23 agosto 2014

Io sono di legno, frasi [Giulia Carcasi]










La parola del legno non è uniforme,
è una polifonia
di rumori ardenti
che hanno come diapason
le foglie mosse dal vento.

Alda Merini


Sei una donna di ieri, non di oggi: ti porti addosso la notte prima.

Io non vorrei essere Mia, vorrei essere di qualcuno, sapere di appartenergli e non muovermi da lì.
Mia è un nome solo.
Preferirei chiamarmi Tua.

Io non sono capace di perdonare, penso che quando cominci a perdonare è difficile smettere, è un vizio che rischia di farti passare per fesso.

Preferisco la teoria alla pratica, mi sembra che in teoria le cose riescano meglio.

Scrivere è qualcosa di intimo, più intimo del sesso, quello si fa uno incastrato nell'altro, si fa senza studiare il corpo che si ha di fronte, dentro.
Scrivere è spogliarsi di fronte a qualcuno, lasciarsi guardare così, nudi e in piedi, pieni di difetti di carne.

Marzia dice "è come se fossi mia sorella", ma io lo so che non è vero.
Perché lei una sorella ce l'ha già.
Perché dire "è come se fossi" non è come dire "sei".

Noi donne siamo così, c'illudiamo che tutto dipenda da noi, che bastava spostare una virgola per cambiare il destino.

"Non cambiare gli altri, cambia tu" diceva.
C'è solo una cosa che irrita nel profondo: il mare.
Il mare è logorroico, non ce la fa proprio a stare zitto. Tu sei lì che vuoi stare per i fatti tuoi, che vuoi farti un giro nei tuoi discorsi e lui insiste, spush spush, ti bagna i piedi, s'intromette, spush spush, richiama attenzione.

Il mio professore di fisica dice che l'universo tende al disordine, le molecole si allontanano ogni giorno di più una dall'altra. Io penso che anche le persone funzionano così, ogni giorno si disperdono fino a non ritrovarsi.
E non capisco che senso ha amare, concentrarsi su una persona e basta. Preferisco passare la notte con uomini di cui non m'importa, non avere le loro foto, dimenticarne all'alba nomi e facce.
Mi basta solo una parte di loro, la più sporgente, l'unica che non ho.

Avevo letto quel libro la sera stessa. Parlava di un uomo comunista in una Turchia che andava nella direzione opposta, parlava della donna che aveva amato, di come contavano i giorni per rivedersi fuori dal carcere, di come in quella prigione fiorissero le rose ogni volta che lei entrava.
Era un libro che parlava d'illusioni tanto vere che sembrava impossibile non vivere e non morire per loro.

"Io penso che l'amore sia un sacrificio sociale. E tu puoi dirmi che non è vero, ma questo è quello che ho visto. Mi guardo intorno ed è pieno di gente divorziata, di storie d'amore franate e io come faccio a stare con una persona e a credere che non finirò anch'io tra quelle macerie?"
"Io penso che un tuo bacio può valere le macerie in cui forse un giorno mi lascerai."

"E tu, Luca, ce l'hai la ragazza?"
"No."
"E non ne senti il bisogno?"
"Che vuol dire avere bisogno? Si hanno un sacco di bisogni. Bere, mangiare. Avere la ragazza non dev'essere un bisogno, dev'essere un sogno."

Io non farò l'avvocato perché, a volte, quello che è legale non è onesto e quello che è onesto non è legale.

"Amore e tosse non si possono nascondere" diceva Sofia nel suo italiano zoppo.

Chi sono io per giurarti sull'eterno?
Non sono padrona del tempo.
Ma sono schiava di te.

"Che tu abbia lei non è tutto il mio tormento, [...] ma che lei abbia te è quanto più m'accora, una sconfitta in amore che mi brucia dentro. [...] Entrambi vi trovate e io vi perdo tutti e due e, voi, per amor mio, m'infliggete questa croce."
Ci sono poesie che andrebbero messe in tasca, per tirarle fuori quando servono. Ci sono poesie che andrebbero caricate come pistole, per premere il grilletto e ammazzare il dolore che, se rimane inspiegato, cresce.

"È capitato una volta e basta, te lo giuro" ripete lui, io non voglio sentire, io mi tappo le orecchie con le mani, lui ripete "una volta e basta", come se non fosse niente, se è capitato una volta non è niente.
Io potrei morire e potrei uccidervi una volta e basta, se capita una volta non è niente, no?

La ceramica si rompe, fa subito mostra dei suoi cocci rotti. Il legno no, finché può nasconde, si lascia torturare ma non confessa.
Io sono di legno.

Non ci si innamora delle regolarità di un corpo, noi ci siamo innamorati dei difetti: la sua cicatrice per una caduta dal motorino, le mie scapole sporgenti, le sue orecchie a sventola, la mia voglia di caffellatte nell'interno coscia.

"E tu che prendi?" ci si chiede a turno. Luca farà Fisica, sa che ho paura del mondo e allora vuole smontarlo come un tostapane, capire come funziona e darmi un libretto d'istruzioni. Vuole dimostrare che l'entropia non è valida per gli umani, forse l'universo tenderà al disordine, forse le molecole sono destinate ad allontanarsi, ma gli esseri umani no o almeno, lui e io, no. "E tu che prendi?" mi chiedono.

"Io ho studiato Medicina perché tu studiassi Lettere o musica o danza."

Vedi, Mia, noi fantastichiamo oltre le porte degli altri, ci convinciamo che la nostra vita con un'altra cornice sarebbe andata diversamente, cerchiamo altri padri, altre madri, le protezioni che non abbiamo avuto. Ce la prendiamo col destino, che ci ha fatto nascere qua e non là, perché con qualcuno ce la dobbiamo prendere. Perché non c'è niente di peggio del pensiero che, partendo da presupposti diversi, le cose sarebbero andate ugualmente.

I dvd.
Vai al menù principale e ti chiedono se vuoi seguire il film in francese, spagnolo o italiano.
Puoi selezionare le scene, se vuoi quella che ti dà fastidio la salti a piedi pari.
Mi chiedo: e se la vita fosse un dvd?
Se una frase non la vuoi sentire, selezioni il francese e puoi non capirla.
Se incontri Luca, puoi non vederlo e andare avanti.
Tutto questo mi sembra figo.
Poi, però, mi chiedo: a cambiare lingua e scena, cambia anche il finale?

C'è una storia che raccontano dalle mie parti, una storia adatta a quelli che inciampano. "Puoi camminare guardandoti i piedi e allora, è raro, ma potrai inciampare lo stesso; di sicuro, perderai un tramonto che si spegne davanti a te, i disegni di uno stormo d'uccelli sulla tua testa. Oppure puoi camminare guardandoti attorno, quasi sicuramente inciamperai, però avrai raccolto i regali della terra."
Io non ho dato retta a questa storia, io dopo avere inciampato, semplicemente, ho smesso di camminare.

Quando torno dall'ospedale, avrei voglia di sedermi sul divano accanto a te, poggiare la tua testa sul mio grembo e parlarti. Preferirei parlarti invece di scrivere, che scrivere è una vigliaccata, è dire le cose alle spalle, è rispondere quando si ha la risposta pronta e il momento di rispondere è già passato.

"Lascia perdere, la gente quando sta male dice cose senza senso."
"La gente quando sta male è vera come non mai" 

"A me piacerebbe una figlia," dice mentre mastica, "un maschio no, i maschi hanno bisogno di meno attenzioni, crescono tra gli amici, si guardano alle spalle da soli, capiscono quali sono le donne sbagliate e quelle giuste, con le prime si divertono, con le seconde si sposano e mettono su famiglia. I maschi nascono grandi e ti fanno fare il padre a metà. La femmina è diversa. La devi proteggere da tutto, s'innamorerà degli uomini sbagliati e tu devi metterla in guardia, riceverà complimenti volgari e tu farai in modo che non senta. La femmina devi stare attento che non perda l'incanto."

Forse, a raccontarsi fino in fondo, nessuno al mondo è nella condizione di giudicare.

Penso che smetterò di scrivere, diario.
Penso che comincerò a parlare.
Penso che quest'estate è vicina e non ho ancora organizzato un viaggio.
Penso che a novembre dovrò iscrivermi all'università e non ho ancora un'idea precisa.
Penso che non m'importa, voglio smettere di pianificare la mia vita, che certe volte alla vita bisogna togliere il guinzaglio, lasciarla andare dove va.
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