27 aprile 2015

Non chiedere perché, Franco Di Mare

Sono passati molti anni dall'ultima volta che ho letto un libro ambientato a Sarajevo, durante l'assedio del 1992. Quel libro, finito tra le mie mani molte estati fa ormai, era Venuto al mondo di Margaret Mazzantini e raccontava, come credo sia abbastanza noto, la storia di una maternità complessa, oltre la legalità, figlia di un amore grande, condito anche con un po' di egoismo occidentale. 
Non chiedere perché è invece la storia di un uomo che non ha mai voluto figli, ma che nel giro di tre settimane trascorse a Sarajevo diventa padre.
Le due storie presentano delle similitudini, ma a dividerle è una sostanziale differenza: la Mazzantini ha scritto un bellissimo romanzo, Franco Di Mare invece ci ha regalato l'altrettanto bellissima, e dolcissima, storia vera della sua famiglia. Ha cambiato solo alcuni passaggi e tutti i nomi dei protagonisti, mantenendo invece i nomi veri delle vittime, come omaggio a loro; per il resto ci ha reso partecipi di come, più di vent'anni fa, abbia deciso che proprio Stella diventasse sua figlia.
Marco De Luca è un professionista affermato ormai, ha superato da un po' la trentina, vive in una casa disordinata ed è alle prese con la separazione dalla moglie. È un uomo solo e piuttosto confuso, in quell'estate del 1992, perciò quando gli viene proposto di partire come inviato di guerra alla volta della Sarajevo assediata, sotto il tiro dei cecchini e delle loro granate, lui non ha neanche bisogno di pensarci: accetta, tanto non ha nulla da perdere. Il lavoro, in fondo, è in quel momento l'unica cosa che ha: al di là di quello, il nulla.
A cinquanta minuti di volo dall'Italia, dalle spiagge assolate e piene di ombrelloni di quell'estate lì, dall'indifferenza della civiltà, Marco trova la fine del mondo, uomini non più uomini che prendono la mira e sparano, contro chiunque: anche contro i bambini.
Sarajevo era una città bella, dove tutti sapevano vivere insieme, nonostante le differenze. Per secoli cattolici, musulmani ed ebrei avevano convissuto pacificamente, poi, di colpo, la guerra, una guerra che Marco cerca di raccontare per quello che vede, senza facili pietismi, provando a svegliare le coscienze dei suoi connazionali in vacanza. Dov'è l'Europa civile? si chiedono gli abitanti di Sarajevo che vivono col mirino puntato addosso, affidando ogni giorno la propria vita a un tiro di monetina. Testa o croce, vita o morte: in quel 1992, al di là dell'Adriatico, la loro probabilità era quotidianamente la stessa.
Nel mezzo di quella pulizia etnica, mentre sta girando un servizio per la tv italiana in un orfanotrofio, Marco si innamora di una testolina bruna tra le tante bionde, si innamora di un sorriso che sembra proprio aver scelto lui, si innamora di un piccolo braccio dietro la nuca. È un attimo che non ha perché, quello in cui Marco capisce che Malina, proprio lei, sarà sua figlia e con lui tornerà in Italia, a mettere ordine in una casa incasinata e in una vita vuota.
Mesi fa ho visto la fiction di Rai1 ispirata al romanzo e alla vita di Franco Di Mare, L'angelo di Sarajevo. Mi era piaciuta molto e avevo deciso di leggere il libro, poi un paio di settimane fa l'ho trovato per caso in edicola (in realtà stavo cercando la prima uscita de La biblioteca della Resistenza del Corriere della sera, che tra l'altro non avevano), due giorni dopo l'avevo finito.
La storia, che già conoscevo, mi ha rapita. Da giornalista qual è, Franco Di Mare scrive in maniera stringata e veloce, senza dilungarsi in descrizioni d'amore o di guerra. Ci racconta dei momenti, dei passaggi, senza indagare più di tanto lo stato d'animo dei personaggi, forse perché Edin, Karen, Maria Teresa Giovannelli, Luciano, Ljubo e gli altri non sono personaggi nella mente e nella penna dell'autore, ma persone vere, in carne e ossa. E poi non era uno che sapeva parlare di sentimenti, lui. Era capace di raccontare una battaglia, ma si perdeva se gli chiedevano di guardarsi dentro.

Quella di Franco Di Mare è una storia così bella che sarebbe potuta essere anche soltanto un romanzo, il fatto che sia vera l'arricchisce sotto il profilo umano e forse la impoverisce sotto quello letterario, ma questa è solo una mia piccolissima impressione che non ha ostacolato il piacere della mia lettura.
Ho amato Non chiedere perché, perché quella di Sarajevo è una storia che non conosciamo davvero. È un controsenso, ma sono sicura che siamo più ferrati sull'attentato che, in quella città, nel 1914, provocò lo scoppio della prima guerra mondiale, piuttosto che su quello che è successo, in quella stessa città, solo vent'anni fa. Per me è senza dubbio così.

Benvenuti a Sarajevo, dunque, città che, ci fa notare l'autore, ha aperto e chiuso la storia del Novecento. 
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