7 gennaio 2015

Ciò che inferno non è, Alessandro D'Avenia

Può darsi che sia 3P, alias Padre Pino Puglisi, il protagonista di Ciò che inferno non è. Può darsi che sia Federico, diciassettenne in crescita, in bilico tra il ragazzino che era e l'uomo che sarà. Può darsi che sia Lucia, sedicenne di Brancaccio, che, nonostante sia di quel quartiere, conserva una luce speciale dentro e tiene alta la testa. Può darsi sia Francesco, con Maria, la sua ragazza madre prostituta, che almeno lo ama. Può darsi che sia Riccardo, bambino educato male già avvezzo ai soldi facili. Può darsi che sia Serena, stanca di resistere in quel posto malato. Può darsi sia Dario, già vittima degli adulti che gli fanno sempre male. Può darsi sia Manfredi, fratello perfetto di Federico. Può darsi sia la bambina con Bambola, rimasta orfana di un padre traditore che le stava insegnando a nuotare.
Può darsi che siano tutti loro messi insieme.
Può darsi che sia Palermo. La città Tutto Porto per chi arriva, la città che proietta oltre il mare le aspettative di chi ci abita. Palermo di mafia, Palermo di gente che non sa, non vede, si gira. Palermo di chi non ha alternative, Palermo di chi non vuole impegnarsi a dare alternative a chi non ne ha. Palermo senza giardini, senza scuole. Palermo senza politica. Palermo senza Stato, che, come dice il nome, è sempre un participio passato mentre la mafia è il presente e il futuro. Palermo degli anni Novanta, Palermo dei morti ammazzati per strada, Palermo di chi non vuole vedere, dei cani presi a sassate e a bastonate dai bambini. Palermo bella e addormentata che si sveglia coi boati, che conosce le bombe.
Palermo di Falcone e Borsellino, innalzati così tanto a eroi da diventare irraggiungibili, quando invece dovrebbe essere normale la loro legalità. Palermo di don Puglisi che è un prete qualunque, nato proprio lì, tra le ferrovie del Brancaccio, tra gli scarti della società. Palermo di Federico, che, invece di temporeggiare ancora un po' a Oxford, decide prima di guardare in faccia la sua città che ancora non conosce davvero. Palermo di Lucia, che tra la violenza, la miseria e l'ignoranza, ama i libri e il teatro e sogna di diventare una regista, senza andare via dal proprio quartiere. Palermo bella come un quadro, non si è mai visto un dipinto fatto solo di luci: ci vogliono anche le ombre per creare bellezza e di ombre, Palermo, ne nasconde in abbondanza.
Eppure non tutto è inferno. Non tutto è miseria e ignoranza. Non tutto è arroganza e prepotenza. Non tutto è dolore. C'è anche chi mette amore in quello che fa e se metti l'amore avrai ciò che inferno non è.

Per me è davvero la città la protagonista assoluta di queste prime pagine, molto molto belle, del mio 2015. Federico è il personaggio che occupa più spazio, quello con cui vorremmo tutti identificarci, per la sua capacità di non voltare lo sguardo, per il modo in cui non si tira indietro, per come esce fuori dai libri che tanto ama e inizia a scrivere la sua storia. Una storia che sembra quasi speciale, ma che in un mondo giusto sarebbe normale.

A differenza di altri uomini uccisi dalla mafia, di don Puglisi non sapevo pressoché niente, non mi è mai capitato di vedere film a lui dedicati e non mi sono mai interessata alle sue opere.
Quello che mi ha maggiormente colpito leggendo l'ultimo romanzo di D'Avenia, che di don Puglisi fu alunno al liceo, è che non ho mai pensato che quel sacerdote fosse un eroe. Mi è sembrato un uomo qualunque che per amore di Dio aveva scelto di non avere una moglie e dei discendenti col suo sangue, ma che di figli invece ne ha avuti tantissimi. Quando penso alle vite di Falcone o Borsellino ho sempre l'impressione che siano lontane da me, esemplari certamente, ma lontane, quasi intoccabili nella loro bellezza, nel loro coraggio, nella loro forza, nella loro dolorosa purezza, nel loro credere in uno Stato che non li onora affatto, nel loro essere andati avanti, consapevoli di quello che li attendeva.
Il don Puglisi che dipinge D'Avenia invece è un uomo piccolo con le orecchie grandi, un uomo che quasi mi sembra di poter toccare, uno con la tonaca, il sorriso e il fischietto per fare l'arbitro nelle partite di calcetto dei bambini. Dei suoi bambini. Quelli che, con una scuola, degli spazi, dei giardini, con qualcuno che si occupasse di loro, che li amasse, semplicemente che li amasse, diventerebbero esseri umani migliori, da grandi.

Dell'autore ho letto tutti e tre i romanzi che ha scritto e penso che questo sia il suo più bello, il meno adolescenziale almeno, il più adatto a me che adolescente non lo sono più. Avrei potuto conoscere Alessandro D'Avenia un mese fa più o meno, c'era un suo incontro dalle mie parti, ma proprio quel giorno iniziavo a lavorare, perciò non ho potuto incrociare i suoi occhi, che senz'altro sono puliti, come le sue storie, come gli insegnanti quelli bravi, quelli che sanno un sacco di cose ma non hanno la spocchia di chi si crede migliore, quelli che insegnano a chi hanno davanti e al tempo stesso da loro imparano qualcosa. Se tutti avessero un insegnante come don Puglisi, come D'Avenia, come il mio di matematica, come chissà quanti altri ce ne sono sparsi in tutt'Italia, forse noi italiani saremmo sul serio un popolo migliore.

Alla fine del romanzo, nella parte dei ringraziamenti, D'Avenia scrive al lettore:
Spero che le ore che hai dedicato a questa storia siano state riempite da quel che ho ricevuto io nello scriverla: un coraggio più grande verso la vita, anche quando pare ci ferisca a morte. E magari un posto dove scappare dentro, quando si spengono fuoco e parole. Per scoprire che erano intatti, covavano come brace sotto la cenere, insieme ai nostri desideri più grandi.
Per me, sì.

Film consigliato: La mafia uccide solo d'estate.

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