9 marzo 2015

Stoner [John Williams]

Caro Stoner,
non mi piace chiamare le persone per cognome e odio quando lo fanno con me, per questo i prof che usavano il mio nome (anche perché è sempre stato unico in ogni classe che ho avuto) partivano già con una marcia in più rispetto agli altri. Mi è sembrato molto triste che per gran parte del libro tu sia sempre stato, soltanto, Stoner.
All'inizio per la tua famiglia eri William, poi sei diventato Willy per tua moglie Edith (che per come si comportava con te avrebbe fatto meglio a evitare vezzeggiativi dolci), e Bill tra le braccia della tua Kathrine. Per gli altri, per tutti gli altri, compreso il narratore esterno del romanzo, tu sei sempre stato, soltanto, Stoner.
Già questo, dal mio punto di vista, rende bene l'idea della desolazione della tua vita, in cui ero consapevole, già prima della nostra conoscenza diretta, che non avrei trovato fuochi d'artificio e momenti eccezionali. Lo sapevo perché in molti mi avevano già paralato di te, di quanto sarebbe stato incredibilmente eccezionale leggere della tua vita, in realtà piuttosto piatta e comune.
Quando ti ho avuto tra le mani e fantasticavo su noi due, mi sono venute in mente alcune parole di una canzone* che amo a non finire e mi sono chiesta se anche a me, come al resto del mondo che conosco, la tua storia normale sarebbe sembrata speciale.
Caro Stoner, anzi caro William,
devo dirti che è stato proprio così.
I tuoi ultimi istanti di vita li porterò sempre nei miei ricordi. Non ho memoria di una morte letteraria più toccante e straziante della tua. Mentre eri in quel letto, con quel cancro terminale, mentre cercavi di fare il bilancio definitivo della tua vita e pensavi fosse stata solo un fallimento in tutto, avevo gli occhi appannati, ma appannati molto. Ho sentito una lacrima scendere giù e sentivo di essere molto, molto, molto combattuta: avrei voluto che quello strazio finisse immediatamente, avrei voluto che la pagina successiva fosse bianca, ma al tempo stesso avrei anche voluto che la tua vita non finisse mai, perché sì, è vero, hai avuto una vita monotona e triste che nessuno di noi vorrebbe mai vivere, ma io mi ero affezionata, in un certo senso avevo imparato a volerti bene. Se avessi letto la tua storia all'oscuro di tutto avrei tifato per te, per un tuo riscatto. Avrei sperato di trovare un divorzio a ogni pagina e avrei voluto vederti coraggioso, capace di prendere in mano la tua vita per portarla lì dove il tuo buon cuore avrebbe meritato di andare. In realtà mi avevano già detto che non eri stato un uomo molto forte e che ti eri limitato soltanto a sopportare tutta la tua esistenza.
William, hai avuto una vita semplice, certo, ma se la guardi soltanto da un punto di vista lavorativo non mi sembra affatto banale e insignificante. Eri figlio di contadini e sei diventato professore universitario di letteratura. Il salto è notevole ed è evidente che un po' di buona volontà, almeno in questo, tu ce l'abbia messa. O anche la tua cattedra è stata il risultato di azioni altrui a cui non ti sei mai opposto? L'università era stata un'idea di tuo padre, è vero, ma a decidere di passare dalla facoltà di Agraria a quella di Lettere sei stato tu, nell'attimo in cui sei rimasto incantato dai versi di Shakespeare. Sei stato tu, sì, e forse è l'unica vera scelta che tu abbia mai fatto nei tuoi sessantacinque anni di vita. Hai anche scelto una moglie, ma l'hai presa proprio a scatola chiusa, senza nemmeno preoccuparti di che cosa ci fosse oltre quegli occhi grandi e incantatori. Hai sbagliato donna, ti sei sposato una vera stronza, che ti ha trattato come un tappetino di nessun valore. Erano altri tempi, certo, ti fossi imbattuto in una del genere oggi sicuramente avresti avuto sia un matrimonio che un divorzio. Con lei sei stato fin troppo clemente, davvero non so dove tu abbia trovato tanta pazienza.
Povero William, mi dispiace tanto. Speravo che almeno con tua figlia Grace le cose andassero meglio, invece anche il vostro rapporto è naufragato. Hai spesso insinuato che la colpa fosse ancora di tua moglie, ma in questo caso non posso darti proprio del tutto ragione. Anzi, per niente, William. Con tua figlia hai sbagliato tutto, hai lasciato che anche lei avesse un'esistenza indegna come la tua, solo perché tu non hai avuto abbastanza coraggio per lottare per quello che sapevi sarebbe stato giusto. Eppure lei l'amavi davvero, l'amavi come amavi Kathrine e le hai lasciate andare, entrambe, condannandole a una vita di rimpianti, ricordi e solitudine.
Ti ho voluto bene, William. Sarà che dicono che noi donne siamo tutte un po' crocerossine e i casi umani, quelli da "curare", ci attraggono. Sarà che sono un'inconcludente anch'io, come lo sei stato tu. Sarà che non mi allontano mai tanto dal posto in cui sono nata, come te. Sarà che mi hai fatto così arrabbiare, tante volte, che poi alla fine la rabbia si è trasformata un po' in tenerezza e un po' in compassione.
Ti avrei insultato mille volte, per tutti gli alibi che ti sei costruito, per tutte le aspettative che non hai mai avuto, per come hai lasciato che le cose ti piovessero addosso, chissà come e perché.

Non sarai certo un esempio di vita, William, ma, nonostante tutto, ti ho voluto bene, e ho pianto quando te ne sei andato, come si piange per qualcuno con cui si avrebbe voluto avere ancora un po' di tempo da vivere insieme. Solo un po'.
p.s. So che la tua storia era stata scritta nel 1965, non so come sia stata riscoperta e ripubblicata, ma sono felice che questo sia accaduto. Vorrei che tutti incrociassero la tua vita.

[* Farewell // Francesco Guccini]
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