21 maggio 2014

Nuovo dizionario delle cose perdute, Francesco Guccini [Il maglione è quella cosa che i bambini portano quando le mamme hanno freddo]

"Quando morirò seppellitemi in una vigna, acciocché possa ridare alla terra tutto quello che ho bevuto nella mia vita". [Carducci]

C'è una cosa, più di tante altre, che mi è mancata nella vita, non per colpa di qualcuno, solo per un fato avverso. Mi è mancato mio nonno. Mi sono mancati tutti, perché non ho avuto abbastanza tempo per conoscerne nessuno, ma uno più degli altri. La mamma dice che se avessi conosciuto mio nonno, suo padre, c'avrei scritto un libro su di lui.
Mio nonno aveva una maestra che lo cacciava dalla classe e lo mandava a ripulire i campi intorno alla scuola, perché tanto ai poveracci come lui la scuola non sarebbe mai servita. Mio nonno era andato in Africa, a fare la guerra, era stato fatto prigioniero e raccontava che laggiù, al di là del mare, dopo la guerra, lui ci stava anche bene, così bene che se l'era presa con De Gasperi quando li aveva fatti tornare tutti a casa. Ecco, in poche parole, devo ringraziare un democristiano se mio nonno è tornato in Italia, ha conosciuto la nonna e ha messo al mondo, tra gli altri, la mia mamma che a sua volta ha fatto nascere me. Perciò grazie De Gasperi.
Mio nonno non aveva simpatia per i democristiani, era comunista, ma comunista davvero. Operaio, povero e senza istruzione, ma con una mente aperta, così aperta che voleva assolutamente che tutti i suoi figli studiassero il più possibile, perché l'aveva capito che la cultura può rendere davvero liberi. L'aveva capito perché lui non ce l'aveva e ne sentiva la mancanza.

Il libro di Guccini mi ha fatto pensare a lui, alle cose perdute che il nonno non mi ha mai raccontato tenendomi sulle ginocchia, accanto al fuoco o in mezzo a un prato. Me le hanno raccontate, sì, anche con tutto l'amore del mondo, ma non ha potuto farlo lui. E io ho preso nonni in prestito, ho ascoltato le storie dei miei genitori, dei miei zii, dei miei compaesani, dei nonni altrui, ma sono sicura che non è stata la stessa cosa. E di questo mi dispiace.

Mio nonno, seppure senza la sua cultura, sarebbe stato il mio Guccini. E mi avrebbe incantata con racconti di guerra e storie di campagna senza luce, senza acqua, senza corrente. Mi avrebbe incantata con le cose perdute di un tempo lontano, e nemmeno tanto lontano certe volte. E io l'avrei ascoltato incuriosita, con la stessa curiosità con cui ho iniziato e letto questo libro, dove ho trovato cose perdute che ricordavo e altre che invece non sapevo nemmeno esistessero (i vespasiani, ad esempio).
Ho letto quelle pagine immaginandomele lette con la erre moscia di Guccini. E adesso, proprio mentre lo scrivo, mi rendo conto che la voce di mio nonno non so nemmeno come fosse.
Perché sì, da un certo punto di vista sembra davvero che si stesse meglio quando si stava peggio, anche se non mi sembra sia questo il senso del piccolo Nuovo dizionario delle cose perdute, però nessuno faceva foto o filmini, nessuno registrava le voci.
Merenda è parola latina e significa "cose da meritare".
Mi scuso per questi scarabocchi un po' sconclusionati. Il libro è carino, niente di imperdibile, ma carino per allenare la memoria e pensare Ah sì, questo me lo ricordo oppure Ah sì, questo me l'hanno raccontato oppure Ah sì, l'ho visto in quel film oppure Ma davvero??? E poi Guccini è sempre Guccini, anche se allo scrittore preferisco di gran lunga il cantautore.
Leggendo il libro, oltre che a mio nonno, ho pensato anche che io stessa potrei già scriverlo un elenco piuttosto lungo di cose che non si vedono più oggi. Ad esempio ho ancora il mio walkman azzurro, in un cassetto, c'andavo via matta e l'avevo comprato mettendo via non so quante paghette. E adesso è una cosa perduta. Perduta come le canzoni che mia sorella mi aveva insegnato a registrare direttamente dallo stereo. Perduta come quel cellulare grandissimo che mi sembrava una cosa incredibile e invece sapeva solo telefonare, sappiamo bene che oggi è l'ultima cosa che un telefono deve saper fare.

È un libro di ricordi, ecco, che invita anche chi legge a ripensare ai propri.
Oggi [le uova], in confezioni da quattro, sei o dodici, in appositi contenitori, recano impresso sul guscio sigle che indicano la data di scadenza, il nome della gallina stessa. Tutto questo, dicono, per evitare pericolosi fenomeni di diffusione della salmonella che, prima dell'invenzione delle uova siglate, produceva pericolose epidemie paragonabili alla peste manzoniana. Io stesso sono morto, tanti anni fa, e non me ne sono neanche accorto. Correvamo rischi mortali, e non lo sapevamo.
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