. Se è il percorso che conta, e non il traguardo, la morale della grande favola calviniana è che un vero finale non è ancora stato scritto e che probabilmente non lo sarà mai. Per questo, Calvino è un autore vivo e senza confini, la cui esperienza letteraria si incrocia ancora con la nostra. E “ancora” è un tempo senza inizio e fine.
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