27 maggio 2015

Sostiene Pereira, frasi [Antonio Tabucchi]

Sostiene Pereira che da principio si mise a leggere distrattamente l'articolo, che non aveva titolo, poi macchinalmente tornò indietro e ne ricopiò un pezzo.
Perché lo fece? Questo Pereira non è in grado di dirlo. Forse perché quella rivista d'avanguardia cattolica gli dava fastidio, forse perché quel giorno era stufo d'avanguardie e di cattolicismi, anche se lui era profondamente cattolico, o forse perché in quel momento, in quell'estate sfavillante su Lisbona, con tutta quella mole che gli pesava addosso detestava l'idea della resurrezione della carne, ma il fatto è che si mise a ricopiare l'articolo, forse per poter buttare la rivista nel cestino.
Sostiene che non lo ricopiò tutto, ne ricopiò solo alcune righe che sono le seguenti e che può documentare: «II rapporto che caratterizza in modo più profondo e generale il senso del nostro essere è quello della vita con la morte, perché la limitazione della nostra esistenza mediante la morte e decisiva per la comprensione e la valutazione della vita».

Pereira cominciò a sudare, perché pensò di nuovo alla morte. E pensò: questa città puzza di morte, tutta l'Europa puzza di morte.

La filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità.

Sa soltanto che capì di essersi messo nei guai e che doveva parlarne con qualcuno. Ma questo qualcuno non c'era in giro e allora pensò che ne avrebbe parlato con il ritratto di sua moglie quando sarebbe ritornato a casa. E infatti così fece, sostiene.

Marta lo guardò e sorrise. So che lei è stato un grande appoggio per Monteiro Rossi e suo cugino, disse Marta, dottor Pereira lei è stato veramente magnifico, dovrebbe essere dei nostri. Pereira sentì una lieve irritazione, sostiene, e si tolse la giacca.
Senta signorina, replicò, io non sono né dei vostri né dei loro, preferisco fare per conto mio, del resto non so chi sono i vostri e non voglio saperlo, io sono un giornalista e mi occupo di cultura, ho appena finito di tradurre un racconto di Balzac, delle vostre storie preferisco non essere al corrente, non sono un cronista. Marta bevve un sorso di vino di porto e disse: noi non facciamo la cronaca, dottor Pereira, e questo che mi piacerebbe che lei capisse, noi viviamo la Storia.

È Monteiro Rossi che ha conosciuto?, chiese il dottor Cardoso. È il mio praticante, rispose Pereira, il ragazzo che mi scrive gli articoli che non posso pubblicare. E lei lo cerchi, replicò il dottor Cardoso, come le ho detto prima, lo cerchi, dottor Pereira, lui è giovane, è il futuro, lei ha bisogno di frequentare un giovane, anche se scrive articoli che non possono essere pubblicati sul suo giornale, la smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro. Che bella espressione, disse Pereira, frequentare il futuro, che bella espressione, non mi sarebbe mai venuta in mente.

Non so perché faccio tutto questo per lei, Monteiro Rossi, disse Pereira. Forse perché lei è una brava persona, rispose Monteiro Rossi. È troppo semplice, replicò Pereira, il mondo è pieno di brave persone che non vanno in cerca di guai. Allora non lo so, disse Monteiro Rossi, non saprei proprio. Il problema è che non lo so neanch'io, disse Pereira, fino ai giorni scorsi mi facevo molte domande, ma forse è meglio che smetta di farmele.

25 maggio 2015

Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi

È l'estate del 1938, a Lisbona e in tutta l'Europa. C'è puzza di morte, di un futuro prossimo e pessimo che sta per avvolgere tutto e tutti.
Pereira è un vecchio giornalista che si è sempre occupato di cronaca e che all'improvviso diventa direttore (e unico autore) della pagina culturale di un modesto quotidiano portoghese. Per professione dovrebbe avere chiaramente in testa quello che sta accadendo nel suo Paese, ma invece non lo sa. Chiede continue informazioni a Manuel, un cameriere che è uno dei pochi contatti umani che mantiene, ormai. Pereira è un uomo completamente solo, parla col ritratto della moglie morta, non ha figli, la sua esistenza va avanti per inerzia, tra la letteratura francese (per cui ha una vera passione) e la sua indifferenza politica.
Sostiene Pereira che gli eventi a un certo punto abbiano preso il sopravvento su di lui e sulla sua volontà, che le cose siano successe da sole, senza che lui si sia impegnato a cercarle. Sostiene Pereira che aveva solo bisogno di un praticante che scrivesse i necrologi degli scrittori famosi per la sua pagina culturale, non aveva idea di come tutto si sarebbe evoluto. Non aveva idea che Monteiro Rossi, il ragazzo che aveva assunto in prova, amava la vita e non sapeva scrivere della morte. Non ne aveva idea. Sostiene Pereira di essersi trovato in un contesto per cui, incomprensibilmente, era incapace di dire di no a quel ragazzo, che non sarebbe mai diventato un giornalista forse, ma che, a differenza sua, combatteva l'ingiustizia e la dittatura.
Sostiene Pereira è certamente un romanzo politico, un romanzo di denuncia, un romanzo sul modo subdolo di instaurarsi di un regime totalitario, è un romanzo di libertà e censura, ma non credo che sia tutto qui.
A me hanno colpito, più di questo, i tratti dell'uomo Pereira, così solo, così triste, così noioso, così bisognoso di affetti, così bisognoso di avere qualcuno a cui pensare, qualcuno che fosse vivo. Mi ha colpito il suo continuo pensare alla morte, come se non avesse più voglia di avere una sua vita, come se la sua vita fosse una condanna. Mi ha colpito il suo non avere niente, a parte la letteratura e il ritratto del suo amore.
Pereira è un uomo a cui alla fine ci si affeziona, perché è uno normalissimo che un giorno all'improvviso apre gli occhi e cambia tutto, non si sa fino a che punto il cambiamento sia cosciente, ma comunque accade. E la svolta è totale: un uomo qualunque, pauroso malato e sudaticcio fino al giorno prima, arriva perfino a beffare il potere. Chi l'avrebbe mai detto.
Sostiene Pereira è stato il mio primo incontro con la scrittura di Antonio Tabucchi, di cui ho sentito tanto parlar bene anche da due giovani autori italiani che leggo sempre molto volentieri: Paolo Di Paolo e Andrea Bajani, che alla morte di Tabucchi ha dedicato anche Mi riconosci.

Ho iniziato il libro senza avere chiaro in mente di che cosa parlasse, non lo conoscevo molto benché ormai sia considerato un classico, nonostante la sua giovane età.
Lo stile con cui Tabucchi ha composto quest'opera, il suo continuo narrare la storia in terza persona ripetendo spesso Sostiene Pereira che, come se tutta la narrazione fosse una specie di interrogatorio, mi ha davvero colpita, spingendomi ad andare avanti con curiosità per capire di fronte a quale tribunale stesse sostenendo la propria tesi il vecchio Pereira. In realtà il mio dubbio è rimasto senza una soluzione certa, a me piace pensare che Pereira confessi le proprie azioni semplicemente a se stesso oppure che lo faccia davanti alla Storia, mostrando come abbia capito, col tempo e suo malgrado, che la dittatura esisteva davvero anche in Portogallo e che, pertanto, andava combattuta.

21 maggio 2015

Ciò che inferno non è, capitolo 31 // Alessandro D'Avenia


Nel silenzio di piazza Anita Garibaldi l’aria è rimasta ferma. I minuti scorrono lenti come il sangue che esce dalla ferita alla nuca e la vita ha esattamente quel residuo di ritmo e di gocciolante consapevolezza. Sono secondi di assoluta e tremenda lucidità.
Cinque sono le cose che un uomo rimpiange quando sta per morire. E non sono mai quelle che consideriamo importanti durante la vita. Non saranno i viaggi confinati nelle vetrine delle agenzie che rimpiangeremo, e neanche una macchina nuova, una donna o un uomo da sogno o uno stipendio migliore. No, al momento della morte tutto diventa finalmente reale. E cinque le cose che rimpiangeremo, le uniche reali di una vita.
La prima sarà non aver vissuto secondo le nostre inclinazioni ma prigionieri delle aspettative degli altri. Cadrà la maschera di pelle con la quale ci siamo resi amabili, o abbiamo creduto di farlo. Ed era la maschera creata dalla moda, dalle false attese nostre, per curare magari il risentimento di ferite mai affrontate. La maschera di chi si accontenta di essere amabile. Non amato.
Il secondo rimpianto sarà aver lavorato troppo duramente, lasciandoci prendere dalla competizione, dai risultati, dalla rincorsa di qualcosa che non è mai arrivato perché non esisteva se non nella nostra testa, trascurando legami e relazioni. Vorremmo chiedere scusa a tutti, ma non c’è più tempo.
Per terzo rimpiangeremo di non aver trovato il coraggio di dire la verità. Rimpiangeremo di non aver detto abbastanza “ti amo” a chi avevamo accanto, “sono fiero di te” ai figli, “scusa” quando avevamo torto, o anche quando avevamo ragione. Abbiamo preferito alla verità rancori incancreniti e lunghissimi silenzi.
Poi rimpiangeremo di non aver trascorso tempo con chi amavamo. Non abbiamo badato a chi avevamo sempre lì, proprio perché era sempre lì. Eppure il dolore a volte ce lo aveva ricordato che nulla resta per sempre, ma noi lo avevamo sottovalutato come se fossimo immortali, rimandando a oltranza, dando la precedenza a ciò che era urgente anziché a ciò che era importante. E come abbiamo fatto a sopportare quella solitudine in vita? L’abbiamo tollerata perché era centellinata, come un veleno che abitua a sopportare dosi letali. E abbiamo soffocato il dolore con piccolissimi e dolcissimi surrogati, incapaci di fare anche solo una telefonata e chiedere come stai.
Per ultimo rimpiangeremo di non essere stati più felici. Eppure sarebbe bastato far fiorire ciò che avevamo dentro e attorno, ma ci siamo lasciati schiacciare dall’abitudine, dall’accidia, dall’egoismo, invece di amare come i poeti, invece di conoscere come gli scienziati. Invece di scoprire nel mondo quello che il bambino vede nelle mappe della sua infanzia: tesori. Quello che l’adolescente scorge nell’addensarsi del suo corpo: promesse. Quello che il giovane spera nell’affermarsi della sua vita: amori.

16 maggio 2015

L'amica geniale, frasi [Elena Ferrante]

Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi.

«Quando ci facciamo grandi ti voglio sposare».
Poi mi chiese se nel frattempo mi volevo fidanzare con lui. Era un po’ più alto di me, magrissimo, il collo lungo, le orecchie un po’ scostate dalla testa. Aveva capelli ribelli, occhi intensi con ciglia lunghe. Era commovente lo sforzo che stava facendo per contenere la sua timidezza. Sebbene volessi sposarlo anch’io mi venne di rispondergli:
«No, non posso».

Cominciò un periodo di malessere. Ingrassai, in petto mi spuntarono sotto la pelle due polloni durissimi, fiorirono i peli dalle ascelle e sul pube, diventai triste e insieme nervosa. A scuola feci più fatica degli anni precedenti, gli esercizi di matematica non davano quasi mai il risultato previsto dal libro di testo, le frasi di latino mi parevano senza capo né coda. Appena potevo mi chiudevo nel cesso e mi guardavo allo specchio, nuda. Non sapevo più chi ero. Cominciai a sospettare che sarei cambiata sempre più, fino a che da me sarebbe spuntata davvero mia madre, zoppa, con l’occhio storto, e nessuno mi avrebbe più voluto bene. Piangevo spesso, all’improvviso. Il petto, intanto, da duro che era diventò più grosso e più morbido. Mi sentii in balìa di forze oscure che agivano dal di dentro del mio corpo, ero sempre in ansia.

«È bello» mormorai, «parlare con gli altri».
«Sì, ma solo se quando parli c’è uno che risponde».

Mi sentii addolorata per lo sperpero, perché ero costretta ad andar via, perché lei preferiva l’avventura delle scarpe ai nostri discorsi, perché sapeva essere autonoma e invece io avevo bisogno di lei, perché aveva cose sue dentro cui non potevo entrare, perché Pasquale, uno grande d’età, non un ragazzino, di certo avrebbe cercato altre occasioni per guardarla e sollecitarla e cercare di convincerla a fidanzarsi in segreto con lui e a farsi baciare, toccare, come si diceva che si facesse quando ci si fidanzava; perché, insomma, mi avrebbe sentita sempre meno necessaria.

Per quanto mi sforzassi nelle lettere di comunicarle il privilegio delle giornate a Ischia, il mio fiume di parole e il suo silenzio mi parevano dimostrare che la mia vita era splendida ma povera di eventi, tanto da lasciarmi il tempo di scriverle ogni giorno, la sua nera ma affollata.

Nino ha qualcosa che lo mangia dentro, come Lila, ed è un dono e una sofferenza, non sono contenti, non si abbandonano, temono ciò che gli succede intorno.

«La bellezza che Cerullo aveva nella testa fin da piccola non ha trovato sbocco, Greco, e le è finita tutta in faccia, nel petto, nelle cosce e nel culo, posti dove passa presto ed è come se non ce l’avessi mai avuta».

Si guardò allo specchio sollevando un po’ il vestito.
«Sono brutte» disse.
«Non è vero».
Rise in modo nervoso.
«Ma sì, guarda: i sogni della testa sono finiti sotto i piedi».
Si girò con un’espressione improvvisa di spavento: «Cosa mi sta per succedere, Lenù?».

Fu durante quel percorso verso via Orazio che cominciai a sentirmi in modo chiaro un’estranea resa infelice dalla mia stessa estraneità. Ero cresciuta con quei ragazzi, ritenevo normali i loro comportamenti, la loro lingua violenta era la mia. Ma seguivo anche quotidianamente, ormai da sei anni, un percorso di cui loro ignoravano tutto e che io invece affrontavo in modo così brillante da risultare la più capace. Con loro non potevo usare niente di ciò che imparavo ogni giorno, dovevo contenermi, in qualche modo autodegradarmi. Ciò che ero a scuola, lì ero obbligata a metterlo tra parentesi o a usarlo a tradimento, per intimidirli.

13 maggio 2015

L'amica geniale, Elena Ferrante

Scrivo questi scarabocchi in differita, non tanto per volontà, quanto per begli impegni e belle passeggiate, per l'estate che sta arrivando e che, ogni volta, non fa affatto mai rima con blog.
Scrivo questi scarabocchi in differita, mentre ho già comprato, ma non ancora iniziato, il seguito de L'amica geniale, perché sì, Lila e Lenù hanno conquistato anche me. Non vedo l'ora di andare a vedere che cosa succederà dopo e dopo ancora, fino alla fine.
Scrivo questi scarabocchi in differita, senza raccontare gli intrecci della trama, che in fondo sono ancora temporanei e in divenire.
In questa prima parte dell'opera la storia è ambientata nella Napoli degli anni Cinquanta, una Napoli povera dove uscire fuori dalla propria condizione sociale di nascita non è affatto facile. Lila e Lenù stringono fin dalla scuola uno strano rapporto di odio e amore, di emulazione, legate tra loro da un incredibile voglia di riscatto. Da bambine pensano che quel riscatto avverrà grazie al loro talento per la scrittura: insieme scriveranno un libro e diventeranno ricche come l'autrice di Piccole donne.
Crescendo la realtà si scontra con l'astrazione dei loro sogni e il riscatto sociale, soprattutto nella mente di Lila, si lega indissolubilmente alla concretezza dei soldi: è il denaro, solo il denaro, a dare potere e forza. Lila se ne convince ogni giorno di più, mentre Lenù continua a vivere, suo malgrado, una condizione che la pone in un contesto di superiorità nei confronti di tutti gli altri ragazzi del rione. A differenza degli altri, Lenù (narratrice interna del romanzo) non ha smesso di andare a scuola, grazie all'impegno della sua maestra, grazie alla comprensione dei genitori, grazie al suo studio intenso, così in una Napoli di degrado appena uscita dalla guerra dove anche le elementari sembrano essere un lusso, lei è addirittura arrivata a frequentare il ginnasio.
Lila non è stata altrettanto fortunata, suo padre non aveva compreso la sua fame di conoscenza e l'aveva costretta a lasciare la scuola, nonostante fosse lei la più brava di tutte. Tu sei la mia amica geniale, dice il giorno del suo matrimonio Lila a Lenù, invitandola a non smettere mai di studiare, quasi che vedesse nell'altra tutto quello che a lei era stato impedito di diventare.
Questo è l'aspetto che più di tutti mi ha colpito: le potenzialità di Lila non sfruttate per egoismo, povertà e ignoranza. Certo la scuola oggi ha delle lacune immense, mille cose che andrebbero cambiate, molte abitudini da radere al suolo, ma che bello, che bello, che tutti ci possano andare, almeno un po', almeno fino a che un ragazzo non prenda consapevolezza di non provare interesse per le materie, fino a quando capisca di voler fare altro nella vita. Che bello che tutti possano avere questa possibilità.
In quell'Italia uscita da poco dalla guerra troppe Lile hanno sofferto e pianto per aver dovuto abbandonare una cosa che non solo amavano, ma in cui eccellevano anche.
Lenù ha avuto la possibilità, per il momento ha saputo sfruttarla, ma, a dispetto di quello che le dice Lila sul finire del primo libro, per me non è lei, tra le due, l'amica geniale.
Buon proseguimento a me!

5 maggio 2015

In questo mese // Aprile 2015

Un addio che avrebbe potuto essere un pesce d'aprile per la sua assurdità, poi poca pioggia a cancellare manifesti verso cui non avrei mai voluto girare la testa, anche se lo sguardo ci cade ancora da solo, ogni volta.
Ma tutto continua anche senza di te, l'hanno cantata pure ad Amici questa canzone, io sul divano avevo le lacrime agli occhi come una deficiente. Bella la vita, dicevi tu, e t'ha imbrogliato, t'ha fottuto proprio tu...
Bella la vita, sì.
Aprile di flashback e di discorsi superficiali che poi, dopo un addio, tornano in mente in tutta la loro interezza, quasi per magia. Forse sarebbe stato meglio dimenticarli e invece sono lì, con le battute sceme, le ipotesi più assurde, i gusti culinari, i difetti che se ne contavano a milioni in una mano, con le chiacchiere normali che nessuno avrebbe potuto pensare sarebbero state le ultime.
Un addio che mi impone di non dare nulla, nulla, per scontato. Perché non si sa mai. Perché può darsi non ci sarà un'altra occasione.
Giuro che ci sono stati anche attimi spensierati e felici in questi trenta giorni, anche se da quello che ho scritto finora non si evince. 
Su quest'onda di emotività/depressione ho affrontato, per esempio, la prima cena di classe delle medie da quando le medie le ho finite. Avevo rivisto più o meno tutti, ma non tutti insieme. È stata una serata bellissima, forse la più bella di tutto il mese. Me la terrò stretta al cuore per molto, molto tempo, insieme alla consapevolezza che qualcosa di positivo in quegli orribili tre anni deve pur essere successo, se mi sono tanto inaspettatamente divertita. Aprile è stato, per esempio, anche un paio di occhi vispi, rimasti uguali; un gattino bellissimo di cui siamo già tutti pazzi; il pane fatto in casa; una Pasqua con un sorriso forzato ma piena ugualmente d'amore e fiori di pesco; è stato famiglia e gite fuori porta; è stato il diciottesimo di un'amica a cui faccio da sorella maggiore con tutta la pallosaggine del mondo, ma che so con certezza che sarà una donna meravigliosa, da grande.
Libri
- Suite francese di Irène Némirovsky (Tempesta di giugno e Dolce).
- Non chiedere perché di Franco Di Mare.
- L'amica geniale di Elena Ferrante (scarabocchi a breve sul blog).
Tre libri uno più bello dell'altro.
Film
- Rain man - L'uomo della pioggia. Due giovanissimi Tom Cruise e Dustin Hoffman in un film che ha giustamente fatto storia.
- L'uomo che verrà, trasmesso su RaiMovie in occasione del 25 aprile, mi è sembrato proprio bellissimo come lo ricordavo. Nonostante i sottotitoli per tradurre l'emiliano a me questo film stravolge sempre, d'altra parte quando si parla di Resistenza è inevitabile.
- Roma città aperta, ogni anno lo ripropongono e ogni anno lo rivedo.
- Nessuno si salva da solo, film tratto dall'omonimo romanzo di Margaret Mazzantini. Il libro l'ho letto qualche anno fa sulla scia della bellezza di Venuto al mondo, ricordo che non mi aveva particolarmente colpita, ricordo che mi era sembrato bello, ma. Il film credo abbia rispettato bene le pagine, senza grandi stravolgimenti, con due attori che mi piacciono: Scamarcio e Jasmine Trinca. La storia di Gae e Delia esce fuori in tutta la sua passione e rabbia. Arrivo a dire che, probabilmente, incredibilmente, contro ogni previsione, a differenza di quanto accade di solito, il film mi è piaciuto più del libro.
- La famiglia Bèlier, splendido. È la storia di una famiglia di sordi dove la figlia, unica non sorda, scopre di saper cantare bene e, cosa ancora più importante, sogna di volerlo fare nella vita. Sono state, per me, due ore di leggerezza, sorrisi ed emozioni. 
Fiction e serie tv
- La dama velata, bel finale. Lino Guanciale già mi manca, come possiamo fare?
- Squadra mobile. Non potevo non provare a seguirla, considerando quanto mi piaceva Distretto di polizia ai tempi di Roberto, Mauro, Giulia e Paolo. Quando ho rivisto Giorgio Tirabassi nei panni proprio di Roberto Ardenzi credo di aver avuto un tuffo al cuore, amplificato poi dalla presenza di Riccardo (beata Valeria!).
- I Fuoriclasse 3, meno bello del solito, ma comunque piacevole. 
3 Canzoni 
Coraggio lasciare tutto indietro e andare
partire per ricominciare
che sei ci pensi siamo solo di passaggio
e per quanta strada ancora c’è da fare
amerai il finale...
2) Il bacio sulla bocca / Ivano Fossati. Non so bene come e perché, ma questa canzone l'ho ascoltata moltissime volte durante le mie passeggiate.
Stancami
e parlami
abbracciami
fruga dentro le mie tasche
poi perdonami
sorridi
guarda questo tempo
che arriva con te
guarda quanto tempo
arriva con te.
3) Il coccodrillo fa così! Sono anche una zia, io.
Sperimentazioni in cucina
- Un dolce di Pasqua fragoloso buonissimo.
- Crostini con i piselli.
- Pane fatto in casa.
- Girandole di crepes colorate.
- Panna cotta tricolore per il 25 aprile, a base di menta e fragole.
Cose creative
- Segnaposto di Pasqua: coniglietti con un Lindor al posto della pancia.
- Albero di Pasqua.
- Bicicletta a uncinetto (una faticata immensa!)
Fotografie

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