6 ottobre 2014

Il desiderio di essere come tutti, Francesco Piccolo

C'erano una volta i comunisti, c'erano una volta i democristiani, c'erano una volta Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, c'era una volta il Pci, c'erano una volta i pugni alzati, c'erano una volta le idee, la passione politica, l'etica della responsabilità.
E poi c'era una volta Francesco Piccolo, che è piccolo davvero quando davanti a una partita di calcio tra Germania dell'Est e Germania dell'Ovest, nell'attimo di un goal insperato per i più deboli, sulla carta perdenti, scopre di essere diventato comunista, alla faccia del padre, di tutt'altra idea.
Era il 1974, quarant'anni fa. 
In questo libro, vincitore del Premio Strega, Piccolo ricorda le tappe politiche della sua vita, quelle che gli hanno dato consapevolezze, che l'hanno fatto maturare, quelle che lo hanno portato a essere l'uomo che è: un mix di sinistra (non ha mai smesso di esserlo), di desiderio di essere come tutti, di una sana superficialità che gli è stata insegnata dalla moglie (che nel libro chiama Chesaràmai per questo)  e che gli ha permesso di vivere tutto sommato bene, felicemente, il ventennio berlusconiano.

La grafica della copertina ricorda il TUTTI che apriva L'Unità nel giorno dei funerali di Berlinguer ed è di lui che soprattutto si parla, di quando c'era e della sua assenza.
Per me, che appartengo a quell'area politica, leggere questo romanzo-racconto-saggio-diario (non so come classificarlo) è stato molto interessante, anche perché sono nata insieme alla nascita politica di Silvio Berlusconi e di molti fatti narrati in queste pagine non ne sapevo davvero tanto. Alla fine ho avuto un ritratto onesto e sincero di alcuni decenni della storia italiana: del colera, del terremoto dell'Irpinia, ma soprattutto della politica, della "nostra" sinistra, dei gloriosi inizi con Berlinguer e dello sfacelo degli anni successivi, quando la mia parte politica ha iniziato a crogiolarsi nella propria bellezza e purezza, ha iniziato a chiudersi in stanze piene di specchi, ad ammirarsi, fino a che ha sviluppato una vera e propria passione per le sconfitte, anche nei momenti in cui sembrano altamente improbabili.
Il ritratto che fa di Berlinguer Francesco Piccolo è un ritratto che in parte si discosta da quello che avevo in mente io. Per me era un uomo onesto, certo, un politico lungimirante, uno di cui tutti si fidavano, però non facevo del compromesso il suo tratto distintivo. Invece Piccolo dice che Berlinguer era l'uomo del compromesso e certamente (posto che la storia non si fa con i se) se quel compromesso storico con la Dc di Moro si fosse compiuto, se si fosse realizzata quell'alternativa democratica che tanto stava a cuore all'amato segretario del Pci, allora le cose sarebbero state completamente diverse, anche in tutti i decenni successivi, quelli poi diventati di Andreotti, Craxi e Berlusconi.
Sostiene Francesco Piccolo che dopo la morte di Berlinguer abbia fatto comodo tramandare di lui l'immagine dell'ultimo periodo, quella di un partito isolato, staccato dagli altri, perché dagli altri diverso, migliore. Quella svolta di chiusura fu inevitabile dopo l'uccisione di Moro, a Berlinguer mancava l'interlocutore, non poteva far altro che tornare indietro e proteggere il suo gruppo, la sua morale, anche se quell'atteggiamento, secondo Piccolo, fu soltanto un ripiego obbligatorio che il segretario del Pci dovette a malincuore mettere in atto, ma la prima idea di Berlinguer, quella in cui credeva davvero, quella per cui aveva speso anni di lavoro, era il compromesso storico. Mirava solo a quello, a far entrare i comunisti al governo, gradualmente, per rendersi importanti e influenti nelle decisioni e nei provvedimenti. Fuori, in un recinto di idee pure e bellissime, dove non si faceva altro che sottolineare quanto la politica tutta, tranne quella comunista, fosse sbagliata e corrotta, il Pci non serviva a niente, non dal punto di vista legislativo. Certo faceva opposizione, puntava il dito, sbandierava una giustissima questione morale, ma non era parte attiva delle decisioni che si prendevano, non era un partito di governo, cosa che invece Berlinguer auspicava nel profondo.

Quando muore Berlinguer Piccolo ha vent'anni e ai funerali non ci va, li segue col pugno alzato dalla sua camera. Sente nitidamente che quello è un momento di non ritorno, qualcosa si è spezzato per sempre, in Italia e in particolare nella sua (nostra) sinistra.

Quando, dieci anni dopo, scende in campo Silvio Berlusconi. tutti i postcomunisti sono così tanto presi dal considerarsi mille volte migliori di quel farabutto erede di Craxi da non impegnarsi più di tanto nella campagna elettorale, perché gli italiani non potrebbero mai votare un tipo del genere. No, certo. Infatti vince. È una sorpresa, un mezzo choc, l'uomo nuovo è al governo e la sinistra fa da spettatrice, felicemente sconfitta, orgogliosa della sua bellissima diversità. Per fortuna ci pensa Bossi a far cadere quel primo governo Berlusconi, si torna a votare e lì, è quasi incredibile a dirsi, il centro sinistra (L'Ulivo) vince. Prodi diventa primo ministro, con l'appoggio di Rifondazione Comunista di Bertinotti, per un po' va tutto bene, insieme varano decreti importanti, Piccolo è molto soddisfatto, come immagino fosse soddisfatto mio padre e tutto il popolo di sinistra, ma dura poco. Ci pensa Bertinotti a richiudere i "comunisti" in un angolo di purezza dove non ci si piega, dove non si scende a compromessi. Pronuncia un discorso che Francesco Piccolo ascolta con terrore, pentendosi amaramente di aver dato, col suo voto, il potere a Bertinotti di fare quello che sta facendo. Prodi cade e D'Alema dà il colpo di grazia a una sinistra già allo stremo, alleandosi con Cossiga, senza pensarci troppo su. Da tutti questi pasticci nascerà un lungo governo Berlusconi.

Il racconto di Piccolo si ferma, più o meno, qui. Non c'è il secondo tentativo di Prodi, non ci sono Monti, Letta, non c'è Bersani, non c'è Grillo, non c'è nemmeno Renzi. Può darsi non ci sia proprio più una sinistra di cui parlare, in questo periodo mi sento particolarmente disfattista, proprio io, che una vita pura come quella di Piccolo e Berlinguer non l'ho mai avuta; io, che ho visto solo una politica con Berlusconi.

Può darsi che questo libro vincitore dello Strega possa piacere solo a chi appartiene, come me, all'area politica della sinistra, ma io lo consiglio a tutti, di qualunque schieramento, purché abbiano a cuore la politica e l'Italia.

Intanto io mi sono segnata alcune letture/film che Piccolo cita più e più volte nella sua opera e che spero di leggere /vedere presto (in grassetto quelli che ho già visto):

  • Con tanta di quell'acqua a due passi da casa, in America oggi, di Raymond Carver; 
  • America oggi, film di Robert Altman sui racconti di Carver;
  • Come eravamo, film di Pollack;
  • La terrazza, film di Ettore Scola;
  • Buongiorno notte, film di Bellocchio;
  • I taccuini, di Fitzegerald;
  • Come le dita della mano, di Eric Rochant;
  • Il caimano, film di Nanni Moretti;
  • Il dormiglione, film di Woody Allen;
  • La promessa, di Friedrich Durrenmatt.

Un'epoca - quella in cui si vive - non si respinge, si può soltanto accoglierla.



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