26 luglio 2014

Il ragazzo selvatico - Quaderno di montagna, Paolo Cognetti

«Andai nei boschi perché volevo vivere secondo i miei principi, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, per vedere se fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non avere vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, né fare pratica di rassegnazione prima del necessario. Volevo vivere profondamente e succhiare tutto il midollo della vita, vivere in modo vigoroso e spartano e distruggere tutto ciò che non era vita, falciarlo via con ampie bracciate radenti al suolo, chiudere la vita in un angolo e ridurla ai suoi minimi termini. E se si fosse rivelata miserabile, volevo trarne tutta la genuina miseria e mostrarla al mondo; se invece fosse stata sublime, volevo conoscerla con l’esperienza e renderne conto nella mia narrazione»
[Thoreau] 

Per la seconda estate consecutiva eccomi alle prese con Paolo Cognetti. L'anno scorso c'era Sofia che si vestiva sempre di nero, quest'anno c'è proprio lui, l'autore, che si cimenta nella scrittura di un quaderno di montagna, in cui parla di sé, della sua crisi da trentenne, della sua decisione di lasciare la frenesia della città, in cui non riesce più a scrivere, e di tornare lassù dove passava le sue estati da ragazzo. Lassù, in una baita alpina a duemila metri d'altezza, da solo.
Lasciare la civiltà e ritrovarsi selvatico, in mezzo alla natura, tra i larici e le marmotte, su su per i sentieri dei camosci, tra le nuvole, quasi fino a toccare il cielo. Selvatico, sì, libero, pure. È solo, con i libri, le parole che tornano a scorrere tra le mani, i ricordi delle montagne passate, i respiri profondi in mezzo all'aria pulita delle Alpi.

C'è la solitudine, la libertà. C'è la paura, c'è il tentativo di districarsi tra la nebbia di un futuro incerto. C'è la semplicità dei lavori manuali, le legne da spaccare, l'orto da preparare, le mucche da mungere. Un ritorno al passato per riuscire a rivedere il proprio futuro.
Temevo che questo quaderno/diario di montagna sarebbe stata una lettura noiosa, invece mi ha appassionata, sarà che mi piace lo scrittore o sarà che, pur non essendo una ragazza di montagna, ma solo di campagna, sono anch'io piuttosto selvatica. Sarà che qualche anno fa ho smesso di sognare la città, perché mi sento a mio agio qui, con il cinguettio degli uccellini in sottofondo, con i pomodori da far crescere, con l'erba da tagliare e i fiori da veder sbocciare. Sto bene qui, in un silenzio che lascia spazio per pensare, per ascoltare, per chiacchierare con la gente che si incontra per strada. Con poche opportunità, questo è vero, ma senza fretta e con una pace che altrove certo non avrei.
Questa sarà una lettura che piacerà di sicuro a tutti gli animi selvatici, come il mio.



Oltretutto de Il ragazzo selvatico ho apprezzato molto anche i vari testi citati dall'autore, che vorrei riportare qui.

La mia prima estate sulla Sierra, di John Muir.
Storia di una montagna, di Elisée Reclus.
Il pastore mio compagno, unico rappresentante dell’umanità da cui fuggivo, m’era divenuto poco a poco necessario; sentivo nascere verso di lui fiducia e amicizia. Non mi limitavo più a ringraziarlo del cibo che mi portava e dei servigi che mi rendeva, ma lo studiavo cercando di imparare ciò che aveva da insegnarmi. La sua istruzione era ben poca cosa, ma quando l’amore per la natura si fu impadronito di me, fu lui a farmi conoscere la montagna dove pascolavano le sue greggi, alle cui falde era nato. Mi disse il nome delle piante, mi mostrò le rocce in cui si trovavano i cristalli e le pietre rare, mi accompagnò sulle cornici vertiginose dei baratri per indicarmi la via da prendere nei passaggi difficili. Dall'alto delle vette mi indicava le valli, mi tracciava il corso dei torrrenti; poi, di ritorno alla nostra capanna annerita dal fumo, mi raccontava le storie del paese e le leggende locali.
Into the wild, di Jon Krakauer.
Grande fiume dai due cuori, di Hemingway.
Walden, di Henry David Thoreau, da cui è tratto questo pensiero sul campo di fagioli:
Che cosa significasse questa regolare, orgogliosa, piccola fatica d’Ercole, io non lo sapevo. Giunsi ad amare i miei filari, i miei fagioli, benché fossero molti più di quelli che mi servivano. Mi attaccavano alla terra, e così ne ricevevo forza. Ma perché dovevo coltivarli? Solo il cielo lo sa. Questo fu il mio curioso lavoro per tutta l’estate: fare che quella porzione di superficie terrestre, che prima aveva dato solo trifogli, more, piante infestanti, dolci frutti di bosco e fiori gentili, producesse invece legumi. Che cosa avrei imparato dai fagioli, o i fagioli da me? Li avrei curati, li avrei protetti dalle erbacce, sarei tornato a guardarli a tutte le ore, e questo sarebbe stato il mio lavoro quotidiano.
E quest'altra riflessione, che sento molto molto mia.
Trovo sia salutare restare soli la maggior parte del tempo. La compagnia, anche delle persone migliori, risulta ben presto insopportabile e dispersiva. Amo stare da solo. Non ho mai trovato un compagno più intimo della solitudine. Molti di noi sono più soli in mezzo agli altri che quando se ne stanno nella loro stanza. Un uomo che pensa o lavora è sempre solo; lasciatelo dove sta. La solitudine non è misurata dalle miglia di distanza tra un uomo e il suo prossimo.La compagnia di solito è cosa da poco. Ci incontriamo troppo spesso, senza avere il tempo di acquisire nuovo valore uno per l’altro. Ci incontriamo ai pasti tre volte al giorno, e offriamo all'altro un nuovo assaggio di quel vecchio formaggio ammuffito che siamo. Dobbiamo accordarci su una serie di regole, chiamate educazione e cortesia, per rendere tollerabili questi frequenti incontri, ed evitare di dichiararci guerra a vicenda. Ci incontriamo in posta, alle assemblee e davanti al camino; viviamo ammassati, ci intralciamo e inciampiamo uno nell'altro; e in questo modo perdiamo il rispetto reciproco.Ho sentito di un uomo che si perse nei boschi e stava morendo di stanchezza e di fame ai piedi di un albero, la cui solitudine ricevette sollievo dalle grottesche visioni con le quali, per la debolezza del corpo, la sua immaginazione malata lo circondava, e che egli credeva reali. Anche noi, forti nel corpo e nella mente, possiamo essere accolti da una compagnia simile, quella della natura, e scoprire che non siamo mai soli.
Il sistema periodico, di Primo Levi.
Mi trascinava in estenuanti cavalcate nella neve fresca, lontano da ogni traccia umana, seguendo itinerari che sembrava intuire come un selvaggio. D’estate, di rifugio in rifugio, a ubriacarci di sole, di fatica e di vento, e a limarci la pelle dei polpastrelli su roccia mai prima toccata da mano d’uomo: ma non sulle cime famose, né alla ricerca dell’impresa memorabile; di questo non gli importava proprio niente. Gli importava conoscere i suoi limiti, misurarsi e migliorarsi; più oscuramente, sentiva il bisogno di prepararsi (e di prepararmi) per un avvenire di ferro, di mese in mese più vicino.
Vedere Sandro in montagna riconciliava col mondo, e faceva dimenticare l’incubo che gravava sull'Europa. Era il suo luogo, quello per cui era fatto, come le marmotte di cui imitava il fischio e il grifo: in montagna diventava felice, di una felicità silenziosa e contagiosa, come una luce che si accenda. Suscitava in me una comunione nuova con la terra e il cielo, in cui confluivano il mio bisogno di libertà, la pienezza delle forze, e la fame di capire le cose che mi avevano spinto alla chimica. Uscivamo all'aurora, strofinandoci gli occhi, dalla portina del bivacco, ed ecco tutto intorno, appena toccate dal sole, le montagne candide e brune, nuove come create nella notte appena svanita, e insieme innumerabilmente antiche.
E al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce l’eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino.
Poesie di montagna, di Antonia Pozzi.
Le vite dell'altipiano. Racconti di uomini, boschi e animali, di Rigoni Stern.
Mario Rigoni Stern diceva che, delle stagioni, quella che gli piaceva meno era l’estate, perché la vita si nasconde all'uomo ed è come assente, mentre amava l’autunno che ci spinge di nuovo ad affinare lo sguardo, tendere l’orecchio e ascoltare.
E una canzone di De André, Il suonatore Jones (clic).
Sentivo la mia terra vibrare di suoni, era il mio cuore e allora perché coltivarla ancora, come pensarla migliore. 
Libertà l'ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. 
Libertà l'ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato per un fruscio di ragazze a un ballo, per un compagno ubriaco.
E poi un film di Giorgio Diritti, Il vento fa il suo giro.
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