5 ottobre 2015

Atti osceni in luogo privato, frasi [Marco Missiroli]


Così conobbi l’inspiegabile equazione della passione: l’estetica, l’eros, i modi garbati e un cervello che contenesse sensibilità e cultura non erano direttamente proporzionali ai risultati. Marie Lafontaine ne era l’esempio. Solo più tardi credetti di intuire il perché: il maschio percepiva la sua fretta di accasarsi. E la sua fame di maternità. Così quelle mammelle eludevano il loro fine primitivo, l’allattamento, per uno più bieco, l’eccitazione. Il risultato erano le pareti di libri che Marie ergeva nel suo salotto. Non ricordo chi abbia detto la frase straziante: “Più volumi troverai in casa di una persona e maggiore sarà il suo grado di infelicità”.

Spavento e desiderio provocarono una reazione controversa, la fuga. Avrei dato qualsiasi cosa per averla e qualsiasi cosa per andarmene: scelsi l’immobilità.

Si voltò e mi abbracciò. Ci tenemmo lì e per la prima volta avvertii la paura che le succedesse qualcosa, e che la mia felicità fosse la sua, e anche i dolori e le apprensioni e le possibilità di qualcosa di buono. Non ero più vulnerabile per me stesso, ero fragile per noi. Passavo dalla prima persona singolare alla prima persona plurale. Intuii lì, in quell'abbraccio furtivo, che avrei potuto prendere le ferite di un altro essere umano e tentare di ripararle, e che io stesso avrei potuto affidare le mie.

Allora era questo l’amore? Una prima persona plurale?

Cher Grand,
per prima cosa voglio consigliarti un libro che devi leggere, “Mentre morivo” di William Faulkner. Segui la madre Addie Bundren e il figlio Cash: ti trasporteranno nel limbo dell’addio e ti garantiranno la forza del trapasso. Sapevi che Faulkner l’ha scritto in tre settimane su una carriola capovolta quando faceva il fochista in una miniera di carbone? È la storia di un viaggio. Quel viaggio.

– Potreste farvi del bene. O maltrattarvi. Il rischio si accetta per il sublime.

– Mio padre – disse lei senza che le chiedessi niente. – È stato lui a spegnere mamma, una donna nata in miseria che voleva cambiare vita. A lei non importava che fosse un certo tipo di uomo – Sorrise: – Io non farò la stessa fine.

L’osceno è il tumulto privato che ognuno ha, e che i liberi vivono. Si chiama esistere, e a volte diventa sentimento.
Tieniti stretta la tua meravigliosa indecenza, Grand.

In una storia d’amore ci si appropria dell’altro e l’altro si appropria di noi. Le mani, gli occhi, il volto, la pelle, i sessi, e più il tempo di legame dura e più l’identità singola si dissolve. Diventa due. L’abbandono la frantuma e apre il bivio: ritrovarci in un nuovo legame dopo qualche tempo o diventare se stessi nella brutalità. 

– Lunette – allungai la mano sulla scrivania.
Me la prese.
Pianse di colpo, e piansi anche io. Non per nostalgia, non per desiderio, ma perché le cose finiscono.

Se subito non mi trovi non scoraggiarti/ Se non mi trovi in un posto cercami in un altro/ In qualche posto mi sono fermato e t’attendo. [Whitman]

Detestavo uno schema umano e glielo confidai: l’istinto di lasciare una persona solo dopo averne trovata un’altra, come la scimmia che salta da un ramo solo dopo aver afferrato una nuova liana con la coda.

– Il tempo. Non buttarlo via. Non avere paura di correre.

Aveva questo modo di sfogliare le riviste, appollaiata sulla credenza, spulciava un articolo di “Specchio” con un paio di occhialini che falsavano il volto e un pigiama che la sformava. Poteva essere chiunque. Forse Lunette, o una raccattata per strada, o una delle tacche dell’osteria, o Frida, o una presenza elemosinata nel mio disordine. Mi sforzai di immaginarla come un corpo di consumo, già consumato. Ci riuscii, ma non bastò: perché era lei. E ognuna delle donne passate mi aveva dato qualcosa per trovarla, e per capire la mia gioventù solitaria. Solo adesso ero grato a ciascuna di loro. Ognuna era stata il mio diario affinché Anna fosse la mia libertà, lo pensai mentre la guardavo. Lei se ne accorse, Sono brutta?, domandò. Sei tu, dissi.
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