26 novembre 2014

Figuracce, frasi [autori vari]


 Niccolò Ammaniti // Se sei solo le figuracce non esistono

Grande appassionata degli One Direction, è la tipica adolescente inquieta e problematica, con tutti i pregi e i difetti di chi si sta trasformando da girino in rana.
È una ragazzina con lo sguardo intenso, assai spiritosa sugli altri e assai poco su sé stessa.
Zoe ha una caratteristica che me l’ha resa subito simpatica. È terrorizzata dalle figuracce.Vive sul ciglio di un burrone. Basta un passo falso ed ecco una figura di merda.
Quasi sempre noi non le notiamo ma lei sì, tantissimo, e si capisce che ci soffre veramente quando le capitano. Insomma, poverina, ha una vita di sofferenza.
[...] Le figuracce su di lei hanno effetti fisici e posturali spettacolari, le gote s’imporporano, gli occhi puntano verso il basso, la sudorazione aumenta, la schiena si curva come se stesse sostenendo un peso, la voce si trasforma in un sussurro.

I timidi sono più sensibili alle figuracce.

La figura di merda ti smaschera, ti leva di dosso il manto bianco e rassicurante del conformismo e mostra a tutti quelli che ti sono intorno l’anima da pecora nera, da diverso, che tu con fatica stai cercando di nascondere.

Durante l’adolescenza poi è molto peggio, stiamo cominciando a indossare quell'abito che ci definirà per il resto della nostra esistenza. Ogni cosa che diciamo, ogni giudizio che esprimiamo è attentamente vagliato da una commissione severa e invisibile che decide se stiamo in alto o in basso nella piramide, se siamo fighi o sfigati, perdenti o vincitori.

Quindi ricapitolando, secondo mia nipote, le figuracce le fai solo quando sei in presenza di altri.

La figura di merda rimane allora prerogativa dei gregari, quelli che nella vita seguono le leggi imposte dall'alto. Il leader, il capo, è in grado di trasformare la figura di merda in un atto stravagante e carismatico che lo distingue e lo rende in fondo (quasi) simpatico.

Questa antologia è nata per caso, in una calda serata di un agosto romano. Tutti quelli che partecipano a questa raccolta si sono ritrovati spontaneamente in agosto al tavolo di un bar di Campo de’ Fiori a bere Margarita e Gin Tonic.

La vita, in fondo, non è che uno slalom tra figure di merda.
È strano, quando fai una figuraccia ti si imprime per sempre nella memoria e lì rimane a ricordarti chi eri, che facevi e come sei cambiato, un po’ come le cicatrici che ci testimoniano che il passato non è solo un parto folle della nostra mente.
Con il tempo, per fortuna, le grezze diventano accettabili, l’onta sparisce e si salva il lato comico.

Francesco Piccolo // Tutta la vita a Berlino

Le storie si scrivono perché si ha una necessità, un desiderio, ma anche perché si vuole che le legga una persona.

Qual è la risposta che uno che ha avuto i brufoli può dare a una che dice non te ne andare, io sono innamorata di te? È una gratitudine immensa, un senso di gratitudine che non si può quantificare per quanto è grande, e tutta la mia vita da quando ho avuto i brufoli in poi, da quando ho smesso di avere i brufoli in poi, è stata una lunghissima sequenza di gratitudine verso il mondo. Per questo le persone che mi conoscono hanno sempre l’impressione che io sia entusiasta di qualsiasi cosa succeda, che io dica sì a qualsiasi cosa succeda, che io sia disponibile a qualsiasi cosa succeda, perché io penso sempre: avevo i brufoli, e quindi tutto questo non sarebbe mai dovuto accadere, e invece sta accadendo, e io devo essere grato al mondo.
È come essere scampati a un infarto, a un tumore, a una bomba scoppiata a venti metri, a un incidente aereo. È meno tragico, ma in qualche modo più profondo, perché capita nel'età più infelice della vita, e perché capita per mesi o anni – io non lo ricordo per quanto tempo ho avuto i brufoli, non so recuperare alla memoria né un inizio né una fine, e forse soltanto chi ha avuto i brufoli capisce cosa sto dicendo: quando uno si guarda allo specchio e vede il suo viso così come l’ho visto io tutti i giorni per un periodo di tempo imprecisato ma lunghissimo, capisce che quei brufoli che sono apparsi si impongono nella testa per tutta la vita. Non conta più per quanto tempo li hai avuti. Conta che per molti e molti giorni della tua vita, mentre vedi gli altri sbocciare verso il mondo con una carica scomposta e spietata, tu sei in un angolo della festa e speri che almeno qualcuno si ricordi di salutarti, prima di sparire nelle notti di amore ed euforia. E poi pensi che l’unico antidoto a questa sofferenza è non andarci più alle feste. E poi pensi che devi preoccuparti che gli altri – i tuoi genitori, i tuoi fratelli, i tuoi amici – non si preoccupino troppo per te e quindi devi inventarti delle scuse per restare a casa, devi nascondere le feste ai genitori e devi inventarti delle storie con gli amici per non andarci. E alla fine rimani a casa decine e decine di sere, ceni con i tuoi genitori e poi te ne vai in camera, i tuoi fratelli sono usciti e solo tu sei rimasto a casa, guardi la tv o leggi o stai sul letto e pensi, e davanti agli occhi hai l’immagine chiarissima di cosa sta succedendo alla festa, sai dove si fa e chi c’è, sai che alcuni si stanno innamorando, che un tuo amico sta infilando la mano sotto la maglietta di quella ragazza che non riesci nemmeno a guardare tanto che è bella e che speri che non ti guardi se no pensa che schifo. E pensi con la massima precisione e la totale certezza che tu, tutto questo, tutto quello che hanno i tuoi amici, non lo avrai mai.


Elena Stancanelli // Cappelli

La letteratura è una lente che mette a fuoco il mondo, avvicinando e allontanando. Se ti allontani puoi raccontare balene o burattini parlanti, se invece stringi, esponi i dettagli della tua vita più intima. Ma non fa grande differenza. Il punto è la precisione, come in qualsiasi altra cosa della vita.

Un romanzo, una volta pubblicato, diventa quello che vuole. Viene letto, interpretato, insultato, amato da altri. Che lo porteranno verso di sé, per comprenderlo, e lo faranno diventare ognuno una cosa diversa. Lo scrittore non può e non deve occuparsi di quello che accadrà a un libro quando verrà letto. Quello che può e che deve fare, è farsene carico mentre lo scrive.

E invece quando fosse uscito il mio libro noi saremmo andati nei luoghi deputati della letteratura, io e te: una scrittrice e un meccanico. E in questo modo avremmo fatto esplodere la gabbia e avremmo venduto il libro dove i libri non si vendono mai. Nelle periferie delle città, tra gente con le mani sporche di grasso.
Ma non è successo. Perché noi ci siamo lasciati e perché la letteratura in questi posti non ci arriva mai. O forse sono io che non sono stata capace di scrivere un libro che arrivasse dove volevo che arrivasse. O semplicemente i libri così non esistono.

Christian Raimo // ilmiolibro.it ovvero come sono diventato uno scrittore

Anche se non siamo diventati martiri o santi, se non ci è apparso un roveto ardente o non abbiamo udito una voce nella notte, tutti abbiamo un racconto di vocazione, la storia per cui siamo diventati ciò che siamo. Che si tratti di essere medici, insegnanti, genitori, astronauti, eremiti. O scrittori.

Emanuele Trevi // La cosa vera

Come ho già accennato, io sono un mezzo idiota. E con l’altra metà di me stesso, cerco di fare in modo che gli altri non se ne accorgano.

Il fatto è che, a differenza di ogni altro tipo di arte, che per così dire ti mastica la pappa prima di ficcartela in bocca, la letteratura ti costringe a fare da te, a partorire un fantasma mentale per ogni parola che leggi.

Certamente MacWhirr è una specie di disadattato; eppure, ha ragione. E il manuale di navigazione che si sbatte contro la coscia, con tutti i suoi schemi e le sue tabelle, altro non è che il simbolo concreto di tutti i libri, e se non bastassero i libri, di tutti i discorsi umani, queste fontane di chimere e fantasmi che ci costringono di continuo a cambiare rotta, prima che le cose accadano, in modo da trovarcene lontani, nel caso che accadano. Noi andiamo in effetti sempre su e giù in fuga da cose che non conosciamo, e se qualcuno potesse disegnare la nostra rotta, ne verrebbe fuori un’eloquente immagine della viltà e del disonore.

Mi è sempre venuto facile, in certi momenti imprevedibili e in certi luoghi del tutto estranei alle mie abitudini, il sentimento di essere arrivato a casa, come una pallina da golf rotolata, anziché in una delle buche stabilite, dritta dritta nell'ombelico del mondo.

Ma quell'intimità priva di desiderio non era fatta per conciliare il sonno, che nello stesso letto è una cosa ancora più intima del sesso. Tanto per dire, nessuno paga per dormire con una puttana.

– Raccontami qualcosa. Di che parla Tifone?
Le parlai del capitano MacWhirr, come se fosse stato un mio amico dal carattere bizzarro. MacWhirr che non crede ai libri («you don’t find everything in books»), e che si rifiuta di fuggire dall'idea teorica di un uragano. Lui, prima di parlare di qualcosa che non conosce, preferisce sbatterci addosso la sua faccia irlandese. Al contrario di quello che facciamo noi, che passiamo la maggior parte della vita a immaginare pericoli e dolori che, se devono arrivare, non hanno mai la forma che dipingiamo sulle pareti delle nostre teste oziose.

Noi in effetti nutriamo di ricordi il fuoco perpetuo della dimenticanza, usandoli come rametti secchi o grossi ceppi a seconda dei casi. E quando anche ci capita di annotare su un diario o descrivere in una cronaca dettagliata qualcosa che ci è accaduto, è con la cenere di quella combustione che stiamo scrivendo.

Era la mia vita, e a differenza del buon MacWhirr non mi ero mai deciso a viverla fino in fondo. Ma su una cosa quell'irlandese si sbagliava. Non basta chiudere i libri e andare dritti per la propria strada. Anche chi fugge, chi cambia rotta, chi ha paura, prima o poi la sua «cosa vera» se la trova addosso – e non sa nemmeno come ci è arrivato. Quindi tutte le rotte conducono allo stesso disastro, alla stessa notte così scura che ognuno rimane solo, e non sa più che fare, più che dire. Tutte le idee, tutti i simboli sono sbagliati, ma l’esperienza non è che un altro simbolo, il simbolo della fine dei simboli, e le «cose vere» non sono che l’idea di non avere idee.

Antonio Pascale // Il testimone silenzioso

Io conservo tutte le belle risposte che avrei potuto dare al momento giusto e me le ripasso, perché prima o poi capiteranno momenti ideali per quelle risposte.

Diego De Silva // You and me alone

Sto dicendo che per capire davvero una cosa devi farla. O almeno provare a farla. Puoi riuscirci o meno, ma anche se ti trovi a sbattere il muso contro la tua mediocrità, qualcosa in più la capisci comunque. E diventi meno cretino quando apri bocca.

Le amicizie – ho imparato con gli anni – si trascinano non meno delle storie d’amore. I meccanismi di trascinamento e d’insabbiamento, le procedure di surgelazione delle incomprensioni, le covate dei rancori e delle insofferenze per gli aspetti capricciosi e meschini del carattere dell’altro sono esattamente gli stessi. L’unica differenza è che, quando tutto esplode, l’amore va in agonia e impiega un sacco di tempo a congedarsi dalle vite dei protagonisti (i quali continuano a lasciarsi e riprendersi per un numero tendenzialmente infinito di volte, procurandosi quantità inimmaginabili di dolore inutile), mentre l’amicizia si rompe di schianto e non si riaggiusta più (il che conferma che l’amicizia, al contrario dell’amore, è faccenda che almeno si svolge fra sani di mente).

Niccolò Ammaniti // Marco Risi contro la Maga della Maglianella

È vero che scrivere è un po’ mentire. In fondo, quando compri un libro accetti l’idea che uno ti racconti un sacco di frottole. Il bravo scrittore è quello che ti fa credere alle palle che racconta, non c’è dubbio. E non è certo questo il problema. Il problema è quando tu che scrivi cominci a vivere in modo falso, mentendo a te stesso. Quando sei tu a non credere a quello che racconti, e con la tua vita contraddici ciò che scrivi. Quando rinunci a essere autentico.

Io mi sentivo la spina dorsale di un biscotto intinto nel latte, avventuroso quanto un paguro bernardo, capace di relazioni umane come sant'Antonio nel deserto. Una pigrizia che doveva essere marchiata nei miei cromosomi mi obbligava a rimanermene steso e a inventare storie che non avevano niente a che fare con la mia vita. E inoltre mi mancava un’altra qualità indispensabile che non è solo dei registi, ma di tutti i condottieri, quella di modificare il proprio progetto, di adeguarlo a nuove circostanze e di portarlo a compimento comunque.
Io ero perfetto come scrittore. Te ne stai da solo, in grazia di Dio, chiuso in camera. Ti basta un foglio e una penna. Se non ti pubblicano, amen. Non devi discutere con nessuno se vuoi far atterrare un’astronave in mezzo a piazza del Popolo. Sta solo a te renderlo convincente per i tuoi lettori.

Questa idea strampalata non era completamente originale, era mutuata dal «caso» Peppuccio Tornatore. Il suo film Nuovo Cinema Paradiso era uscito, era andato di merda, era stato rimontato, era stato riproposto e aveva vinto l’Oscar e guadagnato pure un mucchio di soldi. Quindi se ci era riuscito Peppuccio ce la potevamo fare anche noi. E chissà, magari ci beccavamo pure l’Oscar.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...