16 marzo 2015

La macchina della felicità [Flavio Insinna]

Per lui nutro un amore incondizionato, che mi porta senza troppa vergogna, ma suscitando molte risate, a preferirlo al Gabriel Garko delle mie amiche, per esempio. Le mie amiche stalkerano su Instagram tutti i vip possibili e immaginabili, la maggior parte dei quali sono reduci di Uomini e donne, tronisti e corteggiatori di cui non conosco né i nomi né, tantomeno, le facce.
Ecco, io stalkero solo lui. Anzi, stalkerare non è il verbo esatto: mi limito a seguire il suo profilo.
Dev'essere per la sua cultura, per lo sguardo buono, per quell'aria pacioccona dolce e sognante, per quell'anima graffiata, per la sua simpatia, per la sua umanità, per il suo essere così morbido e accogliente, così apparentemente leggero, quasi non si volesse mai prendere troppo sul serio.
Quando girava Don Matteo ce l'avevo vicino casa e non l'ho neanche mai incontrato, dubito anche che lo conoscessi all'epoca, di quella fiction avrò visto tre puntate in tutto. Quando poi ha cominciato a presentare Affari tuoi mi sono innamorata e giuravo a tutti che sarei andata a giocare non appena avessi compiuto diciotto anni. Ora li ho superati da un pezzo, ma quel pacco non l'ho ancora avuto tra le mani e probabilmente non lo desidero neanche più.

Tutto questo preambolo per spiegare il motivo per cui ho letto La macchina della felicità: perché starei ore e ore ad ascoltare chi l'ha scritto. L'ho letto per Flavio Insinna.
Ne è valsa la pena? Fino a un certo punto.

Era da molto tempo che non leggevo una storia puramente d'amore. Questa lo è: è la storia di un uomo, di una donna e di una figlia, che, con una semplicità quasi disarmante, decidono di diventare una famiglia e di credere che la Polinesia non sia poi tanto lontana, in fondo.
Vittorio è un cinquantenne solo, i genitori sono morti, una donna non ce l'ha, ha soltanto un lavoro come supervisore in un Casinò che lo occupa per tutto il tempo. Non dorme, non sogna, non vive. Solo il martedì concede qualche ora alla sua passione più grande: il cinema. Ogni martedì si mette in fila e sceglie di guardare il miglior insuccesso presente.
Vittorio ha una specie di epifania quando incrocia per la prima volta Lei, seduta alla cassa del suo cinema. Inizia a fabbricare una quantità di film mentali per cui potrebbe quasi battermi, ma alla fine ha un colpo di fortuna e i suoi periodi ipotetici smettono di essere ipotetici, il condizionale diventa indicativo e Lei diventa Laura.
Laura è tutto il contrario di Vittorio, è una donna bella e semplice, una sognatrice nonostante la realtà difficoltosa, è una persona che non si risparmia e che non ha paura di darsi agli altri. Laura è colore e gioia di vivere, fantasia e dolcezza.
Quando Vittorio la incontra diventa un altro.
Questo è un romanzo d'amore dunque, in cui Vittorio e Laura non vorrebbero altro che saper costruire una macchina per regalarsi a vicenda la felicità.
Non credo che la storia sia stata all'altezza delle mie aspettative, all'inizio mi piaceva molto, poi andando avanti secondo me si è un po' persa per strada. Forse ci sono dentro troppe cose: la solitudine, la ricerca di un amore, la negazione di un accrocco (come lo definisce Insinna), la famiglia allargata, il malessere giovanile, il gioco d'azzardo, la sua ingiustizia, la sua pericolosità, l'alienazione in cui ci troviamo immersi, la monotonia di una vita che non ci ricordiamo neanche perché sia uscita fuori così, quando noi la volevamo proprio in un altro modo. C'è dentro la voglia di ricominciare, di sfidare il tempo, di sfidare le paure e buttarsi in qualcosa di grande.

La macchina della felicità mi è sembrato un romanzo piccolo per cose grandi.

Ne ho condiviso molti passaggi, alcuni li ho ricopiati anche sul mio diario, dicendomi che avrei molte affinità con quel Vittorio lì. Come me lui non ha mai detto sì a un amore qualunque, in cui ci si accoccola per sfuggire alla solitudine, come me ha sempre pensato di meritare più di un articolo indeterminativo, come me ha sempre pensato di volere l'amore. Quello vero. L'amore, non un accrocco.
Ho apprezzato anche l'incipit, perché in momenti più adolescenziali della mia vita ho nutrito gli stessi dubbi, immersa nella malinconia e nella difficoltà dei miei stati d'animo passati.
Non mi è piaciuta la fretta di scrivere di tante cose, rimanendo piuttosto in superficie.
Non mi è piaciuta la ripetizione frequente degli stessi concetti.
Non mi è piaciuto, soprattutto, il finale. Flavio, come hai potuto farlo? Come hai potuto scrivere in quel modo le ultime due pagine? Come ti è saltato in mente? [Smettete di leggere se non volete spoiler] Questo era un romanzo d'amore, porca miseria. Era una favola. Le favole devono finire bene, per forza di cose. Se c'era una cosa che credevo di sapere fin da quando Vittorio ha incontrato Lei era che loro due avrebbero vissuto felici e contenti, per sempre. Forse poi avrei detto che La macchina della felicità non era altro che un romanzo scontato e banale, ma sarebbe stato meglio di così. Un infarto in solitudine sulla spiaggia, a un passo dall'inizio della felicità, non è per niente bello. Non me lo aspettavo minimamente tra l'altro, così ho dovuto leggere due volte le ultime pagine, perché sono arrivata a leggere il finale al calduccio delle mie coperte, quando ormai era notte da un po' e io mi sentivo piuttosto insonnolita. Dopo la prima lettura mi sono detta che forse mi ero addormentata col libro tra le mani e avevo avuto questo incubo nel dormiveglia, un po' come quando sogno di cadere dalle scale e mi metto paura, così sono tornata indietro e ho riletto. Vedi, Vittorio è uscito dal carcere finalmente. Vedi, Vittorio è arrivato in Polinesia. Vedi, Vittorio sta male. Vedi, il cuore di Vittorio batte per Laura anche ora che non batte più. Vedi, non era l'incubo del dormiveglia. Davvero non c'è il lieto fine. Lo so che il banco vince sempre, ma per Laura e Vittorio avrebbe potuto fare anche un'eccezione.
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