30 novembre 2014

Sempre di domenica #37

Questo sarà l'ultimo Sempre di domenica del 2014, poi questa rubrica lascerà il posto a questioni più brilluccicose e dicembrine nelle prossime settimane, come ho spiegato ieri.

Intanto, buona domenica!

1- Starwalls, un profilo Twitter che ultimamente, cioè negli ultimi giorni, mi diverte molto seguire. È una specie di raccoglitore di tutti i più bei messaggi che si trovano in giro.
2- Pure Love. Che cos'è l'amore secondo i bambini, un video che probabilmente avrete già visto. Forse ha proprio ragione quella bimba: l'amore è quando il cuore fa tu tum tu tum. Perché poi cresciamo e ci fasciamo la testa con mille problemi fino quasi a credere che quel tu tum tu tum sia l'aspetto meno importante di una storia?
3- Invenzioni che incredibilmente non hanno ancora sfondato. Esigo gli scivoli accanto alle scale, una penna cattura colori, le panchine che si possono girare se sono bagnate e anche i canestri da basket sopra i cestini dell'immondizia. Subito.
4- Generatore di fusa, un link che vi piacerà se siete amanti dei gatti. Ho scoperto dell'esistenza di questo strumento felino grazie a Peekabook.
5- Ieri e oggi: trova le differenze. Una serie di foto a confronto, per mostrarci quanto ci sia di diverso rispetto a quando le immagini erano in bianco e nero.

29 novembre 2014

Di progetti dicembrini per il blog

Certo, la primavera mette di buonumore con tutti i colori di cui si riempiono i prati.
Certo, l'estate è la culla del divertimento e della spensieratezza.
Certo, l'autunno è romantico e bellissimo nei suoi toni caldi.
Però poi arriva dicembre. E dicembre è dicembre, semplicemente. Io ne vado pazza, da sempre. Per undici mesi all'anno mi reputo una persona abbastanza cinica e coerente, poi arriva dicembre e io impazzisco, divento all'improvviso quello che di solito non sono. Potreste vedermi in giro con la porporina rimasta incastrata nei capelli, potreste vedermi aggirare con uno sguardo indagatore per cercare di capire come trasformare una noce o una pigna o un ramoscello di abete. Potreste addirittura vedermi in chiesa ad aiutare a fare il presepe o qualche addobbo, io che nella chiesa non credo. Potreste beccarmi a cucinare per qualche cena paesana oppure alle prese con le canzoncine dei bambini, con forbici dalla punta arrotondata, con pensierini belli per l'anno nuovo.
Ogni anno, a dicembre, c'è una me inedita che spunta fuori e che poi torna in letargo, più o meno, per tutti i mesi successivi. Il fatto è che sono pazza del Natale, degli occhi brillanti dei bambini, della mia famiglia, delle cose belle e buone, del pandoro, del tartufone, degli amaretti, dei cesti pieni di cioccolatini, dell'amore che io respiro a casa mia, intorno al fuoco, insieme a tutte le persone che vedo tutto l'anno, non certo con dei parenti occasionali con cui si passerebbe un Natale di cortesia. Fare ottocento tortellini tutte insieme è bellissimo, da soli sarebbe noioso, ma con zie e cugine spassose diventa uno strano passatempo per trascorrere tutta una domenica. Natale è questo, un pretesto per riunirsi, per festeggiare il bene che ci vogliamo, che ci vogliamo ogni giorno dell'anno.
Sono una persona estremamente laica, per niente credente (ogni anno che passa me ne rendo sempre più conto). Per questo non dovrei nemmeno parlare di Natale, lo so, però l'ho detto all'inizio: a dicembre scompare la mia coerenza e non mi impegno neanche un po' per ritrovarla.

Tutto questo giro luuuuungo di parole per annunciare alcune cose che succederanno sul blog e dintorni in onore del mese più luccicoso e magico dell'anno. Ho usato l'indicativo futuro semplice, perché al momento nutro molto ottimismo nelle mie capacità di incastrare tutto alla perfezione, ma più obiettivamente forse avrei dovuto dire che sto per elencare un paio di cose, anzi tre, con cui vorrei addobbare il mio blog nel prossimo mese. Vorrei. 

1) Il calendario dell'avvento di Scarabocchi di pensieri.
Questo è un esperimento, probabilmente destinato al fallimento, ma mai dire mai. Intanto provo a metterlo per iscritto, così forse diventa qualcosa di più vero. Volevo trovare un modo per fare Natale anche sulle pagine del blog, così ho pensato a una specie di calendario dell'avvento. Io li adoro, serve specificarlo? Mi piacerebbe farne uno qui, pubblicando ogni giorno un post strettamente luccicante e, magari, anche un po' creativo. Nel momento in cui sto scrivendo non ho ancora pianificato un granché, ma mi piacerebbe che dietro a ogni casellina ci fosse una ricetta allegra e in tema, un art attack veloce, un addobbo tutto naturale, o una storia, un libro, un film...di preciso ancora non lo so, ma vorrei che fosse uno spazietto magico, semplice, che faccia trasparire il calore che sento io in questo periodo dell'anno. 

2) P'titZelda2014. 
Finalmente, mi viene proprio da dirlo. Per un paio d'anni, da quando conosco Camilla alias Zelda, ho guardato con gli occhi a cuoricino il P'tit da fuori, perché il suo habitat è Instagram e io non avevo ancora un telefono che mi permettesse di scaricarlo, ma quest'anno sì. Da un mesetto ho un profilo (mi trovate qui se vi va), perciò anch'io quest'anno per la prima volta raccoglierò quotidianamente un piccolo e irrinunciabile piacere. Per avere tutte le informazioni su questo gioco fotografico vi rimando al post introduttivo di Zelda, ne ricopio una piccolissima parte anche qui, giusto per chiarire le poche regole esistenti:
1. condividete il banner che apre questo post e invitate tanti amici (questo per il gusto di dirsi: MA GUARDA QUANTI SIAMO!);
2. scattate una foto al dì, da lunedì 1° dicembre a mercoledì 31 dicembre, meglio se ogni giorno. Se non riuscite o lasciate il progetto a metà non succede nulla, non crucciatevi!
3. usate i seguenti hashtag: #ptitzelda2014 (se usiamo solo #ptit ci compaiono tutti i pargoletti di Francia),#ptitzelda2014day1 (#ptitzelda2014day2, #ptitzelda2014day3, … ogni giorno l’hashtag numerato per benino), #zeldawasawriter (ma solo se volete, in realtà è un puro vezzo della qui scrivente).
Lo so che gli hashtag vi sembrano lunghi e inutili ma per me sono vitali per trovarvi: più specifici sono e più mi risulta facile commentare, cercare foto, selezionarne alcune e, perché no, condividerle!
4. se avete un account privato noi non vedremo le vostre foto. Decidete quindi se sbloccarlo per un mese o se partecipare in disparte.
5. commentate le foto altrui, siate sconsideratamente complimentosi se lo sentite, diventate amici, prendete spunto dell’intuito fotografico altrui e affinate il vostro occhio.

3) December reflection 2014.
Il progetto ideato da Susannah Conway è in parte simile a quello di Zelda, con la differenza che le P'tit mi sembra abbiano un'impronta più spontanea e immediata, mentre le foto richieste da questa seconda challenge sono funzionali anche a un rapido recap dell'anno quasi concluso. C'è bisogno di una riflessione in più, visto che per ogni foto da fare è indicato un tema più specifico. Mi piacerebbe dedicare a questo gioco fotografico un post a settimana, magari la domenica, raccogliendoci sette momenti. Tentar non nuoce, no?
Per tutte le info qui potete trovare il post di Susannah.


Scusate per la lunghezza infinita del post, nel caso siate arrivati fin qui vi auguro un bellissimo ultimo fine settimana di novembre!

28 novembre 2014

Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana #5 [ultima parte]


Domenico Quaranta (23 anni)
Carissimi, sono morto, credo facendo il mio dovere fino all'ultimo, avrei desiderato continuare a servire la mia Patria ed il mio Re, ma se Dio così ha voluto è segno che il mio sacrificio valeva più della mia opera futura.

Umberto Ricci (22 anni)
Sopporta pure tu con coraggio e se puoi ama la mia stessa idea perché in essa troverai me. Ora penso soltanto ad una cosa ed è che uccidendomi essi non fermeranno il corso della storia; essa marcia precisa ed inesorabile.

Francesco Rossi ( 27 anni)
A te Lina mia chiedo tante volte perdono per essermi comportato in questo modo. Ti dissi sempre che è meglio morire per uno scopo che starsene invegeti. Tu mi perdoni perché mi hai voluto bene ed io ti ho sempre amata. Se la vita eterna ci farà incontrare ci ameremo di nuovo.

Giuseppe Testa ( 19 anni)
Io,  come sai, sono sempre forte come sono state forti le mie idee. Spero che il mio sacrificio valga per coloro i quali hanno lottato per le stesse idee e che un giorno possa essere il vanto e la gloria della mia famiglia, del mio Paese e degli amici miei.

Muoia tutto - Viva la nostra Italia.

Walter Ulanowsky (20 anni)
Mia cara bambina, ti bacio sulla fronte; piango, non per paura della morte, ma perché so di non vederti mai più.

Papà, mamma, W. G. e tutti miei cari, quanto mi spiace il lasciarvi, il non vedervi più. No! non voglio morire. Il cuore mi batte come se dovesse scoppiare... Mi vedo là contro il muro... Poi cadere... Sono morto.
Mi sembra d'impazzire. A volte il cervello si calma. Perché sono qui? Perché domattina mi fucileranno? Per la libertà!

Ferruccio Valobra (46 anni)
Spero che il mio sacrificio come quello dei miei compagni serva a darvi un migliore domani, in un'Italia più bella quale io e voi abbiamo sempre agognato nel più profondo del nostro animo.

Fabrizio Vassalli (35 anni)
Carissimi papone e mammina, perdonatemi il dolore che vi reco che è veramente una angoscia per me. Pensate che tanti sono morti per la Patria ed io sono uno di quelli. La mia coscienza è a posto: ho fatto tutto il mio dovere e ne sono fiero. Questo deve essere per voi vero conforto.

Lorenzo Viale (27 anni)
Bisogna avere pazienza, la giustizia degli uomini, ahimè, troppo severa, ha voluto così. Una cosa sola ci sia di conforto: che ho agito sempre onestamente secondo i santi principi che mi avete inculcato sin da bambino, che ho combattuto lealmente per un ideale che ritengo sarà sempre per voi motivo di orgoglio, la grandezza d'Italia, la mia Patria: che non ho mai ucciso, né fatto uccidere alcuno: che le mie mani sono nette di sangue, di furti e di rapine. Per un ideale ho lottato e per un ideale muoio. Perdonate se ho anteposto la Patria a voi, ma sono certo che saprete sopportare con coraggio e con fierezza questo colpo assai duro.

Ti chiedo di sopportare con coraggio questa luttuosa notizia e di essere fiera di me che son caduto combattendo per un'Italia più grande, libera, indipendente, quale forse tu e i tuoi figli avrete la fortuna di vedere. Sei giovane, la vita è lunga, quindi son certo che troverai l'uomo che sarà capace di darti quella felicità che io non ti ho potuto dare.

Ignazio Vian (27 anni)
(Parole scritte su una pagnotta ritrovata in nella cella)
CORAGGIO MAMMA

(Parole scritte con il sangue sul muro della cella)
MEGLIO MORIRE CHE TRADIRE

26 novembre 2014

Figuracce, frasi [autori vari]


 Niccolò Ammaniti // Se sei solo le figuracce non esistono

Grande appassionata degli One Direction, è la tipica adolescente inquieta e problematica, con tutti i pregi e i difetti di chi si sta trasformando da girino in rana.
È una ragazzina con lo sguardo intenso, assai spiritosa sugli altri e assai poco su sé stessa.
Zoe ha una caratteristica che me l’ha resa subito simpatica. È terrorizzata dalle figuracce.Vive sul ciglio di un burrone. Basta un passo falso ed ecco una figura di merda.
Quasi sempre noi non le notiamo ma lei sì, tantissimo, e si capisce che ci soffre veramente quando le capitano. Insomma, poverina, ha una vita di sofferenza.
[...] Le figuracce su di lei hanno effetti fisici e posturali spettacolari, le gote s’imporporano, gli occhi puntano verso il basso, la sudorazione aumenta, la schiena si curva come se stesse sostenendo un peso, la voce si trasforma in un sussurro.

I timidi sono più sensibili alle figuracce.

La figura di merda ti smaschera, ti leva di dosso il manto bianco e rassicurante del conformismo e mostra a tutti quelli che ti sono intorno l’anima da pecora nera, da diverso, che tu con fatica stai cercando di nascondere.

Durante l’adolescenza poi è molto peggio, stiamo cominciando a indossare quell'abito che ci definirà per il resto della nostra esistenza. Ogni cosa che diciamo, ogni giudizio che esprimiamo è attentamente vagliato da una commissione severa e invisibile che decide se stiamo in alto o in basso nella piramide, se siamo fighi o sfigati, perdenti o vincitori.

Quindi ricapitolando, secondo mia nipote, le figuracce le fai solo quando sei in presenza di altri.

La figura di merda rimane allora prerogativa dei gregari, quelli che nella vita seguono le leggi imposte dall'alto. Il leader, il capo, è in grado di trasformare la figura di merda in un atto stravagante e carismatico che lo distingue e lo rende in fondo (quasi) simpatico.

Questa antologia è nata per caso, in una calda serata di un agosto romano. Tutti quelli che partecipano a questa raccolta si sono ritrovati spontaneamente in agosto al tavolo di un bar di Campo de’ Fiori a bere Margarita e Gin Tonic.

La vita, in fondo, non è che uno slalom tra figure di merda.
È strano, quando fai una figuraccia ti si imprime per sempre nella memoria e lì rimane a ricordarti chi eri, che facevi e come sei cambiato, un po’ come le cicatrici che ci testimoniano che il passato non è solo un parto folle della nostra mente.
Con il tempo, per fortuna, le grezze diventano accettabili, l’onta sparisce e si salva il lato comico.

Francesco Piccolo // Tutta la vita a Berlino

Le storie si scrivono perché si ha una necessità, un desiderio, ma anche perché si vuole che le legga una persona.

Qual è la risposta che uno che ha avuto i brufoli può dare a una che dice non te ne andare, io sono innamorata di te? È una gratitudine immensa, un senso di gratitudine che non si può quantificare per quanto è grande, e tutta la mia vita da quando ho avuto i brufoli in poi, da quando ho smesso di avere i brufoli in poi, è stata una lunghissima sequenza di gratitudine verso il mondo. Per questo le persone che mi conoscono hanno sempre l’impressione che io sia entusiasta di qualsiasi cosa succeda, che io dica sì a qualsiasi cosa succeda, che io sia disponibile a qualsiasi cosa succeda, perché io penso sempre: avevo i brufoli, e quindi tutto questo non sarebbe mai dovuto accadere, e invece sta accadendo, e io devo essere grato al mondo.
È come essere scampati a un infarto, a un tumore, a una bomba scoppiata a venti metri, a un incidente aereo. È meno tragico, ma in qualche modo più profondo, perché capita nel'età più infelice della vita, e perché capita per mesi o anni – io non lo ricordo per quanto tempo ho avuto i brufoli, non so recuperare alla memoria né un inizio né una fine, e forse soltanto chi ha avuto i brufoli capisce cosa sto dicendo: quando uno si guarda allo specchio e vede il suo viso così come l’ho visto io tutti i giorni per un periodo di tempo imprecisato ma lunghissimo, capisce che quei brufoli che sono apparsi si impongono nella testa per tutta la vita. Non conta più per quanto tempo li hai avuti. Conta che per molti e molti giorni della tua vita, mentre vedi gli altri sbocciare verso il mondo con una carica scomposta e spietata, tu sei in un angolo della festa e speri che almeno qualcuno si ricordi di salutarti, prima di sparire nelle notti di amore ed euforia. E poi pensi che l’unico antidoto a questa sofferenza è non andarci più alle feste. E poi pensi che devi preoccuparti che gli altri – i tuoi genitori, i tuoi fratelli, i tuoi amici – non si preoccupino troppo per te e quindi devi inventarti delle scuse per restare a casa, devi nascondere le feste ai genitori e devi inventarti delle storie con gli amici per non andarci. E alla fine rimani a casa decine e decine di sere, ceni con i tuoi genitori e poi te ne vai in camera, i tuoi fratelli sono usciti e solo tu sei rimasto a casa, guardi la tv o leggi o stai sul letto e pensi, e davanti agli occhi hai l’immagine chiarissima di cosa sta succedendo alla festa, sai dove si fa e chi c’è, sai che alcuni si stanno innamorando, che un tuo amico sta infilando la mano sotto la maglietta di quella ragazza che non riesci nemmeno a guardare tanto che è bella e che speri che non ti guardi se no pensa che schifo. E pensi con la massima precisione e la totale certezza che tu, tutto questo, tutto quello che hanno i tuoi amici, non lo avrai mai.

24 novembre 2014

Figuracce, autori vari [La vera figuraccia è averlo scritto]

Sinceramente penso che per quasi tutti i nomi che compaiono in questa raccolta di Figuracce la vera figuraccia sia stata aver scritto obbrobri simili.

Da questa raccolta ideata in una serata estiva da Niccolò Ammaniti ho potuto dedurre che o gli scrittori hanno vite noiosissime e banali prive di vere figure di merda oppure non sono persone sincere e quando viene chiesto loro di raccontare la loro peggiore figuraccia esce fuori dalla loro penna uno scritto insulso, completamente fuori tema, secondo me. 
Su otto racconti presenti in questa raccolta, scritti da nomi importanti, in tre casi vincitori anche del premio Strega, forse me ne sono piaciuti due, dico tre se devo essere di manica un po' più larga.

Cominciamo dall'ideatore: Ammaniti. Le sue parole aprono e chiudono l'opera, quelle iniziali (Se sei solo le figuracce non esistono) le ho trovate carine, giuste, adatte, mi facevano ben sperare, mentre quelle finali (Marco Risi contro la Maga della Maglianella), quelle cioè della sua figuraccia vera e propria, tanto attese da quasi tutto il libro anche soltanto perché gli avrebbero posto fine, erano finte, dai. Io non conosco molto Ammaniti, anzi, a dir la verità di suo ho letto solo Io e te e non mi ha entusiasmata. Mi sono ripromessa di leggere altre cose, ma non mi è mai venuta davvero la voglia di farlo. Per quello che ne so (niente, ribadisco) potrebbe essere anche uno scrittore con una sua vena surreale, per carità. Anche se fosse il più surreale degli scrittori italiani, io credo che sarebbe dovuto essere più sincero e realistico nell'affrontare un racconto di vita vera. Mi sembrava di aver capito che gli otto nomi stellari di questa raccolta avrebbero dovuto narrare un episodio vergognosissimo della propria vita, il più vergognoso di tutti. Se tu pensi che la tua peggiore figuraccia sia stata un flop cinematografico va benissimo, però chiudila lì, senza degenerare in trasformazioni di uomini in animali degni della maga Circe. 
Passiamo all'altra delusione: Paolo Giordano (Suv). Paolo Giordano, sappiatelo tutti, una figuraccia in vita sua non l'ha mai fatta, perché se è quella che ha raccontato io davvero non l'ho capita. Anche qui no, voglio dire, tu sei Paolo Giordano, non un pincopallino qualunque, sei il più giovane vincitore del premio Strega, hai scritto cose molto belle, hai tutto il modo per scriverne anche di migliori, perché ti vai a impicciare con una raccolta simile? E perché scrivi una cosa così insensata? Ho capito la questione tristissima del marketing, ma non credo che lui sia un autore che ne abbia bisogno.
Elena Stancanelli e Antonio Pascale per me erano completamente sconosciuti, anche di nome, può darsi che leggerò qualcos'altro di loro produzione, ma se succederà non sarà senz'altro per la bella impressione avuta grazie a questa raccolta. 
La figuraccia della Stancanelli (Cappelli) non l'ho capita, mea culpa forse, però mi ha fatto tornare in mente la mia prof di lettere del liceo che era fissata col comune errore di andare fuori tema. Io pensavo che fosse esagerata, convinta com'ero del fatto che sì, si possono sbagliare la forma e la sintassi, ma non si può non capire l'argomento di cui si deve scrivere. Devo ammettere che forse aveva ragione lei: se anche gli scrittori sbagliano il tema di un racconto figuriamoci degli studenti liceali.
Pascale (Il testimone silenzioso) ha invece scritto un racconto in prima persona, dove però la prima persona è una donna, perciò non ho capito se è un episodio frutto della sua fantasia o se lui è l'uomo chiattone protagonista maschile del brano. Boh. Nel dubbio, non mi è piaciuto.
Emanuele Trevi (La cosa vera), che conosco solo di nome, non mi ha colpita e nemmeno sconvolta. Lo lascio nel mezzo, senza infamia e senza lode. Se non altro mi sono piaciuti i passaggi citati di Conrad.

Ok, ora mollo un attimo la mia penna rossa, oggi sono proprio cattivissima. Quelli che non ho ancora citato sono i tre racconti che ho maggiormente apprezzato, in ordine di apparizione:
1) Tutta la vita a Berlino di Francesco Piccolo;
2) ilmiolibro.it ovvero come sono diventato scrittore di Christian Raimo;
3) You and me alone (La commensale) di Diego De Silva.
Francesco Piccolo ha una colpa: aver aperto la raccolta e aver aumentato le mie aspettative. Il suo brano era semplice, carino, ha messo nero su bianco quella vergogna insensata per ogni piccola cosa che proviamo da adolescenti, quello stato d'animo da esemplare di serie B, quella sensazione di non poter mai avere niente per via del fatto che un tempo avevamo i brufoli. Nasce tutto da lì, il racconto del terzo premio Strega della raccolta, da quella vita iniziata in salita nei cui confronti ci sentiamo sempre debitori, motivo per cui stentiamo a dire di no agli altri, memori di com'era quando erano gli altri a dire di no a noi. Per questo suo modo generoso di porsi nei confronti della vita, Francesco Piccolo si ritrova alla vigilia del suo matrimonio con un'autista tedesca pazzamente innamorata di lui, che per lui sta venendo in Italia. Come uscire dall'intrigo?
Quella di Raimo è (è proprio il caso di dirlo) la figura di merda per eccellenza. Ecco, io non so quanto ci sia di vero e quanto sia frutto della fantasia, però al posto suo credo proprio che mi sarei sotterrata. Forse è la peggiore figuraccia della raccolta (non che abbia chissà quali concorrenti).
Infine Diego De Silva. Anche lui, come Piccolo, scrive un racconto legato a una donna in fissa per lui, mi dispiace aver conosciuto l'autore con questo brano, visto che è da un sacco di tempo che mi riprometto di leggere i suoi libri, in ogni caso non è stato un primo incontro dei peggiori. In tutto lo schifo di questo libro io tengo a galla le sue parole.

Sono sicura che se la scrivessimo noi comuni mortali una raccolta di figuracce sarebbe molto più divertente e molto più da Oh mamma sarà successo davvero??? Io mi sarei sotterrata. Perché io credo questo: che una raccolta di figuracce dovrebbe, come minimo, essere divertente. Credo che i nomi importanti che hanno contribuito a quest'idea di Ammaniti abbiano perso la strada nel momento in cui hanno cercato di ricordare una figuraccia legata alla loro fama, agli studi di Uno Mattina, all'acquisto di un Suv, alla realizzazione di un sicuro successo cinematografico. Possibile che non ci sia stato davvero niente di più divertente e vergognoso, nelle loro vite?

23 novembre 2014

Sempre di domenica #36


1- Il cibo allegro di Anne Wydia. Qui il suo blog e qui il suo profilo Instagram.
2- Riscrivendo la storia, un post divertente di una precaria prof di lettere. Per farvi un'idea:
Correzione del compito di storia. Leggo la seguente frase:"L’imperatore Traiano giunse in AMERICA e la conquistò”.Spiegazione del mistero: negli appunti c’era scritto “Armenia”. Leggo la stessa frase anche nel compito di un compagno, che ha copiato da lui senza chiedersi il senso di quanto stava scrivendo.
4- Selfie fables. Le favole ai tempi di Instagram.
5- Famous novels turned into beautifully intricate works of book art. Lei si chiama Tomoko Takeda, è un'artista che rappresenta i romanzi più famosi attraverso sculture che hanno per materia prima proprio le pagine dei libri.
6- Confezioni che sanno attirare l'attenzione del cliente! Perché non ne vedo mai così in giro? La spesa diventerebbe molto più divertente!

21 novembre 2014

Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana #4

In questo periodo di apatia politica da cui vorrei riuscire a scuotermi, perché così triste e senza speranza in tal senso non mi sopporto, ho bisogno di qualcuno che mi sia d'esempio.


Giuseppe Manfredi (21 anni)
Vi chiedo solo perdono per l'immenso dolore che vi ho dato. Ancora una volta perdonatemi. Mamma, pensa anche che hai molti figli, perciò non te la prendere troppo.

Irma Marchiani (33 anni)
Nel mio cuore si è fatta l'idea (purtroppo non da troppi sentita) che tutti più o meno è doveroso dare il suo contributo.

Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui...fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse.

Attilio Martinetto (23 anni)
Anna Maria, sei giovane, puoi ancora costruirti un avvenire, non voglio che rinunci ad esso per il mio ricordo, procurati solo la compagnia di un uomo che ti voglia bene almeno quanto te ne ho voluto io e sii felice.

Giovanni Mecca Ferrogna (18 anni)
Spero che noi saremo le ultime vittime di questi assassini: ma voi che restate dovete vendicarci duramente. Muoio contento di aver servito la mia causa fino all'ultimo. Vuol dire che quello che non faccio più io, lo faranno gli altri.

Andrea Mensa (37 anni)
Mai come in questi giorni mi sento onorato di essere un comunista e spero di esserne degno di questo nome e così dovete fare tutti voi, sapere quando è necessario essere veri comunisti.
Difficilmente tornerò tra voi ma non perdetevi di coraggio seguitate il mio lavoro centinaia come me sorgeranno e terranno in alto la nostra fiaccola i giorni belli si avvicinano.

Luigi Magliavacca (19 anni)
Cara e adorata mamma cerca anche te di essere fiera d'aver dato un figlio per la libertà della classe operaia.

Giorgio Paglia (22 anni)
Sii orgogliosa di tuo figlio perché come credo di aver saputo combattere, così credo che saprò morire.

Bruno Parmesan (19 anni)
Ore mi separano dalla morte, ma non ho paura perché non ho fatto del male a nessuno; la mia coscienza è tranquilla.
Papà, fratelli e parenti tutti, siate orgogliosi del vostro Bruno che muore innocente per la sua terra.

Giuseppe Perotti (48 anni)
In guerra la morte è un rischio comune. Non discuto se chi me la darà ha colpito giusto o meno: si muore in tanti ogni giorno ed i più innocentemente; io almeno ho combattuto.

L'unico testamento spirituale che lascio a te ed ai miei figli adorati è di affrontare con serena sicurezza le avversità della vita adoperandosi in modo perché la propria coscienza possa sempre dire che ha fatto tutto il possibile. Se il risultato sarà buono compiacersene con modestia; se sarà cattivo trovare sempre la forza di riprendere con buona lena senza lasciarsi abbattere e senza chiamare in causa il destino.

Renato Peyrot (23 anni)
Ti ho detto che sono tranquillo: sono qualcosa di più. Non ho pianto e non ho voglia di piangere: mi rassegno alla volontà di Dio. Un mio compagno piangeva: l'ho consolato. Spero potrò avere il conforto del pastore e di essere sereno sino alla fine.
Mi spiace di morire e non sarei sincero se dicessi il contrario: speravo di avere un giorno il mio lavoro, la mia casa, la mia famiglia, ed ho fatto molti sogni. Nulla di questo sarà. Pazienza! 

Giancarlo Puecher Passavalli (20 anni)
Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto... Accetto con rassegnazione il suo volere.
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.

L'amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d'Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.
Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l'uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.

19 novembre 2014

Taxi driver // Martin Scorsese, 1976

Per la serie Film che tutti hanno visto ma io no l'altra sera è stata la volta di Taxi driver, che a suo favore aveva a priori la presenza di Robert De Niro. Io quasi quasi appiccicherei in camera anche il poster del De Niro settantenne di oggi, figuriamoci che effetto mi fa il De Niro di quasi quarant'anni fa. 

L'unica cosa che conoscevo di questo superclassico del cinema, oltre alla presenza del mille volte sopracitato De Niro, era una scena, la seguente:

Per il resto non avevo niente in mente che collegassi a Taxi driver, non avevo idea neanche di che cosa parlasse. Sì, lo so, sono un'ignorante.

Il taxi driver di Scorsese è Travis, un ex marine, reduce dalla guerra del Vietnam. È un uomo complicato, solo, che non riesce mai a dormire. Frequenta i cinema vietati ai minori, passa le notti girando per la città in metropolitana, fino a quando decide di sfruttare la sua insonnia per lavorare. Così, visto che non riesce a dormire, diventa un tassista e inizia a trascorrere le notti a bordo del suo taxi giallo, vagando per tutta la città, anche nei peggiori quartieri, ché per lui non fa nessuna differenza. Di giorno scrive un diario e continua a stare sempre per conto suo. Indifferente, depresso.
Per lui le cose sembrano cambiare quando conosce una ragazza, Betsey, impegnata per la campagna elettorale di Palantine. Gli sembra bellissima, intelligente, con lei addirittura Travis riesce perfino a ridere, lui che di sorrisi ne regala davvero pochi.
Purtroppo Taxi driver non è un film romantico, lo sarebbe stato se Travis non avesse dato appuntamento alla sofisticata Betsey in un cinema a luci rosse, lo sarebbe stato se lei avesse indovinato un forte disagio dietro la scelta sbagliata di quell'uomo strano che l'aveva incuriosita. Invece non succede niente di tutto questo e Betsey lascia andare quel meraviglioso De Niro che aveva ai suoi piedi (ma come si fa???). Betsey lascia che Travis precipiti verso il baratro, permettendo al film di prendere la piega che l'ha reso celebre in tutti questi anni.
Oggi è l'otto giugno, la mia vita ha preso di colpo un'altra piega, i giorni passavano senza niente di nuovo uno dopo l'altro, impossibile distinguerli, tutti uguali, tutti in fila. Poi all'improvviso ecco il cambiamento.
Il cambiamento sta nella decisione di Travis di acquistare un'arma, vorrebbe ucciderci Palantine, che lui vede come il simbolo di tutto quello che nella sua vita non è andato nel verso giusto. Per sua fortuna il piano salta e a lui non resta altro da fare se non provare a fare giustizia da solo, eliminando la peggior feccia della società. Tempo prima una ragazzina, Iris, era entrata di corsa nel suo taxi chiedendogli aiuto e lui adesso vuole darglielo, l'aiuto che può. Deve liberarla da chi la sfrutta, lei che è solo poco più che una bambina. Ha ancora l'arma che ha comprato, ha tutta l'intenzione di usarla, non più contro Palantine, ma contro chi fa prostituire quella ragazzina e poi anche contro se stesso. Il taxi driver riesce in parte a mettere in atto il suo piano, contro la sua volontà purtroppo resta vivo. Non solo: ora tutti sanno di lui. I mass media, inconsapevoli del suo progetto iniziale contro Palantine, lo esaltano fino a fare di lui l'eroe che ha salvato Iris dalla schiavitù, l'uomo che si è sacrificato per ridarle la libertà.
Ma lui, Travis, è tutto tranne che un eroe. Non lo era in Vietnam, non lo è adesso. È soltanto un uomo solo, che alla solitudine continua a condannarsi anche alla fine, quando ha salva la pelle, ma non ha poi così tanta voglia di vivere e cambiare. Non secondo me, almeno. Travis ha uno sguardo così contorto e buio, così inquieto e triste, che sarà sempre condannato a vivere sul ciglio del baratro. Forse una mano amica potrebbe salvarlo, ma la troverà? E se anche la trovasse il taxi driver più famoso di sempre sarebbe ancora disposto ad afferrarla? Io non credo, ma di questo nel film non c'è certezza.

L'unica certezza è che questo è uno di quei classici che ho fatto bene a recuperare, non solo per lo splendido De Niro di quarant'anni fa. Sappiate tutti, comunque, che se io fossi stata Betsey il film avrebbe preso tutta un'altra piega!



18 novembre 2014

La miracolosa stranezza di essere vivi, Paolo Di Paolo

La miracolosa stranezza di essere vivi è una frase rubata a Paul Auster. 
Il volto disegnato in copertina è quello del misterioso scrittore de Il giovane Holden: Salinger.
L'autore di questo miniracconto da leggere in meno di mezz'ora è Paolo Di Paolo, che rivela di essersi ispirato grazie al rinvenimento di alcune lettere che Salinger, durante la sua vita più che ritirata, avrebbe sempre scritto a un suo vecchio amico d'infanzia, conosciuto nel 1937 a Vienna. Da qui, la piccola storia racchiusa in queste poche pagine.

La lettura è talmente rapida che non è il caso che io adesso mi perda in chiacchiere, altrimenti rischierei di scrivere degli scarabocchi più lunghi del racconto di Di Paolo.
In sintesi (ogni tanto cerco di usare anch'io la sintesi, giuro), ci sono due fidanzati in viaggio a Vienna. Il ragazzo è convinto che quello nel suo stesso Burger King sia proprio il suo scrittore preferito, quello che non ha più una vita mondana, quello che si è completamente ritirato dalle scene dopo il clamoroso successo di un suo romanzo. Sarà lui? E perché dovrebbe essere proprio a Vienna?

Se avete mezz'oretta o un momento in cui non avete voglia di fare niente, io questo libricino ve lo consiglio, d'altra parte, ormai si sa, per l'autore nutro un certo debole.



Le frasi che ho sottolineato

Lei è sotto la doccia, lui aspetta e scruta la valigia di lei aperta, quasi che la disposizione degli abiti dovesse presentargli qualche ulteriore e sconvolgente verità di lei, poi tuffa il naso nella biancheria e c’è questo profumo di panni appena stesi che lui fin dall'inizio ha confuso con quello della sua pelle.

Scrivere lettere gli è sempre sembrato uno spasso. Forse sono l’unica cosa che davvero valga la pena scrivere nella vita. Lettere.

C’era la guerra, c’era da stare all'erta, alla prima piccola pausa gli altri giocavano a carte, io battevo a macchina.

Mi sono trovato davanti a un giudice che mi chiedeva cose ridicole, tipo se avessi scritto ancora qualcosa negli ultimi vent'anni, cose che non fossero state pubblicate, gli ho risposto: naturalmente sì, e lui insisteva: può descrivermele? Sarebbe difficile, gli ho detto. Ma lui insisteva, domandava se fossero romanzi, racconti, o cosa, allora ho perso la pazienza e gli ho detto: senta, io comincio a scrivere e vedo quello che succede, tutto qui. L’unica descrizione che possa darle è questa: opere di narrativa. Pronte per la pubblicazione?, ha chiesto. Non ho risposto più, ne avevo abbastanza. Cosa vuol dire pronte-per-la-pubblicazione, Donald? Ma che modo è di ragionare? Cosa c’entra scrivere con la pubblicazione? Trovare il modo di scrivere senza preoccuparsi della pubblicazione, che è solo una stupida seccatura, questo sarebbe il meglio per uno scrittore.

Una volta arrivato, avrebbe chiesto a Donald se aveva paura della morte. Donald avrebbe risposto – era sicuro – Un po’, quando ci penso. Lui gli avrebbe detto che era stupido, pensarci. Che era stupido pensarci in quel modo. Che le cose non finiscono, e se sembra che finiscano è perché non le sappiamo guardare che in quel modo. Morire è solo piantare in asso il corpo, ci è accaduto molte volte, magari centinaia di volte, e non ce ne ricordiamo. I confini che diamo alla vita sono angusti. Temporali, spaziali. 

17 novembre 2014

Between lenses // Urban

Between lenses è una rubrica ideata dal blog Of tree and hues
Between lenses, terza puntata.
Ho avuto qualche difficoltà, stavolta, nel trovare una foto adatta al tema mensile scelto: la città. Ho avuto difficoltà, perché io sono una ragazza di campagna e perché la città, qualunque città, dopo un paio di giorni mi stufa e mi fa mancare l'aria. C'è tutto a portata di mano, ma a me manca sempre qualcosa. Mi sento un po' come Heidi quando era a Francoforte: una povera piccola donna spaesata e infelice in mezzo al cemento, al traffico, ai semafori per attraversare la strada. 
C'è una città in cui però non mi sento così, la foto che ho scelto l'ho scattata dal Ponte Vecchio nel luglio del 2006, la prima volta che ci sono stata. Ebbene sì, con Firenze è stato amore a prima vista, un amore che continua ogni volta che ci torno. 
Firenze è bellissima, per me. Un giorno voglio vederla dall'alto della cupola del Brunelleschi, la prossima volta che ci torno, magari.


Per partecipare a questo gioco fotografico trovate tutte le informazioni qui!

13 novembre 2014

Arrivano i pagliacci, frasi [Chiara Gamberale]


La sveglia alle cinque e mezzo di mattina è una campana a festa per chi ha vissuto il silenzio silenzioso della disoccupazione.

È peggio correre il rischio di fare una cosa male che non correrlo perché tanto la stai facendo per finta.

«Alle, pensa ai bruchi. Loro credono oddio sto morendo!, e invece di lì a poco si trasformano in farfalle.»

«Vedi Allegra» mi ha detto, «quand'ero piccolo, al circo, spiavo accucciato dietro al tendone mia mamma che volteggiava in aria ed era un vero inferno, perché ogni istante ero certo si spappolasse per terra e mi mangiavo le unghie fino a farmi sanguinare le dita, giuro, finché esplodevano gli applausi e arrivava il turno dei pagliacci, che seguivano sempre il numero dei trapezi. Insomma, ci ho messo del tempo, ma poi l'ho imparato. Capito?»
No, non capivo mica. E allora lui mi ha spiegato quello che avrei imparato da lì a sempre.
«Arrivano i pagliacci, presi a ripetermi invece di divorarmi le mani. Tanto prima o poi arrivano i pagliacci. Anche se mamma si sfracella al suolo, comunque dopo è il loro turno. Arrivano i pagliacci.»

Ho sempre avuto un debole per quello sguardo tutto particolare e lampeggiante che solo in pochi (in me no) riesce ad accendersi quando chi amiamo è felice, senza che lo spenga di botto l'interruttore di una gelosia, un pensiero, un timore, un giudizio, tanti giudizi.

Io sono convinta che nel momento in cui le persone che poi diventano nostre ci rubano il primo pezzo di tempo, di sguardo, di respiro, di voce, ecco, un nervetto in noi lo sente, che sta per accadere qualcosa d'importante.
Non è detto che quel nervetto bussi al a nostra testa e si dichiari, certo, ma si muove, quel qualcosa si muove e per un bel po' non comandiamo più noi. Comanda il nervetto.

Fate quello che vi pare ma l'importante, nella vita, è non tradirsi mai. E ogni tanto ricominciarsi.

«Questione delle ombre che ha negli occhi. Sa, io sono sempre stato affascinato dalle ombre.»

Non c'è quasi niente, tutto sommato, che si debba a tutti i costi capire.
A volte, nella vita, succedono cose.

Legato ai suoi fianchi con un filo d'argento, un grande aquilone la spingeva nel vento e lei lo seguiva senza fare domande perché il vento era amico e il cielo era grande perché il vento era amico e il cielo era grande. [De Gregori]

LEONARDO
Chissà dove andremo a finire...
ALLEGRA
Chissà dove andremo a ricominciarci...

12 novembre 2014

Bella addormentata // Bellocchio, 2012

La storia di Eluana Englaro era uno degli argomenti più gettonati per il tototema dell'anno in cui io ho fatto la maturità. Non mi sarebbe dispiaciuto avere la possibilità di mostrare la giovane donna laica che ero diventata, in quei cinque anni di liceo, ma il Ministero, come spesso accade, scelse altro rispetto ai pronostici.
Sono passati quasi sei anni da allora, da quando gli ultimi giorni di vita di Eluana riempivano i telegiornali, da quando l'Italia si era svegliata più bigotta del solito, e tutti fingevano di credere che Beppe Englaro fosse l'unico al mondo ad aver pensato di interrompere l'alimentazione di sua figlia, che viveva (?) in quello stato vegetativo da ben diciassette anni.
Nel 2009 al governo c'era Berlusconi, che si fece portavoce dell'ala più cattolica, contraria alla libertà di scelta delle persone, contraria a ciò che a me appariva, e appare ancora oggi, come un diritto civile di ognuno di noi. Per evitare quell'assassinio dato in pasto ai mass media si impegnò personalmente per votare d'urgenza una legge ad hoc, ad personam, ancora una volta, a lui riusciva bene farlo di solito, ma non fece in tempo con Eluana.

Bella addormentata, film del 2012 di Bellocchio, si svolge proprio in quei giorni lì, quando Eluana viene portata a Udine, dove ci sono medici disposti a interrompere la sua alimentazione forzata. La sua storia, comunque, fa solo da sfondo e cornice alle vicende sofferte delle altre belle addormentate del film, anzi il plurale penso sia sbagliato, di bella addormentata ce n'è solo una: una ragazza che vive in stato vegetativo da tempo e che è incapace di esprimere pareri, pensieri e bisogni. Non si sveglierà mai più, ma la madre, ex attrice di talento, ha deciso di dedicarle la vita, di sacrificare il suo mondo per pregare. Per quella figlia che vive (?) a letto, attaccata a un respiratore e a un alimentatore, non sacrifica solo il teatro, ma anche la sua famiglia. Vegeta, come lei.
Rossa non è addormentata, non in senso letterale almeno: è una tossica che vuole togliersi la vita, ma viene salvata da un medico che la tratta come una persona e non come una malata. La riprende mentre cerca di buttarsi dalla finestra, perché è questo che si fa: se vedi una persona che si vuole buttare di sotto tu la salvi d'istinto, senza chiederti se è giusto o no. Alla fine la bacia ed è come se le ridasse la voglia di vivere. Forse potrebbe essere anche lei la bella addormentata di Bellocchio, pensandoci. Anzi, adesso penso proprio che sia lei.
Infine c'è la moglie di Uliano Beffardi, senatore del Pdl, anche lei malata, anni prima, aveva chiesto al marito di aiutarla a porre fine a quell'insensata sofferenza e lui aveva accettato. Beffardi è un uomo di destra, ma laico, un politico con ancora una coscienza che non vuole tradire, perciò decide di non votare la fiducia a quella legge di Berlusconi provita di Eluana e, addirittura, di dimettersi. Ha anche una figlia, Maria, che invece è contraria all'interruzione di qualunque forma di vita. Maria è a Udine in quei giorni confusi, prega, loda dio, poi conosce Roberto, che è dall'altra parte della barricata, ci passa una notte ed è subito amore, per lei.

Certamente Bella addormentata non è il film più bello che ho visto sull'argomento, Mare dentro e Million dollar baby per me sono superiori per esempio, però credo che valga la pena vederlo, per una serie di motivi:
1) L'eutanasia viene affrontata da punti di vista diversi e alla fine sinceramente ero un po' incerta sul confine in cui finisce la nostra libertà di scelta e inizia la libertà di provare a salvarci degli altri. Perché, mi sono chiesta a un certo punto, non mi dà fastidio che un medico si metta in mezzo e impedisca ripetutamente a una donna di suicidarsi?
2) C'è Michele Riondino in ottima forma!
3) Perché l'amore cambia il modo di vedere le cose. Sì, la frase è da Baci Perugina, però in certi contesti tanto drammatici non credo che sia tanto fuori luogo. (Certo fuori luogo è parlare d'amore dopo una notte di sesso con uno appena conosciuto, ma questa è un'altra storia.)
4) Per i video del 2009, quelli dei discorsi di Berlusconi, per dirne uno. Non me li ricordavo più, invece ha davvero detto che Eluana era viva, perché aveva un regolare ciclo mestruale.
5) Per il discorso preparato e mai pronunciato in Parlamento dal senator Beffardi, interpretato da Toni Servillo. Mi è piaciuto molto. Probabilmente l'esistenza di un senatore del Pdl con una coscienza, che addirittura si dimette al primo mandato rinunciando anche alla pensione, è l'unico vero riferimento al mondo fiabesco, l'unico vero elemento completamente staccato dalla realtà. Il discorso, comunque, è il seguente:
Io non posso tradire la mia coscienza, perciò voterò contro questa legge. Voterò contro questa legge e poi mi dimetterò da senatore. Anch'io ho vissuto una tragedia analoga a quella di Beppe Englaro, ho perso mia moglie che amavo immensamente. Quando la sua sofferenza è diventata insopportabile ho acconsentito, sì, ho acconsentito e contribuito ad abbreviarne l'agonia. Mia moglie stava morendo e io, che non sono credente, anzi forse proprio perché non lo sono, avrei fatto di tutto per tenerla in vita una settimana, un giorno di più. Una settimana, un giorno di più. Mia moglie invece era molto credente, pregava, supplicava dio perché la morte arrivasse il prima possibile, il prima possibile. Non è paradossale? Lei mi ha chiesto di aiutarla a mettere fine alla sua sofferenza e io ho accettato di farlo. Per qualcuno questo è un atto di coraggio, per altri un atto vile, meschino, se non criminale, per me è stato soltanto un atto d'amore per mia moglie. Un atto d'amore per mia moglie. Un atto d'amore per la sua libertà. Non credo nella teologia del dolore, della sofferenza, io trovo che la sofferenza non nobilita l'uomo, lo umilia, lo spezza. Quello che è accaduto a me accade in molte famiglie italiane, in questo sta l'eccezionalità del dramma di Beppe Englaro, la sua grandezza, sì la sua grandezza, nell'aver voluto, in questa Italia cinica e depressa, agire nel rispetto della legge, anche se i medici, gli amici, gli avranno consigliato di risolvere la cosa in famiglia, nonostante queste amorevoli dissuasioni, lui si è rifiutato di scendere nella clandestinità.

11 novembre 2014

Arrivano i pagliacci, Chiara Gamberale

Allegra ha un nome meraviglioso, un nome che i suoi genitori avranno scelto insieme, abbracciati in un momento di romanticismo, indecisi e innamorati. Un nome per un figlio è una decisione difficile, immagino. Alla fine Ettore e la sua giovane moglie americana, già madre del loro primo figlio Giù, affetto dalla sindrome di down, avranno optato per un nome che fosse di buon auspicio per la loro bambina: Allegra Lunare.
Fin dal principio del romanzo si intuisce che in realtà tanta allegria non ci dev'essere stata nella sua vita se lei, a vent'anni, si ritrova a svuotare da sola la sua casa, e a scrivere un quaderno a degli ipotetici acquirenti che certo, un giorno arriveranno. Allegra si guarda intorno e prova a raccontare ciò che hanno visto quelle mura, gli anni d'amore dei suoi genitori, le loro amicizie, la frustrazione di un filosofo rivoluzionario degli anni '70, e poi il tradimento, la fuga, la nascita di un nuovo amore che sembra a tutti sbagliato, e poi un nuovo tradimento (doppio), un martello, e la casa in vendita. Certo un giorno arriverà una bella famiglia in costruzione in grado di apprezzare quell'appartamentino, Allegra vorrebbe che i nuovi inquilini conoscessero chi ha abitato prima quelle mura, perciò inizia a parlare loro degli oggetti che lei lascerà e che loro troveranno, quando arriveranno. Sono quegli oggetti a raccontare la sofferta storia dei primi vent'anni di Allegra: dei suoi genitori, di suo fratello Giuliano, di Matilde, Adriana, Zuellen, Vera, Francesco, Leonardo.

In questo suo vecchio romanzo, appena ridato alla stampa, Chiara Gamberale mette in scena una storia completamente surreale, potenzialmente vera, ma poco credibile.
Narra di una famiglia malata, triste e indifferente, pur essendo una famiglia "giusta" nelle sue componenti: un padre, una madre, due figli. E poi parla di un'altra famiglia potenziale, meno convenzionale, ma piena di sentimento: due donne, di cui ne è rimasta solo una poi, e una bambina non loro, bisognosa di affetto e regole.
Racconta di come, crescendo in un contesto malato, sia difficile vivere un amore giusto, o semplicemente vero, di come sia più semplice scappare dalle relazioni, dagli altri, di come sia più facile rifugiarsi in un amore solo immaginato, in un amore idealizzato lontano anni luce dalla realtà.
Ci mostra di come arrivi sempre, prima o poi, un giorno in cui saremo costretti a toglierci le lenti colorate dagli occhi e di come non avremo più nessun campanellino a proteggerci dai finali tristi dei film. Un giorno realizziamo tutti che i lieto fine sono solo per le favole, un giorno lo capisce anche Allegra, ma sa che tutto piano piano passa, qualunque cosa succeda: al circo, dopo il numero dei trapezisti, anche se i trapezisti si schiantano e muoiono, arrivano i pagliacci, sempre, a ogni spettacolo. È quello che succede anche nella vita. Dopo i giorni bui, arriva sempre un giorno nuovo, ogni volta.

Non sono un'amante delle storie troppo surreali e questa lo è decisamente, perciò credo che, tra i libri della Gamberale che ho letto, questo sia quello che ho gradito meno. D'altra parte Arrivano i pagliacci è il libro scritto da una ragazza giovane che non era ancora la scrittrice che è oggi ed è più che comprensibile che poi, col tempo, sia migliorata. Grave sarebbe stato il contrario!

10 novembre 2014

Momenti di trascurabile felicità, frasi [Francesco Piccolo]


Non sopporto più le persone che mi annoiano anche pochissimo e mi fanno perdere anche un solo secondo di vita.

Il giorno in cui sta per scattare l'ora legale, o solare.
Perché non si capisce mai se questa volta scatta l'ora solare al posto del a legale, o quel a legale al posto del a solare. E se la notte dormiremo un'ora in più o in meno: questo è causa di discussioni estenuanti che si protraggono oltre l'ora dello spostamento delle lancette, vanificando pure l'eventuale ora di sonno in più. Perché c'è sempre qualcuno, che pure quando gli hai fatto dei disegnini sulla carta, non è convinto, e dice che secondo lui è il contrario: cioè che dormiremo un'ora in più, e non un'ora in meno come dite tutti (o un'ora in meno e non in più).

Tutte le persone che non sono belle, o che sono brutte, poi quando le conosci diventano più belle, sempre.

Quando mia moglie si fa la doccia, sta più di un'ora a regolare l'acqua, e arriva in un punto precisissimo in cui se sposta il regolatore di un millimetro a sinistra l'acqua diventa bollente, e se lo sposta di un millimetro a destra diventa gelata.

Quando la donna con cui dormo ha capito che ognuno deve dormire dal suo lato. Che ci si può abbracciare prima, o quando ci svegliamo la mattina, ma quando si dorme bisogna stare ognuno per i fatti suoi. Dividendo il letto con la stessa meticolosità con cui si tracciava la linea di divisione del banco con il compagno di banco, a scuola.

La seguente frase con cui cominciavo qualsiasi tema a scuola: La questione storica, economica, filosofica, scientifica, politica e sociale del ventesimo secolo... E mi ritrovavo ad aver già riempito cinque o sei righe.

E poi, perché hanno il taschino sul petto? Chi è che ha mai usato il taschino del pigiama?

Gli sms dopo le undici di sera che dicono: «dove sei?», che significano molto di più di quello che dicono.

Quando mia moglie si mette una mia maglietta.

Alcune intelligenze per le piccole cose, come il guidatore dell'auto alle tue spalle quando capisce subito che devi parcheggiare e quindi fare retromarcia. E lui si ferma a qualche metro di distanza e aspetta senza avanzare.

La prima e l'ultima pagina di un libro.

«Insomma, si sprofondò tanto in quelle letture, che passava le notti dalla sera alla mattina, e i giorni dalla mattina alla sera, sempre a leggere; e così, a forza di dormir poco e di legger molto, gli si prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione. Gli si riempì la fantasia di tutto quello che leggeva nei suoi libri: incanti, litigi, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e stravaganze impossibili; e si ficcò talmente nella testa che tutto quell'arsenale di sogni e d'invenzioni lette ne' libri fosse verità pura, che secondo lui non c'era nel mondo storia più certa». [Da Don Chisciotte]

La memoria morbosa per i libri che ho letto: ricordo dove li ho letti, cosa facevo nel periodo in cui li leggevo, con chi ne parlavo. Quando riprendo un libro dallo scaffale, a volte basta solo la copertina, oppure le parole che ricordo, e ritorno a un umore e a un tempo preciso, nitido, sempre, o quasi sempre.

Ho buttato dal a finestra (l'ho fatto davvero), dopo essermi imposto di leggerlo fino alla fine, On the Road di Kerouac e per anni ho fatto finta che mi fosse piaciuto perché pensavo che bisognava dire così.

9 novembre 2014

Sempre di domenica #35


1- C'erano una volta i bruchi, sì...ma quali? Avete presente quella frase di non ricordo chi, quella che dice Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il mondo lo chiama farfalla? Ecco, per questa carrellata di before and after la metamorfosi calza proprio a pennello.
2- Donne al quadrato è un brano di Antonia Storace, che ha un blog che leggo da tempo e che sicuramente leggerete anche voi non appena lo scoprirete (se non lo conoscete già), perché lei scrive così meravigliosamente bene da far venire i brividi, ogni volta. Il brano che ho linkato l'ha scritto quasi due anni fa, il quarto commento al suo post è il mio e ci tengo a sottolinearlo che le sue parole mi avevano commossa prima che sul web venissero attribuite ad Alda Merini, prima che le leggessero alla radio. Qui si può leggere del bel percorso (meritato) di quelle donne al quadrato che non possono lasciarci proprio indifferenti.
Ci sono le Donne. E poi ci sono le Donne Donne. E quelle non devi provare a capirle, sarebbe una battaglia persa in partenza. Le devi prendere e basta. Devi prenderle e baciarle, e non dare loro il tempo di pensare. Devi spazzare via, con un abbraccio che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto, a bassa, bassissima voce. Perché si vergognano delle proprie debolezze e, dopo avertele raccontate, si tormenteranno - in un'agonia lenta e silenziosa - al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e bisognose per un piccolo fottutissimo attimo, vedranno le tue spalle voltarsi ed tuoi passi allontanarsi. Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a spogliarsi son brave tutte. Amale indifese e senza trucco, perché non sai quanto gli occhi di una donna possano trovare scudo dietro un velo di mascara. Amale addormentate, un po' ammaccate quando il sonno le stropiccia. Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a sé stesse. Ma, appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.
3- Fotografa di cani. Ché siate amanti o no dei migliori amici dell'uomo, non potete dirmi che queste foto non sono bellissime. Non ci provate proprio.
4- Sassi in equilibrio. Lui si chiama Michael Grab e dev'essere una specie di mago, a giudicare dalle sue opere.
5- Quando era più difficile, un post di Chiara di Ma che davvero?, una riflessione sull'infanzia oggi.
In questo mondo dove con un click scarichi qualsiasi film, dove la tv dei bambini ha dieci canali che sparano cartoni a ruota, dove appena esce un film o un cartone esce anche un carico di merchandising a buon mercato, dove il tempo della noia è diventato il tempo dell’iPad con le sue App educative o euforizzanti, lei non fatica per avere nulla. Non le manca niente. E quando niente manca, tu non costruisci nulla per riempire il vuoto. E il vuoto serve. Nel vuoto ti vengono le idee, che non riescono a farsi spazio e risuonare in questo mondo sovraccarico di stimoli dove abitiamo. Nel vuoto provi dei sentimenti che il rumore anestetizza. Tipo la noia. La noia è la migliore amica della creatività. La creatività, a sua volta, è la migliore amica dell’autoaffermazione. Della definizione di sé e dei propri sentimenti. E certo è bellissimo avere tutto a disposizione. Però ci toglie il poter disporre di quelle parti di noi che si attivano in caso di necessità. Non posso che chiedermelo. Forse si stava meglio prima… quando c’era meno. E quel meno arrivava tardi. Così tardi che intanto te l’eri già fatto da solo.

7 novembre 2014

Scarabocchi di creatività // Decorazioni autunnali

Cercavo idee per una festa autunnale del mio paesino, queste sono le ispirazioni più belle che ho trovato, purtroppo non ne ho messa in pratica nemmeno una, perché si sa che poi, quando c'è da organizzare qualcosa, il tempo si restringe senza alcuna pietà.
Conto di provare a fare un mazzo di fiori con le foglie rosse, comunque. Prima o poi, s'intende.
Fonti:   1   //   2   //   3   //   4   //   5
Fonti:     //     //   8   //   9   //   10   //   11

6 novembre 2014

Momenti di trascurabile felicità, Francesco Piccolo

Volevo questo libricino da moltissimo tempo, da quando ho iniziato a leggere cose belle su di "lui", da quando ho iniziato a conoscere Francesco Piccolo sul divano rosso della Dandini, quello su cui si accendevano le luci in seconda serata. Ecco, lo volevo da allora, da quando ho cominciato a nutrire per l'autore un certo fascino. Probabilmente nel frattempo sono passati più anni di quelli che mi sembrano. Ehm...sì, sto invecchiando.

A ottobre finalmente l'ho letto, quasi subito dopo Il desiderio di essere come tutti ho continuato la conoscenza di Piccolo ed è stato ancora un piacere.

Momenti di trascurabile felicità ha un titolo che è bellissimo e che, da solo, mi ha incuriosita nel profondo. 
Sono affezionata, per mia natura, alla bellezza delle cose piccole, quelle che diamo per scontate, quelle su cui non ci fermiamo a riflettere, quelle cose normali, banali, quotidiane che non notiamo quasi mai. Francesco Piccolo, con questo quadernino di pensierini più o meno condivisibili, prova a fare questo: a tirarci per la manica, a farci voltare, a farci fermare a guardare per un istante che cosa ci circonda, anzi di che cosa ci siamo circondati. 
Le vite di ognuno di noi sono piene di momenti di trascurabile felicità, che spesso tendiamo appunto a trascurare, presi come siamo dalla fretta di adempiere ai nostri doveri. Credo che, una volta letto questo libricino, prima di ignorarli ci penseremo un attimo su, magari prenderemo appunti mentalmente e magari magari, se siamo proprio volenterosi e fortunati, li scriveremo anche noi su un quadernino che diventerà importante, sempre di più, giorno dopo giorno. Sicuramente per le case editrici sarà trascurabile, ma per noi sarà un libro bellissimo, che ci metterà davanti alla meraviglia delle cose semplici, nascosta in certi odori, colori, dentro le persone che occupano il nostro tempo.

Per tutti questi motivi, pur non essendo un libro imperdibile secondo me, io lo consiglio. Perché fa sorridere, arricciare il naso, scuotere la testa, fa ripensare ai pensierini delle elementari e, cosa ancora più bella, fa venire voglia di riscriverli anche da grandi.

p.s. Finalmente qualcuno che ha trovato il coraggio di dire che On the road non gli è piaciuto!!!

Ho buttato dalla finestra (l'ho fatto davvero), dopo essermi imposto di leggerlo fino alla fine, On the Road di Jack Kerouac e per anni ho fatto finta che mi fosse piaciuto perché pensavo che bisognava dire così.

5 novembre 2014

The sessions - Gli appuntamenti

Se ho visto questo film, in un sabato notte piuttosto casalingo, è stato solo grazie a un post di Pier, senza il quale non avrei nemmeno saputo della sua esistenza.

Il tema, complesso e delicato, è quello del rapporto fra disabilità e sesso, nello specifico è Mark O'Brien, poeta e giornalista paralizzato da quando a sei anni contrasse la poliomelite, a rendersi conto, a 38 anni, della totale assenza di sesso nella sua vita disabile. Mark non aveva mai pensato di poter godere delle attenzioni di una donna, dando per scontato la sua impossibilità fisica nell'amare. Invece, nel realizzare un articolo su disabilità e sessualità, scopre che niente è impossibile e che esistono delle terapiste in grado di aiutarlo a comprendere i segnali del proprio corpo e ad aprirgli la strada verso il sesso. 
Così Mark incontra la sua terapista sessuale, Cheryl, una bionda madre di famiglia che gli promette sei sedute per insegnargli ad avere rapporti con le donne. Non senza problemi Mark perde in questo modo, con Cheryl, la propria verginità. I due sono più intimi di quello che dovrebbero essere due "colleghi di lavoro", perciò interrompono i loro appuntamenti al quarto incontro. 
Mark è un uomo nuovo, che non ha più paura di lasciarsi andare e di dichiarare, e vivere, per quanto gli è possibile, il proprio amore.

Dato l'argomento il film sarebbe potuto essere banalmente volgare, zuccherosissimo e strappalacrime, invece, nonostante i ripetuti nudi, tutte le scene girate a letto, i dialoghi spesso espliciti, il risultato a me è sembrato tutt'altro che volgare. Anzi. Cheryl mostra una sensibilità unica nell'approcciarsi alla disabilità di Mark e anche lui non è affatto un uomo menomato che si piange addosso e vive al ribasso la sua vita rinchiusa in un polmone d'acciaio. C'è amore in questo film, e dolcezza, e riscatto, e forza di volontà. Tutto quello che a volte ci capita di dare per scontato e che pellicole come queste ci fanno riportare a galla, sulla superficie della nostra coscienza, sulle nostre esistenze semplici, dove gli ostacoli siamo noi a metterli e lo facciamo così bene che poi ci sembrano insormontabili, ma se Mark spazza via i suoi, per quello che può certo, allora forse possiamo farlo anche noi.

Dimenticavo di dire che Mark O'Brien è realmente esistito e che il film si ispira alla sua vita, in particolare si basa su un articolo che lui scrisse sul tema e che si può leggere qui, in inglese.


4 novembre 2014

12 anni schiavo, frasi [Solomon Northup]


Era il mio padrone, autorizzato per legge a disporre a piacimento della mia carne e del mio sangue e a esercitare su di me la tirannica autorità che scaturiva dalla sua natura malvagia; ma non c'erano leggi che potessero evitarmi di nutrire per lui un grande disprezzo. Detestavo sia la sua indole che il suo intelletto. 

Ci sono state ore nella mia vita infelice, molte ore, in cui l'idea della morte come fine delle angosce terrene, la bara come luogo di riposo per il corpo stanco e consumato, mi è parsa quasi piacevole. Ma certe riflessioni svaniscono nel momento del pericolo. Nessun uomo nel pieno delle proprie facoltà può ostentare indifferenza al cospetto del «re dei terrori». La vita è cara a ogni essere vivente; persino il verme che striscia sulla terra si batterà per conservarla. E in quel frangente era cara a me, sebbene venissi maltrattato e vivessi in schiavitù.

Inganna se stesso chi si racconta che lo schiavo ignorante e stolto non comprende gli immani torti che è costretto a subire. Inganna se stesso chi crede che questi si alzi da terra, con la schiena lacera e sanguinante, nutrendo solo sentimenti di umiltà e perdono. Verrà forse il giorno, e verrà per davvero, se qualcuno ascolta le preghiere degli schiavi, in cui sarà il padrone a chiedere inutilmente pietà.

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