29 aprile 2015

Non chiedere perché, frasi [Franco Di Mare]

Esattamente in quel punto, il 28 giugno del 1914, giorno di san Vito, un ragazzo di vent'anni, Gavrilo Princip, aveva dato avvio alla Prima guerra mondiale uccidendo l'erede al trono austro-ungarico, l'Arciduca Francesco Ferdinando, e sua moglie Sofia, Herzogin von Hohenberg. Nel cemento del marciapiedi c'era ancora impresso il calco delle orme che segnava il punto esatto in cui il militante della Giovane Bosnia aveva atteso il passaggio dell'auto con una pistola, una bomba a mano e una boccettina di veleno, per non farsi prendere vivo. "Il Novecento è iniziato e finito proprio qui, con gli accordi di pace del '95" pensò Marco. Il secolo più sanguinoso della storia dell'umanità aveva aperto e chiuso il suo cerchio nella capitale della Bosnia. Sarajevo aveva segnato in modo indelebile i destini di decine di milioni di persone.

Una volta Bianca gli aveva messo davanti un numero scritto su un foglietto: 279.
«Sai cos'è?»
«No, cos'è?»
«Sono i giorni che hai passato fuori lo scorso anno, Natale e Capodanno inclusi. Il calcolo è esatto. Li ho contati, uno per uno. Ma vedi, non sarebbe nemmeno questo. Il fatto è che, anche quando torni, non si può dire che sia veramente a casa. Tu sei assente anche quando ci sei, Marco. La tua presenza è solo fisica, la tua testa è sempre altrove. Sei assorto nei tuoi pensieri, perso tra le riviste, le cassette da visionare e il progetto del prossimo lavoro. E io sono stanca, Marco. Sono veramente stanca.»

Mentre filtrava le scorie dei suoi ultimi anni, si chiese per quale ragione alcune donne spendano buona parte della loro vita cercando di cambiare la persona che hanno accanto. E spesso ciò che maggiormente detestano è proprio quello che un tempo le attraeva di più. "Chissà perché a volte una manciata di mesi basta a trasformare in difetti anche le migliori virtù" si chiese ordinando il secondo bicchiere di Nero d'Avola.

«Guarda bene i fedeli.»
«Cos'hanno i fedeli?»
«Non noti niente?»
«No. Cosa dovrei notare? Mi sembra che tutti seguano la funzione. Cosa c'è di particolare?»
«Dai, guarda più attentamente. Hai visto adesso? Te ne sei accorto?»
«A dire il vero no. Non fare il misterioso, dimmi di cosa dovrei accorgermi.»
«Non hai visto quante persone sono rimaste ferme quando l'arcivescovo ha detto: "Nel nome del Padre, del Figlio..."?»
«È vero, hai ragione. Molti non si sono fatti il segno della Croce.»
«Proprio così. Erano quasi tutti musulmani. Dico quasi tutti perché tra quelli rimasti fermi c'era anche qualche ebreo. E se avessi guardato con ancora maggiore attenzione avresti notato anche che tra quelli che si facevano il segno della Croce c'era qualcuno che si segnava in modo diverso, toccandosi prima la spalla destra poi la sinistra. Bene: quelli invece erano cristiano-ortodossi. Cioè serbi. [...] Vedi, prima che Milosevic e Karadzic avviassero la pulizia etnica, qui le festività religiose erano condivise. I cattolici festeggiavano il Kurban, il secondo Bajram dell'anno, mangiando agnello, montone e baklava a casa dei musulmani. E insieme celebravano l'Annukka degli ebrei, e poi finivano ubriachi sotto i tavoli durante il Natale serbo, che arriva dopo quello cattolico. Nelle case dei cattolici e degli ortodossi spesso c'erano pentole, stoviglie e posate che non avevano mai cucinato o toccato carne di maile. In questo modo un musulmano o un ebreo osservanti potevano accettare un invito a cena a casa di un amico di religione diversa, senza temere di tradire i propri precetti. Questo è lo spirito che ha animato per secoli Sarajevo e i suoi abitanti, prima che ci spiegassero a colpi di granate, tutti i giorni - testoni che non siamo altro - che invece siamo diversi. Così finalmente potremo diventare come vogliono loro e - come spiegava il cardinale Puljic - finiremo per non riconoscere più il nostro fratello nemmeno se ci sbattiamo contro».

«Che strano, non ha pianto» commentò Marco ad alta voce.
La direttrice lo guardò e disse: «Vede, per i bambini il pianto è una prima forma di linguaggio. Spesso è un campanello d'allarme, altre volte la segnalazione di un bisogno, in altri casi ancora di una semplice richiesta di attenzione. Da quando è iniziata la guerra il nostro personale si è ridotto moltissimo, purtroppo. Facciamo quello che possiamo, ma i bambini restano da soli per la maggior parte della giornata. Non ci hanno messo molto a capire che è inutile piangere per richiamare l'attenzione, perché tanto non c'è nessuno che possa correre a consolarli. Le lacrime servono a poco a Sarajevo. Lo hanno imparato anche i bambini.»

Nessuno ha mai avuto una seconda occasione per fare una buona prima impressione.

«Oggi è stata una buona giornata.»
«Sono contento Karen. Però siamo solo all'inizio. È appena cominciata.»
«Un passo alla volta. Oggi è andata bene, e domani sarà lo stesso. Tu affrontala così e tutto andrà bene. Anche per andare lontano bisogna mettere un piede avanti all'altro. E sempre uno alla volta.»

Marco la prese in braccio, trafitto da decine d'occhi. Si sentì a disagio. Davanti a quei bambini che assistevano alla partenza, davanti ai loro sguardi, gli si svelava finalmente il senso vero della domanda che gli avevano fatto e che adesso, come un pensiero malato, come una rivelazione tardiva si faceva spazio anche nella sua mente: perché proprio Malina? Perché lei e non questo biondino invece, che doveva avere sì e no quattro anni ed era finalmente riuscito a prenderle la mano per dirle «Ciao Malina»? Oppure perché non quella, la bambina magrissima con gli occhi azzurri, che se ne stava da una parte sorridendo come se fosse lei quella che aveva trovato una casa dove andare? Semmai ne aveva avuta una, Marco non riusciva a trovare più una risposta e, invece di essere felice, si sentì in colpa.

Edin teneva un braccio sulle spalle della moglie. Alzò la mano e sorrise. Marco si sentiva in colpa ad andarsene e lasciarli lì, in quella situazione. Assediati, senza acqua né cibo, senza soldi, senza prospettive se non quelle di un futuro incerto. Lui invece stava per ritornare nel suo mondo, a soli cinquanta minuti di volo di distanza. Pochissimi, per potersi dire veramente lontani; un'enormità, davanti all'indifferenza con cui si guardava a quello che accadeva da quest'altra parte del mare. Il suo volo sarebbe atterrato in una città piena di turisti in sandali e cappellini, mentre un pezzo dei Balcani bruciava nell'ultima fornace che il Novecento aveva aperto nel cuore d'Europa.

Non era uno che sapeva parlare di sentimenti, lui. Era capace di raccontare una battaglia, ma si perdeva se gli chiedevano di guardarsi dentro.
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