9 aprile 2015

Lessico famigliare, Natalia Ginzburg

Lessico famigliare era per me solo un libricino dalle pagine ingiallite che vedevo sul ripiano della libreria di mia sorella, libricino ingiallito che poi si è trasferito nella mia camera quando lei si è sposata. Dunque per anni l'ho preso in mano e spolverato, anche da bambina devo averlo frequentato, perché le pagine, soprattutto quelle bianche iniziali, sono piene di disegni a matita.
#tesorodellazia non ti venisse mai in mente di fare la stessa cosa con i miei libri!

Non credo di aver mai avuto la tentazione di leggere Lessico famigliare, non per un particolare motivo specifico, semplicemente non mi attraeva.
Ho deciso di dargli una possibilità quando ho realizzato che il ripiano che dedico ai libri ancora da leggere si era riempito e che, quindi, andava svuotato. Svuotato, non esageriamo. Ho soltanto creato uno spazietto di tre centimetri prontamente rioccupato da Jane Eyre. Sono punto e a capo, perciò, con sempre 48 libri non letti nelle mie mani.
A parte questo, comunque, sono stata una stupida: Lessico famigliare mi è piaciuto tantissimo! Avrei dovuto leggerlo molto prima.
Natalia Ginzburg, che fino al matrimonio fu Natalia Levi, scrive un avvertimento prima della vera e propria storia. Annuncia che ciò di cui il lettore leggerà nel suo Lessico famigliare non è altro che la realtà: dentro quella sua opera, avverte, c'è tutta la sua famiglia e ci sono tutti gli amici che quella famiglia aveva. Scrive anche l'autrice che bisognerebbe leggere il libro come un romanzo vero e proprio, benché sia tratto dalla realtà e della realtà mantenga addirittura i nomi veri.

Lessico famigliare, dunque, narra la storia vera della famiglia Levi. Detta così potrebbe sembrare una trama noiosa e banale, all'inizio io per prima avevo quasi l'impressione che un diario di bordo del genere potessimo scriverlo quasi tutti, in fondo. Che ci vuole? mi sono detta mentre leggevo le primissime pagine. Due pagine dopo avevo già cambiato idea.
Sotto una foto postata su Instagram in cui ho mostrato le tracce della me bambina lasciate sul libro, una mia amica ha scritto che leggere Lessico famigliare subito dopo Stoner era stata un'ottima scelta. Penso che, come al solito, avesse ragione, perché entrambi i libri hanno in comune una normalità di fondo, una situazione che forse potremmo vivere tutti. Mentre però Stoner mantiene questa linea piatta dall'inizio alla fine, Lessico famigliare a un certo punto va incontro a una svolta: la famiglia di Natalia si rifiuta, al contrario di Stoner, di vivere una vita in balìa delle onde della storia e capisce che nella storia può provare a intervenire. Gli anni raccontati dalla Ginzburg sono prima quelli di un fascismo che si tende a pensare possa passare via in fretta senza lasciare troppi segni, diventano poi gli anni delle leggi razziali, di un fascismo che inizia concretamente a far più paura, fino a sfociare negli anni veri e propri della guerra e delle persecuzioni.
Mentre la vita di Stoner resta quasi indifferente di fronte alla guerra mondiale, la famiglia Levi prende posizione: è antifascista.
Mario, uno dei fratelli di Natalia, riesce a fuggire all'estero mentre cerca di portare in Svizzera manifesti sovversivi.
Beppino, il padre di origini ebraiche, si trasferisce in Belgio, dopo aver conosciuto anche il carcere insieme ai suoi due figli Alberto e Gino.
Alberto insieme alla moglie Miranda sarà poi mandato anche al confino in Abruzzo, stessa destinazione in cui vengono mandati Natalia e suo marito, Leone Ginzburg. Non credo di spoilerare niente (è storia) dicendo che a lui toccherà un epilogo ben peggiore.
Lessico famigliare è il ritratto leggero e scanzonato di una famiglia, raccontata attraverso i ricordi di una bimba che è diventata adulta, che ha conosciuto l'orrore della guerra, che per la guerra è rimasta vedova, ma che non ha dimenticato quegli anni in cui era piccola e il mondo finiva con la sua casa e nessuno poteva immaginare quello che di lì a poco sarebbe successo. È una storia che il dramma lo suggerisce, ma che non lo urla mai, tutto resta impigliato in una rete di dialetti e modi di dire che diventano storia famigliare, ricordi di genitori ancora giovani e sempre insoddisfatti, di sarte, di balie che passavano il loro tempo a casa Levi dispensando la loro arte e il loro lessico.
La famiglia di Natalia doveva essere una famiglia di spicco, perché molti di quelli che per loro erano amici o parenti sono oggi, per noi, pezzi di storia: Olivetti è stato marito di Paola, unica sorella dell'autrice, e poi compaiono numerosi antifascisti come Salvatorelli, Turati, Foa, lo stesso Ginzburg, fino ad arrivare a Pavese.
Natalia conosceva molto bene Pavese e anche di lui offre un'immagine nuova, che si discosta un po' dallo scrittore che conosco, che ho sempre pensato come un uomo taciturno e malinconico, visto poi anche la fine che ha scelto di fare. La Ginzburg scrive che di lui la cosa che più le manca è l'ironia, l'umorismo. Pare che Pavese fosse divertente e io, giuro, questa caratteristica non l'avrei mai dedotta dai suoi libri.

È stata una lettura sorprendente, semplice e importante al tempo stesso. Si respira l'amore imperfetto delle famiglie, col sottofondo delle frasi più caratteristiche di ogni persona, si respira la storia, anche se non è questo il libro su cui poter piangere per le scene strappalacrime descritte: non ce ne sono, sebbene la biografia dell'autrice suggerisca che sia stata una sua scelta stilistica quella di evitarle.
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