18 novembre 2014

La miracolosa stranezza di essere vivi, Paolo Di Paolo

La miracolosa stranezza di essere vivi è una frase rubata a Paul Auster. 
Il volto disegnato in copertina è quello del misterioso scrittore de Il giovane Holden: Salinger.
L'autore di questo miniracconto da leggere in meno di mezz'ora è Paolo Di Paolo, che rivela di essersi ispirato grazie al rinvenimento di alcune lettere che Salinger, durante la sua vita più che ritirata, avrebbe sempre scritto a un suo vecchio amico d'infanzia, conosciuto nel 1937 a Vienna. Da qui, la piccola storia racchiusa in queste poche pagine.

La lettura è talmente rapida che non è il caso che io adesso mi perda in chiacchiere, altrimenti rischierei di scrivere degli scarabocchi più lunghi del racconto di Di Paolo.
In sintesi (ogni tanto cerco di usare anch'io la sintesi, giuro), ci sono due fidanzati in viaggio a Vienna. Il ragazzo è convinto che quello nel suo stesso Burger King sia proprio il suo scrittore preferito, quello che non ha più una vita mondana, quello che si è completamente ritirato dalle scene dopo il clamoroso successo di un suo romanzo. Sarà lui? E perché dovrebbe essere proprio a Vienna?

Se avete mezz'oretta o un momento in cui non avete voglia di fare niente, io questo libricino ve lo consiglio, d'altra parte, ormai si sa, per l'autore nutro un certo debole.



Le frasi che ho sottolineato

Lei è sotto la doccia, lui aspetta e scruta la valigia di lei aperta, quasi che la disposizione degli abiti dovesse presentargli qualche ulteriore e sconvolgente verità di lei, poi tuffa il naso nella biancheria e c’è questo profumo di panni appena stesi che lui fin dall'inizio ha confuso con quello della sua pelle.

Scrivere lettere gli è sempre sembrato uno spasso. Forse sono l’unica cosa che davvero valga la pena scrivere nella vita. Lettere.

C’era la guerra, c’era da stare all'erta, alla prima piccola pausa gli altri giocavano a carte, io battevo a macchina.

Mi sono trovato davanti a un giudice che mi chiedeva cose ridicole, tipo se avessi scritto ancora qualcosa negli ultimi vent'anni, cose che non fossero state pubblicate, gli ho risposto: naturalmente sì, e lui insisteva: può descrivermele? Sarebbe difficile, gli ho detto. Ma lui insisteva, domandava se fossero romanzi, racconti, o cosa, allora ho perso la pazienza e gli ho detto: senta, io comincio a scrivere e vedo quello che succede, tutto qui. L’unica descrizione che possa darle è questa: opere di narrativa. Pronte per la pubblicazione?, ha chiesto. Non ho risposto più, ne avevo abbastanza. Cosa vuol dire pronte-per-la-pubblicazione, Donald? Ma che modo è di ragionare? Cosa c’entra scrivere con la pubblicazione? Trovare il modo di scrivere senza preoccuparsi della pubblicazione, che è solo una stupida seccatura, questo sarebbe il meglio per uno scrittore.

Una volta arrivato, avrebbe chiesto a Donald se aveva paura della morte. Donald avrebbe risposto – era sicuro – Un po’, quando ci penso. Lui gli avrebbe detto che era stupido, pensarci. Che era stupido pensarci in quel modo. Che le cose non finiscono, e se sembra che finiscano è perché non le sappiamo guardare che in quel modo. Morire è solo piantare in asso il corpo, ci è accaduto molte volte, magari centinaia di volte, e non ce ne ricordiamo. I confini che diamo alla vita sono angusti. Temporali, spaziali. 

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